venerdì, marzo 31, 2006

Lassù, i monti di Siebel_boy


“Dal centro città non riesco a distinguere quando sui monti nevica.

Guardo attraverso le fessure che si creano fra i muri dei palazzi ma non riesco a capire se là dove il mio sguardo non arriva ci sia il sole o turbolenza, se il cielo sia quieto o pianga fiocchi di neve.

Amo quando cammino in spazi aperti nel mattino, mentre osservo l’orizzonte.
Succede quando non sono in città, di solito, ma anche quando mi tocca andare in periferia.

Nessuno può disturbarmi mentre intorno a me si crea l’ovattata atmosfera del silenzio.

E rimaniamo io e le montagne, a contemplarci l’un l’altre, come fossimo persone.

In realtà, siamo una persona e dei monti, degli ammassi di pietre granitiche forse poco più importanti di un sasso nel mio cortile, ma talmente belli innevati che sembrano anime di qualcuno che non c’è più.

Stanotte ho sognato di abbracciare una ragazza dai capelli scuri, lunghi, con un sorriso formidabile.

Ed intorno a noi c’erano quegli stessi monti che riempiono il mio cuore di orgoglio, di disinvolta, felice gioia di vivere.

Ci abbracciavamo, e io sentivo come è bello innamorarsi, sentirsi dire maree di parole solo dallo sguardo di chi ti sta davanti. Una cosa che riesce anche al mare, di notte.

Già: la bellezza delle montagne di mattina è la stessa del mare di notte.

Come il sole e la luna compongono una grande, incredibile meraviglia di coordinata mobilità.

Stanotte ho sognato quanto è bello innamorarsi, e stamani, camminando per il mondo alla ricerca di un lavoro, notavo come le montagne rassomigliassero tanto a quelle del mio sogno.

Così per un attimo ho dimenticato di esser disoccupato, di dover alla vita di tutti i giorni un pedaggio molto terremo e poco celeste.

C’eravamo solo io, i monti. E il ricordo di Ibrid.

Vaffanculo Ibrid. Rovini ogni mia immagine liberatoria.

Tu gongoli nella tua immemore felicità, mentre io ripenso a te, ed al nostro mare desertico, di cui noi eravamo l’acqua... Chissà oggi chi è il tuo complemento.

Peccato. Quella ragazza dai capelli lunghi era tremendamente assomigliante a te.”

[Dal diario di Siebel_boy]

giovedì, marzo 30, 2006

Dove il mondo non potrà trovarti



Che Arianna fosse speciale, lo si intuì per il fatto che, quando vedeva Furio, riusciva a non parlare per delle ore, seppur continuasse a comunicare.

I gesti erano per lei solo un altro modo di parlare. E quindi, continuava a spiegare, attraverso le sue mani, cosa fosse per lei l’amore, come fosse per lei il lavoro perfetto, e cosa significasse ridurre il cuneo fiscale.

Era variegata, nei tempi e nei modi, e Furio la apprezzava per questo.

Era sempre pronta a discutere con lui attraverso i gesti, di ogni argomento, qualunque fosse l’ora, qualunque fosse il modo in cui si incontravano.

Perché Furio e Arianna cominciarono a incontrarsi. Ed erano sempre incontri in cui niente era uguale a prima, anzi, tutto si mostrava diverso, poco evanescente nella sua diversità.

Joshua e Ibrid lo seppero una sera, a distanza di un mese da quella serata.

Li notarono in un locale notturno, una specie di bar del centro città, mentre camminavano sotto i portici.

Senza farsi vedere, li osservarono mentre conversavano in quello strano modo, così diverso, così silenzioso, ma anche così completo.

E rimasero sorpresi, ma non per il fatto che Furio e Arianna fossero insieme.

Joshua aveva ben descritto Furio a Ibrid, e sapeva che lui e Arianna si sarebbero trovati bene insieme.

Il fatto era che i due sembrava non si sarebbero avvicinati tanto da darsi un bacio.

E la particolarità fra due persone che si attraggono una con l’altra è che entrambi considerano il contatto fisico indiscutibilmente come una delle forme più piacevoli per dimostrare il proprio sentimento.

L’unico momento in cui i loro corpi trovavano un punto di contatto era quando Furio porgeva ad Arianna il suo blocchetto per le frasi più complesse.

