mercoledì, settembre 03, 2008

Le domande non finiscono, le certezze diminuiscono

Qui ho messo la prima parte.

Ora vi lascio la seconda.

"Cominciai a parlarle come se fosse stata una persona che conoscevo da mesi. Cioè, con la confidenza che si dà a quelli che conosci da almeno un paio d'ore. E invece no, mi buttai all'attacco che manco un caimano. Quando le ho chiesto il numero, lei mi rispose “Lasciami tu il tuo”. Ed ero sicuro che non mi chiamasse, anche se poi lo fece. Mi mandò un sms dopo un'ora, dove si presentava. Strano, pensai, deve aver confuso me con quello di due scrivanie più avanti, che forse le ha fatto la stessa proposta poco prima di me. Nel messaggio c'era scritto “Ciao sono io, la tua collega Sara”. Non ebbi modo che risponderle: “Attendo coordinate per andare a prendere una birra insieme”.

Provai a scriverle altri sms, ma sembrava che non li ricevesse. O forse faceva finta di non leggerli. Lo capii in seguito il perché.

Mi rispose un pomeriggio, con un sms. Al lavoro ancora lei non c'era. Mi scrisse “Per quella birra caffè che facciamo? Se vuoi io posso anche stasera” senza punto, se virgola. Finiva così. Le scrissi di sì. Abbiamo fatto per le 22 e tutto è andato secondo i piani, fino al momento in cui ci siamo incrociati e abbiamo cominciato a camminare.

Ed è così che è andata, Sara, ricordi? Con te e me che parliamo sulla panchina di piazza Vittorio bevendo delle lattine di birra comprate nel pomeriggio. Parliamo e discutiamo, senza saperlo, di quanto è stato strano il mondo a portarci, allo stesso tempo, nello stesso modo, sullo stesso scenario.

E parliamo, discutiamo, dibattiamo, senza renderci conto che io e te siamo speculari, a prescindere dal fatto che questo sia un bene o un male. Senza saperlo forse quella è una colpa, l'essere così diversi da diventare l'esatto contrario di qualcuno. E senza saperlo, finiamo per rinunciare a capire se la colpa possa diventare anche il nostro unico movente.

Osservandoti ho capito che sei stata resa te da ciò che hai vissuto: quello che mi chiedo e come, perchè proprio non riesco a capirlo, ciò che hai vissuto sia simile a ciò che ho vissuto io. Come è possibile, che se tutto ciò che hai vissuto l'abbia vissuto anche io, ebbene, come è possibile che io e te siamo così diversi?

Hai gli occhi verdi, sono la prima cosa che ho visto, ed è la prima cosa su cui mi soffermo. La maglia slabbrata apposta ti lascia la spalla di fuori, sei sportiva e particolare, i capelli sono nel loro sano caos e pazienza se nello sbirciare sul tuo album flirck ho trovato uno scatto dove appari liscia e terribilmente affascinante. Se fossi così stasera forse non reggerei a resistere. Più parli e ti sento distante, parli di partire e di viaggio e io non so che pensare, che quello è il vero discrimine, mica il resto. Ma tu questo non puoi saperlo, fino a che sei qui con me.

Beviamo, e intorno a noi piazza Vittorio è calma, come tutte le notti è bella, immensa, stupenda. Ti incornicia senza che tu lo sappia. Avevo portato quattro lattine, ricordi Sara? Avevamo bevuto mentre tu raccontavi di come è la Capoeira, delle varietà del ballo, della sua complessa armonia. Ti pensavo in movimento, ti pensavo mentre lottavi con il tuo sorriso e pensavo che fosse l'ossimoro più grande, il tuo sorriso in un combattimento.

Eppure tu non ti rendevi conto, in fondo era la prima volta che uscivamo. Ancora oggi mi chiedo se quella sera fosse stata giusta, se quella sera fosse stata vera. Ti ricordo così, con le gambe incrociate e la testa che balla fra me e la la piazza, ogni tanto guardi me e la piazza. Io mi guardo intorno e distolgo lo sguardo, è sempre così quando non ho il coraggio di guardare negli occhi una persona. Una volta me l'hai chiesto: “La smetti di guardare il cellulare?” perchè stavo guardando il cellulare, e lì mi sarei aspettato una richiesta precisa: “Guardami negli occhi”, ma no, non l'hai fatta.

