lunedì, agosto 18, 2008

Estate 2008, non mi mancherai

Ormai scrivo solo per me. Quando scrivo. Perchè scrivo solo qui, in forma di elenco e senza capo ne coda.

L'estate 2008 la ricorderò per il diploma alla Holden, per l'illusione che le cose cambiassero, per l'idea che forse era tutto in mano mia. La ricorderò per l'attesa infinita di un lavoro che pare non arrivare mai. La ricorderò per la seconda volta che il mare è ciò che mi sogno. La ricorderò per la lettera di mio padre, l'ennesima lettera di mio padre, e tutto ciò che ne conseguirà.

L'altro giorno ho provato a scrivere qualcosa, ecco ciò che ne è venuto fuori.

"Hai occhi verdi, grandi e profondi come se guardassi nella più profonda foresta. Quelle che si estendono per miglia, fra le colline attraversate da lunghi rettilinei e curve insidiose, che sembrano non avere fine. I capelli li porti disordinati, anche se in quel caos intravedo un ordine. Un ordine che nel suo essere incomprensibile trova la strada di ciò che vorrei vedere, come quella strada che percorro nei tuoi occhi. Chiudono il tuo viso meglio di quello che farebbe una cornice, meglio dei vestiti che porti con leggerezza, quasi a dire che tu puoi esser contenuta in te stessa e nient'altro. Ti conobbi un pomeriggio come tanti altri, al lavoro. Ti conobbi dopo mesi che ti guardavo da lontano e mi dicevo, ogni volta, che quello era il giorno giusto. Ti conobbi con la scusa che si da per fare qualcosa di meschino ma anche qualcosa di superlativo, meschino perchè non potevo arrivare da te con l'aria di quello che sa, di superlativo perchè era l'unica cosa che volevo fare e si sarebbe rivelato il gesto più bello che potessi compiere. Era estate, un'estate che a tratti sembrava volesse passare sotto i colpi del cielo che da chiaro e sereno diventava cielo di monsone, pioggia torrenziale che impazzava per attimi, proprio mentre correvi per le strade di Torino con la tua bici e al contempo di chiedevi se mai sarebbe spiovuto. Capii in seguito che ti piaceva pensare che alla pioggia segue sempre il sereno solo perchè amavi alla follia “Il Corvo”, e quella frase che mi hai ripetuto all'infinito, “Non può piovere per sempre”. Non te l'ho mai detto, ma io quella frase l'ho scritta in tutte le pagine del mio diario, per anni. Era forse un segno del destino che ti abbia conosciuto quando pensavo che invece, la pioggia di quell'estate sarebbe stata eterna. Chissà se forse è stato proprio così, quell'anno. I ricordi si sbiadiscono sotto coltre di sms inviati a sproposito, fatti lasciati a metà, poche parole e molte, forse troppe, frecciate. Che non ti sono mai piaciute e che forse, solo in me hai visto potevano avere un seguito opportuno.

Eppure.

La storia comincia così, mi pare. Comincia un pomeriggio, dopo mesi in cui ti rincorrevo senza sapere che tu ami alla follia farti rincorrere. Facevi finta di non guardarmi, quando in ufficio stavamo davanti, una scrivania di distanza, tu giovane stagista neolaureata, io affermato lavoratore a progetto già da tre anni. Eri arrivata e subito mi ero detto che, volente o nolente, io con te ci sarei uscito.

Non ne avevo parlato con nessuno, anche quando vedevo che a farti il filo erano in molti. Neanche quando si disse che avevi accettato un invito di Corrado, una sera che poi non capii mai come era finita. Ti avevo guardato da lontano, capendo che quando ti lasciavi guardare era solo perché percepivi fiducia. Hai raccontato in seguito quella sera Corrado ci era rimasto male che tu l'avevi liquidato con la battuta “Non mi hai guardato abbastanza”. Era arrivato al lavoro e in pausa lo aveva detto a me e Luca: “Si sente come una diva”. Luca ci aveva creduto, io no.

Quell'estate c'era tanta gente, in ufficio. Io ero tornato da dieci giorni a casa, non in ferie, a casa. E tu eri rimasta al lavoro. Non ci eravamo mai parlati prima del mio ultimo giorno di lavoro, mi avevi augurato buone vacanze e io mi ero ripromesso, tacitamente, che non ti avrei lasciata scappare. E così fu, a pensarci bene.

Tornai e notai che la mia scrivania era stata occupata. Il responsabile mi disse che serviva un applicativo del mio pc al collega che ora la occupava. E disse che potevo mettermi dove volevo.

Risi fra me osservando con lui “Mario, mi metto vicino a Sara?”.

Lui mi guardò facendo sorridere barba e baffi, facendomi solo un gesto con il mento, come a dire “Vai pure, picio”.

In effetti, un po' picio mi sono sentito. Ma tant'è."

Ora capisco perchè non sono fatto per questo mondo.

2 commenti:

Cico, un bravo ragazzo ha detto...

fanculo a tutto il 2008, più che altro :)

altraepoca ha detto...

ciao...sono tornata dalle vacanze e subito mi metto a leggere quanto hai scritto...definirlo intenso forse è poco, è chiaro però che tu hai del talento...complimenti...e che dire con la casa sono ancora in alta marea....un abbraccio caro..Altraepoca