Le loro mani si sfioravano, come labbra di un bacio fugace.

Ma quell’attimo era così strano. Sembrava fosse il momento che entrambi ricercavano.

Joshua e Ibrid li osservarono da fuori il locale, e decisero di non disturbarli.

Ricominciarono a camminare sotto i portici, mentre la gente incurante li oscurava dal campo visivo di Furio e Arianna.

«Quando scopriranno quanto è bello darsi un bacio mentre il mondo non si cura di te?»

Disse Joshua a Ibrid, mentre il suo braccio le avvolgeva le spalle coperte da un giubbotto di jeans.

«Non so, però credo che quando il mondo si accorgerà di loro saranno già nascosti dove il mondo non potrà più trovarli».

«Ibrid, io e te dove ci siamo nascosti?»

Ibrid strinse il braccio che teneva il giro vita di Joshua: «In un deserto lontanissimo, che una volta era un mare rigoglioso. Un posto dove nessuno vorrebbe mettere piede, e che solo per noi potrà tornare bellissimo come un tempo».

«Baciami»

«Sì»

E mentre il mondo non si accorgeva che le loro labbra si univano, in un altro luogo, i pensieri di Furio si intrecciavano con quelli di Arianna arrivando alla conclusione che si stavano reciprocamente innamorando, mentre Ibrid scopriva che quel deserto lo aveva già raggiunto con qualcun altro. Joshua non pensava a nulla, in compenso.

mercoledì, marzo 29, 2006

Un nuovo orizzonte


L’incontro avvenne. E tutto fu come Furio si immaginava.

Le mani si strinsero, Joshua che parlava per lui e la sua voce invisibile, Ibrid che gli sorrideva, lui che corrispondeva il sorriso di Ibrid con un incauto movimento di gote che alternavano sorrisi concentrati a risate mute.

Furio parlava attraverso i gesti, e Ibrid rimaneva stupefatta come fosse chiaro il suo gesticolare coordinato e pieno di speranza, quasi a voler far vacillare la convinzione che vivere con una mancanza sensoriale sia uguale ad aver tutti i sensi a posto.

Il telefono di Ibrid squillò. Sms.

«Sta arrivando una mia amica» [Ibrid]

«Chi è? La conosco?» [Joshua]

«No, si chiama Arianna.» [Ibrid]

Furio fece finta di non regalare alla notizia una notevole importanza.

Anzi, mostrò disinteresse completo. Mostrò.

Continuò a dialogare con i suoi gesti e con il suo quadernetto degli enigmi, dove quella sera decise di trascrivere solo cose con un significato carpibile facilmente.

La discussione fu però interrotta, come annunciato da Ibrid, dall’arrivo di Arianna.

Dal diario di Furio, quella sera, si potevano trarre le sensazioni che erano state vissute in un momento che doveva essere chiarificatore, ed invece…

“Il viaggiatore Joshua sta compiendo il suo cammino al fianco di una ragazza che lo completa alla perfezione. Io però non ho neanche cominciato il mio.

Siebel_boy, perdonami, non sono riuscito a capire chi fosse Ibrid.

Se fosse proprio lei, la tua Ibrid, quella che oggi non ti vede più neanche nei sogni più nascosti, io non l’ho scoperto.

Perché, ahimè, mi ha teso una trappola. Si chiama Arianna.

Essì, caro il mio diario, il muto oggi ha ritrovato la sua voce, antropomorfa, bellissima, dolcissima.

Si è seduta vicino a me, al viaggiatore Joshua e all’indistinguibile Ibrid.

E ci siamo conosciuti, io con i miei gesti, lei con le sue parole.

E’ stato bellissimo, anche dopo che Ibrid e Joshua sono scappati nella notte.

Perché Arianna è sola, come me.

Perché Arianna l’avevo già vista, nel mio immaginare la mattina più bella.

E’ lei la persona che cercavo. E non lo sapevo!

Chissà.

Forse sbaglio a pensare che Ibrid sia la persona che Siebel_boy cerca.

Non può essere lei la persona che ha distrutto la sua fantasia.

Joshua ha dimenticato Lei, grazie a Ibrid. Ed io… ho trovato Arianna.

Beh, basta, mio inutile diario del cazzo.

