mercoledì, aprile 16, 2014

Il mal d'Africa è un ricordo di qualcosa che non hai mai vissuto - Life in Technicolor part 232

Conosco diverse persone che sono state in Africa. Mio cugino ad esempio c’è stato due volte, non c’è tornato solo per cause di forza maggiore, sennò ci sarebbe andato una terza e forse anche una quarta.  Mio cugino parla spesso dell’Africa. Non come ne parlò Veltroni, che disse che ci sarebbe andato e non ci andò mai.

Lui ne parla con cognizione di causa, l’ha vista.

Dice che l’Africa è una specie di malattia, che ti contamina. Spesso racconta che fosse per lui ci tornerebbe, laggiù, per viverci.  L’Africa è un enorme continente dalle mille risorse, decine di guerre e chissà quante meraviglie.

Se ne sente parlare per la desertificazione, è il simbolo della fame del mondo e dove nascono i leoni, che rincorrono le gazzelle ebbre di Gatorade. Ed è anche un sacco di altre cose, che raccontano quelli che ci sono stati.

L’Africa a sentir parlare mio cugino che ci è stato, e che è un ragazzo che secondo me dice sempre le cose come le vede, l’Africa è sul serio un qualcosa che ti trapassa e non ti molla più, una specie di malattia che, anche se guarisci, ti rimangono addosso. 

Ogni tanto capita che tutto ad un tratto e mi trovi a pensare all’Africa. Io non ci sono mai stato, ma ad ascoltare quei miei amici che ci sono stati, posso provare a immaginarla. Dice ad esempio il mio amico Simone che quando tornò da laggiù, per due settimane si stupiva ogni volta dell’importanza dell’acqua.

Oppure, mi raccontò, che lì la gente ride, ride sempre. Ride con gli occhi e il sorriso e fa festa, sempre.  Anche se sono poveri. E che ci tornerebbe, anche solo per quello.  Tutti quelli che conosco che sono stati in Africa ci tornerebbero.  

Curioso.  

È una malattia, dicevo prima, eppure tutti ci tornerebbero in mezzo, proprio ci si immergerebbero e non andrebbero più via, da quel senso che ti regala quell’immenso continente. 

Per dire, Simone ne ha visti di posti, e anche mio cugino, e anche quelli con cui ho parlato che ci sono stati: ecco, tutti hanno visto molti posti, ma solo lì dicono che tornerebbero con quella luce negli occhi che hai quando sei innamorato. 

Forse mi sono lasciato influenzare.  Perché quando capita che ci penso, all’Africa, mi viene come un senso di qualcosa che manca e che posso trovare solo lì. Un richiamo ancestrale che si dissolve nelle immagini di una savana, delle persone sorridenti e dei canti che solo gli africani sanno fare. 

Dicono che l’uomo venga dall’Africa, che tutto sia cominciato lì. L’evoluzione, intendo, e tutta quella roba lì. Io non lo so, non c’ero. Però è come se laggiù ci fossero le nostre radici, e allora a volte penso che sì, forse è vero che l’Africa è una malattia, una malattia che si chiama ricordo, anche se non ci sei mai stato, perché senti che a quella terra sterminata si lega un pezzo che tutti noi abbiamo dentro, nell’anima. 

L’Africa è una specie di seme che germoglia nell’immaginazione di chi non c’è mai stato e nella memoria di chi ha potuto assaporare l’odore di quei luoghi.  

Vorrei che tutto si fermasse, che lì non arrivasse il cemento, la sporcizia, vorrei che lì non ci fossero più cacciatori e le guerre cessassero, vorrei che cessasse subito il processo di riscaldamento globale e che il deserto si fermi, solo per poter aver l’occasione di preservare quella specie di polmone dell’umanità per far sì che tutti, nessuno escluso, un giorno ci possano andare e possano trovare ogni cosa incontaminata. 

Io compreso. 

