giovedì, giugno 28, 2007

Capitolo 6 - Cena di lavoro (5)

Il resto della serata venne dedicato a come organizzare la storia da riprodurre. Oscar voleva realizzare una pellicola meno legata ai soliti canoni, mentre Federica sembra più propensa a una commedia, in cui un personaggio femminile avrebbe dovuto riscoprire la bellezza di vivere.

La discussione si potrasse per diverse ore, e nonostante l'ora tarda, i due non sembravano riuscire a trovare un punto di contatto. Le divergenze però non causarono attrito o diminuirono la loro voglia di lavorare insieme: ogni qualvolta le loro strade parevano strade diverse, entrambi cercavano di fare in modo che questo diventasse un punto di forza e non di debolezza, prendendo ciò che di più convincente era stato detto.

Ascoltarono ancora i Radiohead, e finirono la bottiglia di vino che Oscar aveva portato con sè. Risero, cominciando a caratterizzare il personaggio che avrebbe dovuto muoversi nel mondo che avrebbero ricreato, pensando a dove farlo muovere e come far emergere la voce.

Alla fine, Oscar rimase fino alle due di notte, nonostante il mattino dopo cominciasse a lavorare alle 9. Quando uscì, saluto Federica con affetto, sentendosi un pò amareggiato per la fine di quella serata.

La cena era finita, ma il lavoro era appena cominciato.

venerdì, giugno 22, 2007

Capitolo 6 - Cena di lavoro (4)

«Chi è Bea?»

Oscar rimase un attimo in silenzio.

«Bea è un amica di Luca.»

«Luca di Ravenna?»

«Sì, esatto.»

«Com'è che lo chiami già? Brother..»

«BrotherZof.»

«Strano soprannome.. dai, però dimmi, chi è 'sta Bea?»

«Bea è una ragazza speciale. L'ho conosciuta qualche sera fa, quando BrotherZof ha suonato al Grudge.»

Federica sgranò gli occhi: «Scusa, ma ha suonato al Grudge?»

«Sì - rispose Oscar sorridendo - è un ottimo bassista. E lei era venuta per vederlo suonare. Solo che, come dire, la sera non è andata proprio come ci aspettavamo.»

«Che è successo?»

«Bea è stata male. Sì, insomma, è svenuta. E BrotherZof mi ha raccontato la sua storia.»

«Bea è il diminutivo di Beatrice, giusto? Scusa, ma che storia è?»

«E' una storia triste, ma non è quello.»

Oscar rimase un attimo in silenzio.

«Non è la storia in sè che mi fa incazzare, o che mi ha colpito. E' ciò che ci sta dietro, ciò che mi ci fa rassomigliare. Mi ci rispecchio, capisci? E' come vedere me in lei.»

«Per la storia di Paponi? Per quella vicenda che mi hai raccontato prima...»

«Sì, ma non solo... Vedi, Fede, a me piacerebbe raccontare che cosa è la voce. Quella sensazione che mi spinge a lavorare in questo mondo, per raccontare tutte le storie che ci stanno dietro a ciò che vedo. E mi piacerebbe raccontare come Bea riuscirà a trovare la sua.»

Fede riflettè un attimo.
«E' difficile... tu la conosci bene 'sta ragazza?»

«No, in realtà no. E poi non saprei se ciò che voglio fare le farebbe piacere.»

«La vorresti anche come attrice?»

«Non lo so. Vedi, è solo un'idea. Questo disegno - disse, mostrando l'agendina - è solo una fotografia di come vorrei parlare di questa storia: come se fossi davanti a una scena del genere, e non avessi modo di rispondere che con il mio silenzio.»

«Beh, ci possiamo lavorare.»

Oscar sgranò gli occhi.

«Sei sicura?»

«Sì, la cosa m'intriga.»

Riempirono i bicchieri di vino e brindarono, sorridendo fra loro. Just incorniciò quel momento rallegrandolo ancor di più.

domenica, giugno 17, 2007

Capitolo 6 - Cena di lavoro (3)

«Cominciamo a mettere a fuoco l'argomento: l'aspirazione - disse Federica - evitando di cadere nel banale.. cioè, dico, non parliamo di noi o di cose che potrebbero far riferimento o cose che gli altri danno per scontate...»

