sabato, dicembre 29, 2007

Cosa non ho avuto

(Nella foto, io in uno scatto dove avevo qualcosa che ora non ho più: i capelli, la macchina lucida e quasi nuova, la lacoste blu acceso e la collana nuova, il cappellino non ancora scolorito, qualche kg in più di ora, una vita forse un pò più serena.)

In queste feste, oltre che l'influenza e il pensiero fisso che qualcosa vada fatto per cambiare, mi sono soffermato molto sul concetto del "bisogna pensare a quello che si ha". Un concetto platealmente cristiano o forse laico, chissà, comunque molto riciclabile dalla cristianità per non avere tendenze omicide verso il vicino che vince alla lotteria o che ha il macchinone. Ora, io non so se possa essere un mio chiodo fisso, ma ciò che io non ho - o peggio, che non potrò mai avere - mi fa stare male.
Nel senso, non che mi manchi qualcosa e per questo impazzisco, ma perchè considero talmente fantastico vivere che mi piacerebbe veramente vivere facendo tutto il fattibile.

Un esempio: il lavoro. Io di lavori ne ho fatti tanti, ve lo assicuro, ma anche di lavori considerati lavori "di merda" senza virgolette, e vi dico, non me ne vergogno affatto, non per il fatto che lavorare sia un onore (non solo) ma perchè per lo meno potrò dire di sapere cosa prova un muratore, un operatore di call center, un barista, un magazziniere, un cassiere, un volantiniere, un odontotecnico, un addetto alle pulizie, e chissà che altro.

Sandro Veronesi ama fare elenchi. In ordine sparso, allora vi lascio il mio, sperando che da qui possa prender spunto il Padreterno per affidarmi qualche altra faccenda su questa Terra per l'anno venturo.

Non ho mai fatto un concerto con più di 100 persone (mio cugino Dani sì, ad esempio), non ho mai fatto una demo con delle mie canzoni, non ho mai pubblicato un libro, non ho mai fatto più di un goal per partita, non ho mai letto un mio racconto in pubblico (a parte alla Scuola Holden, ma lì è routine), non ho mai fatto un on the road, non ho mai visto gli Alice in Chains, ne i Queen, non ho mai parlato all'ex presidente Ciampi, non ho mai visto un programma televisivo dal vivo a parte Pianeta dilettanti dell'amico Silvio Buccarello, non ho detto a Berlusconi o a Prodi cosa penso del problema precariato, non ho mai fatto un Natale io-mia madre-mio padre, non ho mai fatto una passeggiata con mio fratello sperando che lui potesse capire le mie battute (ha 3 anni, mica è scemo), non ho mai giocato la Champions League, non ho visto interamente "La vita è meravigliosa", non ho fatto mai foto belle come quelle di Larochelle, non ho scritto un elenco con un senso, non ho mai preso un pullman e pensato che fosse solo prendere un pullman, non ho mai fatto qualcosa in vita mia senza pensare che da lì si potesse partire per crescere, non ho mai studiato all'estero, non ho mai parlato correttamente lo spagnolo, non ho mai visto gli Stati Uniti, non ho suonato o cantato una canzone hip hop, non ho mai smesso di struggermi per amore, non ho mai smesso di dire cazzate, non ho mai smesso di dire anche cose giuste e mandare a fanculo chi pensa che dico solo cazzate (quindi anche te che nei commenti scriverai che scrivo solo cazzate confermando la frase precedente, stronzo), non ho mai smesso di pensare che in fondo una via d'uscita c'è, non ho lavorato all'estero ma spero un giorno di riuscirci, non ho fatto festività peggiori di quelle che sono appena passate ma questa è un'altra storia, non ho mai detto mai senza pensare che in fondo mai non si dovrebbe dire, mai.

Buon 2008, a presto.

Fra

venerdì, dicembre 14, 2007

La mia tuta da casa

Quando uno/a arriva a casa, di solito la prima cosa che fa è togliersi le scarpe. Poi, tolta e posata la giacca, magari la borsa, lo zaino o la valigetta, si guarda intorno, magari poggia anche le chiavi della macchina e/o di casa sull'immancabile cassettone, poi, accese le luci delle stanze oltre l'ingresso/living, ecco che appare, sullo sfondo, la meravigliosa, calda, gentile, domestica e infantile, tuta da casa.

