domenica, gennaio 28, 2007

Capitolo 2 - Flashback n.1 (6)

Oscar riprese la parola dopo qualche minuto, in cui Paponi lo aveva osservato con la coda dell'occhio, mentre ripercorreva a mente il discorso e ne annotava sul block notes i punti salienti.

«Sa dottore, il mio dubbio più grande è se mia madre se ne sia andata con l'idea che un giorno io sarei stato ciò che lei desiderava... Non posso fermare la morte, e questo lo so. Però avrei potuto accorgermi che quando una persona sta per morire non deve lasciare il minimo dubbio in chi ci rimane, qui. E credo che mia madre di dubbi me ne abbia lasciati molti» Ora i suoi occhi si erano inumiditi, arrossandosi su tutti i bordi. Oscar continuava a parlare osservando dietro la finestra la fetta di cielo che tagliava in due l'orizzonte di muri e mattoni.

«So che mio padre ce la sta mettendo tutta - una lacrima gli solcò la gota - ma non potrà mai dire che mamma era felice di quello che sono stato, e di ciò che sarò».

Paponi indugiava, sapeva che non avrebbe potuto tirare fuori troppo presto le aspettative che si celavano nella mente di Oscar, per il suo futuro. Era troppo presto per sforzarlo a immaginare un avvenire. Deviò quindi il discorso concentrando la risposta sul presente, su quei dubbi che affossavano le sicurezze di un ragazzo forse cresciuto troppo in fretta: «Ciò che sarai sarà solo per merito tuo, Oscar, non te lo scordare. E se tu ci arriverai, ad una qualsiasi meta, mettendoci tutto ciò che hai in te, beh, sono sicuro che tua madre, da lassù sarà felice di te, e con te».

Oscar tirò su con il naso il muco provocato dal pianto. Prese un bel respiro, e con un filo di voce rispose semplicemente: «Sì».

«E poi, vedi - disse sorridendo Paponi, scattando in piedi e andando verso lo stereo - anche Chopin sicuramente non immaginava di diventare quello che è diventato. E' il grande dubbio dell'umanità, Oscar.. ciò che ci attende, dove andiamo, chi siamo e perchè siamo proprio noi... le spiegazioni sono diverse, e si legato a tanti aspetti diversi dell'esistenza. Alcuni legano la risoluzione di questi quesiti nella religione, altri nella politica, altri nel sesso e nei soldi...»

«Lei come la chiama, dottore?» disse Oscar guardando Paponi, intento a posare il cd di Chopin nella custodia e mettere un secondo compact disk nel lettore.

«Cosa, Oscar?».

«Questa risposta.. come definisce le risposte a queste domande?»

«Non lo so, Oscar. Chopin - disse lo psicologo inserendo il cd del Notturno, opera 37 - credeva di averla trovata nella musica. Amò nella vita George Sand, una baronessa dei suoi anni. Ma niente lo segnò tanto quanto la sua musica. Per questo credo che, nonostante abbia vissuto solo 39 anni, Chopin oggi ci parli ancora: lui quella risposta l'ha trovata, e la sua voce, se sai cogliere le sfumature della sua musica, ancora oggi ci parla, e ci dice cosa lui abbia provato, abbia sentito, durante quei 39 anni».

La melodia del pianoforte si diffondeva nell'aria come un effluvio di torta appena uscita dal forno. Oscar la ascoltava, mentre Paponi chiamava il bar per un nuovo caffè.

La seduta continuò per circa mezz'ora, dopo la quale il giovane e il dottore si salutarono dandosi appuntamento a 15 giorni dopo. Oscar avrebbe svolto regolarmente lezione a scuola, decidendo lui l'argomento da dibattere con Paponi nel prossimo incontro. Sullo stesso, avrebbe dovuto scrivere un piccolo testo da analizzare con il dottore.

Nella testa di Oscar, però, risuonava una parola, un flebile sussurro che sarebbe diventato, con il tempo, un urlo incontrollabile. Ancora lui non lo sapeva, ma quel giorno, la sua vita era cambiata per sempre.

«La voce...».

mercoledì, gennaio 24, 2007

Capitolo 2 - Flashback n.1 (5)














«Ho capito, dottore, però lei non può negare che Chopin morendo abbia concluso la sua opera: magari la sua idea era ricreare un qualcosa di più grande, di cui non possiamo comprendere la grandezza perchè non possiamo concepire cosa ci fosse nella sua testa».

