giovedì, febbraio 09, 2006

Un pupazzo di poco conto





















«Non riesco ad essere separato dal suo ricordo, non riesco a dimenticarLa».

Joshua parlava come se la notte più tormentata non fosse finita.
Il bar del palazzo di cemento e smog era vuoto, nella mattina piovosa che aveva seguito quel sonno così poco riparatore.

«Fu, mi ha lasciato come un pupazzo, ed io ancora non sono riuscito a buttarmi addietro l'immobilita da peluche che mi ha indotto. E' tutta colpa Sua».

Furio, il corpulento collega con cui aveva un rapporto, era muto.

Lo ascoltava, lo lasciava parlare, cominciando successivamente a gesticolare a seconda del tono che voleva assumere.

Più veloce o più lento era, più il suo incidere era violento.
Alzava il tono a seconda di quanto le sue mani si muovevano, spezzando la staticità dell'aria in quel maleodorante angolo di sala relax con banco e banconista annessi.

Il suo solito maglione grigio emana quasi un'aura di saggezza mista a giovinezza pudica, quasi che il suo essere più grande di Joshua non fosse che un piccolo particolare di scarsa importanza.

«Fu, il taglio l'ho dato..» Joshua lo capiva, sapeva il significato di ogni gesto che Furio gli mimava, senza fermarsi quasi a interpretare.

Le vibrazioni urticanti delle corde vocali Furiesche lo lasciavano come lo stridio di una moneta sul metallo arrugginito, come il gesso sulla lavagna o le unghie sull'intonaco.

Lo faceva rabbrividire dalla pena quell'emissione di suoni così sforzati, e contemporaneamente così di bassa tonalità.

Joshua si fermò, dopo una serie di gesti della durata di circa 10 minuti in cui Furio gli ricordava che Lei non sarebbe mai tornata, che Lei era fidanzata e che comunque la fine di tutto era dovuta alla Sua scelta, trasalì come in un fremito bisbigliato: «Devo cambiare direzione, Furio, devo cercare una qualche sorta di strada alternativa».

Furio era afono, ma sapeva anche scrivere. E scriveva, di solito, enigmi.

Prese una penna che portava sempre con sè, una con un simbolo di una qualche squadra di calcio, vecchia di anni ma sempre perfettamente funzionante.

Prelevò dalla custodia un fazzolettino di carta, e gli scrisse sopra una frase.

Lo porse a Joshua, il bersaglio preferito per i suoi piccoli indovinelli.
Joshua lo aprì con cura, mentre un mezzo sorriso gli arruffava le guance fino a farle lievemente increspare.

«Furio, ma che cazzo vuol dire?!» Il sorriso aveva lasciato spazio ad un'irritazione misto stupore.
Il tovagliolino recitava: «Sai chi è Siebel_boy?». Il bello che Siebel era seguito da un _ , come se fosse scritto su un computer.

Il capo passò nel corridoio. Furio e Joshua lasciarono da pagare, e corsero in ufficio. Mancavano 7 ore e 54 minuti all'ora d'aria. Posted by Picasa

1 commento:

siebel_boy ha detto...

quando non ero ancora settenne avevo 11-12 pupazzi, di tutte le forme e colori. tutti i bambini che possiedono diversi pupazzi ne hanno uno preferito, io avevo delle preferenze, è vero, mi piaceva pierina. ma io non glielo mai detto, non volevo offendere gli altri. e poi la notte tutti nel mio letto li volevo, anche gatto verde-arancio-rosso-giallo, che non mi piaceva un cazzo, ma non potevo lasciarlo fuori solo e al freddo. così una sera che, ormai cresciuto nelle dimensioni di un robusto settenne, mi resi conto che non c'era più spazio per tutti e 11-12 più me nel letto. non avendo il coraggio di dire a gatto verde-arancio-rosso-giallo TU STAI FUORI, presi una decisione che mi avrebbe segnato per il tutto il resto della vita. FUORI TUTTI NON SIETE PIU' MIEI AMICI. addio gatto verde-arancio-rosso-giallo, ti ho sempre tollerato per pollitically correct, ora basta. MUOIA SANSONE CON TUTTO IL TEMPIO