Per capire cosa si nasconde in quella specie di richiamo, quel mal d’Africa al contrario, che mi prende ogni tanto quando penso che laggiù debbano esserci un sacco di cose meravigliose, un po’ di paradiso in terra, chissà perché poi laggiù, forse perché là ancora sorridono solo per il gusto di farlo, perché in fondo se sei vivo il resto a che importa?

sabato, aprile 05, 2014

Quando è morto Kurt Cobain un po' siamo morti tutti - Life in Technicolor part 231

Se hai conosciuto gli anni '90 come li ho conosciuti io, ossia durante il mix pazzesco ottenuta dall'adolescenza post Guerra Fredda e l'inizio della crescita precoce con una punta di fine del mondo pre-web, ecco: allora forse capirai cosa intendo con questo post. Altrimenti ti sembrerà un'accozzaglia di puttanate, ma ti dirò: poco male.

Quando è morto Kurt Cobain, 20 anni fa, io facevo le medie. Ero un gagno ed MTV neanche arrivava qui in Italia, la musica ce la portavano la radio, i vinili, le cassette e gli amici. I cd li avevano in pochi, e costavano tanto ma meno di oggi. I più grandi conoscevano i Nirvana, non noi gagni. Noi gagni avevamo gli 883 e Jovanotti, e ce li facevamo bastare. Però qualche frammento ci era arrivato, già prima che morisse.

A me è arrivato quando Daniele, il cugino sempre un po' sulle sue e mio coetaneo, scoprì di avere il dono di saper suonare da Dio la chitarra. Ricordo come sapesse suonare ad orecchio canzoni sentite due/tre volte.
Fu grazie a lui che io ebbi il colpo di fulmine, presi al bivio della vita la destra invece che la sinistra (o forse la sinistra invece che la destra, fate voi).
Era uno di quei pomeriggi post-pranzo-di-famiglia a casa sua - di Daniele, intendo - di quelli dove si parla del più e del meno, poi qualcuno chiamò a Daniele una canzone, chiese di suonare qualcosa, e lui allora fece andare tutti in camera sua per quel concertino improvvisato, un po' imbarazzato. Si mise seduto sul suo letto con in braccio la sua chitarrina, Rebecca (ne parlo diffusamente qui), poi dopo aver strimpellato qualche accordo semplice semplice e qualche altro pezzo di quelli classici tipo, cazzo ne so, Battisti, si mise a suonare  Smells Like Teen Spirit. Forse qualcuno chiese cosa fosse, e lui disse che era un pezzo di uno che gli piaceva. Sua mamma sottolineò che l'aveva imparata solo ascoltandola, Daniele, e mentre lo diceva non sapeva che descriveva i pomeriggi di chissà quanti adolescenti, che sarebbero stati vissuti negli anni successivi in tutto il mondo.

Fu lì che ascoltai per la prima volta un pezzo
dei Nirvana.

Eravamo gagni. Al fratello di Daniele che era più grande di noi piacevano i Megadeth e i Metallica e diceva che quella era musica del cazzo, che il metal reggeva di più il tempo ed erano musicisti migliori. Non sapevamo che quel discorso sarebbe stato solo il preambolo di una serie infinita di dispute che continua ancora oggi, fra non soltanto un genere musicale ma fra mondi e ideologie che divergevano sempre più, fino a dilatarsi e diventare filosofia.

Eravamo gagni e non abbiamo fatto in tempo a sognare di andare a vederli dal vivo, i Nirvana, che Kurt Cobain si era già sparato. Per noi il concerto dei Nirvana è sempre stato solo un qualcosa di immaginifico, come l'idea di possedere un Dodo in giardino.

Io, Daniele e te che leggi e capisci cosa sto dicendo, siamo diventati grandi già monchi di uno di quei sogni che hanno caratterizzato la nostra generazione, e anche quella prima: vedere un concerto e vedere se Kurt Cobain e ciò che rappresentava esisteva sul serio. Era capitato oltre che a noi, forse, agli amanti di Elvis (mio papà  dice sempre che lo ha sempre sognato di vedere il Re dal vivo, ma che l'Italia lui, Presley, non se l'inculava manco di pezza perché lui era il Re e in fondo, noi in Italia poveri provinciali): noi quel concerto potevamo soltanto immaginarlo. Noi eravamo post URSS, noi avevamo il benessere post anni '80, avevamo la speranza di star ancor meglio dei nostri genitori (poveri illusi, la tragedia cominciava proprio allora) ma non avremmo potuto veder crepare Kurt Cobain dopo averlo gustato fino in fondo.

