giovedì, agosto 28, 2014

La mia scarsa sopportazione all'arroganza del presunto intellettuale - Life in Technicolor part 232

Nella foto, un vero intellettuale.
Stamane leggevo come ogni mattina una serie di post su un gruppo di Facebook dedicato al cinema. Un utente aveva postato un suo parere su un regista italiano molto noto e molto capace, che risultava essere oggettivamente discutibile nel giudizio verso alcune pellicole del suddetto regista, ma abbastanza propositivo verso gli altri utenti per alimentare un dibattito.

Mi ha colpito come di tutta la staffilata di commenti lasciati dagli altri membri del gruppo, alcuni avessero non tanto un filo di sarcasmo, quanto fossero intrisi di spocchia, arroganza, saccenza, e ovviamente intolleranza nei confronti del malcapitato, apostrofato come ignorantone e poco competente.

Fra gli altri, addirittura c'era chi invitava altri a smettere di andare a votare, come a dire "Non ne hai il diritto visto ciò che sostieni".

Ragionamento che più volte ho sentito fare, nella mia esperienza, quello del togliere il diritto di voto perché considerati inferiori.

Ricordo in particolare un mio compagno di master, figlio di alti papaveri super ricchi, il quale sosteneva la superiorità conclamata dei ricchi rispetto ai poveri e la necessità di limitare il voto a pochi "superelettori" preparati culturalmente, in grado quindi di operare nella cabina elettorale con più attenzione rispetto ai cittadini considerati inferiori.


Inutile specificare che sia i soloni del gruppo di Facebook che ho citato poc'anzi che il mio compagno di master si proclamassero convintamente di sinistra, quella sinistra dei salotti buoni del tipo siamo tutti compagni ma io sono più compagno di voi e quindi posso giudicarvi.

Ahimè, una sinistra che fodera la maggior parte delle sedie del maggior partito della sinistra italiana e che, negli ultimi anni, complice l'esplosione di facoltà come il DAMS, la mia Scidecom e Psicologia, ha assunto il potere delle correnti di pensiero della mia generazione.


Posto che non ho la minima idea di come ci si possa considerare contemporaneamente di sinistra e sostenere la selettività dell'avente diritto di voto in base a criteri arbitrariamente predefiniti, posto che non vuole essere un discorso limitato a quelli che si dicono di sinistra anche se - ahimè - sono la maggioranza, stamattina dopo aver letto quei commenti così assurdamente sarcastici e provocatori, carichi di supponenza, ho ripensato a quel mio compagno di master e a tutte le persone del genere che ho conosciuto nel mio intercedere, direttamente o indirettamente, ed ecco che prepotente è emerso il fervente desiderio di SPARARE A 'FANCULO QUESTI CAZZO DI PRESUNTI INTELLETTUALI (di sinistra o di destra che siano, in fondo non è neanche politica questa roba qui) con tutte le mie forze.

Penso tutto il male possibile di queste persone.

Penso tutto il male possibile
di queste persone e delle loro pose del cazzo, della loro cultura che arriva anche grazie alla società che volente o nolente è mantenuta dai poco acculturati che tanto deridono. Penso tutto il male possibile della loro superbia, della loro spocchia, mantenuta il più delle volte da una protezione artificiosa, da uno scorta se sono senatori o sindaci, dalla  caparbietà del non affrontare a viso aperto chi insultano (andate a dire in faccia a un manovale che è inferiore, cari intellettuali, rimanendo tanto saldi quanto siete dietro una tastiera quando il manovale vi tritura di pugni).
 

Penso tutto il male possibile della loro fastidiosa saccenza. Sono loro che limitano il progresso verso l'alto del paese e del mondo in generale, perché se tutti fossero condotti verso l'alto invece che verso il basso, la loro superiorità non sarebbe immaginabile, oltre che sfoggiabile. Penso che queste persone non siano intellettuali nel verso senso della parola, perché chi pensa e conosce è pronto a scendere a patti con il dialogo, è pronto a parlare, è pronto a condividere la propria conoscenza, senza fregiarsi con essa di un presunta superiorità che, appunto, è presunta.

