martedì, febbraio 28, 2006

Esiste?

La discussione continuò a lungo.

Ma con peculiarità curiose:

Joshua parlava mentre pensava di quale forma fosse
"il viaggiatore", di cosa parlasse, cosa contenesse.

Furio rifletteva mentre attendeva di rispondere, su come Siebel_boy si rivedesse nel viaggiatore, e se la Ibrid che conosceva Joshua fosse la stessa che conosceva Siebel_boy.

sabato, febbraio 25, 2006

Il viaggiatore

Un bar. Una giornata assolata. Due persone sedute ad un tavolino, in un dehor appena abbozzato in un giorno di metà marzo. Pomeriggio.

«Che leggi in questo periodo, Furio?».

Dopo diverse settimane, Joshua e Furio si rincontrarono per "parlare" a modo loro.
Joshua a parole, Furio a gesti ed enigmi.

La prima domanda dopo i canonici «Come va? Che si dice? Come va il lavoro? [Continua]» era sempre sulle letture.

Furio sorrise. Sapeva che rispondendo avrebbe potuto spezzare l'equilibrio che Joshua aveva costruito intorno a sè e Ibrid.

Stava leggendo la storia di un uomo, una banalità scritta da un giovane scrittore sconosciuto, che però era adattabile a quel Siebel_boy di cui Joshua si era incautamente scordato.

«Allora, Furio, mi rispondi?»

Furio gesticolò, mimando la frase: «Prima parlami di lei».

«Oh, lei è fantastica. Pensa che mi sta aiutando a inserirsi nell'azienda dove lavora. Mi aiuta, mi parla, mi consiglia.. credo anche che mi voglia bene sinceramente».

«[Furio gesticolò una frase simile a "Ma ti stai innamorando?"]»

«Non lo so. Credo di sì, però è presto per dirlo. Lei c'è sempre, anche se è solamente una sorta di offuscato quadro sporcato da polvere e tempo».

«[Furio gesticolò una frase simile a "Sai tutto di lei?"]»

«Che intendi?».

«[Furio gesticolò una frase simile a "Ha mai parlato delle sue storie passate?"]»

«No. Però questo non fa differenza. Io ormai guardo avanti. Se guardassi indietro riscoprirei Lei, e sento che non sarebbe la cosa giusta. Piuttosto te, non mi hai risposto alla domanda: che stai leggendo in questo periodo?»

Furiò non si espresse a gesti.
Lo scrisse su un foglietto estratto da portafoglio, con la sua penna vecchia ma perfettamente funzionante di un'imprecisata squadra di calcio.

«"Il viaggiatore"?Cos'è, un romanzo?»

«[Furio gesticolò una frase simile a "Quasi, però molto triste e per certi versi con risvolti veri"]».

«Me lo passi? Sembra interessante».

«[Furio gesticolò una frase simile a "Ok, al momento giusto te lo darò"]».

La discussione continuò ancora a lungo. Joshua però non colse l'allusione a Siebel_boy.

venerdì, febbraio 24, 2006

Scritto di sana pianta da sana mente in sana stanza

Sono stato insano, nel silenzio che ho raggiunto, nella voce che ho perso.

Perchè ho concepito come malattia quello stato di consapevolezza che in realtà ho sempre ricercato.

Siebel_boy. Ti ho ripensato.

Joshua ha aperto nuovamente il mio vaso di pandora.

Ora non c'è che il ricordo nella mia mente.

Ora non c'è che paura.

A te, Siebel_boy, io devo la sconfitta della mia voce.

A te, Siebel_boy, io dedicherò il mio pensiero stanotte.

Perchè so che Joshua ha toccato ciò per cui tu avresti dato l'anima. Ora tu sei lui, e lui è te.

Siebel_boy, l'hai aiutato senza sapere come nè dove, senza sapere nè quando ne perchè.

Siamo come esseri senza sapienza, Siebel_boy.

Io che sono muto, parlo con te, uomo o fantasma, non so, e credo di poter camminare a testa in giù senza sentir affluire il sangue nel cervello.

Credo che la sofferenza sia solo il non poter parlare.

Non capisco che la vera sofferenza sia amare senza poter dire di amare.

[Dal diario di Furio, scritto nella pausa pranzo vissuta nell'ufficio del palazzo di cemento e smog, in uno dei tanti pomeriggi in cui, altrove e intanto, Ibrid e Joshua guardavano l'orizzonte dal muretto sopra la collina e non sapevano il perchè o il per come].

mercoledì, febbraio 22, 2006

Il grano di Sicilia














I giorni correvano, nonostante l'improvviso licenziamento di Joshua dal suo lavoro nel palazzo di cemento e smog lo avesse portato ad un'insolita immobilità.

Non sentiva più Furio da un pò, ma questo non lo preoccupava. Lo avrebbe rivisto. Ora per lui c'era altro.

Ibrid era diventata il suo punto di forza, la sua grazia ricevuta, la sua unica ragione di pensiero.


Si trovavano, si solito, il pomeriggio sul muretto della collina, lassù, da dove si vedeva ogni angolo della città.

«Dove sentiresti l'odore più genuino del mondo, Ibrid?»

«Credo che ve ne siano due: il sale del mare e la sabbia del deserto. Non so se esiste un posto dove queste due essenze si fondano con un unico senso, però credo che la loro unione potrebbe dare l'odore più puro e più genuino».

Il silenzio di un bacio. Joshua fissò l'orizzonte.

«Tu, Joshua, dove pensi venga sprigionato l'odore più genuino?»

«Hai mai visto Il Padrino?».

«Si».


«Ebbene, ti ricordi quelle scene in cui Al Pacino cammina nelle campagne della Sicilia con sua moglie? Ti ricordi quella strana atmosfera di silenzio quieto, come se la giornata si racchiudesse tutte nelle prime ore del pomeriggio? Il sole che illumina le spighe di grano, fino a farti sentire caldo dentro le ossa e solo l'alito di vento ti permette di riprendere a respirare. Il cielo azzurro, macchiato qua e là di nuvole chiare e labili come ciuffo d'erba, che osserva il mare di frutti della terra che ondeggiano all'aria che viene dal mare e la polvere dei sentieri mischiata alle sementi che la primavera trasporta con sè. Ecco, tutte queste componenti regalano una sorta di aura magnifica, come di miscuglio di sensi che esaltano non solo l'odore ma anche i restanti quattro sensi».