Sognavamo i Nirvana e ci rimanevano i miraggi di quanto aveva fatto lui. Sognavamo di imitarlo per come era, ci piaceva il suo essere unico, Kurt Cobain che girava per concerti sporco e suonava le canzoni come cazzo diceva lui prima di spaccare le chitarre per ribellarsi, Nevermind era figo ma non era quello che voleva fare, fece In Utero per dire che cos'era la musica secondo lui e nessuno ebbe la forza di dirgli "no", neanche le Major che lo alimentavano per forza, anche se lui odiava mangiare alla loro mensa. In Utero lo suonò e basta, e la gente lo comprò, e lui che era autentico e aveva paura di non sembrare coerente, si sparò. Noi che Kurt Cobain lo guardavamo da fuori non concepivamo il male, l'eroina, il dolore, non concepivamo il fatto che avesse solo 27 anni ed era giovanissimo: per noi Kurt Cobain era un qualcosa di immortale, lontanissimo e puro, nel suo essere indissolubilmente, desolatamente solo, depresso, paranoico.

Kurt Cobain ci ha fatto piacere le camicie di flanella, le Converse che oggi son tornate di moda, ma anche l'esser tristi e il gusto di autoflagellarsi con paranoie e sguardi nichilisti. Kurt Cobain ha condotto quelli della mia generazione in milioni di posti diversi: dal metal al crossover, allo ska al jazz per cominciare dalla musica, per arrivare al DAMS, a scienze della comunicazione e all'accademia delle belle arti, fino ai sogni come diventare scrittore, musicista, giocoliere, artigiano, barbiere in un suk, Kurt Cobain ha sdoganato la marijuana, ha sdoganato la MORETTI da 66, ha reso credibile avere voglia di fare pubblicità per mestiere o lavorare in TV come sceneggiatore o anche scrivere per il cinema, perché ascoltare Nirvana non era soltanto uno status symbol, ascoltare NIRVANA era l'INIZIO DI QUALCOSA.

Fra tutti quelli che conosco, c'è una distinzione da fare: quelli a cui i Nirvana non sono mai piaciuti, e quelli che hanno cominciato ad ascoltarli a 14 anni. Fai questo gioco e pensa, amico lettore: i primi sono sempre stati conformisti, i secondi da allora stanno cercando qualcosa che non sanno manco più che cos'è.

Kurt Cobain si è sparato 20 anni fa e il colpo del suo fucile risuona ancora nelle teste di chi con la sua musica è rinato, e cresciuto. Con lui se n'è andata una parte di una generazione, ed era la parte con la speranza. Non per niente, quelli che hanno cominciato quel viaggio, oggi sono frammentati in mille celle vuote, piene di sogni e di rughe e capelli bianchi che cominciano a spuntare sui volti, sulle teste, sulle mani e sulle notti passate a sognare di esser come lui.

La verità è che quando avevamo 16 anni, noi che veniamo da là, da lui intendo, non ci siamo resi conto che il nostro idolo era già morto. Avevamo avuto l'imprinting da uno che si è sparato perché aveva paura di non esser abbastanza puro anche se per noi era il più puro: come reazione ci siamo fatti contaminare dalla maschera di essere diversi.

Siamo nati monchi, è questa la verità. Monchi dal vedere cosa sarebbe oggi Kurt Cobain, a 47 anni. Forse sarebbe come Billy Corgan, che ha fondato la più grande cover band degli Smashing Pumpkins. Forse sarebbe come Eddie Vedder che ogni tanto spunta a Roma e suona con la chitarra, da solo, e la gente lo ascolta come fosse ancora un vero musicista grunge. Forse sarebbe come Dave Grohl, che nei Nirvana ci ha suonato ma si è portato via solo la versione 1991, quella di Nevermind. Forse sarebbe morto comunque, come
Layne Staley, nel 2002. Forse non sarebbe stato altro che un buon padre, oggi in fondo Francis Bean ha 21 anni e vive a Los Angeles, chissà chi sarà quello che la sposerà (non io, anche se per un po' io e Daniele e sono sicuro anche tu amico lettore, e chissà quanti altri lo abbiamo sognato, di incontrarla e di innamorarci di lei e che lei si innamorasse di noi, perché sarebbe stato come prenderci un po' dell'anima tormentata di suo padre).