Queste persone hanno tante nozioni, ma non hanno cultura. Ed è forse questo uno dei drammi più grandi del nostro tempo: il non rendersi conto di questa piccola grande differenza.





domenica, agosto 24, 2014

Avevo un fratello che abitava in Iraq - Life in Technicolor part 231

Mio fratello abitava lontano.
Era uguale a me: parlava come me, mangiava come me, guardava dove guardavo io.

Viveva lontano, eppure lo sentivo vicino. Aveva il volto rugoso e la mia stessa età. Portava i sandali ed era sorridente, alla luce del deserto. Non avrei saputo dire quanto fosse distante, in miglia. Però non importava, perchè i suoi passi, i suoi sorrisi, erano gli stessi miei.

Avevo un fratello che abitava lontano.
Era plasmato nel mare e nella terra, nell'aria e nel fuoco, come me. Suo padre era come mio padre, e suo nonno era come mio nonno. I suo giorni erano i miei giorni, sole e luna e sole e luna e sole e luna e tutto il firmamento, ancora, per lui e per me.

Nella luce e nella notte, era paziente e rabbioso, sorrideva e rimaneva silente, e pregava. E io, come mio fratello, ero paziente e rabbioso, sorridevo e rimanevo silente, e pregavo.

E nei suoi momenti, e nei miei momenti, la vita si mescolava ancora, e ancora e ancora, in lunghi elenchi che sembrano esser scritti solo per il gusto di farlo.

Avevo un fratello che abitava lontano, era un uomo che voleva esser sereno e onesto. Io, come lui, cercavo di esserlo. 


Avevo un fratello che abitava lontano, e aveva i contorni di tutti i miei fratelli, e io avevo i contorni di tutti i suoi. 

Avevo un fratello, ed era bello perché se lo guardavo rivedevo molti, mio fratello non era più solo mio fratello, era cristiano ed era mussulmano, era uomo ed era donna, era vecchio ed era bambino ed era sole ed era pioggia, e non si chiedeva se era giusto odiare, ma come fare ad amare nel deserto o nelle pianure di Sarajevo, o sotto il cielo freddo di Donetsk e nella foresta del Congo e nella savana che ti porta in Ruanda, e le sue chiese erano moschee e sinagoghe e c'era spazio per ogni invocazione perché il suo e il mio Dio erano uno solo con tanti nomi diversi. 

Avevo un fratello che abitava lontano, me l'hanno portato via, e a me resta l'abbraccio che non ho potuto mai donargli.

venerdì, luglio 18, 2014

Un aereo cade sulle case, una guerra esplode ad est, e io che qui guardo il calciomercato - Life in Technicolor part 230

Ho scritto un post lungo lungo lungo su quello che penso rispetto a questa settimana.

A Gaza, dove c'è un amico di Nichelino che fa il reporter e racconta le cose bruttissime che capitano laggiù.
In Ucraina, dove gente che non avrebbe mai immaginato di incrociare quel pezzo di storia lì, è morta per mano di gente che non conosceva e che, magari, non riteneva amica o nemica.

Ho scritto un post lungo lungo lungo su queste cose e poi l'ho cancellato. Non mi piaceva cosa ne emergeva.

L'idea era semplicemente dire che io questa settimana ho parlato di molte cose, e l'unica di cui ho parlato con più di una persona è stato il fatto che Conte è andato via dalla Juventus.

Ecco.

Stamattina ho pensato a questa cosa qui e mi sono sentito un vero pezzo di merda.

Posto che parlarne serva a qualcosa, forse il problema è che queste cose non ci insegnano nulla.

Credo che la guerra smetterà di esserci quando smetteremo di pensare che ci siano buone ragioni per farla.

