martedì, giugno 13, 2006

Ricordi da lontano

Caro Furio,
il ricordo è la malattia che più colpisce la moderna convinzione che il respiro sia dovuto.
C'è solo il ricordo ad uccidere la ferma convinzione che l'uomo debba essere, sempre e comunque, premiato solo per il fatto che esiste, è presente, è accompagnato dalla sua presenza nel mare dell'infinito.

Fortunatamente, c'è questo particolare dono.

Proprio il ricordo salva dalla deriva morale che ci porta a credere di essere i padroni incontrastati di quello che vive intorno a noi.

Dimentichiamo spesso, spesso dimenticando il cosa era prima del placido benestare dell'oblio.

Guardo spesso al passato, lo sai, e ringrazio di aver compreso come il ricordo vive in noi, magari silenzioso, magari agonizzante in un'immobilità misteriosa.

Noi viviamo di ricordi, ci viviamo dentro, e non ci rendiamo conto che ciò che è il momento che passa è già un ricordo.

Pensa a quando ascolti la musica della giovinezza, gli anni del dolce possedere il domani immaginandolo senza alcun ostacolo, come fosse morbido zucchero filato.
Accompagni quei momenti come fossero filmati di un capolavoro del cinema, contempli l'allora presente e ti rivedi a dire: «Si! Ora vivo e nessuno mi toglierà mai quanto ho ora!».

E invece, caro Furio, non ci rendiamo conto che quei momenti sono solo ricordi, già nel momento in cui sono concepiti, vengono partoriti e vengono fatti crescere fra le nostre mani.

Viviamo la nostra giovinezza come fosse un'unica grande sensazione di pienezza, non rendendoci conto che in essa si racchiude un unico grande malessere chiamato tempo passato, irrecuperabile, inequivocabilmente ed inesorabilmente vivo nella nostra mente, sotto forma di ricordi.

Ascoltiamo canzoni di quando avevamo 18 anni, ed ecco rispuntare quel vuoto nello stomaco, come quando ti stai per emozionare di fronte ad una meravigliosa tela di Dalì.
Ci risentiamo per un momento, chiudendo gli occhi, lì, nell'attimo passato, come fossero solo delle briciole di pane nel vento tutti gli anni trascorsi, e tutto è tornato ad allora.
Questo è il ricordo, caldo e avvolgente, ma anche freddo e pungente,
come serpente di sette miglia che striscia, ti trascina e ti trasporta.

Ibrid non l'ho mai dimenticata, e come ho amato lei non ho amato nessuno.

La scorsa sera ho rivissuto tutti i miei ricordi nelle sue spalle, nei suoi capelli splendidi come il primo giorno che, seduti sotto il pino alto fino al cielo, la conobbi e le chiesi un pegno perchè lei rimanesse con me.

Non ho badato a nessuno. Non ho visto nessuno. Ho solo sentito un ricordo urlare lontano, chiamarmi senza fermarsi e raggiungermi in una sera qualsiasi, inaspettata, inprescindibile dalla mia realtà, o forse dalla realtà di tutto l'universo.

Oggi, Furio, ripercorro le tappe di qualcosa che non ha domicilio alcuno.

Oggi, riscopro Ibrid, come ogni giorno da quando lei ha smesso di chiedersi chi ero.

Io non sono altro che un libro, una pagina di un libro in cui le righe cercano di ricordargli chi ero.

Hai visto, tu. Hai cercato di capire cosa volesse dire, hai ricercato, e hai compreso, ora più che mai cosa fosse stato il mio unico grande sogno.

Grazie, per tutto. Ho un ultima cosa da chiederti.

Di a Ibrid che la aspetto. Parlale, e dille che io so chi era, e so chi è.

Non voglio dimenticare nulla di lei.

Non voglio tralasciare nulla di lei.

Non voglio lasciare nulla di intentato, con lei.

Dille che sono ancora vivo.

Dille che oggi più che mai vorrei tornare indietro, che oggi non sono altro che quel cespuglio di cui ho sempre avuto paura, laggiù nel mare di Aral.

Ciao Furio.

Siebel_boy.

[Dalla mail inviato da Siebel_boy a Furio. Lettura svolta da Ibrid]

2 commenti:

la rochelle ha detto...

Per un curioso segno del destino, ieri sera, a Chiara la birrrba, è capitata sotto gli occhi una frase di Chateaubriand che diceva che le grandi passioni hanno bisogno di solitudine e che «colui che le porta nel deserto, le restituisce al loro regno».

Ciao Siebel_boy, salutami il mare d'Aral.

Paolo ha detto...

Mio caro... se sapessero come scrivi bene...