martedì, gennaio 03, 2006

Il viaggiatore

Il silenzio rende fermo il mondo. Ciò che non parla non esiste, fino al momento in cui qualcuno non si rende conto dell’inutilità del rumore. Il freddo acutizza questa sensazione di immobilità, la pervade fino a farla entrare nelle membra di chi vi si immerge, inconsapevole della forza che in esso risiede… e della paura che da esso si genera.

Il viaggiatore è solo. Vento gelido gli taglia in due lo sguardo perso nel vuoto. L’imbrunire, impassibile, volge al suo culmine. La neve accenna un timido risveglio, nel suo infaticabile vorticare nel cielo della montagna; la calma del giorno lascia spazio solo ad un’inquieta immobilità.

L’uomo è solo nella radura, nel centro di un bosco che non conosce, selvaggio ed inesplorato quasi a giustificare la Natura nella sua incessante resistenza a lasciar spazio al genere umano. Un’arcaica quanto ancestrale fermezza, una volontà mai sopita, mai compresa.

Il viaggiatore fugge: scappa da un qualcosa che non riguarda il mondo che ora lo circonda, un mondo totalmente nuovo che credeva di conoscere ma che gli è estraneo.

Immerso nel silenzio, l’uomo cammina, cerca di ritrovarsi, cerca di affidare un senso alla sua fuga, ma non fa che rimanere zittito da quello splendido alito di morte che avvolge quel luogo di perduta e incontaminata beltà.

Affonda i piedi nella neve fresca, mentre il tramonto opacizza il bianco che intorno a lui regna incontrastato. La fatica che traspira dalla sua fronte sudata non viene neanche notata dagli alberi che lo circonda, come se lo osservassero divertiti. Sono diverse ore che il viaggiatore sta scalando il colle, dove sorge il bosco.

Il sentiero intrapreso è perso, le intemperie lo hanno smarrito. Si trova fuori pista, la sua fuga ora è anche dal pericolo di rimanere fuori per sempre dal grande gioco della vita.

I suoi indumenti sono ora una pelle irruvidita dalla neve che copiosa, lentamente, ha incominciato a scendere dal cielo che si incupisce. Arbusti spuntano agonizzanti dal manto candido sulla terra. Fili di ghiaccio scendono dai rametti, come lacrime solcano il viso di chi muore senza aver espiato le proprie colpe.

Oggi più che mai, il viaggiatore sente intorno a lui la grande accompagnatrice, la fine della sua esistenza terrena, quello che alcuni considerano trapasso ma che ora non fa che sembrargli solo un grande, meritato riposo.

Continua a salire, pensando a cosa gli aspetta al di là del colle, di quella selva rimasta intatta da gesti umani. Sibila parole di commiato nel silenzio della notte che scenda, sperando che una qualche divinità possa ascoltarlo: il viaggiatore sa che quello spettacolo così innocente potrebbe anche essere la sua rovina.

La temperatura lascia spazio alla sconfitta delle sue speranze; il freddo lo avvolge fino a rendergli impossibili i battiti di palpebre.

Il viaggiator continua perseverante nella fuga da ciò che era ormai il suo passato. Nessuna creatura di quella contrada lo tormenta per sapere.

Perché il suo presente, un presente di gelida realtà, non è affar loro: gli alberi, le foglie, i fiocchi di neve, cadranno fino a seppellirlo, ma non lo considereranno mai parte della loro specie.

L’uomo ha deturpato la Natura, asservendola ai suoi scopi: quegli stessi alberi, inconsapevoli, oggi si prendono la loro rivincita nel vedere quel viaggiatore sfinito perire per il freddo, in un bosco che ora sembra solo un bianco inferno.

I passi si fanno più difficili, la neve cade ora copiosamente. Il nulla avvolge il viaggiatore, il nulla travestito da placida macchia montana.

Il movimento delle sue gambe è lento, terribile nella sua difficile esecuzione. Un sasso rompe il gesticolare ormai automatico delle estremità inferiori del viaggiatore.