Non so se valga anche qui che riempiamo il mondo di parole a vuoto per un allenatore di calcio, non so, forse siamo noi i coglioni, forse sono loro che si sparano, cazzo ma che c'entravano quelli dell'aereo, cioè, loro sorvolavano sull'Ucraina, non erano soldati, eppure gli hanno lanciato un missile addosso cazzo, cioè io ora vorrei parlare con quello che ha sparato il missile e chiedergli come si sente ad aver ammazzato 300 persone per sbaglio, cazzo non erano neanche del popolo che vuoi distruggere, erano passanti, è stato peggio di un attentato perché non erano neanche del gruppo semantico che contiene quelli che chiami nemici.

Già gli attentati in mezzo ai mercati, sui bus, nelle metro, nelle stazioni sono una vigliaccata infame, ma così, amico lanciarazzi, è proprio una bastardata. Perché? E cosa provi adesso? Non ti viene voglia di andare a piantare fiori per tutta la vita, pregando Allah, Dio, Geova o quello che credi se credi in qualcosa di perdonarti? Non ti viene voglia di PACE, santissimi angeli del cielo? Hai ancora voglia di sparare?
E tu che butti volantini sulle case dei ragazzini palestinesi? E tu che lanci un razzo sperando di beccare il cranio di uno studente ebreo? Come cazzo ti senti?


Tutto mi sembra assolutamente folle.

Io, io cosa posso fare? Cioè, ogni giorno. Perché pontificare, dire è stato un attentato o è stata una roba fatta apposta o sono stati i filorussi o gli ucraini, e dire che gli ebrei sono assassini o che quelli di Hamas sono terroristi e passare il tempo a pontificare come mi piace fare da sempre, ecco anche quello non serve a un cazzo. Serve a diventare megafoni del niente, perché lì non ci ho mai messo piede, io. E nessun libro ti potrai mai spiegare come ci si senta, a esserci, lì.

Cosa posso fare, io, perché la guerra SMETTA DI ESISTERE?

Forse dipende da cosa faccio io ogni giorno. Tipo vorrei che ad un certo punto, io possa imparare a non guardare più intorno a me e vedere il marcio. Mi piacerebbe imparare a vedere il bello delle cose, sempre.
Anche delle persone.

E vorrei dare la giusta priorità alle cose.

Sarà difficilissimo già fare tutto ciò. Però forse è quella l'unica via per non parlare a vuoto, non sentirsi merda a vuoto, e cominciare a cambiare il mondo, davvero.



 


mercoledì, luglio 09, 2014

Chissà cosa ha pensato ieri sera il mio amico Messias durante #BrasileGermania - Life in Technicolor part 229

Nella foto: il mio idolo David Luiz dopo una rhumba
sostanzialmente imprevedibile.
Fino a qualche anno fa, diciamo tipo 5 ma potrebbero essere molti di più, mia mamma aveva come vicini di casa una famiglia di brasiliani.

Erano molto simpatici e gentili: ogni domenica cucinavano la grigliata sul balcone, e quando c'è stata occasione hanno anche organizzato delle belle mangiate nel cortile, con tutti i condomini.

Fra loro, ricordo il mio amico Messias. Si chiamava proprio così.
 

Messias Da Souza e poi qualcosa. Per gli amici, però, era semplicemente Messias. 

Era un uomo grosso, un po' più basso di me, e veniva da Brasilia. Scuro di pelle, sempre con il sorriso sulle labbra, amava il calcio e di mestiere faceva il muratore. Cioè, in Italia faceva il muratore: in Brasile era geometra, ma qui in Italia il titolo non valeva quindi faceva il muratore.



Alla sera, quando arrivava a casa e io lo incrociavo sulle scale, mi diceva "Eh allora, Fra, come andiamo?" e io "Bene Messias e tu?" e lui diceva "Stanco come un maiale, ora vado da mia moglie e mi mangio carne alla brace e mi bevo una birra gelata." e capitava che quando lo incontravo con sè avesse la spesa, completa anche di una cassa di Moretti da 66cl di quelle che compravamo noi quando facevamo le grigliate, solo che lui la comprava per uso personale.

