sabato, marzo 31, 2007

Capitolo 4 - Danzando (5)


















La passeggiata non durò più di dieci minuti. Il locale si trovava due vie più in giù rispetto al centro da casa di BrotherZof: Oscar e Bea riconobbero il posto dalla coda di persone che si era ammassata, indistinta.

Rimasero per qualche attimo dall'altra parte del marciapiede, osservando la gente raggrupparsi davanti al locale. Oscar si accese una sigaretta, mentre Bea continuava ad armeggiare con il cellulare e fare squilli.

«Stai chiamando Luca?»

«Gli sto mandando un sms per dire che siamo qui, così non facciamo la coda.»

Oscar guardava la ragazza. Nonostante quella sua strafottenza era veramente bellissima, gli appariva come quando era arrivata al capolinea del pullman: inarrivabile, pura, semplice eppure complessa, bruna e solare. La conosceva da poco eppure avrebbe detto di averla vista in tutte le ragazze che aveva incontrato fino a quel momento.

«Che fai nella vita?» le chiese, sputando un filo di fumo dopo l'ennesimo tiro.

«Studio» rispose lei.

«Che cosa?»

«Gestionale, ingegneria gestionale»

«Interessante»

«Mah, io volevo fare letteratura»

Intorno a loro, frotte di ragazzi si muovevano verso l'ingresso. I buttafuori distribuivano drink card con la velocità di un distributore di biglietti alla fermata del metrò e la folla rumoreggiava, qualcuno rideva, altri si lamentavano per la folla disordinata.

Oscar ascoltava quel caos come a tentare di metterci ordine e trovarci qualcuno di quei sospiri che voleva leggere in ogni angolo del mondo: guardò intorno a sè lentamente, roteando il cranio e soffermandosi su quelle frange di persone comuni.

«Che guardi?» chiese Bea.

«La gente» rispose.

«Che ci trovi nella gente?» sibilò lei.

«E' questo il punto - disse Oscar - che cosa ci trovo».

Una vibrazione fece sobbalzare Bea. Un sms annunciava:

«Andate alla porta di lato e aspettatemi».

martedì, marzo 27, 2007

Capitolo 4 - Danzando (4)

















Mentre attendevano l'ascensore, Oscar si guardò intorno incuriosito. La tromba delle scale conservava un tratto di fascino antico, come se il legno del corrimano e l'intonaco dei muri risaltassero più dell'ascensore, nota stonata in quel palazzo con palesi radici che affondavano in almeno un secolo prima.

Bea sembrava essersi tranquillizzata, ora che quattro mura la circondavano.

«BrotherZof sta all'ultimo piano, vero?»

«Si, esatto.»
Ci fu un attimo di quiete. Oscar riprese subito la parola.

«Scusa se te lo chiedo, ma perchè mentre venivamo qui continuavi a guardarti intorno?»

«Non mi stavo guardando intorno.»

«No, perchè sembrava che qualcuno ci seguisse.»

Bea si irrigidì nuovamente: «Mi prendi in giro?»

«No, figurati - rispose Oscar serioso - ti ho appena conosciuto e figurati se mi permetto.»

«Bravo.»

Il ragazzo rimase stupito da quella strafottenza. Bea a prima vista sembrava esser molto più gentile, a giustificare i suoi lineamenti così morbidi e dolci e quel suo portamento elegante.
Quell'uscita l'aveva stupito, anche se forse la sua poteva apparire una domanda inopportuna.

Salirono con l'ascensore fino al quinto piano. Bea aprì la porta ed entrarono.
L'appartamento di BrotherZof era un ordinato bilocale con i muri tinti di azzurro chiarissimo, i mobili nuovi e con un persistente odore di pulito. Sul divano erano poggiati un paio di jeans e delle magliette da stirare. Sotto il mobiletto della televisione, un bigliettino con una freccia stilizzata segnalava a Oscar:

"------> lascia qui la Play, ho già staccato i cavi!"

Oscar poggiò la zaino e ubbidì al consiglio lasciatogli dall'amico. Cominciò a montare le console vicino alla tv, mentre Bea si era recata in bagno.

Quando tornò, la ragazza disse: «Oscar, tu dormi in camera di Luca. Puoi lasciare lì la tua roba».

«Ok»

«Poi andiamo, sennò perdiamo l'inizio del concerto».

«Sì sì, certo.»

Oscar posò la sua borsa dove indicatogli, poi uscì insieme a Bea. Chiamarono l'ascensore, scesero e raggiunsero nuovamente il marciapiede.