Lo psicologo rimase stupefatto, per l'arguzia con Oscar lo aveva messo sotto scacco, con quella risposta. Il silenzio calò per un attimo nella stanza. «Sei arguto, Oscar, ma il problema non riguarda cosa avrebbe fatto se fosse stato vivo ancora, quanto quello che ha realizzato in vita. Le sue melodie rimangono, e non rimane che pensare a lui come se abbia concluso il suo tempo realizzando ciò che voleva».

«E' limitante, dottore, è questa la verità». Oscar rispose deciso, con un filo di amarezza che lasciava trasparire quanto sentisse dolore nel pensare a quella realtà conclusa, forse, prima del tempo.

«Sai Oscar, non la vedrei sotto questo aspetto: quello che dici è vero, però dai troppa importanza, forse...».

«A cosa, dottore? Alla morte?». Paponi ora era visibilmente in difficoltà.

Oscar riprese: «La morte è parte della vita, secondo voi, no?E' la fine del corpo, di questo cazzo di corpo, no?!?» Ora Oscar si stava agitando.

Paponi si rizzò sul divano:«Oscar, non è il caso di agitarsi, ora».

Il tono del giovane si rafforzò, portando la voce alle soglie dell'urlo: «E perchè, dottore? Forse perchè ho detto che le persone non sopravvivono dopo la morte anche se rimane negli altri qualcosa di loro?».

«Oscar, questo non è vero». Lo psicologo era sicuro che il momento di agitazione sarebbe stato un momento passeggero, cui sarebbe seguita la calma che avrebbe permesso la discussione.
«Eh lo sai, che non è così».

Oscar si quietò. Paponi osservava attraverso gli occhiali il giovane, mentre questi si lasciava andare sullo schienale del divano, osservando il soffitto.

«Già, ha ragione». Oscar era meno sicuro di sè. Continuava a guardare in aria, quasi che le domande del professore non giungessero da una persona fisica ma da un qualcosa al di fuori dello studio.

«Hai paura di quello che senti, Oscar? »

«Sì, dottore. Perdo il controllo, quando ci penso» Oscar era la prima volta che parlava di quanto sentiva, del cosa lo aveva portato a comportarsi così fra le mura scolastiche.

Nelle scorse settimane aveva raccontato a Paponi, un pò con distacco, un pò con indifferenza, il funerale della madre e le serate passate a guardare suo padre seduto da solo sul divano, mentre sullo schermo televisivo scorrevano immagini di serial ammuffiti e varietà da televisione anni '80; i riferimenti a ciò che sentiva lui erano però rarefatti, appena citati e poco esplorati.

Paponi aveva pazientemente atteso che fosse lui stesso a parlarne, in modo che non si sentisse obbligato ad aprire il lato più nascosto di sè. Seguiva le parole di Oscar con attenzione, segnandosi mentalmente tutti i punti che avrebbe dovuto poi annotare nel suo fascicolo. «Tutto ciò che mi sarei aspettato dalla vita non era un dolore così grande, dottore - continuò - e devo ammettere che mai come il momento in cui se n'è andata, ho sentito la sua mancanza. Mia madre è sempre stata vicino a me, e io non me ne sono mai accorto.. finchè lei ha smesso di esserci, di fianco a me».

Era il momento della domanda che forse sarebbe stata decisiva per il proseguo della terapia.

Paponi prese un attimo e poi, con voce decisa, chiese:«Ti senti in colpa, per questo?».

«No, dottore». Calò nuovamente il silenzio.

sabato, gennaio 20, 2007

Capitolo 2 - Flashback n.1 (4)















Il divano si increspava sotto le gambe dello psicologo, mentre tutto il peso veniva spostato verso la direzione di Oscar.

«Beh dottore, non è che sia un problema il fatto che non ci sia nulla da dire».

Il dottore nicchiava, a metà fra la voglia di ribattere e la consapevolezza che quel muro nasceva dalla latente diffidenza di Oscar nei suoi riguardi. Latente, perchè essa era diminuita impercettibile volta dopo volta che i loro incontri si erano susseguiti, anche se rimaneva ancora un ostacolo ad ogni inizio di colloquio.

«Solo gli stupidi e gli inconsapevoli non hanno da dire nulla, Oscar» ribattè Paponi, tralasciando il suo senso di rivalsa nei confronti di quel ragazzo che sapeva tenergli testa come nessun altro paziente era riuscito a fare.

