mercoledì, maggio 30, 2007

Capitolo 5 - Creatività (3)

«Lo saprete al momento opportuno, Federichina.»

Federica rimase impassibile, nonostante il suo piercing sotto il labbro inferiore avesse preso a muoversi convulsamente, sospinto dalla lingua. Evidentemente, alla ragazza non era bastata la risposta del direttore.

Roberto chiuse così il discorso. Si congedò con un «Riflettete» e tornò nel suo ufficio dietro la segreteria.

I ragazzi rimasero così sparsi negli spazi dell'accademia, cercando di capire come sarebbe stato organizzato tutto il sistema d'estrazione. Anche perchè la domanda di Marco da Genova s'era insinuata in tutti i presenti.

BrotherZof e Oscar s'appartarono sul balcone. Entrambi avevano delle idee su cui lavorare, ma avevano anche ben presente come le loro opinioni sarebbero state scartate a prescindere da alcuni dei compagni. Inoltre, c'era qualcosa che non quadrava.
Fu BrotherZof a metterlo in risalto, riferendosi a quanto le persone avevano raccontato durante i primi giorni dell'accademia.

«Quando arrivammo, il primo giorno, ricordo che tutti avevano aspirazioni diverse - cominciò il ragazzo - ognuno aveva raccontato di cosa di potesse fare nel mondo del cinema. E tutti citarono la domanda che era stata posta al colloquio, durante le selezioni...»

«Sì, l'ultima domanda. La ricordo anche io» disse Oscar.

«Già. "Cosa vorresti fare dopo aver preso il diploma? Era la domanda che un mio amico che aveva provato a entrare mi aveva indicato come quella decisiva.»

«Il tuo amico che fine ha fatto?»

«Lui dice che non è stato preso perchè ha risposto che voleva fare l'attore - regista, però non so, forse ha esagerato. Direi che la chiave stava più che nel senso dell'aspirazione in sè, della possibilità di raggiungere gli obiettivi in relazione alle proprie capacità.»

«Tu dici che hanno valutato le capacità di ognuno e abbiamo considerato quanto fosse facile che si potessero realizzare le risposte che abbiamo dato alla domanda?»

«Sì, credo di sì. Le selezioni hanno però tenuto conto di un altro criterio.»

«Quello matematico.»

BrotherZof sorrise: «Precisamente.»

«Hanno contato quante persone volessero fare cosa e, in base al curriculum e alle competenze hanno scelto.»

«Già.»

«In effetti, ora che ci penso non so cosa vogliano fare tutti.»

«Sì. Per ora le lezioni sono state molto teoriche e poi non con tutti si è instaurato un rapporto... che insomma, si possa dire tanto amichevole da dire i sogni di ognuno.»

«BrotherZof? Credo che tu abbia ragione. Solo che c'è anche da dire che Marco ha ragione quando dice che ne rimangono fuori tre.»

«E magari saranno tutti con lo stesso compito.»

«Beh, non possono essere tanto stupidi, scusa! Altrimenti potevano prendere un altro e facevano cifra tonda. Oppure potevano proprio cambiare metodo di formazione dei gruppi.»

«Non so, alla fine avranno fatto i loro conti. Oppure il sorteggio è pilotato.»

«Tu alla fine che vuoi fare?»

«Non so. Nel senso che quando ho risposto all'ultima domanda ho detto che avrei voluto sia fare un film mio, che lavorare nel campo dell'organizzazione, gestire il set. Ho detto due cose completamente diverse una dall'altra, insomma. E vorrei sfruttare questa situazione per magari evitare di finire con gente come Gene o come Dario che mi sembrano poco adatti al mio modo di lavorare...»

«Sì, poi c'è sta faccenda dei gruppi... oddio, a me non mi frega un cazzo, eh, però sai, alla fine se capito in un gruppo che non mi piace credo di non rendere quanto vorrei...»

«Ti proporrai come regista?»

«Non so, io vorrei fare quello.»

«E come persone?»

«Come persone, basta che siano prese bene a lavorare insieme. Il resto, non mi frega granchè.»

L'ora stava scorrendo, e i campanelli di ragazzi erano sempre più numerosi e rumorosi. Gli animi si scaldavano e i ruoli non erano ben definiti.
Chi annunciava un'astensione strategica, chi invece vantava una scelta precisa già compiuta: la sala era diventata come un'aula di parlamento durante la discussione sulla legge Finanziaria, e fra un caffè e una sigaretta le parole erano passate alle risate.