Se lo avessimo visto a 47 anni, forse oggi saremmo liberi e meno rinchiusi nel piacere di essere alla ricerca di quella purezza che lui non ha tradito. Se non fosse morto, forse la gara a cercare di essere diversi non sarebbe mai cominciata, e in tanti che oggi fanno i radical chic, si vestono di sacchi, portano i dreadlocks anche se non sono Rastafari, sarebbero soltanto ingranaggi di un sistema ancora vestito di giacca e cravatta oppure di giubbotti di pelle.

E invece Kurt Cobain si è sparato 20 anni fa, e noi oggi siamo meno vivi di come saremmo stati, ci ha lasciato solo la parte peggiore, quel qualcosa che non passa mai, quel bisogno di cercare e di cercare, a volte finisce che ricordiamo quella voglia di piangere a comando che diceva di volere lui e ancora ci proviamo, perché se lui diceva che piangere era utile allora bisognava piangere, così come allora anche oggi.

E allora: è stato tutto solo una posa per cercare di imitare lui. Lui che il coraggio lo ha avuto, di esser com'era. Lui che ha scambiato il suo coraggio in sconfitta, e ha ceduto, e si è sparato senza insegnarci che si può essere coerenti, vivendo. Sparava a lui e un po' sparava anche a noi, che chissà se mai troveremo ciò che abbiamo scoperto di volere quando abbiamo sentito per la prima volta Smells Like Teen Spirit.




mercoledì, marzo 12, 2014

Le mie storie sono tutte a Nichelino - Life in Technicolor part 230

Stasera sono felice di partecipare a Voci della città, quello slam di narrazione di cui vi ho già parlato qualche tempo fa.
Il tema è "Storie di terra" e mi toccherà raccontare qualcosa che è capitato veramente, e a cui ogni tanto penso per ritrovare un po' di speranza. Non voglio spoilerare, quindi se vi va di sentire la storia venite direttamente al Sud, in San Salvario, sarò lì dalle 21.30 circa.

Qualcosa però voglio dirlo anche a voi che magari al Sud non ci verrete e siete qui che leggete, perché l'idea di raccontare una storia DI TERRA apre il pensiero, perché la terra, la mia, è Nichelino. Un posto che è come Rosengård, secondo me, forse meno grezzo o forse no, chissà.

Per motivi diversi io da Nichelino ci vado e ci vengo, ci vivo per un po' poi vado via, poi magari torno o magari - questa volta - no, chissà: a volte ci passo in auto, a volte mi fermo a salutare chi ci abita, a volte ci vado per giocare a calcio, altre per andare in chiesa, altre per fare una passeggiata.

Io a Nichelino ci sono nato, nel senso che non ho ricordi prima di quelle strade, delle case rase al suolo e sulle cui macerie hanno costruito palazzacci e supermercati, ricordo i campi d'erba e le strade con le buche, le scorciatoie che facevo in bici o a piedi ascoltando il walkman, ricordo il silenzio dell'estate, la biblioteca che era sempre lontanissima da casa, ricordo gli amici e i giri a giocare in sala giochi o all'oratorio, ricordo le persone con cui sono cresciuto, tanti, troppi da nominare, ricordo chi non c'è più (di qualcuno avevo anche parlato, qui e qui), ricordo un pezzo di strada pieno di neve mentre tornavo a casa a piedi in seconda piedi, ricordo l'amore e il primo bacio, ricordo la pizza e la panettiera che faceva la cresta, ricordo la piazza com'era, ricordo la piazza e quegli amici lì, ricordo tante cose, Vasco e gli 883 da ragazzini poi i Nirvana da adolescenti poi ancora Vasco e Nirvana, insieme, quando avevo passato i venti.

Sono tempeste di ricordi e di immagini che si susseguono, una sull'altra, come fossero diapositive in una mostra. E Nichelino rimane in tutte le foto, silenziosa come una mamma che ti guarda da lontano, ricca di legami e di contraddizioni ma sempre affettuosa con chi ne ha fatto parte.