«Nulla dimostra che io non rientri in queste due categorie» Oscar non si sentiva affatto stupido o inconsapevole dei propri lati "difficili", quelli che l'avevano portato a reagire quando sua madre era saltata fuori nel momento meno opportuno: era solo un modo, il suo, di sfidare l'autorità precostituita di quello psicologo imposto, più che cercato.

«Sappiamo benissimo tutti e due che menti a te stesso, Oscar - chiosò il dottore - e per questo so che oggi tu mi dirai qualche cosa che potrebbe interessarmi».

«Che cosa le interessa sapere oggi?» Oscar si era rilassato sul divano, mettendosi comodamente appoggiato allo schienale, imbottito forse più di quei cuscini così soffici che ogni volta lo facevano sentire come ovattato in un mare di cotone.

«Ti va un pò di musica di sottofondo?» Paponi era in grado di cambiare argomento in corsa tanto quanto Ronaldo era in grado di cambiare passo durante un contropiede.

«Beh, faccia pure» Oscar rispose fingendo indifferenza, anche se sperava che Paponi mettesse un cd che gli piacesse a sufficienza.

«Chopin ti va?» disse lo psicologo voltandosi sorridente.

«Non lo conosco, dottore» Ancora musica classica. Ecco che i divani erano più accoglienti, ora.

«Bene, è ora che tu lo conosca, allora» disse Paponi con tono divertito.

Il dottore tornò a sedersi sul divano che lo accoglieva in precedenza, questa volta non rimanendo rigido ma appoggiando completamente la schiena sullo schienale, mentre con una mano teneva gli occhiali e con l'altra puliva le lenti, brandendo un lembo della sua camicia.

«Il notturno per piano, l'opera 9... » Paponi disse queste parole guardando in alto, attraverso le lenti degli occhiali, alla ricerca di qualche alone superstite della sua opera di pulizia.

«Molto bravo Chopin, dottore» disse Oscar, tentando di sembrare competente.

«Chopin era un genio, sai? - rispose il dottore - ha suonato sinfonie e composizioni talmente belle da rendere il suo nome immortale».

«Anche lui è morto, però - ribattè Oscar - e le sue sinfonie le suonano altri, rendendosi belli agli occhi di chi ascolta».

«Rimane il nome di Chopin dietro tutto questo - disse Paponi, sollevando lo sguardo verso il ragazzo - e rimane il fatto che se Chopin non avesse percepito un senso in tutto questo oggi il mondo non potrebbe godere di melodie così».

Oscar si rizzò su, quasi agitato nel dare la risposta: «Le avrebbe scritte qualcun'altro, no? Insomma, in tanti hanno composto, in tanti hanno saputo trarre dalla musica cose altrettanto belle, cose che..».

«Non sarebbero state uguali a queste - lo interruppe Paponi - perchè nessuno avrebbe saputo scriverle come Chopin, Oscar».

mercoledì, gennaio 17, 2007

Capitolo 2 - Flashback n.1 (3)















Oscar scostò l'uscio ed entrò. Si chiuse la porta alle spalle e avanzò nell'entrata, dove la scrivania delle segretaria era ancora vuota: era ancora presto, troppo presto.

«Dottor Paponi?» Oscar chiamò il dottore sbirciando nello studio, dalla fessura della porta socchiusa. Il dottore era in piedi davanti alla finestra, parlottando al cellulare.

«Sì sì, ok Giovanni, lo porterò io poi lì al... scusa un attimo: vieni dentro, Oscar, entra pure» Il dottor Paponi distolse lo sguardo dall'esterno e si voltò verso l'uscio.

«Grazie dottore» Oscar entrò nel salottino del dottor Paponi, un vero e proprio studio di meditazione. Non aveva neppure l'aria di esser un posto dove la gente si guardava dentro: sembrava piuttosto un posto dove chiaccherare del più e del meno, senza sentirsi in dovere di dire qualcosa di profondo.

«Ok Giovanni, ti chiamo dopo, ciao ciao ciao» Paponi pigiò il tasto di spegnimento: il telefono cellulare produsse un suono riconducibile ad un saluto in inglese, e non emise più luce. Il dottore lo chiuse con un rumore sordo e lo buttò sulla scrivania distrattamente.