Roberto assisteva dal suo ufficio scambiando qualche parola con chi si ostinava a chiedere delucidazioni in merito all'estrazione. La sua assistente, Rosaria, sostava di fronte alle scatole controllando che nessuno manomettesse i bigliettini con i nomi.

BrotherZof e Oscar erano tornati ad accomodarsi sulle sedie dove avevano ascoltato Roberto. Attendevano pazientemente che l'ora di "riflessione" passasse leggendo rispettivamente "Chiedi alla polvere" di John Fante e una raccolta di racconti di Lovercraft.

A un certo punto, BrotherZof chiese: «Hai poi preso appunti su quell'idea di ieri sera?»

«Quale?» rispose Oscar.

«Quella su Bea.»

«Ah.. sì sì.»

«Ricordati ciò che ti ho chiesto ieri, socio.»

«Sì. Non ti preoccupare.»

Dopo un attimo di silenzio, Oscar riprese: «Quando siamo andati via, stamattina, sembrava tranquilla.»

«Sì - rispose BrotherZof - una dormita l'ha calmata. Sempre così... si agita tanto e poi si tranquillizza» disse ridendo.

«Vorrei rivederla, amico.»

BrotherZof sorrise. Si aspettava quella richiesta da parte di Oscar.

mercoledì, maggio 23, 2007

Capitolo 5 - Creatività (2)

«Quant'è vero che mi chiamo Roberto Demetri, detto il patriarca dei registi, questo sarà il primo vero impegno che affronterete quest'anno.»

Il direttore amava darsi a ogni discorso un nomignolo diverso. A ogni aggettivo o sostantivo che lo identificava, partivano le risate per la demenza con cui li proponeva... anche perchè lui ci credeva.

«Se siete qui, miei cari fringuelli, è perchè credete di poter creare arte partendo dalle vostre idee..»

Un urlo dal fondo dell'aula interruppe il discorso.

«E' un gentilissimo direttore!!!»
Scattarono gli applausi. Il clima era festante, dato che li si cominciava a impostare l'attività da operatori del cinema veri e propri.

«Beata gioventù, voi non siete Fantozzi e io non sono il mega direttore!»
Ancora risate. Sembrava più un ritrovo di amici che non una riunione didattica.

«Ascoltate, giovini amanti dell'arte cinematografica. Quest'anno l'accademia propone di lavorare su una tematica alquanto libera. Potete lavorare come preferite, senza limiti di genere nè di durata. Potete fare anche solo uno spot, l'importante è che il tema possa emergere chiaramente nello svolgimento della trama.»

I ragazzi ascoltavano, chi prendendo appunti chi calato in un silenzio concentrato. Il progetto sarebbe stato realizzato durante lo scorrere dell'anno, intervallando i corsi teorici e con traguardi periodici da tagliare. La valutazione finale sarebbe stata attribuita da una commissione composta da alcuni professori che tenevano i corsi all'accademia: i più belli, tradizionalmente, venivano anche inseriti nei rispettivi circuiti di diffusione affinchè gli autori venissero introdotti nel mondo del lavoro.
Un buon motivo per dedicarcisi anima e corpo: era questo il pensiero principale di ogni studente presente.

«Data anche l'eterogenea presenza di talenti, aspiranti sceneggiatori e registi, i gruppi saranno strutturati con questo criterio: alle mie spalle - disse Roberto indicando quattro scatoline sulla scrivania alle sue spalle - potete vedere i contenitori da cui, democraticamente, verranno estratti i nomi dei componenti di ogni gruppo.»

Sguardi interrogati si incrociarono nell'assemblea.

«Le vostre facce denotano poca chiarezza nella comprensione del processo d'estrazione. Eppure è così semplice - rise Roberto - Ognuno di voi dovrà mettere nella scatola dei compiti il proprio nome. Ogni scatola corrisponde a un compito da assolvere durante la progettazione e realizzazione del lavoro. Avete quattro possibilità: regista, sceneggiatore, responsabile di produzione, direttore della fotografia e della scenografia. Ognuno sceglierà in base al suo gusto e alle sue aspirazioni: da ogni scatola verrano estratti quattro nomi, e quei quattro lavoreranno insieme.»