Forse lì avrei dovuto capire che quella sera sarebbe stata unica nel suo genere.

Sì, perchè dopo abbiamo camminato e tu hai raccontato.

Tutto.

Dei tuoi ex, dei tuoi viaggi, della tua “uscita dal bozzolo”, come l'hai chiamata nel tuo blog. Di come hai deciso che dovevi lasciarti alle spalle tutto e ripartire. Erano state quelle parole a portarmi da te, Sara, e anche se tu non potevi saperlo, anche io stavo uscendo da un bozzolo. Hai detto “Io sono sempre in crisi” e in quelle parole mi ci sono rispecchiato fino a che la notte non s'è spenta. Sempre in crisi. Come me, come le mie storie, come ciò che mi circondava. Eppure non sapevo dire dove, come, quando, avrei ritrovato il significato di quelle parole nei fatti che mi circondavano. Perché tutto stava rivolgendo un nuovo orizzonte: passavano i minuti e io mi convincevo sempre più: è lei che voglio.

Fino a quando non hai parlato di Irlanda, del volo che ti aspettava, del viaggio che segue sempre l'uscita dal bozzolo. Quando me l'hai detto, ho capito che io e te, Sara, a prescindere da ciò che ne se sarebbe stato di quella sera, di ciò che sarebbe potuto seguire, la strada ce l'avevamo segnata.

Non avrei mai potuto trattenerti qui, con tutta la forza del mondo, con tutto il mio amore. E tu non ti saresti lasciata trattenere qui, forse per evitarti l'ennesima delusione. Mi raccontasti tutto questo, forse senza renderti conto che io a ciò che accadeva a te legavo un riflesso su di me.

Povero illuso! Sì, proprio così, da illuso ragionavo, mentre mi parlavi.

“Un anno sabbatico” l'hai definito, con furente banalità. “Mi prendo un anno” come Virginia Woolf si prese quella maledetta stanza. Sara, non potevi saperlo, ma la mia risposta a tutto quello che dissi, quella sera, la risposta che non ti dissi mai, era solo “Porta anche me, nel tuo anno sabbatico”. Banalmente, come il termine sabbatico, ti avrei detto solo di metterci anche me nel tuo mondo, per provare a uscirne insieme, dal bozzolo. Anche se in fondo, dovevo aspettarmi che una richiesta così, tu non avresti rispondere in maniera eguale ma contraria.

Camminammo per ore, dai Murazzi a Piazza Palazzo di Città, dalla musica latina del “Madrid”, dove prendemmo un chupito e ci parlammo delle relazioni pericolose passate che avevamo avuto, fino all'eco delle nostre voci nel silenzio di una delle piazze più belle del centro. Ci sedemmo in un dehor vuoto, tu su una sedia legata a un tavolino, io sotto l'ombrellone.

Forse era quello il momento in cui, se la riflessione ha un volto, dovevamo smettere di parlare e cogliere l'attimo. E forse, se lì non è capitato, è perché non doveva accadere, forse perché ciò che provavo io era diverso da ciò che provavi tu. Avevi parlato di aspettative nelle persone, forse eravamo la dimostrazione che a volte queste non sono rispettate.

In fondo era quello che era accaduto: mi aspettavo qualcuno in cui provare una vicinanza, non qualcuno in cui specchiarmi. Sei ciò che sei, Sara, ti sei resa conto anche tu che sei uguale a me?

Ripensando a quella notte, che forse non avrei voluto concludere con un saluto amichevole vicino alla tua bicicletta, legata a un palo, ripenso a una persona che si specchia dentro un'altra e non fa che ripetere “Conosco già tutto di questo posto”. Me lo ripetei mille volte, mentre tornavo a casa.

Chissà se anche tu hai avuto la mia stessa sensazione."

A breve la terza parte, se vi va.

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