domenica, febbraio 25, 2007

Capitolo 3 - Sviluppo (5)

«Oscar, sei in casa?»
«Sono qui, papà!»

L'uomo entrò nel corridoio, posando distrattamente la valigetta portadocumenti vicino al portaombrelli di porcellana marrone. Avanzò fino alla soglia della porta che apriva sulla stanza di Oscar, mentre con gesti molesti cercava di togliere le braccia dalle maniche di uno spolverino beige fuori moda da almeno 10 anni.

«Che fai stasera, l'apericena con qualche modella che sei tutto in tiro?» ridacchiò il padre, osservando Oscar cercare di trovare la giusta altezza del cavallo dei pantaloni.

«No, è che andiamo a vedere un concerto, io e Luca»

Il padre si sedette sul letto di Oscar: si slacciò le scarpe e si allentò la cravatta, continuando a ridacchiare.

«Luca chi è? Il tuo compagno di accademia con il nomignolo strano?Com'è già, aspetta, fammi indovinare...»

«BrotherZof»

«Sì, esatto, quello lì»

«Impossibile da ricordare, eh?!»

«Che vuoi farci, sono vecchio ormai»

«Dai pà, smettila di dire cazzate»

«Guarda qui - disse, indicandosi il lato del cranio - guarda, spuntano i capelli bianchi... è la fine!»
Il tono era divenuto volutamente drammatico.

Oscar rise con gusto, pronunciando un: «Oh, sei patetico!» fra una risata e l'altra.

Il padre si alzò e si diresse in bagno.

«Pure la barba ti sei fatto?! Oh, ma non è che FotherPof in realtà è una bella ragazza?»

«BrotherZof, papà!»

La testa di suo padre spuntò dalla porta.

«Beh, spero che almeno lì non farete gli omossessuali»

Oscar mimò una checca isterica e, con tono effeminato, scandì: «Guarda che andiamo a fare le drag queen!»

«Oh mio Dio, non solo regista. Anche gay!» urlò il padre al cielo, mentre alzando gli occhi al cielo chiudeva la porta del bagno.

Oscar sorrise. Suo padre era prima di tutto un amico, fin dal momento che mamma aveva deciso di smettere di vivere. Aveva vissuto la crescita di quel rapporto giorno dopo giorno, lo aveva scandagliato nelle sedute con il dottor Paponi fin dalle prime volte che si era sottoposto, ormai diversi anni prima, alla prassi psicoanalitica.

Quell'uomo di mezza età, sempre con giacche grigio topo e cravatta dal nodo troppo piccolo, era forse stata la chiave di tutto per la sua vita: lo aveva sostenuto nell'affrontare la maturità, mentre lavorava e mentre conseguiva la laurea breve in discipline per l'arte, la musica e lo spettacolo. Ci aveva vissuto le vacanze fino all'anno passato, quando in ferie Oscar aveva preferito alla compagnia paterna la bellezza di una bruna mozzafiato, ovviamente finita nel dimenticatoio a settembre.

Ci andava ancora a comprare i vestiti con suo padre, Oscar, nonostante pagasse tutto con i suoi soldi. Ci scherzava sempre e non ci litigava mai, neanche quando le loro posizioni assumevano contorni diametralmente opposti. Lo loro vita era divenuta un'unica simbiosi da quando mamma era andata via per sempre: Oscar sapeva che suo padre era uno di quelli su cui poteva contare, su cui avrebbe potuto contare, sempre.

«A che ora torni, poi?» urlò il padre aprendo il rubinetto della doccia.

«Dormò da BrotherZof - rispose Oscar, superando di qualche decibel il rumore dell'acqua corrente - comunque mangio a casa!»

Lo scorrere della doccia fu nuovamente interrotto: «Allora metti la pentola sul fuoco, che ci facciamo due spaghi!» Seguì l'abituale canto da doccia che suo padre amava sempre affiancare al lavaggio post lavoro, un repertorio vastissimo che contava tutti i nomi famosi della musica leggere italiana. Quella sera fu il turno "del massacro", secondo la definizione di Oscar, di Gino Paoli, "Eravamo quattro amici al bar".