Oscar prese dalla borsa un'agendina scura. Era la sua solita, piccola agenda dove appuntava tutto ciò che lo colpiva. Mentre Federica parlava, la aprì e cominciò, senza smettere di ascoltare le parole della ragazza, a rileggere mentalmente le prime frasi che aveva trovato.

«Che fai, prendi appunti?» gli chiese la ragazza.

«Una specie - rispose lui - anche se più che di appunti qui si tratta di suggerimenti.»

«In che senso?»

«Vedi - riprese - qui ci sono storie. Le trascrivo perchè ci trovo qualcosa di bello, di genuino... e che mi dà l'idea di non perdere nulla di ciò che mi circonda.»

Federica sgranò gli occhi: «Quindi tu segni ciò che ti colpisci là sopra? Oggetti, ma anche...»

«...voci, soprattutto - la interruppe Oscar - sono le voci ciò che mi colpiscono di più.»

«Cosa intendi per voci?»

«Quando qualcosa ti parla, quando ci leggi un messaggio che abbia senso: quella è voce.»

«Quindi la voce la può avere anche un albero?»

«Sì, secondo me sì.»

Everything In Its Right Place saturava l'aria di musica. Oscar porse l'agendina aperta a Federica, che cominciò a sfogliarla. Tornò alla prima pagina, dove v'era appiccicato un piccolo cartoncino dove era stampata la figura di un albero fiorito, avvolto da una luce di primo mattino. Sotto, a penna nera, in un corsivo curato e senza fronzoli, v'era scritto: "Appuntare storie immaginarie".

Seguitavano pagine e pagine di appunti, disegni, dialoghi, parole e scarabocchi: una sorta di piccola raccolta di tante vite sparse nel tragitto compiuto fin lì da Oscar.

«Perchè hai cominciato a fare tutto questo?»

«Me lo consigliò un medico, il mio terapista.»

«Perchè, tu avevi un terapista?»

«Sì, di fatto ce l'ho ancora.»

«Perchè?»

Oscar prese una sigaretta. «Posso fumare qui?» chiese.

«Sì, certo.»

Si alzò, prendendo un bicchiere di plastica con il fondo sporco di vino rappreso, lasciato su un mobiletto vicino all'ingresso della cucina. Lo riempì d'acqua per metà, e tornò a sedersi.
«Se volevi un portacenere, potevi dirlo.»
«Preferisco quelli improvvisati.» rispose con un sorriso Oscar.

Accese una sigaretta tirando una lunga boccata di tabacco, poi ricominciò a parlare.

«Fu quando andavo a scuola. Avevo picchiato uno perchè aveva detto qualcosa, non ricordo più cosa, su mia madre, che era morta da poco.»

«Mi spiace.»

«Beh, l'avevo massacrato. Per evitarmi la sospensione, il preside pretese che seguissi una terapia da uno psicologo. Così cominciai ad andare da Paponi.»

«Paponi? Si chiama così?»

«Sì. La prima volta mi fece ascoltare Chopin, e parlammo della sua vita, di cosa aveva realizzato da vivo.»

«Che terapia strana.. ascoltavate musica classica?»

«Sì, anche. Andando avanti, i suoi consigli aumentarono, e un giorno mi cominciò a parlare di come poter mettere ordine nelle mie percezioni.»

«In che senso?»

«Dovevo capire che ciò che percepivo era sempre qualcosa che nasceva da un rapporto causa - effetto. Il mio problema era che avevo avuto una reazione che non contemplava il controllo, perchè non ero riuscito a intuire cosa avesse fatto nascere quella situazione. Avevo perso il controllo di me stesso, perchè non ero riuscito a tenere a mente che ogni cosa nasce per un ragione precisa, foss'anche il caso.»

«Il caso non è una ragione precisa.»

«Più o meno. Anche il caos è generato da qualcosa. Può essere una spinta data da un movimento tellurico, l'incontro di due cellule o semplicemente un sorteggio da quattro scatole.»