Servi solo come un personaggio che si inventa per dialogare quando si è soli.

Ed io, da oggi, non sono più solo.

Anche per me c’è un nuovo orizzonte.”

In effetti, fu una bella serata.

martedì, marzo 28, 2006

Ode al tradimento


L’appuntamento fu fissato per una sera della settimana corrente.
Furio avrebbe incontrato Joshua e Ibrid.

I pensieri che Furio aveva trascritto sul proprio quadernetto i propri pensieri, cosa si aspettava da quell’incontro così misterioso che gli avrebbe forse chiarificato veramente i suoi dubbi.

Sentiva che quella ragazza era la stessa che aveva lasciato Siebel_boy, che lo aveva (peggio) dimenticato.

Gli importava di Siebel_boy. Sapeva della sua sofferenza.

La pagina era stata riempita:

“Immagino la bellezza di vedere una ragazza di fianco a me.

Entrambi siamo distesi sul letto, nella frescura di un metà maggio assolato ma ancora circondato dai brividi mattutini.

Il lenzuolo le copre a metà la schiena nuda lineare nella sua uniformità cromatica.

I capelli ricci sono sciolti e aggrovigliati tutto intorno alla sua testa, rivolta verso l’esterno, verso la libreria.

Io le sono di fianco.

Nudo, come lei, e ricoperto fino ai fianchi da quel lenzuolo lasciato solo dalla coperta che agilmente è caduta sul fianco del letto. Mi appoggio sulle braccia, per guardarla meglio.

La guardo mentre la sua testa è ferma, e scruto la bellezza immobile che il suo corpo mi regala, centimetro dopo centimetro.

Sono imbarazzato da tale solitudine in lei, dalla mia solitudine.

Si può dire che siamo ora, dopo questa notte, una sola cosa?

Intanto che aspetto di capire, la guardo. E sento di volerle bene.

Mi piace quel suo corpo, mi piace il suo volto, che seppur così vicino mi è lontano perché fuori dalla portata dei miei occhi.

Il silenzio la sveglia, ed ecco che, con un movimento che sembra eterno, lei si volta verso di me.

La guardo mentre apre gli occhi, non pronuncia una parola, sta in silenzio, anche se so che nel suo rimanere zitta sta parlandomi.

I suoi occhi mi guardano, il suo è un sorriso dolce e caparbio.

Anche io le sorrido, sapendo che solo lei mi sa capire, ora.

Lei è il frutto del mio peccato.

Un peccato dolce e gradevole, di cui espierò la mia colpa ma mai mi pentirò.

Mi avvicino, la bacio. Un bacio come quello che si danno a scuola, con le labbra che quasi si sfiorano e rimangono in quella dimensione inconsistente per chissà quanto.

Non parliamo.

Ma è incredibile come la capisco, ora.

So che vorrei continuare tutta la vita con lei, ma so anche che questo non è che l’effetto inebriante del calice che ho appena bevuto.

Sono uscito dalla mia dimensione per rimanere sospeso nello spazio.

Ho fluttuato, ma nello spazio non c’è aria. E il piacere di essere totalmente liberi non può durare a lungo.

Lei sparirà dalla mia vita? Domande, sempre domande.

Ora voglio guardarla, mentre lei mi guarda, ancora un po’. Poi vedrò il dopo.

Ora voglio straziarmi ancora un po’ nell’osservarla mentre rimane distesa, immobile, con quei suoi occhi socchiusi a metà, con il suo sorriso inconfondibile.

L’ho conosciuta solo da tre giorni ma è come se fosse mia da tutta la vita.“

Furio non aveva mai tradito, ma aveva sempre pensato che nei momenti che compongono un gesto di questo tipo non può che esserci una gradevole sensazione di serenità.

venerdì, marzo 24, 2006

Come un albero


Ibrid camminava nella confusione della città e pensava a Joshua. Ibrid camminava nel traffico e pensava
a ciò che aveva perso e che aveva rimosso.

Ibrid andava al lavoro, mentre pensava a come mantenersi gli studi. Perchè Ibrid voleva laurearsi,
senza però chiedere a nessuno le risorse per finire quel passo, così lungo, così' affascinante.