Fra i ragazzi aumentò il brusio.

«Scusate, ragazzi, un attimo!» Roberto richiamò l'ordine, ma il brusio continuò.

«Direttore, scusa - richiamò l'attenzione dal fondo dell'aula Dario, uno dei compagni di Oscar più preparati sulla storia del cinema - ma se io preferisco lavorare con alcuni è anche perchè credo che potrò rendere di più, o no?»

Rispose Roberto: «E' vero, Dario, però nel mondo del lavoro i colleghi non si scelgono. Dovrai adattarti.»
«Direttò, però non è che ce puoi obbligà, eddai!» esortò Sara la romana.

«Io? Io posso tutto, io sono come Rossella Sensi per Francesco Totti, Sara.»

Altre risate sovrastarono il persistente brusio di disapprovazione: era evidente che in molti non approvavano la scelta della direzione didattica dell'accademia.

«Allora, avete un'ora di tempo per riflettere. Fra un'ora lascerete i vostri nomi nella scatola che avete scelto, poi si procederà alla formazione dei gruppi in conclave aperto a tutti i presenti.»

«Direttore, ma non siamo a sufficienza per formare gruppi di quattro: ne rimarranno fuori 3, di persone, e quelle che fanno?» chiese Marco da Genova.

«Per quei tre ci sarà l'aiuto complementare della direzione. I gruppi non potranno esser da cinque, ma da quattro al massimo. La direzione aiuterà quelli che rimarranno fuori da quest'estrazione.»

Il brusio salì. Dal fondo dell'aula si alzò una mano.

Federica, una delle ragazze con cui Oscar aveva legato di meno.

«Un attimo ragazzi - richiamò nuovamente il direttore - Federica, dimmi, che c'è?»

«Roberto, ci dici almeno qual'è il tema del progetto?»

lunedì, maggio 21, 2007

Capitolo 5 - Creatività

Nel grande salone dell'accademia si respirava aria da corrida. L'eccitazione era alta fra gli studenti: quella mattina, il direttore dell'accademia avrebbe parlato illustrando il tema da affrontare nella prova che valeva come tesi per il conseguimento del diploma.

I gruppi sarebbero stati formati seguendo una logica pratica ed efficace: il caso. Amicizie e antipatie sarebbero contate come per le schedine della lotteria la volontà di chi le gioca; si sarebbe dovuto lavorare con altre due o tre persone, realizzando un progetto comune che mettesse il risultato di fronte a tutto, anche se questo fosse dovuto scaturire dal compromesso di condividere l'obbiettivo con qualcuno poco affine.

Il balcone era pieno di giovani sognatori, che Oscar aveva col tempo imparato a conoscere: aveva imparato ad amarne i pregi e rispettarne i difetti, sempre con un pizzico di distacco che gli evitava delusioni nel caso un giorno, avesse sentito un trasporto eccessivo verso qualcuno che gli dava l'idea potesse più facilmente tradirlo che rispettarlo. Tranne BrotherZof, ovviamente.

Il direttore arrivò con la solita faccia sorridente accompagnata dal solito, gioviale buonumore. Salutò tutti con affetto, per poi richiamare l'attenzione dei presenti affinchè si accomodassero.

Dopo qualche minuto, la folla si tranquillizzò.
Il direttore prese la parola con il suo solito tono ironico e variopinto. Era un omino alto sì e no un metro e sessanta, che aveva passato la vita nel cinema giallo. Vestiva sempre panciotti di colori spenti e poco sgargianti, come il bordeaux o il marrone: i mocassini anni '80 erano invece sempre in bella mostra, dato che i pantaloni risultavano esser sempre un pelo troppo corti rispetto alla norma.

Nonostante i capelli un pò disordinati e la pelle consumata dall'età, i suoi occhi erano rimasti vispi e sempre in ricerca di qualcosa da guardare, come se non avesse mai smesso di fare il regista. Dirigeva quella scuola come fosse un film, e trattava i suoi studenti come fossero la sua troupe. Li rispettava, e sapeva che nonostante le sue conoscenze fossero molto più estese rispetto a quelle di quei giovani sognatori, anche lui poteva imparare qualcosa ogni giorno.

Il suo discorso prese subito il largo, senza interruzioni se non quando le battute generavano risate e divertimento fra i ragazzi.