«Vieni Oscar, accomodati pure» disse indicando il solito divano bianco, morbido tanto quanto il suo materasso di casa. Oscar ne era sicuro, avrebbe potuto anche dormirci lì sopra, se avesse avuto sonno.

Ma il sonno, quando era dal dottor Paponi, gli passava. Si sentiva come se avesse avuto qualcuno dentro, come se a scavargli dentro non ci fosse solo un'immensa tristezza. Ma quell'uomo così giovane per il suo mestiere, con una barba sporcata dai primi peli bianchi, con gli occhiali rotondi come un mappamondo e perennemente vestito di camicia bianca e pantaloni verdi o marroni, non sapeva perchè, in fondo era molto bravo nel suo mestiere. Peccato che volesse capirlo dentro, capire perchè si sentiva meglio solo che in compagnia.

E questo, a Oscar, dava fastidio. Perchè quello che sentiva era qualcosa di suo, di suo e basta.
Nessuno poteva entrarci e per questo tutto ciò gli sembrava uno sforzarsi, un mettersi in gioco in quelle sedute così "psicotiche".

«Allora Oscar, che mi vuoi dire oggi?» Il dottor Paponi si portò sul ciglio del divano, inclinando un pò la testa e guardando Oscar con le pupille che puntavano verso l'alto. Una posizione abituale per cominciare le sedute: l'assumeva sempre.

«Non ho nulla da raccontarle oggi, dottore» Rispose Oscar sorridente.

«Ok, giovanotto» rispose lo psicologo. Detto ciò, Paponi si alzò e si diresse verso il telefono; cominciò a digitare i tasti senza consultare nè guida nè appunti.
«Sto ordinando un caffè, Oscar. Tu vuoi qualcosa?» disse senza guardarlo.

«No, grazie, dottore, ho già fatto colazione» rispose il ragazzo.

«Carlo? Ciao, sono Paponi. Sì, mi mandi su un caffè? Sì grazie ciao, ciao»

Il dottore si tornò a sedere nella medesima posizione di prima e riprese a guardare Oscar nello stesso modo che preannunciava una delle sue
solite domande.

martedì, gennaio 16, 2007

Digressione Catena di Sant'Antonio... by Krepa


















(cominciamo dalla foto.. io e gli amici in data 9 luglio 2006: Italia campione del mondo e tutti a festeggiare)


Ok ok ok, Simo da Milano. Con stima ci infilo anche questo nel mio romanzo, sperando che il filo conduttore non si rompa troppo e i lettori di Oscar continuino a seguirlo come e più di prima.

Or dunque, 5 cose di me che non sapete? Ok ok ok...

1) A 4 anni mi sono innamorato di Valentina, è stata la prima volta che mi innamoravo. Vale abita a 10 metri da casa mia, ha gli occhi di un azzurro spettacolare, bellissimo. E' una delle persone che non scorderò mai. Anche se negli anni della scuola superiore l'ho invitata a uscire e lei mi ha detto no.

2) Ho sempre amato i Lego, ci ho giocato fino in seconda media. Mi hanno aiutato a inventare storie che oggi francamente non scriverò mai, ma che mi divertivano un sacco. Peccato che oggi se giocassi ancora con i Lego sarei considerato come minimo un cretino.

3) La prima volta che ho fumato una sigaretta è stato nel 1997, con mia zia, ai campi della gioventù parrocchiali. Avevo 15 anni e non sapevo che quello sarebbe stato uno dei gesti più sconsiderati che ho compiuto. Quest'anno taglio il traguardo dei 10 anni di tabagismo e credo che, nonostante fumare mi piaccia un sacco, dovrei smettere. In quel 1997 vomitai 2 volte dopo una Marlboro: il mio fisichino da rachitico non mi permetteva più di due note a sera.. poi conobbi un gruppo di tarri, in vacanza nel meridione, originari come me di Torino, che mi presero in simpatia e che una sera mi mantennero a birra e siga. E da allora non ho più smesso.