Se stasera andrò al Sud a raccontare, e se sono andato al Rough a raccontare anche a gennaio, e se ho fatto dei reading a CasaMAD, e se ho pubblicato qualcosina, e se sono andato alla Scuola Holden e ho scritto un po', e se ho deciso che con tutto questo ci volevo anche vivere e per ora ce la si fà, ecco allora che il cerchio si chiude.

Tutto è cominciato lì. A Nichelino. Ed è sempre bello pensare a tutte le storie che sono nate lì e che mi porto dietro, da sempre
.

E ringrazio chi lì ho conosciuto, ringrazio chi conosco, ringrazio la sua gente e ringrazio quel piccolo mondo che sta lì e silenzioso mi accoglie quando senza dire niente a nessuno ci passo e porto via un'altra delle storie che sono rimaste lì anche se io sono andato via. Le prendo per raccontarle in giro per il mondo, già, e anche per sentirmi un po' meno solo. Per sentirmi a casa anche altrove, anche se non sono più là, a Nichelino.



mercoledì, febbraio 19, 2014

Il fattore Alino Diamanti - Life in Technicolor part 229

Per svariate ragioni, nelle ultime settimane ho dovuto fare un po' di introspezione e cercare di capire i motivi per cui stavo (e sto) vivendo una certa, difficile situazione. Di solito, ci si pone le domande e si fatica a trovare le risposte e le conseguenti soluzioni, soprattutto se le questioni vengono poste in maniera diretta, cruda, senza fronzoli.
 

Per facilitare questo processo, ho pensato a una metafora che non può che essere sportiva, e precisamente calcistica.

Nel gergo giornalistico e di Scudetto/Football Manager, i calciatori sono indicati come archetipi.
Gargano per esempio è un motorino infaticabile, ossia un centrocampista dai piedi ruvidi che ruba i palloni e ricomincia l'azione.

Luis Nazario da Lima detto Ronaldo era il Fenomeno, ossia un giocatore sopra la media, direi sopra tutti.
Toni una torre, ossia una prima punta che ha nel colpo di testa il suo punto di forza.

Vieri un ariete, cioè un attaccante che gioca solitamente prima punta, in grado di "sfondare" letteralmente le difese.
Pirlo è un metronomo o regista, cioè detta i tempi di gioco.

Questa è la prima definizione. Poi, in seconda battuta, gli archetipi sono accompagnati da una sorta di didascalia riassuntiva che ne etichettano la carriera.

Ad esempio Felipe Melo, centrocampista di contenimento, ha trovato gloria a Firenze per perdersi alla Juventus in un generale marasma tecnico tattico.
Filippo Inzaghi, cecchino implacabile, ha sempre tenuto altissime medie goal.
Matteo Rubin, pendolino della fascia sinistra, non ha mantenuto le belle promesse messe in mostra a Torino e si barcamena fra Chievo Verona e Siena (pare lo cercasse anche il Real Madrid, ma sono leggende).
Ariel Ortega detto il Burrito, mezzapunta classica con il dribbling fulminante, passò alla Sampdoria e andò via senza aver lasciato il segno.


Daniele De Rossi era un predestinato, oggi è uno dei migliori centrocampisti centrali al mondo.

Gli esempi sono molteplici.

Passiamo alla ciccia: per motivarci quando le cose non vanno, bisogna usare il fattore Alino Diamanti.

Che cos'è? Semplice.

Quando non vengono le cose, o si hanno difficoltà a esprimere il potenziale, oppure a dire ciò che si pensa, o anche a fare bene ciò che dobbiamo fare bene, ecco: bisogna ricorrere a lui, Alessandro Diamanti, detto Alino.

Diamanti è un calciatore che oggi gioca in Cina, al Guangzhou Evergrande Football Club
. Ha lasciato la squadra di cui era capitano per andare a capitalizzare quanto di buono aveva fatto nella sua carriera: l'esplosione al Livorno, approdare al glorioso West Ham in Inghilterra, tornare in Italia al Brescia - forse sottovalutato dai grandi club, all'epoca - e trasferirsi poi al Bologna, dove diventerà capitano e conquisterà la nazionale, vivendo anche un Europeo quasi vittorioso da protagonista.