Oscar ascoltava divertito, ridendo con BrotherZof a ogni gag che il parlato del direttore riusciva a generare. Non sentiva la stanchezza nonostante la notte prima l'avesse passata praticamente insonne, a ripensare a ciò che aveva visto. I suoi appunti giacevano in fondo allo zaino, pronti per tornare a galla a ricordargli cosa avesse provato nel guardare Bea, nel sentirla soffrire e nel vederla cercare di difendersi dalle sue paure. Avrebbe riguardato quegli appunti, cercando di adattarli al tema che il direttore stava esponendo con tanta ilarità.

mercoledì, maggio 16, 2007

Capitolo 5 - Scoperta (4)

BrotherZof si irrigidì: «Solo solo belle parole, non rimane niente di tutto questo.»

«Sbagli, BrotherZof - ribattè Oscar - perchè io l'ho provato sulla mia pelle, giorno dopo giorno».

«Come?»

«Ascolta.»

«Che cosa?»

«il silenzio».

BrotherZof tese l'orecchio: «Io non sento nulla» .

«Appunto. E' finito il cd».

BrotherZof sorrise: «Hai ragione».

Luca si alzò e si mise a rovistare fra i cd, per trovare un altro album che accompagnasse la discussione.

«Aspetta, BrotherZof! - disse Oscar, pescando nella sua borsa un cd - Toh, metti questo».

«Che cos'è?»

«Sono i notturni di Chopin».

«Facciamo i sofisticati?».

«No, solo per rimanere in tema».

BrotherZof inserì il cd nel lettore e tornò a sedersi ai piedi del divano. Il suono del pianoforte riempì dolcemente l'aria, come fino a poco prima aveva fatto la melodia di Einaudi.

Oscar finì la lattina di birra e ruttò. BrotherZof si mise a ridere sommessamente, pensando fra a sè come anche la musica di Chopin a volte si doveva inchinare ai suoi meno nobili.

«Il mondo parla anche attraverso i rutti?» chiese BrotherZof ridendo.

«Parlami di lei».

«Come?»

«Sì, dico, dimmi di lei. Bea, che cosa fa nella vita?»

«Lei è una disegnatrice. Vorrebbe fare la stilista, ha sempre voluto fare quello. Studia a Firenze, ma la madre la manda sempre via, quando non ha esami».

«Da te?»

«Sì. Mi raggiunge ovunque. La madre si fida di me e sa che con me Bea non ha paura».

«Lei ha paura in mezzo alla gente?»

«Sì. Ha paura di camminare da sola, ha paura dei posti affollati, ha paura delle persone che non conosce».

«Scusa, ma perchè è venuta da sola a prendermi?»

«La madre mi ha detto al telefono che i terapisti le hanno consigliato di cominciare ad affrontare le sue paure. Per questo ho fatto tutto sto casino. Solo che la tensione si è accumulata, e ha avuto quel malore».

«Di solito è così antipatica?»

BrotherZof sorrise: «Lei è... lei è staccata da tutto. Non si sente obbligata verso il mondo, vuole solo che il mondo non la tocchi. Allora diventa terribile, refrattaria, come se fosse una snob montanta. In realtà, se comincia a fidarsi di te, diventa come una sorella. Sorride, è loquace, è gioviale... diventa la ragazza perfetta».

«E' un soggetto mutaforme».

«Muta come muta la marea, secondo il tempo e lo spazio intorno a lei. Quando è arrivata alla fermata a prenderti, si mordeva le dita, vero?»

«Sì».

«E magari si guardava intorno?»

«Sì, esatto».

«Aveva paura che qualcuno la seguisse, oppure che tu le facessi del male».

«Io?!»

«Non per te, ovvio. Poi quando mi ha visto, al locale, mi ha mandato a fanculo perchè prima che la mandassi da te, le avevo detto che se non veniva non la facevo dormire in casa».

«Ma sei un bastardo!».

«Beh, sua madre mi ha detto di non esser troppo comprensivo. Sono l'unico che ascolta, in queste cose».

«Perchè siete così amici?»

«Non saprei dirtelo. Abbiamo sempre frequentato le stesse persone. Siamo diventati confidenti soprattutto nel periodo in cui con Paolo andava male, quando il loro rapporto era ormai finito. Sentiva che le cose stavano finendo, e si avvicinammo perchè con me riusciva ad aprirsi... Molto ha fatto anche che le abbia proprio detto che non le avrei mai chiesto di uscire per provarci, perchè lei con gli amici aveva questo terrore. Le donne la odiavano per questo: il fatto che lei piacesse ai ragazzi è sempre stato un punto a suo sfavore».