4) Ho cominciato a giocare a pallone, dopo un tentativo durante la prima media, a 20 anni nel magico Lingotto. Sono felice di aver conosciuto questa realtà, e credo che in squadre come queste, dove non c'è che voglia di divertirsi e bisogna star attenti anche ai soldi per far lavare le maglie, si nasconda il calcio, il vero calcio. E poi tutto questo lo devo a lui: un amico fantastico che mi fa pensare, oltre al calcio, all'università, alle serate magnifiche negli anni che non sarebbero mai dovuti passare, ai pomeriggi in biblioteca o nel cortile di casa mia in cui ci dicevamo "studiamo", sempre lui proponeva un poker e di studiare neanche a parlarne. In fondo questo punto 4) lo dedico a un amico che a volte fa lo stronzo, ma che tante volte mi ha aiutato aggratis e mi ha sopportato quando lo stronzo lo facevo io.

5) La mia prima volta? A 19 anni. Ebbene sì, prima solo petting di primissima qualità. Ho aspetto un pò di più sopra la media, ma ne è valsa la pena, visto che ad oggi non ricordo una donna che mi abbia emozionato così. Mi ha lasciato dopo un mese per tornare con il suo ex, e ancora oggi a volte scrivo pensando a lei e a come sarebbe potuto essere se.. Boh. Se passi di qui: ciao Clà.

Ecco qui, mi sono completamente messo a nudo di fronte a voi, blogger. A chi tocca ora?
Vediamo vediamo:

Pietro (perchè anche lui è uno di quelli amici che contano e non posso non nominarlo.. tvb brother)

Andrea (che deve smetterla di guardare una parete nuda)

Sara (vai Colomba!)

Fede (che dovrà smetter di declamare versi per un pò)

Faith (che ho appena conosciuto ma già fa parte della famigghia)

Ciao ciao, torno a Oscar.

ps: l'ipotetico punto 6) sarebbe: il mio chiodo fisso è organizzare un incontro nazionale e internazionale (visto gli svizzeri) fra noi blogger.. secondo voi si può fare? Sarebbe bello per una sera incontrarci..

venerdì, gennaio 12, 2007

Capitolo 2 - Flashback n.1 (2)

«Dottor Paponi.. eccolo qui»

Oscar era giunto di fronte alla porta del lettore psicanalitico del cervello, non solo in senso lato ma anche di anima, di pensiero interiore, di quello che c'era sotto la dura scorza di giovane studente delle superiori, con tutti i pro e i contro.

Già, le superiori, quell'accozzaglia di facce e di amici/nemici, che non capiscono che tu sei lì anche per imparare, per amare ciò che ti può dare un libro e non solo morire dietro a una delle tante e a farti delle cippe di fumo e frumento per sballarti alla faccia di bidelli e insegnanti.

Oscar sentiva su di sè il peso di un liceo che non gli piaceva, dal figlio di papà che non aveva problemi a rinfacciargli che lui i soldi dell'ultimo modello di Energie non li aveva al tarro che veniva dalla periferia a spacciare davanti ai cancelli, fino al punk che non sapeva che rovinare i muri scrivendo "Sid Vicious ti amo" o "Stato di anarchia, odio la polizia, stato di anarchia, a morte la gerarchia". Quante stronzate. Una via di mezzo. Una sola da tutta quella merda.

Oscar era obbligato ad andare dallo psicologo da quella stessa scuola. Era stato accusato di aver picchiato un compagno senza motivo, la settimana che sua madre aveva deciso di passare alla casa del Padre Eterno (qualunque esso sia, per te che leggi e ti senti offeso se si parla di Dio nda) e il preside aveva giudicato quel gesto come frutto di un disagio troppo forte per il sistema di Oscar. «Gli sta venendo un forte esaurimento nervoso, è necessario una pressante cura a base di anti depressivi e calmanti alternati - si era detto in sede di analisi, nel conclave riguardante la vita di Oscar cui presenziarono il padre, il preside, il docente di italiano e lo strizzacervelli scolastico - la sua violenza è stata una risposta troppo forte ad un'offesa comunque venuta in un contesto giocoso».

Il padre aveva ribattuto forte: «Mi scusi, signor psicologo, ma a mio figlio è stata insultata la madre scomparsa da poche ore, non crede che sia troppo, anche se l'autore dell'insulto è il figlio del vicesindaco?»
«Tirando fuori la carica del padre del giovane aggredito da suo figlio, lei dimostra di non considerarmi all'altezza del caso. Rimetto quindi tutto in mano alla responsabilità oggettiva del preside».

Lo psicologo se ne lavava le mani. Brutta cosa la politica, soprattutto se tuo fratello è vicesindaco e il giovane aggredito è tuo figlio.