Rimase solo il rumore di "How to dissapear completely", mentre Oscar tirò l'ultima boccata dalla Pall Mall. Federica alternava lo sguardo su di lui e sull'agendina. Lo guardò spegnere la sigaretta nel posacenere improvvisato.

«Questa è una storia particolare?» chiese Federica.

Gli porse l'agendina, aperta su una pagina in cui era disegnata una spiaggia stilizzata, una sagoma di uomo e una luna a metà. Fra i piccoli asterischi, simili a stelle appena nate, una piccola frase.

«Parlano gli occhi di Bea.»

venerdì, giugno 15, 2007

Capitolo 6 - Cena di lavoro (2)

Oscar prese il cellulare e guardò: un sms di Bomber lo avvisava che quella sera non avrebbe partecipato alla cena.

Un mezzo sorriso gli si stampò sulla faccia. Lui e Federica sarebbero stati da soli a lavorare. Continuò a guidare nel traffico, mantenendo un'andatura lenta per evitare che il fondo viscido della strada lo facesse sbandare.

Arrivò da Federica verso le 20.30. Parcheggiò vicino al portone, suonò il citofono e salì.

Ad accoglierlo sulla soglia, lei. Vestiva una tuta larga dell'adidas blu scuro, portata a vita bassa tanto che da sopra l'elastico rimaneva scoperto un filo di intimo. Una maglietta a maniche corte bianca e i capelli raccolti, nessun braccialetto o altri monili, piedi senza calzature ma solamente avvolti in teneri calzini a righe: sembrava una ragazza delle scuole superiori più che una studentessa di cinema.

Lo salutò calorosamente, baciandolo sulla guancia. Lui si tolse la giacca, ed entrò. La tavola era imbandita per due, e dalla cucina arrivava il rumore dell'acqua sul fuoco. Vicino al tavolo, sul divano, qualche libro di teoria del cinema e un plico di fogli traboccanti di appunti di tutti i colori, come se vi fosse stato un intervento posteriore alla prima stesura.

Cominciarono subito a parlottare del più e del meno: Federica gli raccontò dei suoi coinquilini, quella sera impegnati in un'altra cena da altri amici, e di quella casa che lei amava tanto. Gli raccontò delle sue terre e dei sogni legati all'Accademia, così come Oscar gli parlò del suo passato, lasciandosi stranamente andare quando arrivò a raccontare di sua madre e del dottor Paponi, suo terapista dai tempi della scuola superiore.

Federica ascoltava attenta, incuriosita e divertita su alcuni aneddoti proposti dal ragazzo. Lo stesso faceva Oscar con lei, trovandosi via via che il tempo passava più a suo agio di fronte a quel mix di semplicità e bellezza. Mangiarono una pasta al pesto siciliano, accompagnata dal dolcetto che Oscar aveva portato con sè. Brindarono al loro progetto e all'assenza di Bomber, poco simpatico a entrambi. Quello sarebbe stato un problema, in futuro, e loro lo sapevano. Ma a quella cena, le preoccupazioni non erano invitate.

Sparecchiarono insieme, e quando il caffè fu sul fuoco, Oscar estrasse dalla borsa il suo quadernetto per gli appunti e la sua agendina. La caffettiera ribolliva, e fuori era ripreso a piovere. Si sedettero sul tavolo, mettendo in sottofondo un cd dei Radiohead.

«Il clima ideale per cominciare a lavorare» le disse.

martedì, giugno 12, 2007

Capitolo 6 - Cena di lavoro

Quando uscì dal lavoro, Oscar salutò calorosamente Filomeno. Gli aveva permesso di organizzarsi la serata in funzione dell'appuntamento con Federica.

Fortunatamente, quella settimana l'accademia aveva programmato lezioni fino a giovedì. Il giorno successivo, aveva cominciato a rispondere al telefono alle 14, uscendo alle 18 e raccimolando così il tempo per tornare a casa, cambiarsi, prendere la macchina e andare a casa della compagna di progetto. Prima, però, avrebbe dovuto acquistare del buon vino per "accompagnare" la cena.