«Poche amiche, quindi».

«Già. Per quello che ci avvicinammo. Tanto io alle ragazze della compagnia non interessavo, quindi loro non se la presero più di tanto».

«Ma se sei un bell'uomo, BrotherZof».

«Infatti: me le ero già fatte tutte!»

I due risero divertiti. Con un cenno, BrotherZof indicò la lattina di birra vuota e mosse la testa verso il frigo. Oscar si alzò, prese altre due latte e ne porse una all'amico.

Si accomodò sul divano, prendendo un'altra sigaretta dal pacchetto posato sul bracciolo. Mentre la stava accendendo, BrotherZof gli toccò il ginocchio e fece cenno di no con la testa.
Oscar sorrise, posò la sigaretta nel pacchetto e aprì la lattina.

«Ascolta Chopin, BrotherZof. Vorrei riempirmi di passione come faceva lui con la musica, invece che di fumo e merda per fuggire dai miei dubbi».

«Domani mattina riunione didattica sui progetti per la fine dell'anno».

«Già.. con quelli del secondo anno».

«Cosa proporrai?»

«Ho un'idea, ma Bea me l'ha completamente demolita».

«Bea?»

«Sì».

«Ti stai innamorando di Bea?»

Oscar sorrise: «No, affatto». Il suo sorriso cessò di colpo: «Beh, è una bella ragazza».

«Non vorrai fare qualcosa sulla sua storia?Guarda che non farai colpo su di lei».

«No, quello no».

«E allora?»

«Ci penso stanotte, e domani mattina ti dico».

BrotherZof finì la sua lattina, poi si alzò.

«Ok.. andrò a lavarmi i denti, intanto».

«Bene, socio».

La porta del bagno scattò. Oscar rimane un attimo fermo, poi pescò dalla tasca della giacca la sua agendina, cominciando a scrivere con animosità.

domenica, maggio 13, 2007

Capitolo 5 - Scoperta (3)

I singhiozzi erano ora l'unico suono a farla da padrone.
Non parlarono per un pò, rimanendo così, uno a sostenere l'altro che veniva corroso dai pensieri e dai ricordi.

La notte scorreva sotto di loro, anche se il tempo sembrava aver prevaricato le sue stesse leggi per posarsi su sè stesso, su ciò che era passato, su fatti lontani che solo le loro parole avevano fatto riemergere dal mare d'indifferenza. Sembrava che quello che era successo a Bea vivesse fra le loro parole, respirasse con loro e potesse anche prender iniziativa fino a sopraffarli.

«Il mondo non parla solo così, BrotherZof» disse Oscar, mentre accendeva l'ennesima sigaretta.

«Il mondo non parla, Oscar, si muove solo»

«No, BrotherZof. Il mondo parla: siamo noi che non sappiamo ascoltarlo».

BrotherZof da subito non capì: per un attimo fu spinto a chiedere a Oscar se lo volesse prendere in giro per quella reazione un pò scomposta, senza controllo. Poi però lo guardò: Oscar osservava di fronte a sè il buio e respirava a fondo il tabacco. Nei suoi occhi non c'era menzogna, ne cattiveria. Sembrava esser assorto dall'aria che li avvolgeva e che con il passare dei minuti diveniva sempre più odorosa di sigaretta.

«Che vuol dire?»

«Vuol dire che Bea non può essere destinata solo a questo. Bea non può fermarsi a vivere in funzione del suo passato. Bea deve vivere in funzione del futuro, di tutti quelli possibili. Il suo futuro non è una macchia nel suo passato, ma è il bianco che ancora è da riempirsi».

«No, brother, un attimo. Tu hai parlato di mondo e di parlare. Questo che centra?» Aveva ormai smesso di piangere, e anzi per un attimo scordò di averlo fatto.

Oscar si voltò verso di lui. Gli sorrise, come mai aveva fatto prima. BrotherZof lesse nei suoi occhi una sfaccettatura che Oscar non aveva mai messo in mostra davanti al resto della classe, in Accademia. Sembrava esser diventato un nonno, con occhi che trasudavano esperienze orribili e dolcezza infinita. BrotherZof ne rimase costernato: ogni giorno di più gli era chiaro perchè fin dal primo giorno quel ragazzo così silenzioso gli aveva trasmesso fiducia.