Cade, a pancia in giù, immergendo il viso nella manto nevoso appena posatosi sul terreno. Il gelo si insinua fra le pieghe del suo viso, arrossandogli le membra, sbiadite dallo sforzo. Sarà la fine? Si chiede il viaggiatore, ormai stremato.

E’ il tragico gioco di un impotente di fronte all’enormità della Natura e del suo placido esistere, del calmo decorrere degli eventi nella mandria di esseri che vagano sulla Terra.

Ora il viaggiatore è sdraiato al suolo, mentre i candidi fiocchi ricoprono, oltre che il suo corpo reso inerme, anche l’ultima speranza che serbava in cuore.
Credeva, il viaggiatore, di assoggettare in quella fuga l’equilibrio naturale che vige nel mondo, un equilibrio che vige dalla comparsa della vita.

Credeva il viaggiatore, di avere la forza di affrontare il bosco, di poterlo piegare, credendo più temibile il motivo della sua fuga che il silenzio della montagna. Si sbagliava. L’errore gli costerà caro.

La vita comincia a rifluire dal suo corpo, lasciandolo solo con il proprio ed inutile pentimento. Si è pentito il viaggiatore di questo gesto così sconsiderato, consapevole che è la propria stupidità ad averlo trascinato a vivere quel momento.

Con un pugno stringe la neve che ancora non ha rinsaldato i suoi legami con la terra, nel ghiaccio notturno. Ormai i raggi di sole che illuminavano il suo passo deciso hanno lasciato il posto al grigiore del tardo pomeriggio, che oscura ancor di più la sua fine e la sua condanna.

Il suo pugno chiuso, serrato in quel presa che non ha più niente dentro, lascia spazio solo ad una richiesta di perdono. A pochi metri, la selva sarebbe finita? Sarebbe continuata per sempre?

Il viaggiatore prova a rialzare lo sguardo, fino a osservare cosa lo aspettava: non distingue, non vede che una marea bianca solida e silenziosa, solitaria e separata dal mondo che il viaggiatore conosceva.
Ora non conosce più nulla, solo l’assordante mormorio dei rami scossi da un vento terribile nella sua fredda crudezza. Oggi più che mai il viaggiatore sa di esser solo, di non poter più scampare al suo destino; è segnato nella sua nudità di essere mortale, essere parte di una piccola parte del grande disegno che è l’esistenza.

La neve continua a cadere: l’impercettibile rumore dei fiocchi al viaggiatore pare ora i passi decisi dell’austera dama, la Morte.

La
sente intorno a sé, ne lamenta l’esistenza nonostante sappia che da essa non potrebbe sfuggire neanche nel pieno del suo vigore. Ora più che mai il suo corpo è proprietà di un qualcosa che sfugge alla sua dimensione, alla sua comprensione.

E’ quasi finita. Il freddo si è impadronito di lui.

Ora il silenzio è fermo, come quando il respiro viene raccolto prima di un salto. Ora il viaggiatore non riesce più nella presa, nel suo tentativo di ribellione contro quel destino così sarcastico. Il suo pugno non è più serrato, il suo sguardo non è più rivolto a ciò che è davanti, ma è perso in quel unica sala bianca che è diventato il bosco.

Lo sguardo è perso, la sua speranza non sussiste più. Il viaggiatore prega in silenzio, si lascia andare a invocazioni mentali verso un Dio che non ha mai considerato. Prega nella mente, senza rendersi conto che oggi, probabilmente Dio lo sentirà ma non gli concederà ciò che le sue suppliche chiedevano lui.

La fine è giunta, il viaggiatore lo sa. La Morte arriva di soppiatto intorno a lui, mentre gli alberi si stringono contornandone la visione.
Il freddo sparisce, ma il buio della notte diventa luce abbagliante. Il freddo diventa calore. Le membra non sono più. Ora tutto è passato. Il viaggiatore non c’è più. Rimane solo un unico, grande silenzio.

[Tratto daCronache di una talpa che si nasconde", raccolta dello scrittore F]

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