I due ragazzi cominciarono a camminare in direzione del locale, con passo affrettato. Bea aveva riassunto quell'atteggiamento che Oscar aveva già notato in precedenza. La volontà di ritoccare l'argomento gli si strozzò in gola.

giovedì, marzo 22, 2007

Capitolo 4 - Danzando (3)

«Oh cacchio?! Scusa, ma che significa?!»

«No, scusa scusa scusa.»

Oscar rimase perplesso dalla sua risposta alquanto azzardata e maleducata. Cercò di riprendere subito quel dialogo troppo bruscamente interrotto.

«Sì, comunque Oscar sono io.»

«Ah ecco. Mi manda Luca» La ragazza rispose perplessa.

«Sei amica di BrotherZof?»

«Sì, sto qualche giorno a casa sua.»

«Come ti chiami?»

«Bea.»

«E BrotherZof dov'è?»

«Ci aspetta al locale, mi ha detto di venirti a prendere perchè lo hanno chiamato ed è dovuto correre lì.»

«Scusa, ma stasera non c'è il concerto di Numeri? Dovevamo andare insieme apposta..»

«Sì, infatti. Lui suona con la band.»

«Ah.» Oscar rimase stupefatto dalla rivelazione: non si aspettava che il suo amico facesse parte del gruppo. Credeva piuttosto che avrebbero assistito insieme al concerto.

La ragazza fece un mezzo sorriso: «Non ti aveva detto che avrebbe suonato lui?»

«No, proprio no.»

«Beh, comunque ora ti accompagno a casa sua così posi la tua roba e poi andiamo insieme là.»

«Ok, Bea.»

Si incamminarono nella direzione da cui era arrivata prima la ragazza. Oscar cercava con la coda dell'occhio di guardarla, sbirciando il suo portamento elegante e apparentemente convinto. Bea infatti continuava, nonostante i suoi passi apparissero decisi sul pavimento umido dagli schizzi di pioggia, a mordicchiarsi le dita delle mani, come se accumulasse un nervoso non meglio identificato.

«Bea è il diminutivo di Beatrice?» chiese Oscar.

«Sì.» rispose lei, guardandosi intorno ma non in direzione di lui.

«Non ti piace il tuo nome?»

«Sì e no.»

«Non è mica brutto, secondo me.»

«Secondo me è troppo classico.»

Calò il silenzio. La strada era sfumata dietro le miriadi di gocce che continuavano a cadere incessanti. Oscar camminava al fianco di Bea e pensava a come colpire quella giovane, che continuava ad attrarlo anche grazie alla sua misteriosa inquietudine.

Camminarono per le vie per circa 10 minuti. Superato il cinema Ripossi, deviarono in un vicolo chiuso che terminava con un muro.
«Eccoci, casa di Luca è lì»
Bea indicò il palazzo che chiudeva la via formando l'angolo con l'alto edificato che occludeva il vialetto.

«BrotheZof ha buon gusto anche nello scegliere l'abitazione, a quanto pare» commentò Oscar.

«Questo è sicuro» rispose lei.

giovedì, marzo 15, 2007

Capitolo 4 - Danzando (2)

Oscar rimase fermo sotto i portici in attesa, mentre i suoi compagni di viaggio si disperdevano fra i cunicoli della città.

La pioggia aveva ripreso a cadere copiosamente, portando con sè il lieve venticello che preannunciava l'arrivo dell'inverno, freddo e pungente come quelle gocce così fini, più simili a spilli che a piccoli segni d'acqua.

Oscar osservava intorno a sè il vuoto che piano gli si era creato intorno, accendendosi una sigaretta e respirando nel silenzio dei portici del centro. Il pullman era praticamente ripartito subito, lasciando sgombra la strada di fronte al ragazzo, che così poteva vedere la grande piazza a forma circolare dove quella linea terminava la sua corsa.

BrotherZof, teoricamente, avrebbe dovuto spuntare dall'altro lato rispetto al capolinea, entrando praticamente da ogni zona arrivasse nel campo visivo di Oscar. I minuti però passavano e dell'arrenbante rapper non c'era notizia. Oscar tirava a fondo ogni nota di sigaretta, aspirando a fondo e sbirciando il cellulare per vedere se qualche sms potesse chiarirgli il mistero.

Chiamare? La domanda si insinuava fra le pieghe dei dubbi come se fosse l'unica soluzione possibile. Anche perchè, pensò Oscar, nel caso il pacco di BrotherZof fosse stato confermato, avrebbe dovuto tornare a casa in pullman e l'ultimo della sera era quello delle 22. Il prossimo che si sarebbe fermato al capolinea, quindi.