«Vedi, Luca - cominciò - non c'è modo migliore per capire chi abbiamo davanti che ascoltare. Non c'è nessuno che non sa parlare, anche con un silenzio. Anche un silenzio è un modo di parlare. E il mondo, in questo - ridacchiò - forse è il più bravo. Lui parla, gira su sè stesso e ogni giorno regala un qualcosa che quando viene guardata può meravigliare. Un gatto, un passerotto, un albero, un sasso, il cielo, le nuvole, un bimbo che gioca, un filo di vento, il caldo, il freddo, la ragazza che ti guarda sul pullman, una vecchietta che fa la spesa, il suono di pianoforte, il guaito di un cane, un pallone con cui giocare, il sonno quando sei stanco, mangiare, il ridere, il piangere. Tutto è un modo di parlare. Tutto ti parla...»

«E quindi?» lo interruppe.

«Se tu ascolti ciò che il mondo ti dice, non hai più bisogno di provare a obbligarlo a parlare. Hai tutto ciò che ti serve».

BrotherZof rimase in silenzio, mentre Oscar tirò una corposa boccata dalla sua sigaretta, prima di spegnerla in un portacenere inprovvisato con un bicchiere di plastica.

Oscar riprese: «Sta tutto lì, nel modo che hai di capire, di interpretare. Se tu ti muovi tenendo conto che le parole intorno a te ti indicano la via per esser felice, allora sai che non hai bisogno di combattere con la vita, ma hai solo bisogno di seguirla, di lasciarti trasportare».

«Come può Bea farsi trasportare? Come può dimenticare?»

«Non deve dimenticare. Deve fermarsi ad ascoltare. Sentirà che qualcuno sta già raccontando una storia più bella».

venerdì, maggio 11, 2007

Capitolo 5 - Scoperta (2)

«Bea soffre di attacchi di panico»

«Me ne sono accorto». Oscar fece un mezzo sorriso.

«Già, non riesce a stare fra la gente. Non riesce a stare da sola, in una stanza o su una strada. Ha paura di uscire da sola e non si trova a suo agio in mezzo alla calca, è come se si sentisse pressata, dice che sente "un incudine sulla testa"... io non sono mai riuscito a capire cosa volesse dirmi con quel modo di parlare, con quell'espressione...» BrotherZof aggiustò il tono, che era cresciuto di volume senza che lui riuscisse a controllarlo.

«Perchè?» chiese Oscar

«Perchè cosa?» rispose l'altro.

«Perchè ha questi scatti di nervi.»

BrotherZof fece un'altra sorsata di birra.
«Fu una sera. Una sera di qualche anno fa. Era con uno che conosceva da poco, delle nostre parti, io lo conoscevo di vista ma non è che mi facesse una bella impressione, anzi, però sai, a lei interessava...»

«In che rapporti eravate?»

«Io e Bea siamo sempre stati amici, molto amici. Diciamo che non sono mai riuscita a vederla in un altro modo, anche perchè da quando la conosco lei per me non è stato altro. Neanche volendo riuscirei a pensarla come altro.»

«E sto tipo, che centra sto tipo?»

«Bea è uscita con un ragazzo del nostro gruppo per un paio di anni. Quando ruppe, cominciò a uscire con un'altra compagnia, gente del liceo che non stava con noi, conoscendo altre persone. Fra queste, c'era Mauro, il tipo che ti dicevo prima».

«Ok.»

«Mauro non mi è mai piaciuto, era strano, sapevamo che aveva modi violenti e non ci piaceva che frequentasse Bea. Uno dei miei glielo disse anche, a Bea, solo che uno della cricca di Mauro lo seppe e una sera ci mancò tanto così che non ci attaccassimo» disse BrotherZof, avvicinando indice e pollice e indicando uno spazio molto piccolo.

«Erano tarri».

«Sì, ma non di quelli che vanno in discoteca e basta. Questi erano diversi. Venimmo poi dopo a conoscenza che smazzavano pasticche e dosi di neve a mezza riviera: allora, sapevamo solo che erano brutta gente, e Bea ci era caduta dentro con tutte le scarpe».

«Ingenua, la ragazza» sorride nuovamente Oscar.