Ibrid era solita pensarsi completa. Una e doppia, lei e Joshua. Non capiva come avesse fatto quel
ragazzo così normale a colpirla più di tanti altri, a farla innamorare, a farle girare la testa fino a
convincerla a non scappare senza lasciargli il cuore.

Joshua l'aveva rapinata dell'anima? Si, una sorta di rapina a mano armata e volto scoperto, e si era
messo a scappare fino a convincerla che non c'era strada diversa da quella che Joshua avrebbe percorso.

Ciò che aveva rimosso sarebbe potuto essere diverso? Avrebbe saputo essere più bello? No. Almeno, non
credeva. Non avrebbe potuto che essere una sorta di ripetizione anacronistica di quello che era
stato, che era, con il normale Joshua e l'anormale sapore di quel sentimento nuovo e ripetuto.

Gli alberi sotto la pioggia danno l'effetto di sentire freddo ma di non spaventarsi, di non temere.

Ibrid aveva sentito su di sè, lacrime, in un giorno di fine marzo, come pioggia che bagna, e si arresta,
sulle foglie degli alberi.

Ma gli alberi non si curano delle foglie bagnate, si curano solo se le foglie cadono. Ed Ibrid era
rimasta impassibile. Aveva sollevato dubbi? No. Aveva trovato domande? No.
Era rimasta impassibile.

Oggi Ibrid camminava come sè il mondo fosse ai suoi piedi.

"Oggi, si dirà, Ibrid cammina come se Joshua non fosse in procinto di dirle «ti amo», ma come se glielo
avesse già detto."

"Ibrid, oh Ibrid, ti sei innamorata di qualcuno che assomiglia tremendamente ad un viaggiatore
inconsapevole."

Camminava Ibrid, odorando i gas di scarico dei pullman misto all'odore di brioches dei bar, mentre
si avvicinava alla sede del suo lavoro per mantenersi gli studi. Guardava la gente, e nel mentre si
chiedeva in quanti avrebbero capito cosa serve veramente all'uomo e alla donna. Lavoro, soldi,
successo, sono chiavi di una porta senza uscita. L'uscita era l'amore. E Ibrid l'aveva trovata.

[«Non so dove, non so quando, ma so che Ibrid mi ama» pensava Joshua in quel momento]

"Si, Joshua ti ama, ibrid. Ma è viaggiatore di un viaggio che forse non è più così scontato nella sua
riuscita. Presto o tardi capirai."

p.s."fra il virgolettato parole tratte dal diario di Furio".

mercoledì, marzo 22, 2006

Caro signor Nessuno



Joshua impugnò la penna e si mise a scrivere. Voleva poi far leggere a Ibrid quello che aveva scritto, pensando a lei, a loro, a lui, e al mondo che intorno a lui girava indifferente.

Si immaginò il personaggio. Un perfetto signor Nessuno, in linea con l'indifferenza generale.
Cosa doveva dire il signor Nessuno? Pensò che, in effetti, era lui che doveva dire qualcosa al signor
Nessuno.

Così cominciò.

«Caro signor Nessuno,
come va? Tu non mi conosci, ma io conosco te. Già, ti ho inventato io. Sei la più placida
nullità che abbia inventato negli ultimi anni. Sei veramente una cosa inutile. Però mi servirai.

Perchè mi ascolterai, oggi che nessuno mi ascolta.

Sai, caro signor Nessuno, il mondo gira anche se tu non ci sei. Se io non ci sono.

Vorrei proprio capire come mai il nostro esistere è dettato dal fatto che siamo magari utili, ma non
indispensabili. Vorrei proprio capire alla fine come mai alla gente è più utile uno come te, da
immaginare solo quando si ha voglia di sognare la compagna o il compagno perfetto, che uno come me.
Io esisto, ma per gli altri non servo, quindi, non esisto.

Caro signor Nessuno, magari qualcuno vorrà capire cosa sia meglio. Qualcuno si pone delle domande?

No, signor Nessuno, perchè il mondo gira a prescindere dalle nostre domande. Prendi me.

Ho Ibrid, ma oggi sono più inutile di quando Ibrid non c'era. Ibrid non è stata che la lapide sulle mie
domande, quindi sulla mia diversità. Perchè ognuno si distingue dall'altro solo perchè pensa domande
diverse.

Io sono fermo. Non so darmi risposte, ma da un pò di tempo penso di non saper pormi neanche domande.