Quest'anno su di lui c'era la Juventus ma il trasferimento non s'è fatto, vuoi un po' per il presidente che non voleva scambiarlo con Giovinco e/o De Ceglie, un po' per lui che era più allettato dall'altra offerta ricevuta dalla Cina.  Già, proprio così: Alino ha preferito andare a giocare in un campionato minore e metter da parte fieno per la vecchiaia, e pazienza che facendo così stia rischiando di perdere anche il Mondiale.


La carriera di Diamanti non è finita, forse entro i 33 farà in tempo a tornare a giocare in Italia e togliersi molte altre soddisfazioni, prendi Di Natale che è quasi un 39enne e corre ancora come un ragazzo di 20 e segna come un pazzo. Rimane il dubbio che forse le sue carte se le sia giocate fino in fondo, chissà: però io, Alino, lo stimo un sacco, anche perché fondamentalmente è uno di quei giocatori che in campo sono il giusto mix di tecnica, potenza, precisione, talento, imprevedibilità.

In tutti noi c'è un Alino Diamanti. Possiamo arrivare al West Ham come alla Juventus, se scopriamo nel modo giusto le nostre carte. Se non ci impegniamo, possiamo essere comprimari nel Livorno retrocesso; viceversa, se crediamo in noi, possiamo caricarcelo sulle spalle, salvarlo a suon di goal e guadagnarci un posto al sole in Premier League.
A volte la vita ci offre di andare a svernare dal Lippi di turno, carichi di yen ma lontani dai palcoscenici che contano: e sta a noi scegliere se scommettere su ciò che possiamo fare in campo, quello che ancora possiamo fare, e ciò che abbiamo fatto, lucrandoci sopra.

Ogni giorno l'Alino Diamanti che c'è in noi combatte contro la diffidenza dei telecronisti e le remore dei tecnici, contro i tifosi incazzati perché il passaggio non viene come vogliono oppure contro la disillusione perché da quando sei arrivato non ne hai azzeccata mai una. E tocca a lui, all'Alino che abita dentro di noi, tirar fuori la giocata che sa fare, quella che ha fatto impazzire la Polonia a Euro 2012 o il goal che ha salvato il Bologna la stagione dopo. Anche perché Alino, lo dicono tutti, quei colpi li ha. Lo dice anche Prandelli, che un po' di calcio se ne intende, figurati.

Ecco. Credo che guardando le cose con il filtro del fattore Diamanti, tutto risulti più semplice. Dovrei adoperarlo un po' di più: anche perché io, al ritiro, non ci penso ancora.





venerdì, febbraio 14, 2014

Stanotte ho sognato la vecchia Scuola Holden e il Generale - Life in Technicolor part 228

Io e il Generale, in uno dei primi selfie
che mi sia mai fatto, maggio 2011.
Ho fatto un sogno, ed è proprio questo qui che sto per raccontarvi.

Anzi, no.

Non ve lo racconto, ho cominciato a scriverlo, poi l'ho cancellato, vi dico la verità, ho desistito perché non so quanto si sarebbe capito e facevo solo la figura di quello che mangia pesante o che forse fa sogni strani.

Comunque: stanotte ho sognato la Vecchia Scuola Holden, non quella grandissima e bellissima che c'è oggi a Borgo Dora, quella vecchia. E soprattutto ho sognato il Generale che è un mio amico che ho conosciuto lì. 


Il Generale questa settimana l'ho sentito al telefono e mi ha raccontato di una cosa bella che gli è capitata.

La cosa figa è che la sera prima che ci sentissimo avevo come l'impressione che stava per capitare una cosa bella, però non l'ho chiamato perché erano già le 21 e io so che alle 21 lui c'ha da fare.


Però io e il Generale, come dire, ci parliamo con il pensiero, e in effetti per questo forse l'ho sognato che stanotte stavamo alla vecchia Scuola Holden, e facevamo le cose che di solito facevamo nella vecchia Scuola Holden, che era un posto più piccolo della Scuola Holden che c'è adesso però capitavano delle cose fighe anche allora, così come certamente capitano oggi, che è grande e non più piccola e sempre Scuola Holden è. Chissà che avremmo combinato nella vecchia Scuola Holden per 'sto fatto che gli è capitata una cosa figa, ma anche chissà che avremmo combinato in quella nuova, però boh, nella vecchia sicuro qualcosa avremmo fatto.

