mercoledì, settembre 27, 2006

Sabato















Il sabato, si dice, è sempre assolato.

Il sabato si alzano presto solo studenti e quelli che ha lavoro arretrato: per gli altri, c'è un risveglio contornato da un continuo rigirarsi nel caldo delle coperte, d'inverno, e nel fresco delle lenzuola, d'estato.

Il sabato è il giorno della spesa, della pizza e dell'uscita in centro con gli amici, nel pomeriggio ricoperto di sogni e vociare di giovani baldanzosi che rincorrono signorine impomatate.

Il sabato è il respiro prima della malinconia della domenica.

Durante il sabato, ti piace guardare il sorriso di tua madre e pensare che un giorno vorresti provare a sorridere come lei, guardando tuo figlio; verso l'ora di pranzo, ai più piace sgranocchiare patatine a mo di aperitivo, nel tentativo di immaginarsi fuori dal sabato e dentro un grande sogno chiamato Vita.


Il sabato andare a cena a fuori non è vietato: anzi, talvolta è obbligatorio.

Il sabato si ride e si scherza, immaginando che la sera porterà inevitabilmente qualcosa di divertente.
Il sabato si è ottimisti per definizione.

Non ci sono ne giovani ne vecchi che il sabato riescano a vedere del male nel proprio futuro.

Una volta, lo scrittore F scrisse che il sabato era l'unica cosa che invidiava agli ebrei.


Siebel_boy di sabato era solito portar fuori il suo cane, facendolo giocare: in settimana non ce la faceva mai.

Furio di sabato si era fidanzato con Arianna.


Joshua aveva baciato la prima volta Klà di sabato.

Ibrid si era svegliata di sabato: dicendo semplicemente «Che giorno è oggi?».

Era sabato.

Un giorno in cui gesti decisivi e semplici espressioni si fondono, diventando un'unica grande magia.

venerdì, settembre 22, 2006

Se




















Era passato tanto tempo da quella notte.

Chiaro e scuro alternati nella dimensione dell'irriconoscibile, Siebel_boy che cambia ogni secondo, fino a divenire qualcun'altro.

Ibrid era scomparsa. Non poteva più chiamarla, secondo gli ordini di una madre sempre rimasta stupita in positivo e sconvolta in un momento da un giovane così repentinamente cambiato.

Se fosse stato diverso quel momento, forse sarebbe stato diverso anche il seguito della storia.

Un argomento, quello del bivio decisivo, che in Siebel_boy riecheggiava a monito di una scelta totalmente sventurata.

Cedere alla tentazione di provare un qualcosa di vietato, che poco confacesse alle sue abitudini dagli amici del cortile definite "puritane e da chirichetto".

Un suicidio, per l'animo di Siebel_boy, credere in quelle parole poco responsabili.

Stava di fronte allo specchio, seduto sul letto, sperando che potesse svegliarsi dentro la specularità dell'immagine, mentre un folletto della mente gli comunicava che era perdonato, nonostante avesse preso un senso unico vietato della propria esistenza.

Se lo specchio fosse stato un mezzo per traslarsi al di là di quella scelta sventurata, Siebel_boy lo avrebbe attraversato senza alcun indugio, a costo di tagliare ogni membrana del proprio corpo.

Ibrid era ciò in cui aveva sempre creduto, il loro amore, la loro unione più forte del tempo: perchè, si chiedeva, aveva ceduto alla tentazione di uscire fuori da quella dimensione così completa?

Seduto sullo specchio, osservava divenire intorno a sè ogni colore una varietà di grigio.

Il tarlo del pentimento era l'unica cosa che c'era in lui, ora.

Driin driin. Onomatopea abusata quando si pensa. Il telefono.

«Non so... non ne ho voglia...»

Invito fuori.

«Vabbè, dai».

Accettato l'invito.

Siebel_boy decise di uscire guardando lo specchio.
Se lo specchio avesse potuto parlare chissà se avrebbe apprezzato quella decorazione a forma di edera che ne deturpavano la specularità. Sembrava come il suo senso di colpa che si insinuava dentro la sua mente.

Bella metafora, pensò, mentre svogliatamente indossava scarpe e maglietta per recarsi all'appuntamento con un amico, ma non del cortile.

Lo specchio lo osservava, mentre si recava all'appuntamento cui non dava importanza, ma che si sarebbe rivelato probabilmente decisivo per il proseguo della storia.

Questo lo specchio lo avrebbe saputo dire a Siebel_boy, se fosse stato veramente una porta per cambiare il futuro.

Ma i se sono ingannevoli, talvolta segnano un rimpianto, talvolta un sogno.

La decisione giusta Siebel_boy, quella sera, la prese da solo.
Senza se e senza ma, con solo una grande tristezza nel cuore e un rimorso insostenibile che aleggiava fra lui il resto del mondo.

[Fatti avvenuti prima dell'inizio della storia]

martedì, settembre 19, 2006

Dormiveglia

La luce filtrava dalla fessura della persiana.

