martedì, luglio 31, 2007

Capitolo 7 - L'illuminazione (4)

«Ascolta Oscar, io non posso dirti ciò che non so. Io l'ultima volta che ho sentito Bea mi ha solo detto che sarebbe stata un pò a Firenze.»

«Ok, socio, però non posso non ricontattarla... risponde alle mail?»

«Sì, certo che sì...»

«Io le ho scritto pochi giorni fa... solo che vorrei tanto parlarle per spiegare cosa ho in mente.»

BrotherZof bevve un sorso di birra, poi chiese, scandendo bene le parole: «Spiegami cosa vuoi realizzare. Nel dettaglio.»

Oscar si soffermò sulla chiamata di Joshua, dell'idea di raccontare la storia di qualcuno che si innamorava di una ragazza che però era a sua volta innamorata. E non se ne ricordava. Aveva in mente solo che il protagonista si sarebbe chiamato così, Joshua, il resto gli era ancora oscuro.

«La ragazza - chiese BrotherZof - hai idea di come chiamarla?»

«No, in realtà no.»

Oscar e BrotherZof continuarono a bere, scrutando intorno a loro la birreria svuotarsi e riempirsi, saturandosi di risate e parole, tante parole. Rimasero in silenzio per qualche minuto, poi BrotherZof parlò.

«Sembra una tizia ibrida, senza decisione ne punti di riferimento.»

A Oscar si illuminarono gli occhi: «Ecco. Un nome astratto. Ibrid. Che ne dici di Ibrid?»

BrotherZof portò le mani alla bocca e alzò lo sguardo.
Oscar lo incalzò: «E lì farò conoscere banalmente, in una piazza.»

BrotherZof lo guardò, sorrise e disse semplicemente: «Potrebbe funzionare.»

martedì, luglio 17, 2007

Capitolo 7 - L'illuminazione (3)












Certo, Bea non c'era fisicamente. Ma c'era BrotherZof e tanto bastava.

Saltò in macchina intorno alle 21, lanciandosi verso il Grudge ad alta velocità con un cd dei Goo goo dolls a tutto volume, che faceva roteare i suoi pensieri e i sogni che legava a Bea, al suo progetto e al suo futuro.
Immaginò di come poterla chiamare nella sua storia, pensando a un nome che potesse calzarle in quella che non era che la canzone della sua vita, messa su sceneggiatura o magari, in una pellicola.

Superò in velocità alcune macchine che ancora transitavano lungo il viale che fiancheggiava il fiume fino al centrocittà. Arrivò al Grudge quasi senza accorgersene. Parcheggiò poco distante, e raggiunse BrotherZof che nel frattempo era già arrivato al luogo dell'appuntamento.

Si salutarono con calore, perchè fra il progetto e il lavoro i momenti che passavano insieme erano sempre meno.

Optarono per andare nella birreria che stava sull'angolo di una delle più belle piazze della città: nel tragitto, Oscar non riuscì a stare zitto. Chiese ripetutamente a BrotherZof di Beatrice e di quando avrebbe potuto incontrarla di nuovo.

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martedì, luglio 10, 2007

Capitolo 7 - L'illuminazione (2)

Chiamò BrotherZof appena si conclusero le 4 ore del turno. Era l'ora di pranzo, e anche se il sole splendeva l'aria era già invasa dai primi inserti di brividi e freddo. La risposta di BrotherZof non fu entusiastica, ma alla fine cedette. Oscar ebbe, appena arrivato all'accademia, l'indirizzo mail di Beatrice.

Le scrisse subito una lettera dalla biblioteca, dopo aver detto a Federica che aveva avuto un'idea. La ragazza chiese chiarimenti, ma Oscar non si soffermò ad approfondire i dettagli. Disse solo che le sarebbe piaciuto.

La sala era vuota quando si sedette al primo computer funzionante che trovò. Nessuno lo turbò. Accese il lettore mp3 e si isolò. Il pianoforte di Giovanni Allevi animò le sue dita, sche veloci scorrevano sulla tastiera come se in testa tutto gli fosse chiaro.

In realtà, ciò che venne fu frutto dell'ispirazione.

Gettò nella lettera ciò che aveva maturato nelle settimane che seguirono la serata al Grudge, il suo desiderio di rivederla e la sua voglia di aiutarla, nel parlare di lei al resto del mondo. Cercò le parole più semplici, quelle che mettessero dentro forza e limpidezza, che non potessero suonare come un tentativo di confonderla. Le scrisse con la voglia di chi vuole solamente fare il bene dell'altro, e non si rendeva conto che in quei momenti il ricordo di Bea si mischiava all'immaginarla sua, insieme a lui.

Il silenzio che si era creato intorno non era che un contorno: per lui, Bea non aveva smesso di abbracciarlo come in quel momento in cui la musica scorreva e la sua mente si spegneva, piangendo.

Scrisse di getto, lasciando dietro di sè qualche errore di battitura e qualche frase che forse, avrebbero potuto suonare anche banali nella loro semplicità.

Quando la concluse, la mail risuonava nel complesso una bella lettera. Compose l'indirizzo tremando, quasi tentato di fermarsi e non inviarla nonostante fosse soddisfatto del testo. Eppure, sentì che quella non era che l'unico via per trovare la sua strada. Paponi gli preannunciò che un giorno qualcosa l'avrebbe spinto più in là.