Uscito dall'open space che ospitava il call center, prese il pullman e tornò nella propria zona. Fermatosi in un supermarket, si fermò nel reparto bevande e acquistò una bottiglia di dolcetto. Pagò, tornò a casa e si fece una doccia. Prese dei jeans puliti, una polo appena stirata, si vestì e scelse con cura gli accessori: cinture, bracciali, collane.

Prese poi una borsa, la riempì con un paio di libri, due cd e gli occhiali da vista, oltre che un block notes, la sua agendina per gli appunti e il portapenne.

Nel mettere tutto dentro la sacca, si rese conto che per la serata a casa di BrotherZof aveva preso praticamente le stesse cose: era passata da poco, ma nei giorni seguenti aveva ripensato spesso a quei momenti tanto da fargli sembrare che quei momenti fossero appena trascorsi.

Bea era ripartita il giorno dopo il concerto di Numeri e Bassi Maestro, e lo stesso BrotherZof non riuscì a salutarla di persona.
«Tornerà presto» gli seppe solo dire, il giorno dopo la sua partenza. Era tornata a Firenze per fare un esame, e probabilmente avrebbe fatto anche un salto a casa per parlare con i suoi dell'attacco di panico che aveva vissuto.

Oscar non seppe reagire. Aveva paura in un certo senso di quella ragazza così particolare, anche se, come era ormai evidente, percepiva per lei una forte attrazione.

Certo che Federica era un piacevole diversivo. Non aveva particolari mire verso di lei, anche se, doveva ammetterlo, era di più interessanti prospettive una serata in sua compagnia che con qualche burbero intellettuale che la scuola ospitava.

Quando rientrò il padre, Oscar disse che sarebbe tornato a sera inoltrata. Della cena aveva già detto nei giorni addietro, provocando nel genitore un rilascio di battute spiritose sul suo appuntamento di lavoro.

«Ricordati che le sceneggiature si scrivono sul tavolo» fu quella più leggera, e anche se Oscar sentiva un pò d'imbarazzo rise di gusto al sessismo che l'umorismo di suo padre sapeva far emergere con sè.

Partì in macchina alle 20.00 in punto. Mise un cd degli Hooverphonic in sottofondo, alzò il volume e abbassò lo schienale del sedile, quasi ad assumere la posizione che si assume su una sdraio. Vicino a sè, la borsa e la bottiglia di vino, rilucente alla luce dei lampioni che si susseguivono sulla strada.

Si sentiva allegro, quasi che il domani non dovesse fare il mattino al call center o la macchina non presentasse problemi ai tergicristalli, problema ormai senza soluzione sulla sua vettura. Eppure solo l'idea di andare di Federica lo rendeva fiero, un professionista del cinema che va a parlare con una collega del prossimo lavoro che gli varrà fior di quattrini, gloria e serenità.

Tanti sogni che si susseguivano fra le macchine e l'imbrunire autunnale, in quel momento della giornata che del sole si hanno gli strascichi dietro i monti e la notte ha quasi avvolto tutto.

Oscar guidava sereno. Una vibrazione del cellulare lo risvegliò bruscamente: dal taschino della sua giacca, il telefonino lo avvisava che qualcuno lo stava cercando.

sabato, giugno 09, 2007

Capitolo 5 - Creatività (5)

Era bella. Intenta a concentrarsi, scriveva come poeta forma sonetti al chiar di luna. Forse meno poetica e più materialista, Oscar a ogni passo ne notava forme e particolari che il rifuggire di ogni giorno gli rendeva impossibile.

«Fede»

La chiamò a bassa voce, come per non disturbarla.

«Dimmi, Oscar.» Gli sorrise, con quel modo infantile che aveva messo in mostra poche volte dall'inizio della scuola. Per Oscar era la prima volta e gli risultò emozionante.

«Bomber è andato via...»

«Allora non ci sono solo brutte notizie!» rispose lei.