«Hai vissuto in Sicilia?».

«No».

«E come sai che è veramente così?Non mi dire che l'hai dedotto da Il Padrino!».

«Non so... è come se ci fossi sempre stato. Ma se vuoi ti posso fare un altro esempio per dirti cosa fa nascere l'odore più bello del mondo».

«Che cosa?».

«I tuoi capelli».

Il pomeriggio non era ancora finito.
Il tempo per le parole invece sì.

Ibri e Joshau smisero di parlare e guardarono l'orizzonte macchiato di sole, mentre le loro braccia avvolgevano le rispettive schiene.

martedì, febbraio 21, 2006

Riassunto

Joshua vive, Joshua sogna, Joshua spera, Joshua ama, Joshua sussurra, Joshua urla, Joshua pensa, Joshua osserva, Joshua narra, Joshua suona, Joshua crea, Joshua rinomina, Joshua elimina, Joshua scherza, Joshua ride, Joshua piange, Joshua ascolta, Joshua compone, Joshua rotea su sè stesso e nello spazio, Joshua s'arrabatta, Joshua cammina, Joshua spunta e poi si pente, Joshua insulta, Joshua abbraccia, Joshua si presenta.

Joshua si innamora.

Joshua bacia.

Questa è la storia di Joshua, ma non solo. Questa è anche la storia di quelli che aspirano a vivere.

domenica, febbraio 19, 2006

Lo sguardo alla finestra

Chissà come finì quella serata.

Joshua non ricordò per molti giorni l'epilogo di quei momenti, come tornarono, se tornarono, perchè si lasciarono o come si salutarono, se parlarono o si ritrovarono nuovamente in un bacio.

Tutto era avvolto nella nebbia, contava solo la risposta di Ibrid, quel suo voler essere il primo passo per una nuova vita.

Insieme, coraggiosamente, al di là di ogni corrispettiva paura.


Joshua era felice. La mattina lo aveva svegliato con il tepore della casa, che bilanciava il freddo pungente del mondo fuori dal suo piccolo regno. Nevicava. Guardò fuori.

«Sento più caldo, oggi».

Joshua appoggiò la fronte sul vetro, incrociò gli occhi per guardare appannarsi la superficie amorfa del solido vetroso. Pose lo sguardo nuovamente sull'esterno: la neve era bellissima.

Il palazzo di cemento e smog era lontano. I brividi erano lontani.

Un piccolo suono interruppe la silenziosa sinfonia dei fiocchi sul davanzale.

Joshua guardò il suo telefono cellulare, lasciato acceso nella speranza che suonasse e che dall'altro capo si trovasse Ibrid.

Speranza esaudita.

Un sms.

Joshua guardò nuovamente fuori.

E' bello aspettare di leggere cosa ha da dirti una persona che ti sta particolarmente a cuore, mentre fuori nevica.

venerdì, febbraio 17, 2006

Anche se

Il muretto era divenuto il posto più bello del mondo. Il centro di tutto ciò che esiste.

Lei non era più che un ricordo, ora c’era solo il nero degli occhi di Ibrid e l’intenso sapore della sua pelle, le sue labbra sottili che sfioravano un volto prima solamente pieno di delusione.

Chi era Lei?
Joshua, in quel bacio non avrebbe saputo dirlo.

La strada era deserta.
Un lampione illuminava il loro palmo di terra, come riflettori di palco che indicano allo spettatore quale sia il punto focale della scena.

Le loro labbra si incontrarono, chissà per quanto, chissà come, in un attimo senza tempo, senza alcun riferimento.

«Grazie, Ibrid».
«Perché?».

«Mi ha liberato dal Suo ricordo, regalandomi il primo mattoncino per costruire il mio futuro».
«Nessuno mi aveva mai dato del mattone».

«Anche se ci siamo appena conosciuti?».
«Anche se ci siamo appena conosciuti.».

La felicità è un momento lungo tutta la vita.
Joshua e Ibrid avevano trovato il loro.

giovedì, febbraio 16, 2006

Equilibrio e bellezza

«Tu, Joshua, dove ricerchi l'equilibrio?».

«Io non ho idea di dove nel mondo si trovi la vera situazione perfetta, imperturbabile ai cambiamenti: ma so che una volta ho conosciuto la bellezza, che dell'equilibrio è la parente più stretta. Credo che questa, per quanto labile nel tempo, sia la situazione migliore per ritrovare equilibrio: quando questi si sposa con qualcosa di bello».

«Avevi legato a qualcuno questo punto di contatto?»

«Beh, sì. L'avevo legato ad una Persona. Qualcuno di veramente speciale. Ma vedi, il fatto che quel qualcosa che fra me e Lei era forse talmente bello che il peso della bellezza ha disarmonizzato l'equilibrio, facendolo alla fine divenire confusione»

«Quindi, per te, l'amore non è l'unione fra equilibrio e bellezza. Se dici il vero, hai visto da vicino come l'amore e il suo potere abbellente sia talmente forte che anche l'equilibro che porta è destinato a crollare sotto il peso della sua stessa bellezza».

«No, Ibrid. Semplicemente, talvolta noi incontriamo personaggi che stanno al di là della nostra portata, sono come angeli che non compensano con nulla il loro essere elemento di cambiamento. Lei per me è stato questo: un confine oltre il quale non si può più tornare ad essere come prima, che segna il passaggio a dimensioni impossibili da lasciare».

«Anche io ho amato. Solo che non ricordo più chi e come. O meglio, l'ho voluto rimuovere in una sorta di sofferenza acuta. Non lo voglio ricordare... anche perchè talvolta il presente può abbattere il passato. L'attimo che vivi è il primo mattone del tuo futuro».

«Mi dici quindi che tu sei della scuola che vede nel cogliere l'attimo il primo passo verso la coniugazione di equilibrio e bellezza?».