Il canto e lo scroscio nel box doccia furono mischiati ai suoni del salotto, la voce del tg e il ribollire della pentola per la pasta. Pochi minuti dopo, il padre uscì dal bagno e trovò la tavola imbandita, mentre dalla cucina un pregnante odore di sugo al ragù inondava l'aria.

Digressione per Fede - varie catene

Aggiungo le risposte che mi chiede Faith, alle svariate catene e catenine che circolano su internet. Beninteso, è un piacere rispondere a questa bella romana.

5 cose che farei se non avessi internet:
1) Sicuramente non condividerei i miei scritti, se non con gli amici intimi.
2) Non avrei conosciuto molte persone da tutta Italia.
3) Leggerei molti più libri la sera quando sto a casa, magari ascoltando gli stessi programmi radio che ascolto usando internet.
4) Non riuscirei a essere così informato, rimanendo quindi più legato al mezzo televisivo e conseguentemente al televideo. Sì, insomma, sbircerei sulle pagine di mediavideo, pagina 241 (per gli ignoranti, quella della Juve) per vedere se abbiamo esonerato Didier Deschamps o comprato Gerrard (entrambe al momento, purtroppo, improbabili) almeno 6 volte al minuto.
5) Forse spenderei di più di cellulare per inviare ciò che spedisco via mail-msn-skype.

Siamo fatti così:
SONO: un aspirante scrittore
TENDENZIALMENTE SEMBRO: un tarro di periferia
FREQUENTO: molta gente diversa
EVITO: posso parlare anche a livello politico?
AMO: molte persone e molti aspetti del mio pianeta
ODIO: vedi "evito"
ADORO: starmene a casa a scrivere ascoltando la radio
DETESTO: l'arroganza e l'ipocrisia
RICORDO: un Natale di tanti anni fa, quando ricevetti un sacco di regali, tanti da non sapere dove metterli.
RIMUOVO: non rimuovo nulla
RESTO INDIFFERENTE: riuscirci, questo è il problema
MI COLPISCE: la delicatezza
MI INNERVOSISCE: la presunzione
MI RILASSA: la musica classica
CHIEDO: sincerità
OFFRO: ciò che sono
SE MI DANNO 10: godo come un riccio, ovvio
SE DO 10: lo dò raramente
IMPAZZISCO: se toccano i miei fratelli
MI DEPRIMO: quando son solo e vorrei compagnia
MI VESTO: come un tarro di periferia, forse. Però di classe.
MI SPOGLIO: dipende da dove, con chi e cosa seguirà dopo
MI ELETTRIZZA: molte cose diverse
MI DEMORALIZZA: quando non piace ciò che scrivo
MI PIACEREBBE: pubblicare un libro

Passo la palla a Pietro, Paolo, Lateo, Andrea, Giangina. Per una delle due catene, a voi la scelta.

giovedì, febbraio 22, 2007

Capitolo 3 - Sviluppo (4)

Dopo la lezione, Oscar tornò in pullman, giungendo a casa intorno le 18.15. Appena entrato nell'abitato, si spogliò e si buttò sotto la doccia, facendosi scorrere addosso litri e litri di acqua bollente per lavare le fatiche di quella giornata che l'avevano visto tutta la mattina al lavoro e tutto il pomeriggio a lezione.

Non gli pesava, però, affrontare ogni giorno la routine, anzi: si immaginava come un piccolo partigiano del vivere, come se sfruttando ogni secondo a sua disposizione potesse decifrare il senso della sua vena artistica.

Il bagnoschiuma lo avvolgeva solleticandogli le narici, mentre con le mani si massaggiava il cuoio capelluto impiastricciato di shampoo. Si lavò lentamente, godendosi fino in fondo quel calore portato dal vapore acqueo che come nebbia mattutina aveva saturato tutta la stanza.
Oscar rimase sotto il getto caldo ancora qualche minuto, poi uscì, si avvolse nell'accapatoio e cominciò a farsi la barba.