Oscar sorrise: «Beh, se vuoi metterla così... No, è che il lavoro per noi è abbastanza complesso e... vorrei, insomma, sì, vorrei parlare di come poter magari beccarci per parlare di come lavorare al progetto, come svilupparlo...»

«Non so, Oscar, possiamo magari organizzare per venerdì sera? A cena a casa mia?»

«Ok... magari porto qualcosa da bere...»

«Ok. Non vino bianco, mi fa venire mal di testa.»

Perfetto, a me il bianco non fa impazzire, pensò Oscar.

«E per Bomber? Che facciamo?»

«Se vuoi dirglielo... Anche se non credo che si unirà a noi, altezzoso com'è...»

«Già.»

Bomber sarebbe stato un bel problema. Il fatto che partisse prevenuto nei confronti dei ragazzi non era un buon inizio per il progetto. Si sarebbero potuti trovare in due da un momento all'altro, e questo Oscar lo sapeva. Così come Federica, che comunque sembrava avesse già considerato l'opzione Bomber come scaduta, irrecuperabile. Pareva quasi che desse per scontato che quel lavoro sarebbe stato realizzato in due soltanto, coadiuvati come detto da Roberto, dall'accademia.

Si salutarono dandosi appuntamento per venerdì sera. Oscar chiamò subito Filomeno, un collega del lavoro, chiedendogli un cambio turno per il pomeriggio. Doveva essere a casa di Federica per le 20.30 circa: avrebbe staccato e si sarebbe recato subito da lei.

venerdì, giugno 01, 2007

Capitolo 5 - Creatività (4)

L'ora trascorse fra biglietti imbucati e pensieri nascosti. BrotherZof e Oscar contemplarono da soli i loro desideri, evitando di discutere ulteriormente di cosa avrebbero fatto. La processione verso la scatola si era diluita secondo i tempi prestabiliti, di fatto senza per questo creare confusione.

Roberto richiamò tutti a sedere quando Rosaria segnalò che tutti avevano compiuto la loro scelta. Tutti si accomodarono e osservavano mentre il direttore e la sua assistente smontavano le scatole e cominciavano a estrarre i biglietti, senza però annunciare pubblicamente i nomi delle persone che via via si trovavano unite nello stesso gruppo di lavoro.

Gli studenti rimasero spiazzati da questo: tutti si aspettavano un'annunciazione pubblica del sorteggio, un clima decisamente meno ufficiale e impostato, magari da accompagnare a ogni nome con un "olèèè" più da stadio che da accademia.
Ma il direttore era così, imprevedibile e scostante anche nei suoi stessi atteggiamenti: un vero artista anche nel modo di confrontarsi con il mondo circostante.

Il listato fu completato in circa dieci minuti. Ogni tanto qualche voce usciva dal coro per chiedere lo spoglio pubblico, ma Roberto rispondeva sempre con un laconico «Attendere, attendere» ripetuto due volte quasi a ribadire la necessità di dover aspettare. Quando riprese la parola, il silenzio si impadronì dei presenti quasi fosse apparso dal nulla John Ford in persona.

«Cari ragazzi, sono felice di annunciare i prossimi gruppi di lavoro...»

Si fermò un attimo a controllare i nomi, poi riprese.

«Marco, Dario, Alice, Stefania, rispettivamente come regista, responsabile della produzione, direttore della fotografia e della scenografia, sceneggiatrice.»
A ogni gruppo, Roberto elencava i ruoli delle persone che l'avrebbero formato. BrotherZof finì insieme a Carlo, Adrano e Sara, nel ruolo di responsabile della produzione, al terzo gruppo letto. Quando sentì il suo nome nel terzo gruppo , BrotherZof sobbalzò, dato che soprattutto con Carlo i rapporti erano buoni.

Per Oscar le cose andarono diversamente. Alla fine degli elenchi, come previsto, tre persone rimasero fuori dai gruppi, e fra queste, c'era anche lui. Gli altri due erano Bomber e Federica. A loro, Roberto dedicò un pensiero alla fine della lettura.

