sabato, febbraio 11, 2006

Un brivido

























Urla. Come ogni giorno.

«Non si può andare avanti con una situazione male organizzata come ora e pensare di riuscire [continua

Era Joshua a staccare la spina dal cervello quando vedeva che la c/k-apò andava via di testa.

Il termine c/k-apò l'aveva coniato Furio in uno dei suoi soliti enigmi su carta-tovagliolo-papiro, quelli scritti con la penna vecchissima di un'improbabile squadra di calcio.

Indicava la donna oltre la scrivania, la responsabile dell'ufficio, una donna di mezza età, austera e competente, poliglotta e poco riflessiva, che sovrastava tutti con i propri impeti e le proprie iniziative.

Una capo che, per Furio, racchiudeva un qualcosa di marziale, che riassunse un giorno con il gesto del saluto romano.

Joshua gli chiese se kapò potesse andare bene, e lui, preso un brandello di giornale di 4 giorni prima, compose una sorta di geoglifico a forma di c/k-apò. Da allora, la donna oltre la scrivania che comandava nell'ufficio era diventata la c/k-apò.

I suoi monologhi sulla situazione che non va e della disorganizzazione latente [continua] duravano il tempo di un pensiero libero. Joshua, dalla sua postazione, riusciva a trapanare i vetri oscurati di polvere della finestra che davano sulla strada e lasciare lo spazio racchiuso nel palazzo di cemento e smog.

Poteva partire verso un campo dove avrebbe preso parte ad una partita di calcio, verso una piazza stracolma di gente in cui una serie di bancarelle gestite da polacchi improvvisano un mercatino delle pulci, o anche verso una sala concerto in cui una chitarra lo aspettava, smaltata di rosso e accordata a puntino, pronta per essere distorta. Viveva viaggi in macchina alla luce del primo sole, esplorando nuovi lumi della ragione a dorso di dromedario, oppure riviveva la vita di chi moriva sulle pagine del giornale, immaginandone dolori e aspirazioni.

Ma il più delle volte, Joshua partiva per incontrare Lei, per rivederLa in volto, per parlarLe una volta in più, per baciarLa con tutta la forza del mondo e rimanere con Lei nei paradisi che immaginava fossero perfetti.

Ma quella volta, no.

Joshua non rimarcò la sua passione ad attraversare la finestra inpolverata del palazzo di cemento e smog, per rivivere il cuore del suo più grande patema. No.

Joshua ripercorse la strada imboccata qualche sera prima, per andare a comprare le sigarette. Era la sera del ritorno alla vecchia magione, a salutar il genitore separato che vedeva solo una sera alla settimana.

Sul lungo stradone v'era un tabbaccaio con distributore in funzione 24oresu24, meta puntuale di Joshua nella serata fissa.

Aprì la portiera della macchina, dopo aver posteggiato al di là del passaggio a livello, vicino alla stazione, nel contemporaneo slacciamento della cintura.

Accese le luci di emergenza, e spinse lo sportello, facendolo cigolare come in tutti gli inverni, quando la ruggine si impadroniva delle giunture. Scese, sentendo spiegazzato dietro di sè il pesante giaccone in piuminio d'oca, e appiattendolo con la mano sinistra.

Chiuse con la chiave blu la serratura dello sportello, e attraversò la strada con fare veloce, mentre un auto di grossa cilindrata si avvicinava e lo passava a tutta velocità.

Arrivò al distributore automatico, e, preso gli oboli dell'importo corrispondente alle Pall Mall, cominciò a inserire nella fessura il danaro necessario; mise pochi centesimi in più, perchè non li aveva giusti.

Il distributore rigurgitò un pacco di veleno sotto forma di tabacco e poche monetuzze dorate.

Joshua si chinò e, sollevando lo sportellino, prelevò prima il pacco di Pall Mall. Allungò poi le dita, toccando e trascinando verso di sè il resto che era giacente nel vano-rigurgito.

Lo strofinio delle monete da 50centesimi sulla superficie arrugginita del ferro che componeva il distributore lo fece rabbrividire, fino a sentir sulla colonna vertebrale un freddo di una lancinante efficacia ma di brevissima durata.

Una sensazione così fastidiosa che per un attimo perse la cognizione di causa.

Il suo viaggio si fermò lì. Il percorso terminò e tutto il nastro del ricordo si riavvolse, facendolo tornare nel suo ufficio, lì, alla sua postazione vicino alla finestra polverosa del palazzo di cemento e smog.

Seduto sulla sua sedia, Joshua ripensò a quel brivido così intenso, che per un secondo gli riempì nuovamente tutta la colonna vertebrale. La c/kapò aveva smesso di parlare. Si rimise al lavoro, con il pensiero fisso su quel brivido.

Si sentì, disse a Furio nell'ora di pranzo, come una nave che sente scivolare sotto di sè l'acqua che si ritira velocemente, lasciando toccare terra allo scafo, facendolo strisciare sul fondo essiccato.

Furio guardò Joshua mentre questi gli raccontava quello strano trip, e, dentro di sè, immaginò di prendere un tovagliolino di carta e scrivergli una frase: «Hai già dimenticato Siebel_boy».

L'aria si faceva fredda, la pioggia del mattino aveva lasciato il posto all'oscurità di un pomeriggio di mezzo inverno.



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2 commenti:

la rochelle ha detto...

ibrid e siebel_boy mano nella mano spesso camminavano lungo la siepe che delimitava il cortile interno dell'asilo. ibrid, quattrenne, non aveva capelli lunghi quanto la sua vita. JAMAIS COUPES. siebel_boy l'aveva amata da subito. nel suo cuore di cinquenne alto 1 metro e 3 cm c'era solo posto per lei e per la sua scarpiera rossa a 5 ante. durante il sonno pomeridiano sognava i capelli di ibrid, lunghi lunghi e neri, strappati uno a uno e appesi con il nastro adesivo alla seconda anta della scarpiera.

piè ha detto...

cosa dici ibrid? fanculo allo stile? come puoi? siamo cresciuti insieme, ci hanno insegnato a camminare storti. MA ADESSO E' LIMPIDO. [dialogo con siebel_boy al concerto dei northpole]