Oscar finì la sigaretta, lanciò lontano il mozzicone e si mise a borbottare fra sè e sè pensando a un tradimento. Non voleva credere che quel suo amico tutto sommato conosciuto da poco ma già molto caro potesse trattarlo così. Eppure i fatti gli stavano dando torto: BrotherZof sembrava scomparso.

Che gli fosse successo qualcosa in quei 15 minuti che intercorrevano fra l'ultimo cenno che gli aveva dato, l'sms sul pullman, e l'appuntamento nell'ultima versione concordata? No, non poteva essere, BrotherZof era sì un pò più basso, ma comunque agile e sufficientemente forte e veloce per divincolarsi in un'eventuale aggressione.

Non poteva essere certo quella la causa del ritardo. Per scacciare quel pensiero, Oscar si avvicinò a una vetrina che si trovava sotto i portici, proprio all'altezza del capolinea. Cominciò a sbirciare i vestiti che erano disposti un pò alla rinfusa su manichini e appendiabiti, di colori sgarcianti come piacevano a BrotherZof e opachi come quelli che amava lui.

Fissò una felpa con il cappuccio dove spiccava il disegno di una macchina stilizzata, ne memorizzò il prezzo. Squadrò un paio di jeans e se li immaginò addosso. Intanto i minuti correvano e il vuoto continuò a persistere intorno a lui.

Oscar frugò nella tasca e guardò l'ora sul telefonino: le 21.48. Quasi 20 minuti di ritardo e mancava ormai poco al passaggio dell'ultimo pullman.
Cacciò il cellulare in tasca, estrasse una seconda sigaretta e se l'accese. Si guardò intorno. Tutto sembrava immobile: a un certo punto però, la sua attenzione venne attratta da una nota di movimento.

Sul fondo dei portici, dove la piazza compiva una curva divenendo circolare, comparve una figura. Una ragazza. Era alta pressapoco come BrotherZof, ma molto più magra. Si avvicinava con passo deciso, e a ogni metro che compieva nella sua direzione, Oscar poteva distinguere un particolare in più della sua presenza: portava jeans larghi con vita bassa, che si chiudevano in risvolti alti su stivali a punta con tacco di media altezza.

Un filo di pelle spuntava da sotto un piumino nero, reso lucido dalla pioggia. Mano a mano che la distanza si riduceva, Oscar ne scandagliò ogni tratto somatico: profondi occhi neri, naso acquilino e bocca disegnata a forma di goccia, con labbra non troppo pronunciata. Il viso, fine e magro, era racchiuso in un caschetto di capelli lisci, anch'essi neri e un pò bagnati.

Oscar la guardava spudoratamente, mentre ne seguiva il passo sinuoso e ondulato come se si trovasse davanti al miracolo più inimmaginabile che avesse mai potuto concepire. Dentro di sè, una tempesta si era scatenata, e cori di angeli si erano innalzati per ringraziare BrotherZof di quel ritardo così provvidenziale.

«Cazzo amico, ti aspetto tutta la vita per una così» pensò fra sè e sè, mentre la ragazza continuava quella specie di sfilata.

Ad un certo punto, nonostante a Oscar sembrasse quasi che il suo sguardo fosse ricambiato, la donna cambiò direzione e uscì in direzione del marciapiede, al di fuori dei portici, dove si ergeva la paletta del capolinea.

Oscar la seguì con gli occhi mentre la sua figura spariva repentina dietro le colonne che sostenevano il porticato. Ne fu rattristato, per un attimo non c'era nient'altro che quella visione formato serale e il fatto che senza di lei non avrebbe mai più vissuto. Si sentiva come se quel venticello che aveva sentito appena sceso dal bus, freddo sotto il piumino d'oca che lo avvolgeva, gli avesse nell'infilarsi sotto le maniche e fra colletto e maglione sottratto qualcosa.

Si rigirò verso la vetrina, tornando a osservare i jeans e cercando di dimenticare anche quella visione, oltre che il ritardo di BrotherZof. Anche perchè le 22 erano molto vicine.
Oscar frugò nuovamente nella tasca e prese il cellulare. Lo aprì, impostando l'applicazione sul numero di Luca. Pigiò il tasto di chiamata, e gettò la sigaretta che aveva nel frattempo finito.

Si girò in direzione della piazza e alzò lo sguardo.

Se la trovò davanti. Lei. La ragazza di prima.

E ora puntava deciso su di lui.

«Scusa, sei tu Oscar?» chiese, con una voce flebile ma decisa.

