mercoledì, febbraio 15, 2006

Un attimo d'amore

Fu una sera il momento in cui Joshua si accorse dell'esistenza di Ibrid.

Una sera come tante altre, dopo una settimana di lavoro in cui aveva creduto di esser vissuto con la sensazione di poter veramente assaporare ogni attimo.

E forse, effetivamente, non sarebbe potuto essere diversamente, se non che... quei momenti che aveva assaporato di più erano momenti veramente pieni di sofferenza, dubbi, malinconie... e tanta nostalgia.

In piazza quel sabato sera c'erano tutti: Gerry, Lu, Gheppo, Ale, Il Ministro, e tutti quelli di cui sapeva l'esistenza e di cui un giorno sì e un giorno no dimenticava il nome, ma con cui il sabato sera era veramente un divertimento allo stato brado.

L'incontro con Ibrid fu fra una sigaretta buttata e una birra stappata.

L'eleganza si sprecava, i rutti volavano, ma Joshua sapeva che solo lì poteva sfogare tutta la frustrazione per una storia andata male, per la consapevolezza che Lei c'era ancora ma non c'era più.

La portò lì, in veste di compagna di corso, Pedro.

«Raga, questa è Ibrid». La frase si fermò lì.
La compagnia si girò, la guardarono, le mani si strinsero, i sorrisi si sprecarono.

Joshua rimase impassibile, seduto sul muretto che era solito utilizzare come seggio nel preserata che anticipava la solita visita al solito locale di musica metal, il Biggest.

Anche le ragazze che frequentavano il giro, Sere, la Laura, Mony e Clarissa, sembravano stranamente socievoli. Un ingresso perfetto, verrebbe da dire.

Joshua però non si mosse, rimase fisso, dando l'impressione di non aver capito se quella che era appena arrivata era veramente una persona vera o il frutto di una ciucca non prevista.

«Ciao, sono Ibrid». La sua mano si frappose fra il collo della bottiglia di birra e il suo sguardo.
Joshua alzò gli occhi, e si trovò davanti quella che forse era l'unica ragione buona per poter dimenticare Lei.

Ibrid, i suoi capelli lunghi oltre le spalle, le sue braccia, le sue gambe, i suoi seni, le sue labbra, i suoi occhi, il suo naso, i suoi fianchi, la mano più vicina a lui e quella più lontana, gli orecchini che spuntavano dai suoi lobi, la sua collana, i jeans che la stringevano rendendola fine e formosa allo stesso tempo, la camicetta lievemente aperta, la giacca e la sciarpa che armonizzavano il colore della sua pelle in un'enfasi cromatica indicibile per delicatezza e bellezza. Joshua quasi non credette.

Poi le strinse la mano. E ci credette.

Quella che aveva davanti non era un sogno.

Era solo un attimo di vero amore che, come per magia, si era parato di fronte ai suoi occhi materializzandosi in un corpo di giovane donna che rispondeva al nome di Ibrid.

In quel momento, come in burrasca violenta, il suo cuore si era unito con quello della persona che poneva di fronte, le loro labbra si erano toccate, ammantate l'un l'altra come da turbinio di vento inarrestabile.

Tutto in un attimo. Tutto in un secondo.

Le strinse la mano, e le disse: «Joshua». Semplicemente disse il suo nome.

Ma quella ragazza capì che dietro quell'apparente semplicità si nascondeva forse la strada per sfuggire alla nostalgia che la attanagliava.

La nostalgia di un momento che, nonostante fosse riassumibile come un cielo in un planetarium, era in fondo stato vissuto in un asilo, una mattina, quando la sua mano strinse quella di un bimbo che amava tenere i suoi capelli attaccati ad una scarpiera. Posted by Picasa

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