Dà sicurezza. E' piacevole toccarla quasi quanto sfiorare una bella donna (come tutte le mie lettrici) e sapere che sei pronto per lasciarti alle spalle, con i tuoi jeans e il maglione, il freddo autunnale e il gelo invernale. La tuta da casa è la migliore compagna delle ciabatte, o pantofole. La tuta da casa non ti lascia mai solo, è lì che si contorge fra le tue mani quando sente che ti toccherà le gambe gelate e dovrà lasciarti tutto il suo calore. Dovrà essere pronta a dirti sì perchè solo lei in casa è indispensabile, il tuo North Sails va a fanculo, i tuoi Doctor Martens sono inutili, ora ci sono solo le fibre intrecciate, solitamente di acrilico o di raso, e le felpe associate che fuori, non metteresti mai, ma dentro il tuo soggiorno, uuhhhm, l'onomatopea non basta a riprodurre il senso che si prova.

La mia tuta da casa è dell'adidas, l'ho comprata, anzi, me l'ha comprata mia madre, nel luglio del 1999. La giacca me l'ha rubata qualche tossico di merda, con tutta la borsa del calcio, una sera che mi hanno aperto la macchina. La giacca era utilissima per il calcio, ma per la casa, l'unica cosa che mi servivano erano i pantaloni.

La indosso da sempre, nonostante quando la comprai mi sembrava un pò giusta. Forse mi sono ristretto, perchè ci sono sempre stato da Dio, nonostante quel giorno, guardandomi allo specchio, mi ero detto: "Boh la compro, al massimo la userò solo a casa".
Già, allora l'avevo comprata per uscire, anche.
Ora, invece, mi rendo conto che è stato l'acquisto più azzeccato per la dimensione domestica.

Mia madre la pagò ottantamila lire. Mi sembravano un'enormità, ma mia madre sapeva che ci tenevo, pagò, mi disse che le piaceva, e mi accontentò. La comprammo in un negozio a Moncalieri, un sabato mattina, era l'ultima nera e c'era il sole. In quel negozio non ci entrammo mai più, io sicuramente, lei non so, certamente non insieme.

La mia tuta da casa c'è ancora. Mia madre l'altro giorno mi ha invitato via sms a cena, la sera della vigilia. Fra le lacrime, le ho scritto: "Non mi sembra il caso".

Ora indosso quella tuta e penso che, in fondo, mia madre è quella che mi ha comprato la mia tuta da casa, non quella che, negli ultimi mesi, ha detto e fatto tutto ciò che non andava fatto.

Voi direte: che ti ha fatto?

Non ve lo dico: questo post è dedicato alla mia bellissima, unica, calda, avvolgente, gentile e simpatica, tuta da casa.

A presto,
Fra

domenica, dicembre 09, 2007

Il qualunquismo è una forma d'espressione

L'amico larochelle mi taccia ormai da diversi post di essermi trasformato in un qualunquista.

Questo detto con il sorriso sulle labbra, ovviamente, perchè la mia vena ironica mi impone di scherzare su ciò che il suddetto afferma aver dibattuto, in seno al concetto di
qualunquismo relazionale (pregasi leggere commento dell'amico larochelle per capire ciò che intendo).

Ora: il millantato qualunquismo relazionale altri non è che la voglia di essere libero d'esprimere concetti talvolta pretestuosi come la necessità di avere una stanza tutta per sè (me) - leggi ultimo post -?

Non so dove, non so quando troverò la via d'uscita a tutto ciò, ma la vera ironica continua ad accecarmi e continua il mio turbinio di concetti e metafore sul desiderio qualunquista che sta alla base del mio modo di vedere le cose.
Il mio qualunquismo è proprio un modo di esprimermi, un modo per dipingere le cose. E' il mio modo d'essere, senza per questo ricreare voglie e affermazioni sature solo di qualunquismo ma innervate anche da qualcosa in più. Voi direte: ma che stai dicendo?