Una volta avevo un ufficio. Oggi questo ufficio non è più mio.

Avevo una sorta di dimensione. Oggi questa dimensione non c'è più.

Ora c'è solo Ibrid. Ed è una cosa consolante. Ma il resto?

Caro signor Nessuno, vorrei essere come te. Esser al centro dei pensieri della gente solamente perchè
non sono nient'altro che il frutto di un pensiero, plasmato e mollato.

Oggi non c'è più nulla, signor Nessuno. Oggi sono solo un inutile occupante del deserto che è la vita.

Ibrid, amore mio, neanche tu puoi riempire questo vuoto. Pensi che dovrei dirglielo, signor Nessuno?

Beh, a te poco importa. Rimani solo un pagliaccio del mio ego, una variazione della monotonia chiusa in
questa camera che oggi più che mai raccoglie la mia amarezza.

Addio signor Nessuno, è stato un piacere parlare con te.

Un diversivo in uno dei giorni sempre uguali che stanno riempiendo la mia vita.

Ci risentiremo, forse un giorno. Nell'attesa aspettami nel solito posto: un foglio di carta, bianco.

Arrivederci»


Joshua chiuse la lettera al signor Nessuno. Si specchiò e, guardandosi, non seppe che mormorare:
«O trovo un lavoro, o ad aspettare il Joshua di turno ci sarò io sul foglio di carta bianco».

lunedì, marzo 20, 2006

Il silenzio in Joshua


Joshua sentiva il silenzio. La discussione con Ibrid gli aveva lasciato dubbi e tante domande. L'apatia della disoccupazione invece gli aveva tolto ogni ispirazione.

mercoledì, marzo 15, 2006

Oblio, eterno ricordo

«Ibrid, vorrei presentarti un amico»

«Chi?»

«E' un mio ex collega di ufficio. Si chiama Furio»

«Non me ne hai mai parlato a fondo, anche io sono curiosa di conoscerlo»

«Non capita tutti i giorni di conoscere una persona in grado di parlare al di là delle parole»

«Beh, Joshua, non credo che poi sia così difficile. Io conoscevo una persona che solo con il
calore della propria mano era in grado di comunicare oltre ciò che l'orecchio poteva sentire»

«Chi era, il tuo primo amore?»

«Non proprio, direi l'unico. L'unico grande amore della mia vita. Ma di lui non ricordo granchè»

«Grazie per la stima. A quanto ho capito non stai parlando di me»

«No Joshua. Tu non sei solo l'amore della mia vita, tu sei anche il mio futuro»

«Ti sei salvata in corner»

«Eh eh eh» [Sorriso sornione di Ibrid]

«Ma come hai fatto a dimenticarti di lui?»

«Non lo so, forse perchè per un attimo l'ho odiato così profondamente che non c'è stato che
l'oblio come unica soluzione. Chissà»

«Questo discorso non siamo mai riusciti a farlo fino in fondo. Sembra quasi che tu ne abbia
paura»

«No, non è che ne ho paura. E' che non so veramente come affrontare questa cosa, dato che ne
ho perso totalmente coscienza. E' come cercare di ricordare la sequenza di Fibonacci in un
lungo sogno»

«Ma nei sogni i numeri e le lettere non seguono una linearità logica, ma appariono rovesciati o
invertiti, senza alcuna logica»

«Appunto: è come cercare di incastonare un senso in una zona di insensatezza»

«Il tuo primo amore è stato quindi insensato?»

«No, è l'amore che è insensato. Esiste solo l'affetto coinvolgente, che si riesce a controllare.
Ma già quando una persona perde la cognizione di causa, perchè troppo felice o troppo incazzata, ecco che si dimostra come l'amore sia insensato»

«L'eterno ricordo dell'oblio è più forte del piacere di amare: è così che la vedi?»

«Sì, più o meno»

domenica, marzo 12, 2006

Il vento che cambia

Furio cercava di capire, leggendo fra le righe dei pensieri di Siebel_boy.

Il fatto è che di tutti i sogni di Siebel_boy, Furio sapeva.

Lo stesso valeva per gli incubi di Siebel_boy.

E la dipartita di Ibrid verso altre braccia per Siebel_boy era l'incubo più sconvolgente.