«Forse. E' come definire il primo livello di questa unione. Io la attribuisco tanto agli occhi di un cucciolo di gatto alla distesa di azzurro che forma il cielo.. Ecco, per me il livello di perfezione, ciò che può dirsi bellezza assolutamente perfetta nel suo equilibrio, è il guardare il cielo e vederlo rabbuiarsi all'imbrunire, come i raggi del sole si mischiano con quelli della luna rendendo per un attimo il cosmo grande come il riflesso di una candela nel più grande degli oceani.
E magari, in quel momento, sentire attorno a sè il calore di un abbraccio... ma quello non è indispensabile».

«Ibrid, ti posso baciare?».

«Sì».

[Dal dialogo fra Joshua e Ibrid, sostenuto alle 3.03 di un sabato sera come tanti, seduti sul muretto della piazza dopo che anche Pedro e Clarissa erano tornati a casa]


mercoledì, febbraio 15, 2006

Un attimo d'amore

Fu una sera il momento in cui Joshua si accorse dell'esistenza di Ibrid.

Una sera come tante altre, dopo una settimana di lavoro in cui aveva creduto di esser vissuto con la sensazione di poter veramente assaporare ogni attimo.

E forse, effetivamente, non sarebbe potuto essere diversamente, se non che... quei momenti che aveva assaporato di più erano momenti veramente pieni di sofferenza, dubbi, malinconie... e tanta nostalgia.

In piazza quel sabato sera c'erano tutti: Gerry, Lu, Gheppo, Ale, Il Ministro, e tutti quelli di cui sapeva l'esistenza e di cui un giorno sì e un giorno no dimenticava il nome, ma con cui il sabato sera era veramente un divertimento allo stato brado.

L'incontro con Ibrid fu fra una sigaretta buttata e una birra stappata.

L'eleganza si sprecava, i rutti volavano, ma Joshua sapeva che solo lì poteva sfogare tutta la frustrazione per una storia andata male, per la consapevolezza che Lei c'era ancora ma non c'era più.

La portò lì, in veste di compagna di corso, Pedro.

«Raga, questa è Ibrid». La frase si fermò lì.
La compagnia si girò, la guardarono, le mani si strinsero, i sorrisi si sprecarono.

Joshua rimase impassibile, seduto sul muretto che era solito utilizzare come seggio nel preserata che anticipava la solita visita al solito locale di musica metal, il Biggest.

Anche le ragazze che frequentavano il giro, Sere, la Laura, Mony e Clarissa, sembravano stranamente socievoli. Un ingresso perfetto, verrebbe da dire.

Joshua però non si mosse, rimase fisso, dando l'impressione di non aver capito se quella che era appena arrivata era veramente una persona vera o il frutto di una ciucca non prevista.

«Ciao, sono Ibrid». La sua mano si frappose fra il collo della bottiglia di birra e il suo sguardo.
Joshua alzò gli occhi, e si trovò davanti quella che forse era l'unica ragione buona per poter dimenticare Lei.

Ibrid, i suoi capelli lunghi oltre le spalle, le sue braccia, le sue gambe, i suoi seni, le sue labbra, i suoi occhi, il suo naso, i suoi fianchi, la mano più vicina a lui e quella più lontana, gli orecchini che spuntavano dai suoi lobi, la sua collana, i jeans che la stringevano rendendola fine e formosa allo stesso tempo, la camicetta lievemente aperta, la giacca e la sciarpa che armonizzavano il colore della sua pelle in un'enfasi cromatica indicibile per delicatezza e bellezza. Joshua quasi non credette.

Poi le strinse la mano. E ci credette.

Quella che aveva davanti non era un sogno.

Era solo un attimo di vero amore che, come per magia, si era parato di fronte ai suoi occhi materializzandosi in un corpo di giovane donna che rispondeva al nome di Ibrid.

In quel momento, come in burrasca violenta, il suo cuore si era unito con quello della persona che poneva di fronte, le loro labbra si erano toccate, ammantate l'un l'altra come da turbinio di vento inarrestabile.

Tutto in un attimo. Tutto in un secondo.

Le strinse la mano, e le disse: «Joshua». Semplicemente disse il suo nome.

Ma quella ragazza capì che dietro quell'apparente semplicità si nascondeva forse la strada per sfuggire alla nostalgia che la attanagliava.

La nostalgia di un momento che, nonostante fosse riassumibile come un cielo in un planetarium, era in fondo stato vissuto in un asilo, una mattina, quando la sua mano strinse quella di un bimbo che amava tenere i suoi capelli attaccati ad una scarpiera. Posted by Picasa

lunedì, febbraio 13, 2006

L'immensa distesa di azzurro e sabbia

La notte era il momento in cui Furio osava di più.
Spingeva la propria voglia di conoscenza e la sua associalità oltre il limite dell'assurdo, vegetando a più non posso fra Internet e libri più unici che rari.

Ascoltava sempre la radio, non accendeva mai la tv.

Per accompagnare le sue letture, al massimo spingeva la propria smania investigativa con il sottofondo di qualche cd, ma mai di un qualcosa che potesse emettere immagini.

Amava la voce degli altri, facendo finta che quelle tante tonalità divenissero per un attimo ciò che non aveva mai potuto assaporare.

Il suo nutrimento era in ciò che cercava, e lì, oh sì, amava guardare immagini mozzafiato. Paesaggi, soprattutto, ma anche quadri di pittori noti e meno noti, fotografie di piante nel vigore più corposo, e scatti del mare, in tempesta o nella quiete che lo rende piatto come una tavola.

Era il deserto ciò che gli faceva più impressione. Molte volte guardava per ore fotografie di immense distese di sabbia, dune che brulle variegavano l'orizzonte più monotno, e ne amava la magia, quasi a sapere che in quella distesa di nulla si racchiudevano tutti i significati dell'universo, sarebbe bastato fermarsi solo a cercarli.

Furio sapeva però che un solo deserto, quello ricavato dalla malizia dell'uomo, racchiudeva in sé il vero punto di incontro fra uomo e verità. Perchè solo nei propri errori l'uomo ritrova la strada per dirigersi lungo la retta via, riprendendo in mano il destino che il cielo gli ha concesso.

E questo, per molti, non poteva che essere tragico.

Ricordava ancora l'incontro con chi avrebbe potuto aiutare Joshua.

Siebel_boy era l'unico che aveva saputo racchiudere le proprie paure e il proprio dolore in una sorta di scatola immaginaria, la quale era stata poi sepolta in luoghi remoti. Ciò che serviva a Joshua.