Dispose la schiuma fino a coprire ogni centimetro di guancia, per poi passare delicatamente un rasorio a doppia lamina e tentando di non irritare la pelle.
Sciacquò più e più volte sotto l'acqua i piccoli peli, fino a che l'epidermide non risultò essere del tutto liscia. Prese poi il dopo barba e con perizia chirurgica dispose il balsamo sul viso, sentendo la freschezza dell'odore di pulito entrargli in tutti i pori.

Si asciugò per bene e uscì dal bagno, recandosi nella sua stanza dove troneggiava, sopra il letto, un poster di Kurt Cobain. Scelse dall'armadio un paio di jeans larghi di un blu schiarito dai troppi lavaggi e una maglietta nera attillata.

Li dispose sul letto, mentre pescava dal cassetto un paio di calzini scuri e degli slip. Si vestì ascoltando un cd di Chet Baker, riflettendosi nel grosso specchio
sull'armadio che occupava metà del suo spazio. Indossò prima le mutande, poi le calze, infine i jeans, rimanendo a petto nudo di fronte allo specchio: cercò nel suo portagioie una collana di pallini di metallo inanellati e la posò sulla credenza.

Tornò di fronte al letto e indossò la maglietta precedentemente posata sulla superficie delle coperte, agganciando il monile d'acciaio e lasciandolo risplendere sul cupo tessuto: osservò la sua immagine riflessa per qualche attimo, facendosi trasportare in preda ad un istinto narcisistico dalla sua figura che in quel momento gli appariva più bella che mai.

Dal corridoio, giunse il rumore della serratura che scattava. La porta si aprì e le suole di suo padre calcarono il pavimento, con il tipico cigolio di mocassino consumato che accompagnavano ogni rientro dal lavoro.

sabato, febbraio 17, 2007

Capitolo 3 - Sviluppo (3)

Quel flash gli passò lentamente davanti, mentre altrettanto lentamente le voci sommergevano la sua immaginazione fino a farlo sentire nuovamente nel mondo reale.

Certo era che fra gli schiamazzi del pre lezione e del via vai di soggetti autoriali , Oscar non rimaneva più di tanto nel suo mondo.

Si lasciava trascinare nei discorsi a base di sogni di cinema e pensieri di parole, dai compagni che come lui volevano riversare la propria esistenza nel condimento dell'arte
drammaturgic - Cinematografic - Autorial - Scrittor - Teatrale.

Bomber continuava a tessere lodi al cinema francese, mentre gli altri dialogavano di possibili progetti e testi letti nel passato. Oscar si accostò alla finestra, a metà fra due gruppetti di studenti che fittamente confrontavano le loro opinioni. Frugò nella tasca dei jeans ed estrasse da un pacchetto blu una sigaretta, che si accese mentre divertito sorrideva alle affermazioni di alcuni suoi compagni in merito all'ultimo film di David Linch su cui era svettata la potenza vocale di Sara di Testaccio:«Bello, ahò, ma nun se capiva un cazzo!». Risate scroscianti.

«Oscar!» Una mano gli prese la spalla con fare amichevole. Oscar si voltò e tese a sua volta l'arto in segno di saluto. Cinque-pugno-pacca sul cuore. Il saluto che convenzionalmente avevano scelto lui e la persona che si trovava di fronte per distinguersi, per distinguere la loro amicizia.
BrotherZof. Il primo amico che si era fatto all'accademia. BrotherZof era ovviamente un nome d'arte, in realtà quel ragazzo ben piantato a terra, poco più basso di lui e sempre vestito 3 taglie in più della sua reale misura, portava dignitosamente il nome di Luca. Arrivava da Ferrara, e per alcuni anni aveva vissuto, campando di lavoretti in fast food e free style, in trasferta a Edinburgo.

