domenica, giugno 17, 2007

Capitolo 6 - Cena di lavoro (3)

«Cominciamo a mettere a fuoco l'argomento: l'aspirazione - disse Federica - evitando di cadere nel banale.. cioè, dico, non parliamo di noi o di cose che potrebbero far riferimento o cose che gli altri danno per scontate...»

Oscar prese dalla borsa un'agendina scura. Era la sua solita, piccola agenda dove appuntava tutto ciò che lo colpiva. Mentre Federica parlava, la aprì e cominciò, senza smettere di ascoltare le parole della ragazza, a rileggere mentalmente le prime frasi che aveva trovato.

«Che fai, prendi appunti?» gli chiese la ragazza.

«Una specie - rispose lui - anche se più che di appunti qui si tratta di suggerimenti.»

«In che senso?»

«Vedi - riprese - qui ci sono storie. Le trascrivo perchè ci trovo qualcosa di bello, di genuino... e che mi dà l'idea di non perdere nulla di ciò che mi circonda.»

Federica sgranò gli occhi: «Quindi tu segni ciò che ti colpisci là sopra? Oggetti, ma anche...»

«...voci, soprattutto - la interruppe Oscar - sono le voci ciò che mi colpiscono di più.»

«Cosa intendi per voci?»

«Quando qualcosa ti parla, quando ci leggi un messaggio che abbia senso: quella è voce.»

«Quindi la voce la può avere anche un albero?»

«Sì, secondo me sì.»

Everything In Its Right Place saturava l'aria di musica. Oscar porse l'agendina aperta a Federica, che cominciò a sfogliarla. Tornò alla prima pagina, dove v'era appiccicato un piccolo cartoncino dove era stampata la figura di un albero fiorito, avvolto da una luce di primo mattino. Sotto, a penna nera, in un corsivo curato e senza fronzoli, v'era scritto: "Appuntare storie immaginarie".

Seguitavano pagine e pagine di appunti, disegni, dialoghi, parole e scarabocchi: una sorta di piccola raccolta di tante vite sparse nel tragitto compiuto fin lì da Oscar.

«Perchè hai cominciato a fare tutto questo?»

«Me lo consigliò un medico, il mio terapista.»

«Perchè, tu avevi un terapista?»

«Sì, di fatto ce l'ho ancora.»

«Perchè?»

Oscar prese una sigaretta. «Posso fumare qui?» chiese.

«Sì, certo.»

Si alzò, prendendo un bicchiere di plastica con il fondo sporco di vino rappreso, lasciato su un mobiletto vicino all'ingresso della cucina. Lo riempì d'acqua per metà, e tornò a sedersi.
«Se volevi un portacenere, potevi dirlo.»
«Preferisco quelli improvvisati.» rispose con un sorriso Oscar.

Accese una sigaretta tirando una lunga boccata di tabacco, poi ricominciò a parlare.

«Fu quando andavo a scuola. Avevo picchiato uno perchè aveva detto qualcosa, non ricordo più cosa, su mia madre, che era morta da poco.»

«Mi spiace.»

«Beh, l'avevo massacrato. Per evitarmi la sospensione, il preside pretese che seguissi una terapia da uno psicologo. Così cominciai ad andare da Paponi.»

«Paponi? Si chiama così?»

«Sì. La prima volta mi fece ascoltare Chopin, e parlammo della sua vita, di cosa aveva realizzato da vivo.»

«Che terapia strana.. ascoltavate musica classica?»

«Sì, anche. Andando avanti, i suoi consigli aumentarono, e un giorno mi cominciò a parlare di come poter mettere ordine nelle mie percezioni.»

«In che senso?»

«Dovevo capire che ciò che percepivo era sempre qualcosa che nasceva da un rapporto causa - effetto. Il mio problema era che avevo avuto una reazione che non contemplava il controllo, perchè non ero riuscito a intuire cosa avesse fatto nascere quella situazione. Avevo perso il controllo di me stesso, perchè non ero riuscito a tenere a mente che ogni cosa nasce per un ragione precisa, foss'anche il caso.»

«Il caso non è una ragione precisa.»

«Più o meno. Anche il caos è generato da qualcosa. Può essere una spinta data da un movimento tellurico, l'incontro di due cellule o semplicemente un sorteggio da quattro scatole.»

Rimase solo il rumore di "How to dissapear completely", mentre Oscar tirò l'ultima boccata dalla Pall Mall. Federica alternava lo sguardo su di lui e sull'agendina. Lo guardò spegnere la sigaretta nel posacenere improvvisato.

«Questa è una storia particolare?» chiese Federica.

Gli porse l'agendina, aperta su una pagina in cui era disegnata una spiaggia stilizzata, una sagoma di uomo e una luna a metà. Fra i piccoli asterischi, simili a stelle appena nate, una piccola frase.

«Parlano gli occhi di Bea.»

6 commenti:

Davide ha detto...

ecco,questo è quello che davvero volevamo.che bello questo capitolo.molto.torna tutto ed in modo misterioso al punto giusto

Faith ha detto...

Che bello...soprattutto mi piace il fatto che Oscar sia un osservatore tanto attento e delicato. E il modo in cui tu lo racconti.

Paolo ha detto...

maledetto banfonazzo... Comunque il capitolo è bello..

Giulia ha detto...

aspetto..

PIDEYE ha detto...

Anche il caos è generato da qualcosa. Può essere una spinta data da un movimento tellurico, l'incontro di due cellule o semplicemente un sorteggio da quattro scatole


Bella questa frase.

E cmq Bea ritorna..bello anche il disegno che accompagna quella frase. Lo immagino. Continuo a leggere..vediamo.

la rochelle ha detto...

bellissimo post! con un accenno particolare a una citazione stupenda "apputare storie immaginarie" perchè vera e perfetta in questa situazione. a rendermi molto contento è anche il ritorno della VOCE...