Ricordava ancora quel giorno. Era passato tanto tempo, aveva appena finito la scuola superiore e la terapia continuava. Lo studio, ancora Chopin, ancora il divano e Paponi che ordina un caffè al suo barista di fiducia, come quella prima volta...

Spedì la mail avvolto fra i pensieri che facevano sparire intorno a lui i limiti spaziali. C'era solo la sua voglia di ritrovare la serenità, regalandone un pò a quella ragazza così triste e così vogliosa di vivere, e quegli avvenimenti che l'avevano reso così, determinato e comunque pronto a rendersi conto della propria debolezza. Si rendeva conto che la sua fragilità era anche la sua forza.

Si alzò dalla sedia.

S'era messo a piangere, e neanche se n'era accorto.

Si asciugò gli occhi, e si recò fuori, dove altri compagni erano giunti per la lezione del pomeriggio. Quando tornò a casa, il padre ancora non c'era: accese il computer sperando di trovare la risposta di Bea, ma niente.
Scrisse allora un messaggio a BrotherZof, dove avanzò la proposta di una birra insieme.
L'amico accettò, con appuntamento alle 21.30 di fronte al Grudge.

Oscar si sentì meglio: stare con BrotherZof era un pò come stare vicino a Bea.

venerdì, luglio 06, 2007

Capitolo 7 - L'illuminazione

Quella mattina, Oscar rispondeva con la stessa carica alle ripetute domande dei clienti tutti uguali che chiamavano al call center.

Aveva appuntato sulla sua agendina il dolore di una signora nel richiedere un pronto soccorso e il gelo di un sostenuto farabutto di Milano, che ripetutamente aveva chiesto un ristorante nei pressi di Porta Ticinese fino a chiudere la chiamata senza che riuscisse a restituirgli la risposta.

Erano passati diversi giorni dalla cena con Federica, e nonostante Bomber continuasse a lavorare per far andare male il progetto, mancano ripetutamente agli incontri che si fissavano, l'idea era stata isolata e scremata. La storia avrebbe avuto personaggio una ragazza in tutto e per tutto simile a Bea.

Beatrice, però, era silenziosa. Neanche BrotherZof era riuscita a contattarla, dopo che era tornata a Firenze, e nessuno sapeva dove fosse finita. Oscar continuava a pensare a lei, perchè ora era con lei che doveva parlare per capire quanto nella sua storia poteva entrarci.

Aveva chiesto ripetutamente a BrotherZof il numero di telefono o la casella mail, ma lui aveva sempre nicchiato, quasi avesse paura della richiesta di Oscar.

Federica, in questo senso, aveva già mostrato palesi segni di disinteresse. Per lei, Bea o qualsiasi altra ragazza valeva lo stesso: la forza era nel progetto, non da chi questo era stato ricavato.

Oscar però a ogni sollecito di Federica, aveva risposto con una ferma opposizione. In un modo o nell'altro, Bea sarebbe rientrata in gioco, perchè quella era la sua storia.

Bea non era però l'unico problema: rimaneva in che mondo ambientare la storia, i personaggi da fargli ruotare intorno, come metaforizzare quella sofferenza.

Oscar continuava a pensarci, rimanendo come quando in un sogno cerchi di scappare e ti vedi sempre più lento. Una sensazione che odiava, tanto da allontanarlo dalla risoluzione del problema, invece di spingerlo a trovare una soluzione.

Fu a questo che stava pensando quando, a metà mattinata, l'ennesima chiamata attirò la sua attenzione tanto da risultare rivoluzionaria.

«Buongiorno, sono Oscar, come posso aiutarla?»

«Buongiorno Oscar, sono Joshua

«Prego, signore, mi dica.»

«Ecco, vorrei che mi cercasse un albergo a Roma.»

«Certo signore. Di che categoria?»

«Un 4 stelle: è il mio anniversario.»

«Ah, complimenti!»

«Eh eh, sa, sono fidanzato da poco... mi scusi un secondo... Klà - urlò - un 4 stelle è apposto?»

Oscar sentì un "sì" urlato distante dalla cornetta, dal tono smaccatamente femminile.

«Sai, Oscar, le donne comandano..»

Oscar sorrise: «Ne so qualcosa, signore.»

La ricerca si concluse con la prenotazione di una camera matrimoniale per qualche settimana seguente, nel primo week end di dicembre.

Ma non fu quello che rimase a Oscar di quella telefonata. Continuava a circolargli in testa il nome del chiamante, Joshua, un nome che aveva una musicalità tutta sua e sembrava piacergli più degli altri che aveva pensato per una possibile parte maschile della storia.

Prese l'agendina e scrisse a grosse lettere "JOSHUA" su una pagina bianca. Poi disegnò una ragazza stilizzata, sotto un sole rotondo con tutti i raggi di sole che si dipanavano verso l'esterno. Nel sole, due occhi e un sorriso. Le altre chiamate non lo riguardavano più, rispondeva meccanicamente attendendo la fine del turno. Oscar doveva assolutamente parlare con Federica. E rintracciare Bea.