Oscar condivideva con lui la passione per la musica hip hop e per le brune, quelle con tratti mediterranei, che BrotherZof diceva essere "La piaga del mio cervello", in un testo scritto anni prima e mai cantato in pubblico che Oscar lesse divertito una sera.

Avevano cominciato a frequentarsi così, quasi per caso, andando a vedere qualche concerto insieme e condividendo qualche idea per un progetto comune. L'accademia li aveva avvicinati, e ora sentivano di divenire giorno dopo giorno veri amici.

«Ciao frate» disse Oscar, sorreggendo la sigaretta fra le labbra, mentre le loro mani completavano il saluto convenzionale.

«Oggi non c'ho cazzi di seguire cine» disse subito BrotherZof.

«Non sei l'unico». In sottofondo, Bomber contestava la scelta di analizzare il cinema russo, quel giorno.

BrotherZof cambiò subito argomento: «Socio, stase allora? Si va?»

«Certo che si va. Alle 22 comincia la serata?»

«Sì, prima c'è il concerto, poi si fa serata»

«Minchia, finirà a notte fonda»

«Vabbè dai, al massimo stai a dormire da me e poi domani veniamo a lezione insieme»

«Io domani non lavoro, si potrebbe fare»

«Ok, dai, l'unica è che domani arrivano anche quelli del secondo anno, o no?»

«Eggià, quindi si fa la riunione didattica prima della lezione»

«Quindi dobbiamo essere qua alle 10 invece che alle 11»

«Sti cazzi, sì»

«Oh, me ne fotto, andiamo a vedere lo stesso Numeri stasera»

«Massì, frate, tanto siamo qui per fare gli artisti, o no?»

I due risero. La sigaretta di Oscar si era consumata del tutto, mentre il professore di cinema aveva fatto il suo ingresso nello stanzone.

«Comincia la lezione, oh!» BrotherZof era un rapper, ma aveva sempre in sè l'innata vocazione alla puntualità. Oscar lo seguì a ruota, prendendo posto su una delle numerose sedie poste in fila di fronte al telo dove un proiettore avrebbe sputato tutta la produzione di Eisenstein.

«Allora ragazzi, oggi parleremo del cinema russo...» La lezione cominciò, mentre Oscar assorto pensava un pò al cinema russo, un pò alla serata che lo attendeva.

domenica, febbraio 11, 2007

Capitolo 3 - Sviluppo (2)

Era ritornando a quel giorno che Oscar entrava ogni mattina nell'atrio di quell'edificio bello a vedersi e viversi, scordando per un attimo nel momento in cui varcava la soglia gli impegni del giorno, ricordando quella sensazione di piacevole coinvolgimento che lo aveva accompagnato durante il colloquio selettivo e i lunghi giorni dell'attesa.

Sentiva intorno a sè un mondo fatto di tante prese di posizioni difficili talvolta da capire, perchè a prendere erano persone talmente egocentriche e forti caratterialmente da spiazzarlo ad ogni passo. Era questo il mondo che però lo chiamava a sè, era questo il mondo che lo faceva sentire nel proprio io, nell'essere sè stesso.

Era come se ogni giorno tornasse a spiegare, per il minuto in cui poggiava la giacca all'appendino, prendeva la borsa e riponeva il suo lettore mp3, i motivi che lo avevano spinto a chiedere di essere ammesso al corso, davanti a cinque fra scrittori, sceneggiatori e artisti sui generis. Che emozione... Oscar sentiva un lontano il ricordo di quel tremore, que fremito che lo portava a pensare di non poter sbagliare, in gioco c'era il suo voler essere e non vivacchiare: suo padre l'aveva seguito con il suo paterno realismo, continuando a ripetergli che sì, sarebbe potuto essere un bel vivere, ma chissà se avrebbe potuto costruire un futuro, realizzando storie e immagini con senso, o presunzione di tale, almeno.