Furio lo aveva conosciuto una sera di maggio di alcuni anni addietro, non quantificabili per numero.

Lo aveva osservato, e aveva capito che il suo essere tangibile era solo una facciata, un depistaggio per chi si basa sulle apparenze.

Muto non solo per via del suo silenzio indotto, lo aveva osservato camminare nella notte, solitario, rivestito in una sorta di alone che lo rendeva quasi estemporaneo.

Lo aveva seguito con lo sguardo dal cortile del locale notturno in cui si trovava, colpito da quel silenzio che era anche interiore.

Furio notò quel suo sguardo perso all'orizzonte, il quale ha visto come la linea che divide il cielo e la terra non si nasconde che sabbia e vento, azzurro e rosso, calore nel sole e freddo polare nella luna.

Siebel_boy si sedette su una panchina, poco distante dall'entrata del locale. I suoi amici erano dentro a gozzovigliare con qualche puttanella. Furio pensò di avvicinarsi e intentare un dialogo, alla peggio gli avrebbe solo scroccato una sigaretta e sarebbe tornato ad annoiarsi nel cortile del locale.

Si alzò dal confortevole marciapiede su cui era seduto, e gli si avvicinò.

Lo avvicinò e si espresse a gesti, mimando una serie di movimenti che racchiudevano solo la sua grande confusione.

Voleva chiedergli se e cosa facesse lì, davanti a quel locale che aveva testè visitato e che gli era parso pieno di contraddizioni, oltre che di ragazze forse troppo facili.
In realtà si limitò a mimare il gesto di una sigaretta, e gli si sedette accanto.

Musica forte, birra a volontà e quel marciapiede così pieno di cicche e mozziconi di canna lo avevano forse abbattuto come avevano abbattuto lui?

Forse Siebel_boy stava lì per il suo stesso motivo.

Siebel_boy gli sorrise, tirando l'ultima boccata di sigaretta.

Gli porse una sigaretta, e dandogli un accendino scostò lo sguardo verso il basso.

Furio accese la bionda, e nel restituirgli l'accendino gli fece un gesto verso il locale. Sorridendo, emise qualche suono e fece segno di ballare, come a chiedere: «Non ti diverte il posto?»

Siebel_boy fece cenno di no. Furio allora indicò le tempie, come a dire: «E allora a che pensi?».

Le sue parole furono alquanto sibilline: «Ho visto il mare di Aral, e non mi scorderò mai che in fondo al mare un giorno si potrebbe poggiare anche la più solida delle navi, senza che essa possa avere un foro nello scafo».

Furio non capì.
Seppe solo alzarsi, ringraziarlo e tornar al suo marciapiede contento di aver trovato una sigaretta e conosciuto un pazzo. I pazzi gli erano sempre piaciuti, perchè erano suoi simili: a lui mancava la voce, a loro la coscienza di essere.

Ma Siebel_boy non era un pazzo.

Furio lo capì qualche tempo dopo, scorrendo le foto del mare di Aral e cercando di guardare al di là della linea che divide il mare dalla terra, laggiù, dove non si vede l'immensa distesa di azzurro e sabbia, laggiù, dove è calore con il sole e freddo con la luna.

sabato, febbraio 11, 2006

Un brivido

























Urla. Come ogni giorno.

«Non si può andare avanti con una situazione male organizzata come ora e pensare di riuscire [continua

Era Joshua a staccare la spina dal cervello quando vedeva che la c/k-apò andava via di testa.

Il termine c/k-apò l'aveva coniato Furio in uno dei suoi soliti enigmi su carta-tovagliolo-papiro, quelli scritti con la penna vecchissima di un'improbabile squadra di calcio.

Indicava la donna oltre la scrivania, la responsabile dell'ufficio, una donna di mezza età, austera e competente, poliglotta e poco riflessiva, che sovrastava tutti con i propri impeti e le proprie iniziative.

Una capo che, per Furio, racchiudeva un qualcosa di marziale, che riassunse un giorno con il gesto del saluto romano.

Joshua gli chiese se kapò potesse andare bene, e lui, preso un brandello di giornale di 4 giorni prima, compose una sorta di geoglifico a forma di c/k-apò. Da allora, la donna oltre la scrivania che comandava nell'ufficio era diventata la c/k-apò.

I suoi monologhi sulla situazione che non va e della disorganizzazione latente [continua] duravano il tempo di un pensiero libero. Joshua, dalla sua postazione, riusciva a trapanare i vetri oscurati di polvere della finestra che davano sulla strada e lasciare lo spazio racchiuso nel palazzo di cemento e smog.

Poteva partire verso un campo dove avrebbe preso parte ad una partita di calcio, verso una piazza stracolma di gente in cui una serie di bancarelle gestite da polacchi improvvisano un mercatino delle pulci, o anche verso una sala concerto in cui una chitarra lo aspettava, smaltata di rosso e accordata a puntino, pronta per essere distorta. Viveva viaggi in macchina alla luce del primo sole, esplorando nuovi lumi della ragione a dorso di dromedario, oppure riviveva la vita di chi moriva sulle pagine del giornale, immaginandone dolori e aspirazioni.

Ma il più delle volte, Joshua partiva per incontrare Lei, per rivederLa in volto, per parlarLe una volta in più, per baciarLa con tutta la forza del mondo e rimanere con Lei nei paradisi che immaginava fossero perfetti.

Ma quella volta, no.

Joshua non rimarcò la sua passione ad attraversare la finestra inpolverata del palazzo di cemento e smog, per rivivere il cuore del suo più grande patema. No.

Joshua ripercorse la strada imboccata qualche sera prima, per andare a comprare le sigarette. Era la sera del ritorno alla vecchia magione, a salutar il genitore separato che vedeva solo una sera alla settimana.

Sul lungo stradone v'era un tabbaccaio con distributore in funzione 24oresu24, meta puntuale di Joshua nella serata fissa.

Aprì la portiera della macchina, dopo aver posteggiato al di là del passaggio a livello, vicino alla stazione, nel contemporaneo slacciamento della cintura.

Accese le luci di emergenza, e spinse lo sportello, facendolo cigolare come in tutti gli inverni, quando la ruggine si impadroniva delle giunture. Scese, sentendo spiegazzato dietro di sè il pesante giaccone in piuminio d'oca, e appiattendolo con la mano sinistra.