«Oh cacchio.» fu l'unica cosa che riuscì a rispondere Oscar.

sabato, marzo 10, 2007

Capitolo 4 - Danzando

Il pullman correva fra le corsie tranquillizzate dall'arrivo della sera: l'asfalto si era rinfrescato, dopo il passaggio alle 18 della folla ansiosa di arrivare prima della conclusione dello show di Gerry Scotti, quello dove si regalavano soldi e sogni alla modica cifra di una risposta fra 4 possibilità.

Era piacevole salire sulle autolinee a quell'ora, perchè oltre che esserci posto a sedere, la vista dal finestrino era quella di una città viva e racchiusa in miriade di finestre illuminate, ognuna con la propria storia da raccontare. Oscar guardava fra le goccie appiccicate sul vetro scorrere vetrine illuminate e insegne di parrucchieri per donna con nomi americani, mentre il bus sobbalzava fra le rotaie del tram su cui veleggiava la corsia preferenziale.

A ogni isola pedonale, nascosti sotto le pensiline per ripararsi dalla crescente pioggia che verso le 20.30 aveva cominciato a battere tutti i centimetri dell'area urbana, salivano uomini e donne di tutti i tipi. Sfioravano Oscar nel passare vicino al suo posto posto dietro l'obliteratrice, si accostavano talvolta con i piedi al suo zaino buttato sotto la seggiola, spesso lo guardavano chi con sguardo truce chi con gli occhi di chi vorrebbe sorridere ma la circostanza non lo permette.

Oscar immaginava, così come al call center, ciò che la vita aveva riservato loro e come sarebbe stato bello poterlo raccontare. Si lascia trasportare dal pensiero, dagli odori talvolta pesanti che quella fetta d'umanità lasciava dietro di sè nella sera cittadina e percepiva anche in loro, un volume e un tono peculiare rispetto agli altri. La musica scorreva nel lettore mp3 come l'acqua sul parabrezza del pullman, e accompagnava il passo di ogni rumore, di ogni sospiro, di ogni sguardo, che quelle poche persone lasciavano prendere a chi incrociava con gli occhi la loro presenza.

Ad un certo punto, la vibrazione del cellulare gli fece muovere tutta la giubba. Oscar prese il telefonino e lesse l'sms che era appena giunto.

"Frate, ti aspetto al capolinea per le 21.30"

Era BrotherZof. L'appuntamento che si erano dati all'accademia era verso le 21.30 alla fermata della stazione, poco prima del capolinea. Evidentemente, dato che questo era più vicino a casa sua, BrotherZof voleva che Oscar portasse prima lo zaino con la roba per la notte (console con gioco del calcio e 2 joypad, 1 cd musicale, spazzolino da denti e t-shirt per dormire) a casa sua, in modo che la pioggia non bagnasse le cose che vi erano contenute.

«Grande BrotherZof!» pensò il ragazzo sorridendo. L'amico gli aveva letto nel pensiero perchè quella sarebbe stata la prima richiesta che avrebbe avanzato prima del concerto. Ripose il cellulare nel taschino e, alzato il volume del lettore mp3, distese le gambe appoggiandole sul posto di fronte.

Il viaggio verso il capolinea durò poco. Alle 21.25 in punto il pullman arrivò a destinazione e scaricò Oscar e gli altri che erano sul mezzo.
Il ragazzo scese ordinatamente con gli altri passeggeri, e si guardò attorno.
Di BrotherZof nessuna traccia.

sabato, marzo 03, 2007

Capitolo 3 - Sviluppo (6)

Oscar aveva disposto sul tavolo bottiglie, posate, tovaglioli, piatti, due sottopentola, la ciotola con l'insalata, il portaolio, un filoncino di pane rustico, la grattuggia con un bel pezzo di parmigiano reggiano.

Il padre osservò dal corridoio come Oscar aveva disposto ogni cosa al suo posto, secondo la consuetudine di ogni sera che lo vedeva seduto nel punto più lontano dalla tv.

I posti erano quelli di sempre, eppure ogni cena si rivelava come se fosse la prima senza la madre di Oscar. Già, perchè seppur fossero passati già 8 anni, ogni sera quando c'era da mettere i piatti e la fase di preparazione del desco toccava a Oscar, il padre trovava sempre al posto vicino alla porta della cucina un piatto in più.

Oscar lo metteva senza rendersene conto, anche perchè vicino al piatto le posate non c'erano mai. Il padre lo toglieva di nascosto, senza farsi notare dal giovane: lo fece per qualche tempo, prima di parlarne al dottor Paponi, preoccupato che le sedute psicologiche non servissero.