Però Oscar non aveva guardato in faccia nessuno, aveva continuato a informarsi, credendoci. E aveva inviato il proprio curriculum vitae, nella speranza che almeno uno sguardo glielo buttassero. E invece, quando giunse quella telefonata da Alessia, il suo sguardo si perse negli orizzonti che la sua mente aveva solo immaginato.

Oscar ripensava a quelle poche parole, pronunciate un pomeriggio di metà giugno da una voce femminile sconosciuta all'altro capo del telefonino.

«Pronto?»

«Oscar?»

«Sì?»

«Ciao, sono Alessia dell'accademia "Mercurio"»

Silenzio.

«Sì?»

«Abbiamo ricevuto il tuo curriculum vitae e volevamo proporti di partecipare alla selezione di luglio»

«Ah». Sorriso.

«Sì, ci sarebbe posto per il 13, un lunedì, ti potrebbe andare?»

«Sì, certo, credo di sì»

«Bene, allora, presentati con un progetto da esporre alla commissione sul tema "Cosa narrare". La selezione durerà tutta la mattina, a partire dalle 9, ok?»

«Ok, certo»

«Bene, allora ci vediamo il 13»

«Sì, benissimo»

«Ciao, buona giornata!»

«Ciao...». Click.

Oscar quando riguardava Alessia, la giovane segretaria della scuola, ripensava a quella telefonata. Al display del telefonino con il sudore freddo dell'orecchio, il suo attimo di silenzio e il respiro forte nel tentativo di contare quante ore mancavano alla selezione. All'idea, a quel progetto.

Anche quella mattina Oscar ripercorse quei giorni, mentre compieva i soliti gesti di svestizione e di ingresso nella scuola. Appese la giacca, guardò Alessia, e si recò nello spazio di cinematografia. I suoi ricordi intanto continuavano a tempestarlo, sullo sfondo acustico di Bomber che continuava a ripetere: «Come becca male la "La corazzata Potemkin"..».

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Post Scriptum: E qui esco un attimo dal seminato della storia di Oscar, per ringraziare tutti coloro abbiamo detto e lasciato un commento di incoraggiamento al sottoscritto, in giorni complicati come questi.

Krepa, Fede, Viola, M@d Riot, lateo, giangina, guja, paparazza, Paolo, giulia... Grazie a tutti.

E poi, anche se ridondante e ampiamente già dimostrato, vorrei ringraziare pubblicamente un qualcuno cui in questi giorni ho rotto particolarmente i cxxxxxxi, talvolta offendendolo, ma a cui voglio un gran bene e che si sta dimostrando, giorno dopo giorno, parola dopo parola, mail dopo mail e incoraggiamento dopo incoraggiamento (su ogni tematica, ma veramente su tutte), un amico irrinunciabile. Lo so, non sono affari vostri, ma se non ci fosse stato lui "Diario" sarebbe stato cancellato dal web mercoledì scorso. Una vittoria per qualcuno, una sconfitta per me.
Grazie Piè, un kji kji kji kji non si nega mai a nessuno ^__^.

martedì, febbraio 06, 2007

Digressione - Significati parte 4

Ci sono volte in cui cercare significati diventa più impellente di dover continuare la storia, quella che senti dentro di te, che vuoi raccontare inseguendo il sogno di farti leggere solo una volta e poter commuovere sul serio.

Ci sono volte in cui fermarsi a respirare invece di correre, correre e correre, è indispensabile. Diventa questione di vita o di morte, per te stesso e per gli altri che senti attorno a te.

Ci sono volte che sai che i sogni muoiono all'alba, e anche se te lo ripeti ogni volta che prendi in mano una schedina del superenalotto e la giochi, in quelle volte te lo ripeti una volta in più.

Ci sono volte in cui la direzione che percorri è segnata già, tu lo sai, ma fai finta di niente e percorri quella direzione incurante che un giorno potrai pagarla, quella voglia di fuggire.