Chiuse con la chiave blu la serratura dello sportello, e attraversò la strada con fare veloce, mentre un auto di grossa cilindrata si avvicinava e lo passava a tutta velocità.

Arrivò al distributore automatico, e, preso gli oboli dell'importo corrispondente alle Pall Mall, cominciò a inserire nella fessura il danaro necessario; mise pochi centesimi in più, perchè non li aveva giusti.

Il distributore rigurgitò un pacco di veleno sotto forma di tabacco e poche monetuzze dorate.

Joshua si chinò e, sollevando lo sportellino, prelevò prima il pacco di Pall Mall. Allungò poi le dita, toccando e trascinando verso di sè il resto che era giacente nel vano-rigurgito.

Lo strofinio delle monete da 50centesimi sulla superficie arrugginita del ferro che componeva il distributore lo fece rabbrividire, fino a sentir sulla colonna vertebrale un freddo di una lancinante efficacia ma di brevissima durata.

Una sensazione così fastidiosa che per un attimo perse la cognizione di causa.

Il suo viaggio si fermò lì. Il percorso terminò e tutto il nastro del ricordo si riavvolse, facendolo tornare nel suo ufficio, lì, alla sua postazione vicino alla finestra polverosa del palazzo di cemento e smog.

Seduto sulla sua sedia, Joshua ripensò a quel brivido così intenso, che per un secondo gli riempì nuovamente tutta la colonna vertebrale. La c/kapò aveva smesso di parlare. Si rimise al lavoro, con il pensiero fisso su quel brivido.

Si sentì, disse a Furio nell'ora di pranzo, come una nave che sente scivolare sotto di sè l'acqua che si ritira velocemente, lasciando toccare terra allo scafo, facendolo strisciare sul fondo essiccato.

Furio guardò Joshua mentre questi gli raccontava quello strano trip, e, dentro di sè, immaginò di prendere un tovagliolino di carta e scrivergli una frase: «Hai già dimenticato Siebel_boy».

L'aria si faceva fredda, la pioggia del mattino aveva lasciato il posto all'oscurità di un pomeriggio di mezzo inverno.



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giovedì, febbraio 09, 2006

Un pupazzo di poco conto





















«Non riesco ad essere separato dal suo ricordo, non riesco a dimenticarLa».

Joshua parlava come se la notte più tormentata non fosse finita.
Il bar del palazzo di cemento e smog era vuoto, nella mattina piovosa che aveva seguito quel sonno così poco riparatore.

«Fu, mi ha lasciato come un pupazzo, ed io ancora non sono riuscito a buttarmi addietro l'immobilita da peluche che mi ha indotto. E' tutta colpa Sua».

Furio, il corpulento collega con cui aveva un rapporto, era muto.

Lo ascoltava, lo lasciava parlare, cominciando successivamente a gesticolare a seconda del tono che voleva assumere.

Più veloce o più lento era, più il suo incidere era violento.
Alzava il tono a seconda di quanto le sue mani si muovevano, spezzando la staticità dell'aria in quel maleodorante angolo di sala relax con banco e banconista annessi.

Il suo solito maglione grigio emana quasi un'aura di saggezza mista a giovinezza pudica, quasi che il suo essere più grande di Joshua non fosse che un piccolo particolare di scarsa importanza.

«Fu, il taglio l'ho dato..» Joshua lo capiva, sapeva il significato di ogni gesto che Furio gli mimava, senza fermarsi quasi a interpretare.

Le vibrazioni urticanti delle corde vocali Furiesche lo lasciavano come lo stridio di una moneta sul metallo arrugginito, come il gesso sulla lavagna o le unghie sull'intonaco.

Lo faceva rabbrividire dalla pena quell'emissione di suoni così sforzati, e contemporaneamente così di bassa tonalità.

Joshua si fermò, dopo una serie di gesti della durata di circa 10 minuti in cui Furio gli ricordava che Lei non sarebbe mai tornata, che Lei era fidanzata e che comunque la fine di tutto era dovuta alla Sua scelta, trasalì come in un fremito bisbigliato: «Devo cambiare direzione, Furio, devo cercare una qualche sorta di strada alternativa».

Furio era afono, ma sapeva anche scrivere. E scriveva, di solito, enigmi.

Prese una penna che portava sempre con sè, una con un simbolo di una qualche squadra di calcio, vecchia di anni ma sempre perfettamente funzionante.

Prelevò dalla custodia un fazzolettino di carta, e gli scrisse sopra una frase.

Lo porse a Joshua, il bersaglio preferito per i suoi piccoli indovinelli.
Joshua lo aprì con cura, mentre un mezzo sorriso gli arruffava le guance fino a farle lievemente increspare.

«Furio, ma che cazzo vuol dire?!» Il sorriso aveva lasciato spazio ad un'irritazione misto stupore.
Il tovagliolino recitava: «Sai chi è Siebel_boy?». Il bello che Siebel era seguito da un _ , come se fosse scritto su un computer.

Il capo passò nel corridoio. Furio e Joshua lasciarono da pagare, e corsero in ufficio. Mancavano 7 ore e 54 minuti all'ora d'aria. Posted by Picasa

mercoledì, febbraio 08, 2006

Un sonno poco sereno

Il pensiero di Joshua si esaurì lì.

Si spense la luce, calò il sonno, un sonno che poco teneva per sè il dolce sapore del ristoro notturno.

Si vedeva perso, in una città morta, senza persone, senza vita, in cui solo lui poteva vantare un'anima pensante.

Solo. Come si vedeva, come era, durante la lettura della Sua lettera. Della lettera di Lei.

Aprì gli occhi, nell'oscurità rotta dal lampione che faceva filtrare una timida luce dalla persiana.

Si sedette sul letto, intrecciando le braccia, come a chiudersi in sè stesso, infreddolito dal gelo più pungente.

Chinò la testa, e sentì, tutta a un tratto, una sete terribile.

Le 3.03. Il cellulare non poteva mentire. Era notte fonda ed era come se non avesse chiuse occhio.

Si alzò, andando a prendersi un bicchiere d'acqua, mentre si domandava quanto si sarebbe sentita la stanchezza il giorno seguente.