«Furbi loro - rispose Luca - ai suoi occhi apparivano sempre corretti, fermi. Anche le altre ragazze della loro compagnia non sapevano dei loro giri, anche se le voci correvano. Certo, il sospetto c'era: però non importava granchè, anche perchè ogni sera entravano in locali diversi gratis e questo alle ragazze piaceva. Bea poi non era granchè felice in quel periodo, perchè la storia con il suo ex era finita male, e quel modo di vivere era una novità per lei.»

«Che è successo?»

«Una sera si trovano al bar dove si incontravano di solito. Tre dei loro arrivano fusi: c'era anche Mauro, quello che si era appiccicato di più a Bea. Cominciano a urlare, dice che anche quelli che li conoscevano si spaventarono. Si seppe poi che avevano ammuccato qualche mista di droga: fattostà che arrivarono lì, e cominciarono a rompere il cazzo ai loro stessi amici. Bea era con loro. I maschi iniziarono a legnarsi, mentre le ragazze uscirono. Mauro se ne accorse e rincorse Bea. La prese per un braccio, strattonandola fino alla sua macchina. Lei cercò di divincolarsi, per fermarla le tirò uno schiaffo buttandola poi sul sedile posteriore, salì e andò via».

Oscar ascoltava serio. Dentro di sè, non capiva come Bea, una ragazza con tanta apparente sicurezza, avesse potuto cadere in una situazione così paradossale. BrotherZof, invece, risultava sentire particolarmente quegli eventi: il suo parlato era concitato, la voce talvolta veniva disturbata da un tremolio strozzato, come fosse un'interferenza in una chiamata al cellulare.

«La trovarono in un boschetto che costeggia la provinciale. Un passante in automobile, qualche ora dopo la mezzanotte, notò dalla sua automobile una station wagon parcheggiata sul ciglio della strada e un uomo che stava trascinando un corpo verso il bosco. Avvertì subito la polizia, che intervenne subito. Mauro era vicino a Bea, completamente collassato. Lei invece, era stata pestata a sangue ed era svenuta».

«Quando l'ha fatto?»

«Non lo sappiamo. Probabilmente dopo che era andato via dal bar si era fermato perchè lei aveva cominciato a gridare e l'aveva stordita. Nessuno l'ha visto, ma le ferite e i colpi che Bea si è ritrovata addosso non lasciano dubbi: qualcuno quella notte l'ha picchiata».

«Perchè si è comportato così? A parte, intendo, il fatto che fosse fuso perso.»

«Probabilmente perchè lui era preso di Bea, talmente tanto che quella sera non ci ha visto più e ha provato a portarla via con la forza. Non so cosa gli sia scattato, so che però lui e i suoi amici del cazzo per un pò sono spariti dalla circolazione. Alcuni, quelli più tranquilli, escono con noi. Gli altri due che quella sera han piantato casino sono dentro per rissa e lesioni personali aggravate. Mauro invece, è dentro in attesa che il processo finisca»

«Per quello che ha fatto a Bea?»

«Sì. E' incriminato anche lui per lesioni, oltre che per tentata violenza. Quel bastardo pare che le abbia anche messo le mani addosso, nel bosco. I poliziotti, quando sono arrivati, l'hanno trovato che piangeva mentre cercava di tirare giù i pantaloni a Bea. Delirava, diceva che voleva farlo perchè l'amava. Quello schifoso... non capiva neanche chi fosse, in quel momento. L'hanno fermato in tempo, comunque. Quando poi si è svegliata in ospedale, Bea non ricordava più nulla».
Il silenzio quietò per un attimo la stanza. Le loro voci rimasero come bloccate, perchè quella storia sembrava chiedesse di serbare un attimo di riflessione comune.
«Orribile...» Fu l'unica parola che Oscar riuscì a dire.

«Orribile... già, orribile...» sussurò BrotherZof.

«Ora capisco perchè...»

«Perchè non riesce a stare fra la gente, sì. In ospedale parlò poco, i medici la tennero in osservazione per più di un mese, rimase lì con psicologi e terapisti a cercare di trovare un senso. Seguì anche in seguito un percorso clinico per guarire da quelle ferite, e ancora oggi è in terapia. Ma ancora non riesce a fidarsi del mondo che la circonda, a sentirsi immersa in una realtà che può avere anche qualcosa di buono, a sentire la vita come una possibilità. Aspirare a vivere, per lei, è ormai solo un miraggio».