Furio decise di conoscere Ibrid.

Fu per questo che, in una sera in cui la gente indifferente non notava un giovane fumare sul balcone di un monolocale del centro città, Furio inviò un sms dal suo cellulare vecchio quanto la penna di un improbabile squadra di calcio, indirizzato a Joshua, in cui si chiedeva un appuntamento per conoscere Ibrid.

Durante l'invio, Furio formulò due pensieri: il primo era dedicato a come fosse fatta Ibrid, se fosse la stessa descrittagli da Siebel_boy.
Il secondo, se la ragazza avrebbe portato con sè un amica da presentargli.

La ricerca dell'anima gemella era per Furio un pallino di vecchia data.

giovedì, marzo 09, 2006

Le due facce della stessa medaglia

L’asilo era luminoso come sempre, il cortile allegro come sempre, le maestre attente come sempre.

Ibrid e Siebel_boy erano però stranamente uno di fronte all’altro, senza che le loro mani fossero unite come sempre.

L’abete alto fino al cielo sfiorava il sole, annerendo la terra con la sua ombra.

In mezzo al cono d’oscurità, Ibrid e Siebel_boy, fermi, impassibili ma nettamente separati.

Ibrid che si gira, divenendo in un attimo adulta, mentre altre braccia la accolgono.

Le braccia di un giovane sconosciuto.


Era l’incubo di Siebel_boy e il sogno di Joshua, che si incontravano in una notte qualsiasi, seguente ad una serata passata sul balcone mentre due paia di labbra, altrove, si incontravano incuranti del resto del mondo.

Furio guardava al di là dell’incontro di queste dimensioni oniriche, e sapeva che talvolta l’incubo e il sogno sono solo due facce della stessa medaglia.

Furio sapeva i momenti di Siebel_boy e di Joshua, ma ancora non si era riuscito a spiegare se la Ibrid che aveva portato via l’anima a entrambi fosse la stessa.

lunedì, marzo 06, 2006

Un ritorno

Siebel_boy guardava il capello di Ibrid mentre la macchina della mamma sfrecciava fra il traffico e i dossi.

«Cosa hai fatto all’asilo oggi, cucciolo?» disse la mamma.

«Mi sono sposato» rispose Siebel_boy.

«A sì? E con chi?»

«Con Ibrid, mammina!»

«Bene, allora sei già grande? Perché solo i grandi si sposano, lo sai?»

«Si mamma!»

«Allora, visto che sei grande, stasera lavi i piatti!»

«No no, sono un bambino!»

Le risate si infransero sui vetri, sovrapponendosi al suono della radio, che la mamma teneva sempre sufficientemente bassa.

La sera Siebel_boy avrebbe attaccato il capello di Ibrid alla scarpiera, ridendo fra sé e sé: sapeva di aver mentito alla mamma per non lavare i piatti.

[Pensiero di Siebel_boy formulato sul balcone del suo monolocale nel centro città,
osservando il cielo e i marciapiedi di fronte a sé]

sabato, marzo 04, 2006

Il pegno più vero




















C'era un cruccio che lasciava Siebel_boy nello sconforto.

Era quando nel pomeriggio doveva lasciare l'asilo.

Ibrid e Siebel_boy si lasciavano sempre sotto l'abete alto fino al cielo, staccandosi le mani e pronunciando sempre le solite parole: «Con nessuno camminerò mano nella mano».

Una specie di giuramento, una promessa che ci si faceva quando il commiato aveva la forma delle mamme e dei papà, del ritorno a casa e della nostalgia indifferente dei bambini.

Fino ad un giorno, quel giorno.

«Ibrid, vorrei stringere le tue mani anche mentre sono a casa».

«E stringile alla tua mamma, no?!»

«Ma la mia mamma non mi stringe le mani come le stringi tu, lei è la mia mamma»

«E io cosa sono?»

«Tu sei la mia fidanzata. Quando sono grande ti sposerò»

«Allora stasera scapperò da casa e verrò nella tua cameretta e scapperemo insieme»

«D'accordo, però voglio un pegno»

«Ti dò un mio capello, va bene?»

«Va bene, però lo dovrò mettere in un posto dove nessuno possa trovarlo»

«Sì, altrimenti non ci sposiamo perchè questo è un pegno magico»

«A sì?Cosa hanno i tuoi capelli?»