E poi, dopo che ci siamo sentiti, con il Generale, e l'ho sognato, e oggi ho deciso di scrivere questo post visto che è una settimana che ho bisogno di prendere 15 minuti per me e buttare giù due righe e lui era un buon motivo per farlo (ne ho altri ma li tengo per me, gli altri), ho pensato anche che a me essere come lui, come il Generale dico, piacerebbe sul serio. Un po', non tutto che poi alla fine lui è Generale e io no, però chissà, magari un giorno che ci parleremo in lui mi riconoscerò un po' di più di quanto mi capita oggi.

Grazie Generale, sono felice di quella roba lì che ti è capitata. Ti voglio bene.

PS: Ah, poi quando ci vediamo ti racconto cosa capitava dopo che smettevamo di fumare sul divano, che nell'sms non ci stava anche quel pezzo.




martedì, gennaio 28, 2014

Devi vivere ad Oltranza - Un racconto 90

Per leggere questo post devi ascoltare questo.
Bolly non è un personaggio qualunque. Bolly è il protagonista della sua vita, il protagonista principale.

Bolly dorme su una panchina a Vanchiglia, sul lungo Po, fra corso San Maurizio e corso Regina. In quel tratto ci vanno solo i signori a far cagare il cane, alla mattina o prima di cena, e i ragazzi che tagliano, per farsi le canne.

Bolly lascia le scarpe sotto la panchina quando si sdraia, come se fossero ai piedi del letto. Dorme in un sacco a pelo verde militare con la cerniera che arriva al fondo, e lascia solo la fronte e gli occhi fuori.

Ogni notte, ripensa a quando era arrivato lì per la prima volta, lui che viveva in un altro quartiere, alla Crocetta.

A Bolly piaceva l'idea che là alla sera non c'è nessuno, soprattutto d'inverno quando fa freddo ed è umidissimo.

In questa stagione Bolly mette i cartoni sul legno per sentire meno il freddo, lo sanno tutti che il cartone isola. Anche Bolly lo sa, lo sapeva prima di finire a dormire in quel pezzo di Torino.

Bolly non è il suo vero nome, però a Bolly piace che la gente lo chiami Bolly, perché in fondo stacca da quello che era stato prima. Uno normale.

Bolly è finito su una panchina un po' di tempo fa, fa un po' fatica a ricordare cosa ci fosse, prima. Se ci fosse mai stato, un prima.

Qualcuno gli dice, quando va a mangiare dalle suore in via Nizza, Bolly prova a rialzarti, provaci, lui risponde che ci sta provando. Ed è la verità, che ci ha provato.

Però no, non c'è stato posto per Bolly, prima o dopo. Quando è rimasto solo, quando tutto è sparito a Bolly è rimasto solo quel posto, e il rimorso di aver sbagliato a crederci.

Bolly dorme ogni notte perché beve, e la mattina non riesce ad aprire bene gli occhi. Manda odore di strada e polvere, Bolly, si sente sporco e provare a rialzarsi così è più difficile, chi te lo dà un lavoro in quest'Italia di merda se sei uno che è finito in basso? Non lo danno neanche a chi riesce a galleggiare, figurati a me, si ripete Bolly dentro quando la suora gli chiede se vuole approfittare dei bagni del convento per sistemarsi, così può andare all'ufficio di collocamento.

E tutto rimane così, per chissà quanto.

Chissà dove sono i tuoi sogni, Bolly, si chiede parlandosi come gli parlerebbe uno che lo conosce da sempre e gli vuole bene. Chissà dove sei finito tu, Bolly. A Oltranza, si dice Bolly, devi vivere per forza. Perché questo è il mondo di Oltranza, si va avanti finché ce nè e pazienza se tu non ne hai più, sono gli altri che dicono se puoi fermarti, oppure no.

Poi una mattina nonostante il vino acido e il mal di testa Bolly apre gli occhi quando il sole sorge. Sono fessure, però la luce filtra un po' e riesce a vedere cosa capita, lì vicino alla sua panchina.