Il sole illuminava le pareti in cui rosa leggero, quadri e disegni, poster e foto si alternavano
in uno strano can can grafico, a indicare che quello era territorio contaminato da una presenza pensante.

La scrivania, odorosa di studio e di un sottile strato di polvere, ospitava accogliente
alcuni abiti stropicciati, che un tentativo di piega aveva reso più visivamente accettabili.

Nel letto, una sagoma segnava il lenzuolo dove sicure si adagiavano due coperte di diversa fantasia, una scozzere dove rosso e nero predominavano, una dove il lilla e il turchese di improbabili fiore grandi come case armonizzavano il fondo panna richiamando alla mente vecchi scenari di emozioni infantili.

I capelli di Ibrid, strompigliati, si distribuivano sul bianco della federa che chiudeva con difficoltà un cuscino apparentemente molto morbido.

I suoi occhi, chiusi in un dolce dormiveglia, sfioravano quella sottile riga di luce che, abile come lince, si era incuneata fra gli sbarramenti architettonici per preservare quel sonno sereno.

Era la prima mattina di Ibrid a casa dopo la serata in cui tutto era divenuto scuro, tutto
si era racchiuso in un asettico tum tum tum.

Ora il suo sonno era calmo, placido in quella stanza che la osservava, con la stessa materiale
intensità con cui la aveva osservata uscire nella sera che l'aveva portata al confine più sconosciuto per l'uomo.

Quella stanza che non era cambiata, che l'aveva attesa inconsapevole nel suo essere inanimata. Una stanza da cui erano però spariti, per mano di una madre che sentiva di aver toccato il fondo, i segni di un qualcosa che prima era considerato da tutti come il bene più assoluto.

Ora per Ibrid cominciava il tempo dell'amnesia.

Ma lei, ovviamente, non lo sapeva,
perchè non poteva ricordarsi di chi era ritratto, nelle foto che una volta erano accolte nella sua stanza, illuminata dal sole di primo mattino che filtrava dalle persiane e da quel dormiveglia che infondeva tranquillità.

[Fatti avvenuti prima dell'inizio della storia]

giovedì, settembre 14, 2006

Bianco selettivo
















Le corsie degli ospedali sono tutte uguali.


Le facce di chi visita quei lunghi corridoi tutti uguali sono simili fra loro, un misto di attesa, speranza, talvola di disperazione e purtroppo, anche di rassegnazione.

Secondo questi canoni espressivi una donna sostava ad di fuori di una camera chiusa dall'interno. Non c'erano segni particolari sul suo viso che facessero presagire nulla di che.

Il suo attendere era dettato da un istinto primordiale, chiamato a raccolta da una
telefonata giunta nelle prime ore di una mattino qualunque, il cui mittente era un soggetto sconosciuto che presentò solo le proprie credenziali: medico.

La donna sostava lì in attesa che quella porta si aprisse per rivelarle un qualcosa che era
per lei vitale: nonostante ciò, i canoni espressivi di cui sopra si mescolavano, altalenandosi per via di pensieri che veloci correvano e si propagavano nella mente.

«Signora?». La voce del mittente.


«Come sta ora?» rispose la donna.

«Sua figlia è stata fortunata: nessun danno celebrale permanente è previsto, nonostante le sostanze assunte siano di qualità estremamente pericolosa».

Ecco che i canoni espressivi si scremarono, lasciando spazio ad uno raramente visto in quei
corridoi bianchi: sollievo.

«Crediamo però che possa presentarsi un fenomeno, noto alla medicina come amnesia sellettiva, che potrebbe privare la ragazza di alcuni ricordi legati a questa sera».

La donna fermò per un attimo quella sensazione così piacevole. «Questo cosa significa?»

«In parole povere, è probabile che dimenticherà qualcosa che la lega a questa brutta esperienza: la mente umana è in grado di cancellare, a livello subconscio, paure e sensazioni spiacevoli che possono far rivangare alcune brutte sensazioni. L'amnesia sellettiva capita a chi vuole rimuovere alcune paure: è un sistema di difesa della mente umana, anche se, è opportuno ricordare, la rimozione subconscia non cancella il ricordo a livello inconscio».

«Starà bene?». La donna pose senza mezzi termini la domanda che in molti visitatori dei corridoi bianchi temono di porre.

«Beh, a parte questa probabile conseguenza, credo che le capacità intellettive di Ibrid non siano in pericolo. Io e i medici che l'abbiamo seguita questa notte pensiamo possa continuare a studiare senza alcun tipo di conseguenza».

Il sollievo diventò permanente.

La donna si lasciò andare ad un ringraziamento sentito verso que
messaggero di speranza travestito da medico.

Il bianco dei corridoi intanto continuava ad avvolgere altre storie, altre facce, altri canoni
espressivi che legittimavano sensazioni ed emozioni.