«E' una magia potentissima. I miei capelli fanno innamorare le persone»

«Ma io sono già innamorato di te, Ibrid.»

«Ma così sono sicura che non mi lascerai mai. Capito?»

«Va ben, allora senti. Li incollerò alla scarpiera. Lì nessuno li troverà mai»

«Ma è abbastanza nascosto? Sei sicuro?»

«Sì, li è il mio nascondiglio segreto. Ci tengo anche le mie spade e le mie pistole»

«Ma quelle sono di plastica»

«No no, lì ci tengo solo quelle vere! Guarda che è vero, uffa!»

«Va bene, dai, ci credo. Allora dai, tirami un capello»

«Sei sicura che non ti farò male?»

«Ma nooooo!!!»

[Fatti avvenuti prima dell'inizio della storia]

venerdì, marzo 03, 2006

Mani nelle mani










L’abete che arrivava al cielo era il loro punto d’incontro. Fu deciso così il giorno che uno si avvicinò all’altra e senza pudore le chiese il nome.

Da buon quattrenne, Siebel_boy era sfacciato.

Come tutti i quattrenni, non si rese conto di averle dato la mano al momento di pronunciare il proprio nome, e che le mani erano rimaste intrecciate fra loro anche dopo che le presentazioni furono compiute.

Così, come se nulla fosse, cominciarono a camminare ogni giorno nel giardino dell’asilo, incontrandosi per la ricreazione di metà mattinata e quella dopo pranzo.

Quasi non rendendosi conto che nel camminare ad unirli erano le loro mani.

Sempre unite da una stretta ne troppo forte ne troppo svagata, camminavano talvolta quasi correndo per la fretta di arrivare sotto l’abete che arrivava al cielo, il punto dove le loro mani si erano unite.

Perché lì, solo lì, esse si potevano lasciare fino al giorno dopo.

Siebel_boy aveva scordato quei momenti in un istante, nel giorno forse in cui gli affluenti della sua anima erano stati deviati verso immense piantagioni di cotone.

Il giorno in cui Siebel_boy si rese conto che la mattina, l’abete che arrivava al cielo, non erano più il tempo e il luogo in cui le sue mani stringevano quelle di Ibrid, fu troppo tardi.

Ora le sue mani non stringono che una sigaretta e il rammarico.

La domanda che solcava gli occhi di Siebel_boy era ormai solo una: dove sei, Ibrid?

Quali mani stringono le tue mani?

A chi è permesso solcare i tuoi capelli con la punta delle dita?

[Fatti avvenuti prima dell'inizio della storia]

giovedì, marzo 02, 2006

Visto dal balcone di monolocale in centro città

Siebel_boy guardava l’orizzonte da un imprecisato balcone nel centro città.

Siebel_boy sentiva scorrere sempre sotto di sé gli umori e i rumori della vita, quasi abitasse in una tubatura del cielo più che in un monolocale.

Siebel_boy sapeva di non aver fatto il suo interesse nel dimenticare cosa volessero dire quei giorni all’asilo. L’innocenza, l’allegria, l’eterna primavera che nel cortile con l’abete alto fino al cielo regnava anche quando la ghiaia era ricoperta di neve.

I giochi dove, da piccolo, soleva sognare una vita all’insegna di quella serena sopravvivenza all’insegna dell’eterno fascio di ore che va dalle 10.00 alle 15.00, quel momento della giornata che contorna il pranzo.

Il momento in cui si usciva per le ore di gioco, e le classi si mischiavano fra loro.

I verdi, i blu, gli arancioni, i rossi. E poi c’erano loro, i gialli.

Quelli per intenderci più deboli. Fra i blu c’era Bobo, che minacciava sempre i più piccoli di lui. Fra i verdi, Alice, la cugina con cui stazionava a casa della nonna.

I rossi erano la classe dei bimbi meno vivavi, dei rossi non conosceva nessuno.

E fra gli arancioni? Beh, fra gli arancioni ci stava Ibrid, con i capelli lunghi che non si capiva se le segnassero gli anni.

Siebel_boy ripensava dal suo balcone al momento in cui, sotto l’abete alto fino al cielo, pensava fra sé e sé quale sarebbe stato il modo migliore per parlarle.