Vede un paio di quei signori con il cane che si chinano a raccogliere la merda mentre lo ignorano. Vede passare un paio di studenti, guarda una signora elegante che lo nota con la coda dell'occhio ma che fa finta di niente.

Quante cose vede, Bolly, da quelle fessure, non le saprebbe ripetere.

Poi capita qualcosa.

Vede uno, normale, che gli passa davanti e tira dritto. Fa qualche metro, poi però Bolly lo vede fermarsi, come se qualcosa l'avesse tenuto. Lo guarda muoversi, si gira, sembra andargli incontro. Si ferma, lo guarda. Si rigira, sembra che riprenda a camminare per dove stava andando, e si riferma.

Cerca nelle tasche, fruga, tira fuori qualcosa, si gira e viene verso la panchina. Bolly tiene gli occhi a fessura, sembra che li abbia chiusi e invece ci vede.

Il tipo s'avvicina, gli poggia fra la testa e il resto del sacco a pelo un po' di banconote, saranno 40 euro. Gli dice Amico, forza, si rigira e va via.

Bolly non riesce a dirgli grazie, o altro. Rimane così. Sente dentro come una specie di senso di gratitudine, perché tante volte si era chiesto se gli altri lo vedessero.

Apre gli occhi, ora non sono più fessure, sono occhi. Si tira su, il cartone sfrega sul legno. Apre il sacco a pelo, le scarpe sono dove le ha lasciate, sotto la panchina, fredde.

Bolly mette i piedi dentro, respira, stringe i muscoli e si sente vivo.

Oggi, pensa, oggi se riesco mi faccio una doccia. Poi pensa Cazzo, quanto tempo mi hanno tolto. Se lo chiede e dice che lo rivuole indietro.

Se devo vivere a Oltranza, pensa, allora voglio provarci.




martedì, gennaio 14, 2014

Il 15 gennaio debutto in società - Life in Technicolor part 227



La fissa del racconto a voce in pubblico m'è presa un paio di anni fa quando parlavo con Gianluca nel suo ufficio alla Scuola Holden durante una pausa pranzo di quelle che ci facevamo io e lui, da soli.
Mi raccontò di un festival di narrazione orale che fanno negli Stati Uniti, e di come lo storytelling orale da quelle parti sia più sentito e considerato che dalle nostre.
Mi era sembrata da subito una cosa figa, quindi mi ero detto che una volta o l'altra ci avrei provato.

Raccontare storie, e basta. Non leggerle, non suonarle: solo raccontarle.

Poi capita che uno di voi che leggete il Diario, qualcuno che ringrazio pubblicamente qui, mi scrive in privato e mi dice: "Ehi guarda, c'è questa roba qui, forse a te interessa", ed è una roba che combinazione fanno in un locale che conosco a San Salvario, e quella roba lì è proprio uno slam di narrazione orale che si intitola Voci della Città.

Mando la candidatura e, guarda un po', mi prendono.

La serata è il 15 gennaio, a partire dalle ore 22. Titolo: "Storie di sfortuna".

Ora, io non so come andrà e francamente non mi interessa, anche perché le storie sono cose particolari da maneggiare, il più delle volte le pigli e le pastrocchi senza che gli altri capiscono che in realtà stai giocando con il mondo, un po' di sogni e sopratutto ciò che vivi tu. Le storie dice qualcuno che esistono per essere raccontate, e allora ci si trova a volerlo fare sempre meglio, altrimenti si sprecano.
Domani sera debutto in quel mondo lì. Posso perdere, anzi: è molto difficile che vinca. Però voglio provarci.

Mi sembra che sia la cosa più pura, raccontare. Più di fare tutto il resto, scrivere, suonare, ballare, etc. Intendiamoci: sono cose irrinunciabili anche quelle. Ma il gesto del narrare, quello mi sembra veramente il più genuino.
Per quello mi sembra una cosa tanto bella da fare.

Quindi: se vi va, ci vediamo al Rough, via Principe Tommaso 3, domani sera.

Vediamo se fa l'effetto che mi raccontava Gianluca, in quella pausa pranzo di chissà quanto tempo fa.