La mattina, il peso si sentiva, eccome. Soprattutto perchè l'azzurro del giorno prima aveva lasciato spazio ad una pioggia fine, che esasperava ancor di più la forza del grigio del cielo.

Joshua si vestì, fece la solita colazione, e partì per la solita giornata in ufficio.

Ma di solito c'era ben poco in quella mattina.

Joshua, però, ancora non lo sapeva. Posted by Picasa

martedì, febbraio 07, 2006

Solo?!?!

«Mi piace pensare che la solitudine sia un viadico verso il paradiso».

Così Joshua cominciò la prima riga della nuova pagina del suo diario. Una giornata di lavoro segnata dai soliti litigi con i soliti colleghi, con le solite facce, con i soliti casini.
Una giornata solita. Una solita giornata.

Joshua pensò che il mattino lo viveva al presente, mentre la sera, forse per la stanchezza, forse per la noia, si interpretava al passato. Nel buio della sua stanza, con la sola lampada da tavolo accesa, era come se le sue membra fossero al passato.

Joshua si chiedeva come aveva fatto a dimenticarLa. Aveva smesso di pensarLa, durante quel giorno. Pensava a Lei tutti i giorni: ai suoi occhi limpidi, i suoi capelli mossi, di un biondo spento che rifletteva i raggi del sole come sabbia meditteranea e acqua cristallina. Il suo corpo scolpito nella beltà, avvolto in abiti sobri che ne esaltavano i tratti eleganti. La mano su cui scintillava l'anello che Joshua gli aveva regalato, anni prima.

Joshua ripensò a quell'angolo di azzurro che voleva mettere nel taschino, la mattina, appena arrivato davanti al palazzo di calcestruzzo e cenere. Capì che l'azzurro al presente del mattino era solo il Suo ricordo al passato della sera... tanto valeva chiudere in bellezza. Chiuse il diario, si mise il pigiama, e, nascosto fra le coperte, cominciò a immaginarsi su quel lungo mare che lo aveva visto con Lei, avvolto dall'azzurro del cielo più bello: dove presente e passato si univano, facendo immaginare uno splendido futuro. Che mai sarebbe stato..
«Oh no?!» si disse Joshua, nell'ultimo pensiero lucido del giorno; con un mezzo sorriso, si addormentò, contento di non essersi dato una risposta. Posted by Picasa

lunedì, febbraio 06, 2006

Camminando

Lo sbuffo colorato di nero odora l'aria di quell'acre sapore di gasolio bruciato. I rumori dei motori, le frenate della macchine, un clacson in lontananza. Le voci che si mescolano in un rindondare di timbri diversi.
I passi che si mischiano sullo scalino del bus, fermo alla fermata di fronte all'ospedale, lì, dove la ragazza con la pettorina verde distribuisce giornali gratuiti pieni di gossip e notizie agrogolci.

Una signora avvicina la sua borsa al braccio, impaurita da un marocchino imbronciato appoggiato alla pensilina. Gli autisti ridono rumorosamente, mentre i ritardatari della scuola salgono sul tram che segue il bus.
I bar sono pieni di gente in giacca e cravatta che fa colazione: un vecchio avvolto nel suo cappotto si appoggia sul bastone mentre, attento, osserva il semaforo cambiare colore dal rosso al verde.
La folla vive nelle pieghe della città, che pian piano si ritrova a vivere un'altra giornata di lavoro.

Joshua cammina verso il fiume. Passa il chiosco, quello aperto solo la domenica, chiuso nelle sue persiane dipinte di scritte sfocate; guarda il marciapiede pieno di cicche, osserva il continuo materializzarsi di piedi e di chiazze dell'ultima neve caduta in questo pazzo inverno. Una ragazza lo scruta mentre il suo passo rallenta: un incrocio di sguardi e tutto è già finito, il suo orizzonte è di nuovo l'altro lato della strada, quello dove siede una zingara ad elemosinare qualche soldino, lì dove c'è il parchimetro.

Attraversa la strada mentre gli altri guardano, tanto, si dice «Non passa nessuno». Il suo zaino segue i movimenti del suo corpo che accellera l'andatura. Il fruscio della stoffa è come la batteria di un gruppo jazz, che tiene un sottofondo sincopato, talvolta irregolare.

Il rumore delle tazzine si mischia all'odore di pizza scaldata e di polvere sollevata dalla persiana della libreria, quella con le grandi vetrine poste vicine alla farmacia ortopedica. Ora il sole illumina chiaramente la via piena di moto e auto che rumorose portano i propri conducenti da qualche altra parte. Joshua segue il proprio tragitto, quand'ecco il tabacchino spunta alla sua sinistra. Il ragazzo entra nell'esercizio vuoto. L'unico presente è il barbuto proprietario.

«Un pacco di Pall Mall light, quelle con il pacco blu scuro».
«3 euro e 10»
«Ecco a lei»
«Grazie e buongiorno»
«Buongiorno».

Una volta ogni due mattine la solita sinfonia. Fuma troppo, Joshua. Si accende una sigaretta che ogni tanto prova a far divenire l'ultima. Prova.

Il supermercato dell'angolo è sempre pieno di marocchini che mangiano e parlottano fra loro. Joshua li supera, ma non abbassa lo sguardo. Lui li guarda, e in loro non trova che tristezza, rabbia, forse un pò di superbia. Ma non cattiveria.

Un altro giovane con una pettorina rossa gli offre il giornale gratuito, un altro nome, un altra testata. Un cenno del capo e Joshua guarda già alle striscie pedonali di fronte a lui. Segue la linea del passaggio pedonale, non passa sulle aiuole ancora infangate dalla neve e dalla gelata notturna. Il fiume ora è lì, ad un passo, ed è lì che Joshua ogni mattina sente il freddo più intenso, quello che ti fa stringere nel giubbotto e nella sciarpa, che ti entra nei piedi quasi a non sentirli più.

Joshua devia la sua strada verso sinistra, ora l'ospedale è nascosto dal condominio che segna la cima della via. Il grigio palazzo di cemento e vetri oscurati di smog si erge davanti a sè. Ogni passo sente scivolare via la bellezza dell'aria del mattino, il sonno e il gusto della colazione che sa solo di caffè.