Ci sono volte che i diari arrivano al fondo. O meglio, riempi l'ultima pagina e non sai perchè, hai scritto così tanto.

Ci sono volte che vorresti ma non puoi. Ci sono volte in cui, a malincuore, senti che lo devi fare.

Il diario chiude, per un pò. Non so se effettivamente a qualcuno interessi, se a qualcuno dispiacerà non seguire quelle piccole avventure di quotidiano che tempestavano la url franzk62eccetera. Oscar continua a vivere, ma nel mio intimo. Nel mio pc. Lo posterò nel momento in cui sentirò che avrà nuovamente qualcosa da dire. Magari anche domani... dipende, se questo senso di amarezza che avverto passerà.

Ci sono volte in cui fantastichi su te stesso, e sogni ciò che vorrai diventare. Ti comporti come se già lo fossi, quel qualcosa: ebbene, per una notte, voglio essere uno scrittore bizzoso. Lo scrittore F, quello che già aveva seguito il mondo di Joshua e Ibrid.

A presto.

sabato, febbraio 03, 2007

Capitolo 3 - Sviluppo

La scuola di Oscar era una vecchia palazzina in stile liberty riadattata a istituto per aspiranti drammaturghi e cineasti.

C'erano molte aule dove fare lezione, con molti, moltissimi alunni che ogni giorno entravano e uscivano, ridevano e studiavano, litigavano e facevano pace.

C'erano laureati e giovanissimi appena maturati, o vecchi quarantenni ancora legati al sogno di divenire artisti. C'erano docenti, professori e professionisti di ogni genere, segretarie, assistenti, e, se ci si fermava anche dopo le 18, donne delle pulizie il più delle volte con il muso lungo per le briciole di panino lasciate su ogni banco che avesse visto il passaggio recente di un essere umano.

Migliaia di libri, dvd e vhs, riviste e fogli d'appunti sparsi dappertutto, in un caos ordinato che faceva apparire quell'istituto di grandi sognatori, all'esterno inappuntabile e prestigioso, come un gran casino organizzato. Perchè ogni cosa, seppur in un arco di tempo che poteva intercorrere fra i 2 minuti e i 4 anni e mezzo, poteva capitare in mano e aiutar a trovare la parola, il pensiero, l'immagine, il sogno, la storia, che poteva servire a scrivere, girare, preparare o solamente concludere, l'opera della vita. O meglio, la prima, quella che rimane nella mente e a cui ci si affeziona perchè ha voluto dire tante, tantissime difficoltà.

I muri erano inpregnati di personaggi e fatti non realmente accaduti, totalmente inventati, ma che nella loro incorporeità avevano camminato fra le pieghe dei sogni di tutti quelli che avevano solcato quei pavimenti perennemente pronti ad accogliere una qualsiasi attività ludica. Perchè, oh sì, in ogni angolo si trovavano anche frammenti di serenità perduta, non per distrazione, no, ma perchè caduta durante una corsa dopo una lezione, o una partita a pallone nei corridoi, o per un ballo inprovvisato sulle note del pianoforte che, inpettito più che mai, stazionava di fronte alle finestre dello spazio adibito alla ricreazione.

C'era tutto questo in quella scuola, la scuola che Oscar aveva scelto per sviluppare ciò che aveva immaginato per la sua vita. Lo sviluppo di un progetto grande come il mondo, quello di respirare aria non intorbidita dalla sensazione di non esser cresciuto o di non essere arrivato, ma il dolce sapore della realizzazione personale.

Oscar se ne era innamorato quasi subito, quando varcò per la prima volta la soglia dell'ingresso.
Si guardò attorno pensoso e rimase per un attimo senza fiato, la mattina della selezione. Poi fece i primi passi nella grossa entrata dai muri bianchi e dagli attaccapanni di legno e ferro, profumati di giacche vissute e zaini sempre troppo pieni. E si sentì felice, convinto di essere entrato nella dimensione che più lo avrebbe valorizzato come giovane, aspirante artista.