Tutto questo Oscar non lo seppe mai. Sapeva solo che quelle sedute gli erano state prescritte per risolvere gli scatti d'ira di cui era stato vittima. Non sapeva Oscar che la presidenza aveva deciso di applicare una mediazione fra il medico fratello del vicesindaco e il padre di Oscar, sentenziando visite settimanali dal dottor Paponi senza l'ausilio di una cura farmacologica di natura psico.

Oscar osservò il grosso portone fatto di metallo tutto intrecciato, a formare un arco alto quasi 2 volte un uomo. Era probabilmente una lega a base d'ottone, pensò. Il vetro faceva intravedere il cortile interno dello stabile, fatto tutto di rosoni composti da mattoni autobloccanti di colori spenti.

Un cortile che a Oscar era piaciuto particolarmente dalla prima seduta, tanto a guardarlo sempre senza gli occhiali da sole, perennemente davanti agli occhi al primo raggio di luce anomalo sia in autunno, che in inverno.

Una pregevole porta, di un pregevole palazzo ai cigli della città, i cui portici erano abitati solo dai clienti del bar all'angolo, l'unico che vantava tanti commessi viaggiatori di passaggio quanti bicchieri sul bancone, e dal padrone dell'edicola a cui mancava puntualmente il giornale alle 11, perchè il corriere ne portava pochi.

«Che tristezza» si disse Oscar, guardandosi intorno. Portò la mano sulla pulsantiera del citofono, pigiò al tasto corrispondente il primo piano e attese.

Uno scatto elettrico e la porta si aprì. Oscar entrò nell'atrio, salì le scale fino ad arrivare alla porta del dottor Paponi. L'uscio era accostato: era evidente che l'autore di sedute psicotiche attendeva solo lui.

mercoledì, gennaio 03, 2007

Capitolo 2 - Flashback n.1

Era inverno, un inverno di quelli che sembra che il pianeta navighi senza sosta verso la perdita d'identità stagionale e le temperature divengono ballerine dello "Schiaccianoci".

Il cielo terso era rischiarato da un sole primaverile e da un vento che inondava tutto con la sua foga: anche lo smog sembrava fuggito verso le montagne, laggiù dove la neve era attesa più di ogni altra cosa.

Oscar seguitava a camminare impettito verso l'ambulatorio del dottor Paponi, membro dell'ordine dei medici fin dal 1972, per la sua solita seduta psicotica (come amava dirsi lui) di metà settimana.

Un appuntamento che durante la scuola gli permetteva di saltare qualche ora il mattino giustificata dalla presidenza, durante le vacanze natalizie lo obbligavano a restringere lo spazio dedicato a sè stesso per presentarsi di fronte a quel signore un po' brizzolato, leggermente irrobustito dagli anni e dalle troppe storie tristi, ingobbito sul quadernetto dove appuntava ogni parola che Oscar, e chissà quanti altri, pronunciava durante quelle sedute.

A Natale, Oscar aveva ricevuto da suo papà un bel cappotto nero, lungo fino alla metà dei suoi polpacci. Sembrava quello che indossava Keanu Reeves nel film più bello che era uscito quell'anno, "Matrix".

Per avvicinarsi ancor di più a quel personaggio così strano e così affascinante, che aveva amato fin dal primo minuto di pellicola, Oscar aveva anche comprato un paio di occhialini da sole a forma di goccia, che in quella stagione erano venduti a prezzi più bassi perchè, si presupponeva, anche il sole sarebbe dovuto andare in vacanza.

E invece, quella mattina, a Oscar gli occhiali da sole non stonavano neanche un pò, per il sole innanzitutto, ma anche e soprattutto per le raffiche di vento che fulminee gli sfrecciavano intorno e, talvolta, si scontravano con il suo viso.

L'ambulatorio si trovava in una via alla periferia della città, nella zona in cui il comune aveva scelto di impiantare nuove strutture per avviare un processo di colonizzazione, come avrebbe detto il ragazzo della via Pal, dove anni fa c'era solo un prato verde.

Da lì, con quel tempo, Oscar poteva capire che tempo facesse sui monti, osservare l'orizzonte fatto di cime innevate e di svariate sfumature di cielo, e pensare che in fondo il mondo non era solo quella maledetta scuola superiore con quei compagni di merda, quelle visite guidate nella propria mente da un cinquantenne allievo di Freud e il ricordo di una madre che aveva deciso di morire troppo in fretta.