La porta dell'entrata ora è un passo, dopo le due deviazioni fra le traverse che uniscono i due corsi in cui si incastona il palazzo. L'ufficio lo aspetta, Joshua lo sa. Sa che dovrà lavorare ancora, dovrà aspettare ancora una decina di ore, prima di ripercorrere questa strada a ritroso per tornare al bus, per arrivare a casa.
Quando le luci dei lampioni illuminano quella via, non è più la stessa cosa. La fragranza degli odori della pizza e delle brioches lascia lo spazio solo alla lercia aria dei monovolumi che portano via dalla città questo o quel direttore d'azienda, il rumore delle tazzine ai clacson di chi a casa vuole arrivare prima degli altri.

Joshua si volta verso il cielo. L'azzurro è un colore bellissimo. Joshua immagina di prenderne un pezzo per sè, di infilarlo nel taschino dove tiene le sigarette, e rimetterlo al suo posto quando uscirà. Così si avvia al lavoro, mentre il lettore mp3 emette musica di Mark Knoppler, e intanto si dice: «Alla fine sono solo 9 ore». Già, alla fine sono solo 9 ore. Posted by Picasa

Un dialogo qualunque

Oggi mi sento un albero.

Le parole sono il vento.

Le mie speranze sono i rami.

I miei sogni sono le foglie.

E la stagione che vivo è l'autunno.

Il ricarico delle parole è enorme.

Il risultato è un silenzio racchiuso fra i muri di un ufficio scaldato fuori misura e da una realtà che non sento mia.


A presto,
Fra

domenica, febbraio 05, 2006

Il grande freddo


La luce della Luna illumina il viso tirato dal pianto.
Nessuno ascolta i lamenti del giovane che piange l'amore finito.


Un giovane che legge fra le righe di una lettera senza intestazione rimane fermo sulle parole. Silenzio.
Scava nei significati. E' il punto di rottura. Non capire perchè. Dove. Come. Quando. Solo il chi è risaputo, mentre il cosa rimane sospeso fra l'infelicità di un momento e il grande caos racchiuso nell'imprecisione dei particolari. La stanza in disordine, una maglia spiegazzata lasciata sulla cyclette, un'antina di armadio semichiusa da cui filtra la luce del buio, il riflesso su uno specchio macchiato da un alone a forma di dita, un cuscino convesso con qualche capello qua e là.

Il calore dell'auditorium della sconfitta lascia il ragazzo impassibile, nella crudeltà della più grande indifferenza. Un suono cupo, la carta che fra le mani lamenta i mille alberi caduti, quell'inchiostro che facilmente si discioglierà in un attimo di debolezza. L'indifferenza, l'indifferenza che racchiude la disperazione. Quante nuvole ti dovranno passare ancora attorno, quante lacrime ancora dovrai versare.

Piangi, ragazzo. Piangi. Giovane e splendente anche quando l'opaca rassegnazione della morte di una speranza di abbrutisce l'espressione gioiosa. Anche quando non c'è più posto per un solo grado di giudizio. Anche quando le parole servono solo a distruggerti.
E' il punto di non ritorno? Chissà.

Rimane la speranza di sapersi vivo? Lugubre la risposta di chi ha vissuto. Lugubre rimane la volontà di chi finisce lo scritto divorando motivazioni che sanno di inutilità. E' andata, mai più ritornerà. E' finita, nel leggere la sua firma.

Il ragazzo ora scava nel riflesso di quello specchio sporco. Hai concluso? si chiede. Ha chiuso con me, si dice. Ora si osserva il viso, cerca un punto di approdo per il suo sguardo sconfitto. Dove finirò, dove finirai, nessuno non potrà dirlo perchè ora la palla passa a te.

Il pallore della rabbia, data dall'isteria racchiusa in un pianto oltre i tuoi 24 anni, oltre quest'età che ti è sconosciuta. Ora senti il tuo respiro.

Ora è rimasto solo con sè, e il suo ego si intreccia in quello che i saggi descrivono con l'aldilà, perchè non vuole credere che stanotte ci sarà un aldilà. Era lei il suo aldilà, era lei che le dava la sicurezza di chi ha trovato l'eterna gratitudine, in una beltà sopra ogni paragone, come canone di canto che esalta la purezza di voci che nel silenzio risaltano ed esplodono, roboanti.

E' il suo cuore, ora, a cantare. Lamenta strazi inflitti come da mille flagelli. Oggi non ci sarà più un domani. Fino a domani, quando l'oggi non sarà più. Il passato morirà nel presente, per far vivere il futuro? No, sarà il futuro che risorgerà repentino, fino a garantire il ritorno di quella minima volontà di vittoria.

Rincuora sè stesso, nell'indifferenza di quei muri che li hanno visti sopra le nuvole cavalcare i loro sogni. Sono soli, è solo. Sente freddo, nonostante il caldo del suo maglione. Il ragazzo persiste. Non smetterò di ridere, non smetterò di piangere.

Lascio ogni speranza, ora. E' il grande freddo che è entrato in me, e solo quando riuscirò a riveder le stelle, potrà esser spazzato via. Perchè solo quando senti freddo, impari ad apprezzare il tiepido tepore della semplicità. Impari a distenderti sul ciglio del burrone, per guardare la luce della Luna, che ti richiama a sè, lasciandoti il succo di ciò che hai perso.

Si ritroverà, presto o tardi. Sarà di nuovo sè stesso. Tornerà a vivere, dopo aver osservato il cielo e aver ascoltato il silenzio. Come angeli in contemplazione dell'eterna beltà, come le nuvole della notte più luminosa, ferme a costituire spazi oltre ogni limite di grandiosità.

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Dedicato a tutti quelli che guardano la propria sofferenza e non trovano vie d'uscita.
A presto,
Fra

giovedì, febbraio 02, 2006

Diario di un sogno


Mai sognare contro luce, mai vivere al rumore della Luna ciò che non durerà per sempre.

Perchè i sogni son materia anomala, impastati nelle più brulle impunite pieghe della mente. I sogni son desideri, talvolta son marci di malinconia, talvolta sono fuori dalla condizione di causa che solo la malasintonia della propria mente può rimarginare nelle ferite più sanguinanti.

Parole al vento muoiono nell'immediata schematica vitale soglia di perdizione, oltre quella barriera di lucidità che può racchiudersi oltre la barriera del suono come di una sonata di violino.