«Non so che dire, Luca».

«Niente. Non devi dire niente. Si può solo provare a entrare nella sua testa e provare a comprenderla, e a volerle bene per quello che è, oggi. Un muro, una porta chiusa, dura, impossibile da aprire. Eppure bella, senza increspature, dolce e allo stesso tempo perfetta, tanto da rompere ogni sicurezza di chi la guarda... - BrotherZof guardava di fronte a sè, sorridendo come se di fronte a lui ci fosse Bea in ascolto - ... Così bella, bella da rompere ogni convenzione con la realtà... Fredda e austera, ma anche così fragile...»

Si mise a piangere. Oscar gli passò un braccio intorno al collo.
BrotherZof accostò la testa alla sua spalla, e bevve un altro sorso di birra.

venerdì, maggio 04, 2007

Capitolo 5 - Scoperta

Bea dormiva profondamente nella stanza di BrotherZof. Dalle coperte emergeva solo la testa, dal naso in su: il suo respiro era una placida ritmicità nel silenzio del locale.

Luca e Oscar stavano seduti di fronte alla televisione spenta, ascoltando a basso volume un cd di Ludovico Einaudi. Il fumo della Pall Mall riempiva il salotto, mentre fra le note del pianoforte si insinuavano gorgeggi di birra che scorreva dalle lattine in mano ai due giovani.

Era l'una passata. Bea non aveva più parlato da quando erano usciti del locale: Oscar l'aveva condotta all'abitazione tenendole la mano, sentendola fredda e tremante. Lei aveva guardato a terra per tutto il tragitto, talvolta singhiozzando ancora qualche rimasuglio del pianto che aveva lacerato la serata.


Era salita silenziosa, entrando in bagno e uscendone già vestita con una tuta dell'Adidas nera con le bande bianche, la pancia lievemente scoperta e una cannottiera di cotone rossa. Oscar l'aveva sentita muoversi cauta fra i mobili della toilette, ascoltando il poggiare del beauty con le creme per la notte e lo scrosciare del rubinetto interrotto solo dallo spazzolino, che a intermittenza sentiva sfregare i denti della ragazza. Per un attimo, Oscar ebbe la sensazione che quel rumore era identico a quello del lavabo di casa sua, e ne ebbe sollievo: per quell'attimo, dimenticò tutto ciò che era successo quella sera.

Quando la porta scattò, non si voltò. Rimase dov'era, seduto sul divano a fissare la cucina, posta a pochi metri sulla destra. Lei era probabilmente stata per qualche secondo a osservarlo dalla soglia della porta, prima di pronunciare un «Grazie» a bassa voce.
Oscar si voltò, e la guardò in quella sua divisa da notte che pur essendo il contrario dell'erotismo la rendeva di una bellezza sconvolgente. Non seppe che sorridere, rispondendo un «Buonanotte» detto più con il rimpianto di non poter parlare liberamente con lei quella sera per conoscerla meglio, che con l'affetto che un amico avrebbe dato a una persona in difficoltà.

Come per il rubinetto, sentì per un attimo insinuarsi la sensazione di esser egoista, di averle dato l'idea di voler solamente concepire la sua presenza come un passatempo lussurioso. Non ebbe tempo di rimediare: Bea si intrufolò nella stanza di BrotherZof, da cui filtrava solo la luce del lampione dalla finestra.

BrotherZof arrivò mezz'ora dopo. Entrò senza far rumore, guardò nella stanza e chiuse la porta.
Oscar era rimasto nel frattempo sul divano, ad aspettarlo.

«Credo di doverti delle spiegazioni, Bro» disse.

«Non devi»

BrotherZof entrò in cucina, prese dal frigo due lattine di birra e si sedette sul tappeto ai piedi del divano. Oscar si alzò, mise il cd di Einaudi nello stereo e si sedettè vicino a lui.

Il silenzio la fece da padrone per un pò. Oscar si accese una sigaretta, mentre BrotherZof guardava il soffito con la testa poggiata al cuscino dietro di lui: ascoltarono un paio di tracce assorti nei pensieri più variegati, cercando di trovare il modo migliore di cominciare il discorso.
Rimasero statici per un pò: ad un certo punto, dopo una sorsata di birra, BrotherZof cominciò a parlare.