Un bianco poco piacevole alla vista di chi, da un momento all'altro, vede volar via una delle
cose più importanti nella vita: un figlio.

Ibrid era salva. Ora sua madre poteva pensare a tornare a casa.
Con lei, fortunatamente.


[Fatti antecedenti alla storia]

giovedì, settembre 07, 2006

Lo strano punto di vista dello scrittore F

Mi trovo spiazzato nel dover descrivere, o meglio ri-raccontare, ciò che era successo quella notte.
Uno sprazzo di follia aveva fatto tremolare la notte più del sordo tuono emesso dalle stolte casse di un'indefinita discoteca della città.

Nel mezzo di tale lampo, l'indifferenze gesto di un giovane che fronte a sè aveva la cosa più importante del mondo e che, subito dopo, si ritrovava solo nelle tenebre a piangere la propria perversione.

Oggi più che mai dovrei spiegare perchè io, osservatore e narratore, in fondo non sia potuto partecipare all'azione di questa storia così banale, così diversa.

Ma forse, è nell'ordine delle cose non poter cambiare il corso degli eventi: ed in fondo, se essi avvengono è per un qualche genere di senso, oscuro ai più (e anche ai meno, se mi permettete la battuta).

Oggi mi fermo, per riflettere della bella storia di Siebel_boy e di Ibrid, romanzo inventato magari dal passante meno appariscente, amore perfetto e forse inimitabile, giunto quasi alla sua conclusione per colpa di un gesto scriteriato di lui.

Ibrid è dolce e sensibile: l' ho vista poche volte nella mia esistenza, ma non posso non dire che quelle volte siano state degli avvenimenti che ancor oggi ricordo con piacevole benessere.

Sono stato in molte città, e molti sono stati gli edifici, le costruzioni, che giungevano fino al cielo nell'immensa artificiosità che li componevano. Ma mai nessuno è riuscito a farmi guardare al di là dell'immensa distesa di azzurro tanto quanto uno sguardo di Ibrid verso Siebel_boy.

Amore puro, certo, ma anche tenerezza, comprensione, affetto, amicizia, delicatezza, purezza, desiderio, protezione. Non ci sono parole ne elenchi per dire cosa provassero quei due.

Ma si sa, la perfezione di questo mondo non è.

E dunque, mi trovo oggi a scrivere l'incipit di una storia mai raccontata che poteva finire male, e che invece non si è ancora conclusa (credo).

Siebel_boy, dopo quella serata, penso che non potesse che sentirsi un verme. Non è così semplice.

Avrà sentito rammarico? Compassione verso se stesso? Senso di colpa? Non so.

So che di lui si è detto molto e niente. So che lui, perchè lo so, in realtà si è sentito come se il suo corpo fosse qui, ma la sua mente fosse a Liegi.

La sua volontà fosse in un luogo lontano, perso da ogni logica quotidiana, fermo in un logico casino a metà fra Bolliwood e Holliwood, fra un teatro di posa e un anno sabbatico dal proprio io.

Era come se fosse partito per un viaggio di un anno, lontano dal proprio normale esistere, per dedicarsi alla trasgressività più palese, convinto che in essa forse un senso lo avrebbe trovato.

Se non avessi visto ciò che ho visto, gli avrei ancora rinfacciato oggi che la vera trasgressione è trovarsi fra le mani un qualcosa di puro.

Ma lui, pur sbagliando, è tornato.

E in fondo, ciò che di più strano c'è in questa storia, è che fra loro qualcosa dal passato sia riemerso. Di solito del passato si ricordano con più facilità le scottature, perchè bruciano, oh se bruciano.

Ma a volte vince il bene, quindi non può che regnare il silenzio.

Una panchina innevata, in fondo, rimane sempre un posto su cui d'estate ci si potrà sedere... magari qualche tempo rimarrà solo un sostegno per il freddo e compatto rimasuglio di qualche precipitazione invernale, sarà sempre pronta ad accogliere, d'estate, giovani o vecchi che possano sedersi a pensare, a parlare, o ad amare qualcuno.

Uno strano punto di vista, direte voi. Beh, in fondo non si vedono tutti i giorni scene come quelle che ho visto io, un giorno non meglio precisato, qualche tempo fa.

sabato, settembre 02, 2006

Luci e dolore











«Cos'è tutto questo bianco?»


Luci... oh Dio, queste luci...

«Dove sono?»


Che male alla testa... e questo sapore disgustoso in bocca... che schifo... mi sento male...


«No, non mi faccia la puntura... mi fa male...»


Chi è questa... ma dove... che nausea... e che sonno...


«Ah! Non prendermi a schiaffi! Ho sonno...»


Io... non resisto... tutte queste curve.. e questa luce incasinata...


«Chiamate mia madre... voglio mio padre... scusatemi...»


[Dall'autobulanza che trasportava Ibrid al pronto soccorso. Fatti prima dell'inizio della storia, in corsivo i pensieri di Ibrid]