Sorrideva sempre, anche se non capiva il nostro paese. Una volta mi raccontò che gli era capitato di dover andare a lavorare in un cantiere nel centrocittà. Era inverno, e lui soffriva particolarmente il freddo. Beh, sta di fatto che andò in un bar, e quando lo videro entrare con cappello di lana e sciarpa ben tirata su, tanto da tenere in vista solo il viso, a malapena lo salutarono. Chiese un cappuccino e senza dir nulla, il barista gli porse in malomodo la tazzina dicendogli "Fa un euro". Stop.

Messias, che era uomo che sorrideva sempre ma che era intelligente, capì. Il giorno dopo tornò nello stesso bar e, appena entrato, si tolse il cappotto ed esclamò: "Wow che freddo che fa qui in Italia! Nel mio paese, il Brasile, non fa così freddo! Amico, mi fai un cappuccino bollente?".

Il barista allora fece un sorriso enorme e cominciò a chiedergli del suo paese, e gli offrì anche il caffè.

Quando mi raccontò questa storia, Messias mi chiese perché in Italia ci basassimo tanto sul colore della pelle, sorridendo anche lì.

Amava il calcio ed era intraprendente. Come Ronaldinho, e come Ronaldo (Luis Nazario Da Lima, non quell'altro portoghese), che erano i suoi giocatori preferiti, gli piaceva osare, infatti dopo qualche anno come dipendente aprì la sua impresa individuale. Aveva i biglietti da visita con su scritto "Il brasiliano" e faceva i lavori di muratura ascoltando la musica, ovunque andasse.

Lo so perché me l'ha raccontato lui, quando fece un lavoro anche a casa di mia mamma. Ci rifece la cucina.

Io abitavo ancora lì, e mentre lui lavorava io ascoltavo la musica. Un giorno avevo messo su un greatest hits di John Lennon, e quando lui sentì Mother mi chiamò e mi chiese: "Questa canzone è bellissima, me la fai riascoltare?". Diceva che gli ricordava la sua mamma.

Gli masterizzai il cd, e lui mi ringraziò tanto, perché si sarebbe ascoltato quella canzone ogni volta che ne avrebbe avuto voglia.

Ieri sera mentre guardavo il Brasile prendersi sette pere dalla Germania, ho pensato a molte cose: a Joao Gilberto, alla pubblicità Nike con Cantona e con lo spogliatoio di Joga Bonito dove palleggiavano Ronaldinho, Roberto Carlos, Adriano e Robinho, a chissà perché il Brasile mi è sempre stato simpatico ma non così tanto da andarci in viaggio, al fatto che io avrei puntato da subito su Willian e non su Bernard, al fatto che comunque il calcio è veramente uno sport di merda se stai dalla parte di chi si prende sette pere.

Poi ho pensato a Messias.
Allora ho sentito il bisogno di scrivergli un messaggio, che lascio qui perché non ho il suo numero di telefono, o un'email, o un contatto.

Spero tanto che tu stia bene, amico mio, e anche la sua famiglia spero che stia bene, Natalia e tutti gli altri. Vi mando un abbraccio forte.
Ah, mi dispiace anche per David Luiz, però un po' di più perché non vi vedo da un po'.







mercoledì, luglio 02, 2014

Il tempo passa e io alla Cena in Bianco continuo a non andare, chissà perché - Life in Technicolor part 228

Io durante un momento di riflessione sul
mio abbigliamento, chiaramente inadeguato
per la Cena in Bianco.
Ho un po' paura del tempo che passa. Meno del tempo atmosferico, più di quello che scorre e non puoi fermare. Lo sento nelle ginocchia che dopo ogni partita di calcetto mi fanno sempre più male e della sempre più difficile perdita di tessuto adiposo sulla fascia addominale.

Però ogni anno ci sono cose che ritornano, ciclicamente. Loro sì che sanno fottere il tempo che passa.