Lacrime gli rigavano il viso, mentre la vita sotto di lui continuava ad affluire, regalandogli umori e rumori degli altri esseri umani e non che costellavano il centro città.

mercoledì, marzo 01, 2006

E fu così

Furio rimase colpito da quella giornata.

Grazie a Ibrid, Joshua era rinato.

Fu per quel motivo, o forse per il sole e il cielo, e il rumore delle macchine che quel pomeriggio era sempre più lontano della voce di Joshua e dei suoi gesti, che Furio si mise a scrivere. Non lo faceva da tempo, ma quella volta tutto saltò fuori da solo.

La sua penna lasciò traccia, componendo parole che raccontavano una storia simile a questa:

« Quella mattina, dirigendomi dal verduraio, mi sentivo felice. Ogni volta che andavo dal verduraio ero felice, perchè avrei visto il viso di Renè, la ragazza che gestiva l'ortofrutta. La figlia del proprietario, limpida e sempre serena, disegnata da matita di bambino nella sua semplice purezza; mi facevo sempre servire da lei, quando mi recavo dal fruttivendolo, nella speranza anche solo di parlarle per un minuto, poche frasi, poche parole, mai banali seppur semplici.

Era sempre facile fare la spesa, quando dovevo recarmi dal fruttivendolo.

Una volta, seppur a casa da solo, mi recai a comprare le pesche lì solo per il gusto di vederla in un giorno d'estate.

Era quella volta vestita come se dovesse andare al mare: una deliziosa gonna bianca, che come seta le fasciava delicatamente i glutei e le gambe, coprendo a malapena le ginocchia; una canottiera con bretelline fini, che sostenevano quel tessuto a righe verdi e blu che le segnava il busto snello.

I suoi occhi però splendevano su tutto.

Non so se per i sapori di ogni stagione che le pareti del suo negozio emanavano ad ogni minuto,
o per il perenne risplendere del sole quando mi recavo da lei per comprare una damigiana di vino o qualche kg di mele, ma i suoi occhi erano in grado di lasciare sempre dentro me un vuoto, una malinconica nostalgia, che non mi ero mai riuscito a spiegare.

Le guardavo quelle pupille di un celeste chiaro, che ben si sposavano con i capelli color oro, e, mentre tornavo a casa, mi ripetevo: «Sento già che mi manca».

Quella mattina decisi che dovevo provare. Per quello ero felice.

Perchè mi sarei tolto dalla condizione di provare quel senso di vuoto.


Fu così che entrai, posai a terra le damigiane del vino comprato la scorsa volta, e attesi il mio turno. Fu lei a servirmi.

«Ciao» Il suo solito tono, per metà allegro e per metà da donna impegnata. Che ragazza.

«Ciao» Il mio solito tono, per metà scoglionato dal fatto che c'è una vecchia che sceglie le fragole e non mi lascia solo con lei e l'emozionato per il fatto che sto vivendo i 46 secondi più belli dei prossimi 16 giorni.

«Due di rosso, giusto?»

«Si. Le lascio qui?»

«No, dalle al signore»

Un uomo sulla 50ina che non avevo mai visto mi si parò davanti, e con un sorriso gentile mi prese le damigiane.

Sarà lo zio.

Mi reco alla cassa, poco distante.

«Sempre 11€?»

«Sì, certo»

Il negozio per un attimo fu vuoto. Ci provai.

«Stasera a che ora stacchi?»

Lei abbozza un mezzo sorriso.

«Ehhh, tardi...»

«Quindi se ti invitassi a uscire per mangiare con me... tu mi diresti che non hai voglia perchè sei stanca.»

Lei si ferma un attimo. Tutto il mondo si ferma un attimo...»

Furio posò la penna.

Aveva scritto per la priva volta dopo mesi una storia. Perchè rovinarla con un finale?

In fondo, di quella storia il bello era che il finale lo si poteva immaginare in molti modi diversi.

Si, andava bene così. Lasciò la penna. Renè per quella notte avrebbe accettato il suo invito. Decise di vedere come andava a finire sognandolo. Si spogliò, indosso il pigiama, e si addormentò.

Joshua, Ibrid, Siebel_boy erano lontani.

Aveva pensato troppo agli altri, ora voleva vivere un pò una storia creata da lui.