«Sono rimasti fuori Oscar, Riccardo e Federichina. Voi eravate segnati, rispettivamente - disse, consultando il foglio con i nomi - come registi e direttore di fotografia e scenografia. Confermate,?»
I tre annuirono silenziosi.
Roberto allora riprese: «Dunque, lavorerete ibridando i vostri ruoli. La segreteria vi supporterà aiutandovi là dove i vostri ruoli non potranno arrivare: vi aiuterà nella produzione e nella stesura di un'eventuale sceneggiatura, nel caso decideste di realizzare un prodotto dove essa sia prevista.»

I tre ascoltarono attentamente, anche se Oscar ascoltava alle sue spalle gli sbuffi di Bomber. Era un altezzoso viziato, perennemente dedito alla critica verso i compagni e allo scrocco di moneta per il caffè, nonostante millantasse uno dei conti in banca più generosi fra gli iscritti all'accademia.
Possedeva un'ampia preparazione in tematiche come il cinema e la letteratura, ma si sentiva in dovere di attaccare chiunque si mostrasse gentile, onesto o semplicemente amichevole. Oscar l'aveva sempre considerato come un buon diversivo quando non si ha nessuno con cui parlare, dato che non amava quell'atteggiamento un pò supponente che Bomber amava mettere in mostra. Sapeva che anche lui era oggetto di prese in giro e dileggio da parte sua, ma non si sentiva sconvolto per questo. Lavorare con lui non sarebbe stato il massimo, ma la teoria di Roberto Oscar la considerava corretta e ottima per prepararsi al mondo del lavoro.

Federica era diversa: le aveva parlato poco, e quel poco le era parsa una giovane tutto sommato interessante, oltre che molto carina. Il piercing spezzava la morbida carnagione lievemente inscurita, che ne evidenziavano la provenienza dal sud Italia. I lunghi ricci, portati sempre sciolti, si poggiavano sulle spalle strette e magre, avvolgendo le morbide guance lievemente rotonde quasi fosse ancora una bimba appena arrivata alle elementari. Lo sguardo apparentemente perso nel vuoto amava in realtà soffermarsi sui colori e le luci, come macchina fotografica che ritrae gli scorci meno evidenti e più affascinanti. Il suo passo era naturale, eppure sofisticato come se al posto del marciapiede Federica camminasse su una passerella. Vestita sempre con abiti elaborati ma non troppo appariscenti, era di poche parole e poco propensa alla socialità che i più avevano sviluppato all'interno dell'accademia. Sgattaiolava sempre alla fine delle lezioni, per alcuni dal fidanzato - di cui peraltro non s'era mai avuta notizia - per altri presso uno sconosciuto posto di lavoro.

«Ora che i gruppi sono formati, posso anche spiegarvi di cosa dovrete occuparvi - disse Roberto - Lavorerete sull' "Aspirazione". A cosa preferite, non necessariamente di un livello sociale, di una carriera, di un sogno lavorativo. Aspirare vuol dire anche lavorare per raggiungere un obbiettivo per sè stessi, per migliorare. Insomma, avete campo libero: potete orientarvi come meglio credete, basta che il messaggio sia "questo è l'esempio di come si persegue una propria aspirazione". E' tutto chiaro?»

«Direttore, quindi anche un documentario può andare bene? Che so, su uno che fa un lavoro che ha sempre sognato e spiega come la sua aspirazione venga realizzata giorno per giorno?» chiese BrotherZof.

«Certo, Luca. L'importante è che il messaggio sia ben evidenziato.»

Gli studenti ascoltavano la discussione, ponevano domande, e nella loro mente cominciavano a formulare le prime idee su come raggiungere l'obbiettivo. Roberto si congedò nuovamente, lasciando tutta la giornata per le prime riunioni di ogni gruppo.
Bomber prese la sua borsa e si avvicinò a Oscar: «Ascolta, figliuolo, io andrei a casa perchè sto ciocco mi becca stramale.»

«Ok, Bomber, non c'è problema.»

Riccardo si allontanò senza salutare, soffermandosi parlare con Gene e lamentandosi rumorosamente. Oscar non ci fece caso, e si avvicinò a Federica. La ragazza era intenta a rileggere gli appunti presi durante la riunione didattica.