E questo non attenua la mia paura, anzi la esaspera: perché fra di esse certo non si nascondono eventi roboanti di significato.

Fra le varie attività cicliche che la vita ripropone, una  particolarmente ha colpito in questi giorni la mia fantasia.

La cosiddetta Cena in Bianco, evento torinese che nasce come flash mob e cresce come caratteristico appuntamento estivo, lo scorso anno anche patrocinato dal comune con 10.000 (diecimila) €.

Ogni anno qualcuno che conosco salta fuori lanciando la proposta: "Andiamo alla Cena in Bianco?".

E io, dentro di me, avverto la paura del tempo che passa e formulo la risposta "Ok, andiamo a 'sta stronzata" alternandola al crozza-razziano "La Cena in Bianco è bella ma non ci andrei".


Ci sono paure che non si superano: tipo appunto, quella del tempo che passa e dell'avvenire che mentre arriva ti segnala che sta scadendo il tempo che ti resta da vivere.

Ci sono paure che vivono in quelle paure che sono altamente risibili, come quella che si sente quando certe attività cicliche si ripropongono, nella loro leggerezza.

Io sulla Cena in Bianco non ho un'opinione. Mi piace vedere le foto che fanno alla location dove si tiene dall'alto, quando Torino per un attimo diventa meno grigia. Mi piace pensare che durante l'evento le persone siano tutte sorridenti e non caciarone, però questo io non lo so se sia veramente così, io non ci sono mai andato.

Domenica mentre tornavo a casa ho incrociato un ragazzino sui sedici anni che andava alla cena in bianco. Era tutto vestito di bianco (ovviamente) aveva i pantaloncini e una camicia bianca, anche le sneakers, bianche, ed era tutto elegantino. In mano portava un pacco di carta stagnola che sarà stato grosso come la mia mano. Camminava svelto, da solo, poco prima dell'evento.

Ho pensato a chi gli avesse preparato il cibo contenuto in quel pacchettino di carta stagnola, a me che alla sua età quando capitava di fare cena a casa di qualche amico mettevo nei pacchetti di carta stagnola, ad esempio, la torta salata di mia mamma.

A volte, ho pensato, basta poco per ricordarsi di come sia stata la nostra giovinezza, e perché l'abbiamo amata tanto.

In ogni caso, non so dire se fossi stato al posto di quel ragazzino, se sarei andato sul serio alla Cena in Bianco. Anche perché di bianco vestito sarei stato abbastanza imbarazzante, ma non solo. Perché chissà se veramente, il tempo che passa si può fermare con i rituali, siano essi di bellezza o appuntamenti annuali. Perché poi non è questa la ragione per cui si cerca di vivere momenti memorabili? Non è per creare attimi in cui il tempo si ferma, e si possono portare via con sé frammenti di vita in cui si rimane per un attimo senza tempo?


E io, ecco, dato che ho un'atavica paura del tempo che passa, voglio che gli attimi senza tempo siano quelli in cui sono vestito, ok, ma non di bianco.
Il bianco non mi dona e comunque, non so se mi piacerebbe coincidesse con una cena organizzata con altre migliaia di persone che non conosco.

Però a chi ci è andato, alla Cena in Bianco, di bianco magari sta bene vestito. Quindi per me anche se la fanno non è un problema, alla fine è una cena cazzo, ci lamentiamo che fanno una cena, sarà anche maranza ok ma metti che invece di una cena facevano la Mattonata in Bianco e si ritrovavano undicimila cristiani a tirare mattoni vestiti di bianco, quello sì che era un dramma no? A me rimane solo la domanda del perché non ci voglia andare, magari è un'altra di quelle occasioni in cui il tempo si ferma e per un po' la mia paura passa.

Chissà perché non ci sono andato, già.









sabato, giugno 14, 2014

Cosa ci lega? - Un racconto 91

La foto l'ho fatta io, sì. ndr
Siamo due e il salotto è stretto più del solito, e come al solito lui parla di Meg e di cosa diceMeg, io di me e di cosa penso io.