Dico semplicemente: il titolo di questo blog è "Diario di chi aspira a vivere", c'è chi dice che questo sia un titolo molto bello e interessante (vero, Colombina ^__^ ?) e altri che magari sono arrivati qui perchè aspirano a vivere e pensavano che io fossi un cazzo di guru che gli dava la soluzione.
Bene, concettualmente il mio blog titola qualunquista. Ergo, a tutti gli effetti è un blog che può definirsi qualunquista. Il blogger che lo gestisce fa affermazioni qualunquiste e i suoi lettori possono scontrarsi o meno con la realtà qualunquista che ne viene portata alla luce.
Tutto perchè, nel mio modo di vedere le cose, si fa spesso riferimento a cose o fatti che hanno il sapore di qualunquismo (ma che forse proprio qualunquiste non sono).

Si aprano le danze. Voi vi sentite qualunquisti?
Perchè io no, non mi sento qualunquista. Ma dato che il tipico qualunquista dice di non esserlo, ma lo è, magari io lo sono e non lo so.
Intanto la storia di Oscar attende, ma non preoccupatevi, torna.
Magari ve la spedisco per posta, come farebbe un vero qualunquista, che spedisce e quando affranca dice che tanto è inutile perchè le poste sono lente.
A presto,
Fra

lunedì, dicembre 03, 2007

Una stanza tutta per sè. Possibilmente con fibra.

Virginia Woolf a me non è mai piaciuta più di tanto. L'ho studiata, anche perchè quell'anno all'università la scelta era fra lei e Pavese e francamente di Pavese non avevo granchè voglia.
A ogni modo: mi sono fatto un corso sul femminismo e c'era anche lei, fra una Sibilla Aleramo e una Elena Ferrante. Alchè, rimango colpito da un titolo, e da un concetto, che forse mi è rimasto al di là del corso in sè e che mi porterò dietro per molto tempo.
Il discorso riguardava "Una stanza tutta per sè" (1929). Concettualmente, il saggio nasce per illustrare come la nostra volesse un immobile proprio per stare tranquillamente in pace a scrivere le sue cose. Niente di chè, se non che nel '29 pare che le donne non avessero accesso a questo tipo di interazione con gli immobili. Neanche Mary Shelley, pare, avesse una stanza tutta per sè. Eppure. Eppure alla fine Virginia Woolf ha scritto e pure bene, al di là che piaccia oppure no.

Dal canto mio, personalmente amo molto pensare che un giorno o l'altro pure io troverò una stanza tutta per me. Nel senso, una stanza dove il resto del mondo non mi tocchi, dove entri solo chi dico io, dove possa isolarmi e scrivere senza che ci sia qualcuno che mi urla che questo non va bene.
Ora, credo che l'amico larochelle potrà opporre, come nell'ultimo post, il suo pensiero sottolineando una tendenza qualunquista nelle mie parole.
Certo, c'è, ovviamente.
Alzi la mano chi però non è qualunquista, almeno un pò, e ci tiene a esserlo.
L'amico larochelle fa bene a ricordarmi che non fa benissimo, che il proclama "Voglio uno spazio tutto mio dove esser lasciato in pace" risalti più per una venatura qualunquista che per una pura citazione della Woolf, che peraltro ora viene portata sul palmo di mano da tutti quelli che cercano una camera. Ed è per questo che mi voglio distinguere, con un margine di ironia pretestuosa contornata da sano realismo.

Voglio una stanza tutta per sè (me).
Possibilmente con cablatura in fibra ottica per stare delle ore su Internet.
Dove il vicino di stanza non mi si voglia fare e di cui mi possa fidare.
Dove il materasso sia ortopedico e non troppo morbido.
Dove possa appendere le mie spade serenamente, vicino al quadro della Terra di Mezzo.
Dove posso portare la mia borsa del calcio senza sentire il peso del peccato.
Dove posso scrivere sempre, tutta la notte, ascoltando musica, mangiando, bevendo, magari fumando ogni tanto (sto cercando di smettere, ebbene sì) dove posso dormire con la mia ragazza senza dover scusarmi con tutti come se avessi ucciso qualcuno.

Se mi viene in mente altro, poi lo aggiungo.

A presto,
Fra

ps: continuate a votare il sondaggio. Così com'è ci faccio una figuraccia.
pps: scusate se non passo spesso a commentare. Se avessi una stanza tutta per sè (me) lo farei molto volentieri, nella mezz'ora che mi rimane nella giornata (dalle 3.00 alle 3.30 di notte).