Pianoforti e oboe intonano canti allucinati di due sognatori persi nel vuoto della notte illuminata dalle stigmati dell'universo, le stelle.

Granelli di sabbia intingono la lucentezza dei capelli della donna vicino a me. Sdraiato guardo in alto ponendomi oltre ogni solitaria parvenza di utilità: siamo in due, io e lei, contro tutto e contro tutti, più belli e solerti che fermi nella bruttura dell'inutilità. E contrappongo, come solo io so fare, parole di dolcezza a baci intrisi di feroce, unico, eterno amore.

Tutto sta rinchiuso nella paura di sfuggire alla solida ragione dell'essere che si racchiude in una spiaggia, in una notte di estate calda come il cuore riarso dalla passione non corrisposta.

Lacrime di gioia o di dolcezza, chissa?!, recitano contro quello che è il copione più bello della mia vita. Il mio braccio intorno a te, ti stringo fermo nelle dune di questa linea di confine fra il sogno e l'innaturale realtà.

Ti chiedi se esisti e solo le mie labbra ti raccolgono dal quesito più lungo, solo il mio calore può scaldarti in quest'ora marchiata dalla nostalgia del presente che è già fuggiasco.

Ora i nostri corpi si intrecciano, si lasciano indietro le vecchie paure, siamo uni, siamo uniti, e le mie membra sono le tue membra, la mia anima è la tua anima. Sono ora una tua creatura, mentre infrango il mio bacino sul tuo bassoventre. Non è solo un gesto inconsulto, è il raggiungimento della pienezza, ciò che unisce il diritto di vivere al dovere di godere la vita.

Viviamo ora nel massimo fulgore, ora siamo io e te, ora e mai più moriremo e rinasceremo, trascinando con noi l'unica grande zona d'ombra del nostro amore.
Continuiamo ad assaggiare il rumore della Luna, l'unico rumore del cosmo a vivere nel silenzio di questa incredibile serie d'eventi.

Sto impazzendo, ora, perchè mai più ritornerà con te questo momento. Passerà, così come passi tu, come sei passata tu. Passerà fino ad estinguersi per sempre, come velocemente ho raggiunto l'apice.

Ora che tutto è concluso, solo ora credo che tu non ci sei più. Non capendo che sono io che ho offerto a te la mia dipartita. Esisti solo tu, esiste solo la tua esistenza. Sono aria, tu sei fuoco. Sono sparito con il buio della notte, son tornato nel luogo dove posso continuare a starti vicino.

Ora sono nel tuo mondo fantastico, le tue fantasie mi lasciano in vita. Sono stato con te il soglio di un attimo, sono rimasto finchè tu hai voluto. Hai aperto gli occhi, e oggi sono solo un raggio passato per un attimo intorno a te.
Ti ho volteggiato intorno fino a tornare ad essere viaggiatore. Son tornato ad essere la forma mia propria. Son tornato ad essere immateriale. Fino a divenire inesistente, ricordo finale di una notte di passione.

Se esisto, lo ignoro. Ci rivedremo nel punto più puro del tuo sonno, ora che, come mai, desidero rivedere il tuo viso risplendere sotto i colpi della luce della Luna, del rumore che solo il silenzio provoca a noi, cuori innamorati.

Addio, perdono, perchè mai riuscirò ad esser ciò che volevi per noi.
Grazie, solo per quell'attimo.

mercoledì, febbraio 01, 2006

Confusione..


La confusione è uno degli aspetti più ricorrenti nell'animo umano. Certo è che senza di lei la vita scorrerebbe uguale in ogni momento, perchè razionalmente ogni persona agirebbe secondo schemi che poco avrebbero di umano. Perchè senza confusione ogni atto sarebbe sicuro, sia che esso fosse compiuto, sia che esso fosse incompiuto.
La confusione ci porta a non scegliere immediatamente, a valutare e rivalutare fino talvolta a sbagliare, colorando di poesia errori che potrebbero sembrare madornali. Ma, anche ciò che è macroscopicamente insensato diviene la scelta più giusta; quante volte si è sentito dire, o si è pronunciato in prima persona: «Ero confuso».
Ebbene, quando non si sa cosa fare è necessario attendere. Ma quando si è confusi, forse ciò che vogliamo è ciò che è ricorrente nel vortice dei pensieri e dell'immaginazione. Nelle fantasie più assurde, l'elemento ricorrente è la via d'uscita nella confusione dei pensieri.
In amore, si è sempre confusi. Ecco perchè la scelta più audace forse è quella più giusta: sarà quella che condurrà inevitabilmente alla sofferenza più dura da superare, ma anche alla purezza che si ricerca inevitabilmente in ogni passo del lungo cammino della vita.
Tante parole non servono, creano solo confusione. Ma in un post sulla medesima non si può che finire a confondere i pensieri. Tanto rimarrà solamente la perfezione del disegno più audace, che risulta più avventuroso, ma anche più vicino alla propria anima. In fondo, all'uomo non piacciono le cose semplici.
A presto
Fra

Post Scriptum degli ultimi minuti:
Cari lettori,
di cui ignoro provenienza, numero e qualità, tengo a precisare un momento il piccolo cambiamento di contenuti che leggete nel "diario".
Questa piccola dimensione virtuale del mio animo ha svariato, negli ultimi tempi, divenendo una sorta di tribuna di approfondimento politico: gli avvenimenti che mi hanno portato a tornare sui miei passi nella riproposizione delle antiche tematiche (di fatto il motivo per cui questo blog è nato) sono stati essenzialmente il fatto che qualsiasi argomento non è tanto bello come quello della ricerca della vita. Un qualcosa che io, personalmente, tengo a svolgere ogni giorno per apprezzare la bellezza degli attimi su questa Terra.
Tornerò a parlare di politica il giorno che me lo sentirò. Per ora continuo a discutere su come ci facciamo ancora coinvolgere dalle storie d'amore passate, come i sentimenti fremano ad ogni nuova "gelata notturna" nel proprio animo, su come ognuno si chieda continuamente se è logico comporre un numero sul cellulare che potrebbe rimettere tutto in gioco.
Grazie, pochi amanti del "diario", se rimarrete a leggere quello che comporrò. Per me è molto importante.
A presto
Fra