Capita sempre così, da un po' a questa parte.

- Dice Meg che per poco non ci muori, ad aspettare che ti passino le ansie.
- Meg ha ragione.

- Dice Meg che la corrente gira sempre al contrario. 
- Meg ha ragione anche stavolta, passa il tempo ma il Po va sempre controcorrente.
- Che cazzo di fiume è il Po, dice Meg.
- Perché?
- Perché è la più grande metafora della vita dopo la Juventus: va sempre al contrario di come ti aspetti vada.
- E la Juve che cazzo c'entra?
- Perde quando ha la vittoria in pugno e vince quando nessuno se l'aspetta. 
 
- Anche questa è di Meg?
- Certo. Sono tutte di Meg.

Meg è una presenza, nel nostro salotto stretto più del solito, fra i nostri dialoghi da amici.

- Meg è indecisa.
- Io parlo di tutto, tu stasera solo di Meg.
- Perché Meg è una di quelle persone che ti segnano, un po'.
- E quindi?
- Mi piace pensare che un giorno o l'altro Meg troverà la sua strada.
- A me Meg sta un po' sui coglioni.
- Anche a me. Però alla fine, c'è un po' di Meg in ognuno di noi.
- E ci vuoi tornare, insieme a Meg?

Silenzio.

La verità è che a lui è mancato l'attimo per porti la domanda fondamentale, quella con la D maiuscola.
Che cosa lo porti a pensare che Meg valga la pena ascoltarla, non l'ho ancora capito. Perché dedicarci un attimo di pensiero? Che cosa lo spinge a credere che Meg sia una che merita la tua attenzione? 


Meg è una stronza immatura. Lo ha lasciato senza dire niente. Ha preso e senza dire nulla è andata via. Meg è una stronza immatura ed è quella che alimenta la classe degli uomini stronzi, come lei.


Eppure, lui è ancora lì che si fa domande, su Meg.

Io su Meg non mi faccio domande. Anche se a volte ci penso, e mi chiedo se troverà la sua strada. A volte penso che un giorno crescerà, e quando succederà, sarà finalmente felice.
Ma questo non glielo dico, mentre continua.

- Dice Meg che piove, nei prossimi giorni.
- Ma l'hai sentita ancora?
- Solo un messaggino.

Che cosa li lega, ancora non gliel'ha chiesto.








lunedì, giugno 09, 2014

Le priorità - Life in Technicolor part 227

Ho sofferto tanto, nella vita, per gli altri. 
Come tutti.

Ho un'atavica incapacità di fidarmi del prossimo perché, forse, scottato dal resto del mondo in qualche occasione.
Come tutti.

Ho anche avuto il piacere di frequentare brave persone, nella vita.
Come tutti.

Per come sono fatto, ho fatto delle persone una malattia.
Soprattutto di quelle a cui voglio bene.
Non capisco e non continuerò a capire, forse mai lo capirò, perché in fondo le persone devino i percorsi, li interserchino, talvolta li facciano scontrare in maniera violenta.
Non lo capisco proprio.
Come tutti.

Ho paura di morire. Ma anche di vivere spensierato.
Come tutti.

Ho commesso errori. Ho chiesto scusa.
Come tutti.

Ho imparato a far di conto, a scrivere, e a stilare scalette di priorità.
Come tutti.

Non sempre l'ho fatto bene. A volte ho sbagliato a contare, a scrivere, a stilare scalette di priorità: e ho pagato.
Come tutti.

Non questa volta. Questa volta le priorità le ho individuate bene.
Importantissime, chiarissime, impossibili da dimenticare.
E questa cosa, ecco.. Questa non è come tutti. Questa è solo mia.
Sono le mie priorità. Sono le cose più preziose che mi siano capitate.

Sono ragioni di vita.
Guai a chi le tocca (e vale per tutti).