«Non si preoccupi, il ragazzo è giovane e deve ancora somatizzare» gli disse il professore, qualche anno prima. C'era però un periodo in cui quel sintomo di nostalgia tornava a materializzarsi, magari per una volta sola, talvolta per qualche giorno di fila. Quella sera, dopo diversi mesi, quel terzo piatto era tornato a comparire sulla tavola serale.

«Oscar! Vieni un attimo a prendere una maglia a questo povero vecchio!»

«Arrivo papà!»

Il padre amava creare dei diversivi in modo da non far notare quella sparizione inopportuna per il figlio. Aveva quindi inventato delle scuse per far andare il figlio nell'altra stanza per liberare la cucina e compiere il "furto" dalla tavola imbandita.

Oscar uscì dalla cucina e si diresse nella camera da letto del padre.

«Eccomi papà, cosa devo...»

«Già fatto figliolo!» Il padre scattò di sorpresa verso la cucina, superando Oscar di lato e lanciandosi in una corsa domestica nel corridoio.

«Ancora, papà, ma sei grande per fare sti scherzi!» Oscar ridacchiò dietro al papà, non provando neanche a rincorrerlo e rimanendo volutamente indietro, come ad assumere il tono di uomo maturo verso il giovincello irresponsabile.

Il padre raggiunse il soggiorno, con gesto fulmineo prese il piatto ed entrò in cucina. Posò il pezzo nello scolino posto sul lavabo, chiuse l'antina e prese un sacchetto di patatine iniziato sul frigo.

«Me lo sono meritato un premio, no?!» disse, uscendo dallo stanzino.

«Papà, fai le corse per i sacchi di patatine, ora?!» rispose Oscar sorridendo.

«Ne vuoi una?»

«Vado a girare la pasta, che è meglio» Le risate avvolsero la stanza come l'odore del sugo di ragù.

I due consumarono la cena dialogando del più e del meno sull'attività svolta a scuola e al lavoro quel giorno. Oscar raccontò delle telefonate al lavoro e dei film visti durante la lezione di cinematografia, mentre il padre illustrò la prossima tranche di investimenti previsti per il successivo trimestre dalla sua società finanziaria. Fu un discorso rilassato e divertente, come d'abitudine dei loro pasti per soli uomini. Durante il momento della frutta, il padre pose a Oscar una domanda.

«Hai deciso quando tornare dal dottor Paponi?»

Oscar si incupì: «No»

«Perchè?»

«Non ne ho più bisogno, papà»

«Quanto tempo è che non ci vai? Nove mesi, ormai?»

«Già, più o meno sì.»

«Avevi detto che almeno un salto ogni tanto lo avresti fatto»

«Tanto significa tutto e significa niente»

«Oscar, prendi appuntamento per la prossima settimana»

«No»

«Fà come credi, allora»

Il ragazzo si alzò e cominciò a sparecchiare.
Lo innervosiva pensare che tutto il tempo che aveva passato in cura non era servito a niente. Perchè tornare da Paponi, per quanto gli facesse piacere per il rapporto umano instauratosi, lo metteva di fronte alle sue difficoltà nell'accettare la realtà, di fronte a quegli anni delle superiori in cui tutto gli sembrava essere macchiato di presunzione e di falsità.
Il padre lo osservava come lo guardava durante le volte che Oscar era impegnato a fare qualcosa: lo sentiva sempre inquieto e in perenne ricerca di qualcosa che lo facesse sentire finalmente sereno. Senza accorgersene, i suoi occhi si riempirono di lacrime: si sentì in colpa per averlo sforzato, quella sera che per Oscar probabilmente si prospettava senza pensieri.

Si asciugò gli occhi con il polso, mentre alzandosi e correggendo il tiro della voce chiese: «Vuoi una mano, giovine?»

Oscar mise fuori la testa dalla cucina e, sfoderando un sorriso beffardo con tono da checca isterica, rispose: «Come vuoi tu, bell'omone.»
Il padre rise. Percepiva in suo figlio la forza, e anche se quella voglia di serenità lo accompagnava giorno dopo giorno, Oscar gli appariva in grado di uscire da ogni situazione con semplicità e voglia di vivere.

La discussione era stata messa da parte: sparecchiarono la tavola e si prepararono ad affrontare le reciproche serate, diverse in tutto per tutto: l'uno a guardare la televisione, l'altro a cantare e ballare a un concerto hip hop con un amico in cerca di ragazze.