mercoledì, ottobre 29, 2008

Parole che non leggerai mai



















Madeleine non sa di leggere ciò che scrivo, così come non sa di parlarmi. Forse sono io che non so di parlare a lei, quando la guardo so che in lei c'è tanto di troppe persone diverse, anche se, in fondo, Madeleine rimane unica nel suo genere.

Lei ha scavalcato il presente e non s'è installata nel futuro, ma nel passato. Di solito, quando ci s'innamora, uno immagina il futuro. Eppure con Madeleine, funzionò che tutto ciò che venne fu come se fosse già stato vissuto, forse per quello che lei non ebbe mai modo di capire e io non ebbi mai modo di parlarle di cosa fosse diventata.

Ci fu un giorno che mi trovai in macchina, guidando sul tracciato accaldato di un agosto sparso qua e là nei miei ricordi.

Ebbene, Madeleine ancora non l'avevo mai vista, eppure lei già esisteva. Era come se fosse seduta dietro di me, vicino a me, mentre io guidavo fra le autostrade di mezza Europa. Sarà stato il fascino del viaggio in auto, del sole che si scontra sul metallo della vettura e delle mille sigarette lanciate ai 180/h, del paesaggio che ti accompagna. A Madeleine quella vista non è mai stata concessa, con me. Sicuramente, con altri sì, ma con me... mai.

Eppure io già la vedevo mentre, parlottando con gli altri che viaggiavano con me, ascoltando la musica, sentendomi vicino alla pienezza di quella che è felicità, ecco che sentivo che la perfezione assoluta sarebbe stata con una ragazza come lei.

L'avevo immaginata seduta di fianco a me mentre attraversavamo, esattamente come stavo facendo io in quel momento, il sud Europa, in direzione Spagna. Me la immaginavo cambiare cd mentre le chiedevo di accendermi una sigaretta, mentre beveva da una bottiglietta d'acqua e mentre, intontita dai troppi kilometri, si lasciava andare al sonno del viaggiatore, quello che finisce quando raggiungi l'autogrill ed è ora di sgranchirsi.

La immaginavo vestita di lino leggera, la immaginavo rilassata, colorata dei riflessi della serenità. La immaginavo e ne avvertivo il profumo, in mezzo all'afa del viaggio. Quando, quell'agosto, scrissi cosa pensavo di tutto questo, ricordo che sentii di non aver ancora visto la ragazza che avrebbe fatto parte di questo disegno. Ma la risposta che mi diedi si limitò a un deciso, quando inesorabile, comando di spegnimento post salvataggio del file su cui lavoravo.

Rilessi qualche anno dopo quelle impressioni, riportate in maniera confusa su un 4000 battute scarse, che senza colpo ferire, avevo intitolato "On the road" senza pensare che Kerouac aveva già pensato a un simile titolo.

E subito mi venne in mente Madeleine. Che avevo conosciuto mesi prima di quella rilettura casuale. La ripensai lì e mi dissi che forse, più che premonizione, era stato il fatto che i suoi tratti s'accompagnassero bene alla musica che, quell'agosto lontano, aveva riempito l'abitacolo nella nostra vettura.

Alice in Chains, Oasis, o anche Vasco. Era tutto un miscuglio, un ibrido di sensazioni che noi, nella macchina, univamo nella musica che ognuno aveva voluto far ascoltare agli altri. Lei era diventata un brano in acustico cantato da Layne Staley, così come un assolo suonato da Solieri in uno dei tanti live che ascoltammo, e nonostante fosse tutto diverso, fossero tanto diversi, era come se ci fosse un vero unico legame, come fra i suoi capelli e il suo sguardo da gatto, che mi trapassava ogni volta che lo sentivo su di me.

Quando glielo raccontai, le dissi che di fatto quelle parole che scrissi non avevano avuto molto senso fino a quando non avevo conosciuto lei. E che forse, era stato proprio il fatto che senza saperlo avevo parlato di lei già anni prima a farmi sentire subito così coinvolto.

Lei dal canto suo, senza che fosse stata una cosa pensata, mi disse che non voleva leggere quello che avevo scritto. Diceva, Madeleine, che se avesse letto forse qualcosa l'avrebbe resa gelosa.

«Di cosa?» le chiesi io.
«Del fatto che forse qualcosa che hai scritto, veniva da qualcun'altra.»

Ed era una cosa comune, in Madeleine, seppur non ci fosse fra noi alcunchè di sentimentale che non quei momenti di parole, di sguardi fini a sè stessi, di lunghe passeggiate e di caffè presi in mezzo al caos di una Torino che veramente sembrava non fermarsi mai, che emergesse la sua voglia di esser per me l'unica musa, l'orgoglio di poter dire che uno come me, povero nella sua scrittura, lasciasse segno che aveva generato sogni e speranze.

Dialoghi lunghi si susseguivano, poi.

«E' sano egoismo il tuo, se non leggi non potrai capire mai.»
«Se non leggo, continuerò a chiedermi come mi hai descritto.»
«Niente potrà ritrarti meglio di quel giorno.»
«Non è vero: non mi avevi mai visto.»
«Però sapevo già che eri tu.»
«Se quel viaggio lo facessi ora, riscriveresti come quel giorno?»
«Non lo so, Madeleine. Dipende da molte cose.»
«Da cosa?»
«Ad esempio, se tu fossi con me.»
«Allora vedi? E' questo un buon motivo per non leggerlo.»

Già, Madeleine amava scherzarmi.

Perchè, diceva: «Se leggo ciò che hai scritto in quel tuo "On the road", sarò condizionata».

Io le rispondevo sempre perchè.

Perchè «Se ci andiamo insieme, poi, non sarò mai la ragazza che hai conosciuto ora. Diverrò quella del tuo scritto, e per quanto piccola, avrai una delusione. Perchè io sono un'altra.»

Era proprio così. Certo era, che Madeleine non sapeva d'esser, per me, perfetta in entrambe le versioni. Ma a me non è mai piaciuto darle torto.

mercoledì, ottobre 22, 2008

Paris, les Paris


















La sua mano mi era parsa, per anni, un rifugio sicuro. Quando raccontai questo fatto a mio padre, non so più quanti anni fa, ricordo che lui mi parlò di lei come del mio porto sicuro. Non mi ci vedevo proprio, a forma di nave. Anche se era vero, se avessi dovuto usare una metafora, avrei scelto quella più inflazionata del mare in tempesta e dell'approdo nella darsena serena e intoccabile dell'isola più accogliente del mondo.

Passeggiavamo nel centro di Torino, quella notte, e intorno a noi l'aria pungente della sera ci faceva sentire un pò anziani, chiusi nei nostri cappotti. Cosa strana, ricordo che il discorso partì proprio dalla mia idea di protezione che la sua mano sapeva darmi. Una cosa che lei aveva sempre deriso bonariamente, sostenendo che la cosa più vera fosse quella contraria.
Mi teneva sotto braccio, i nostri fianchi uniti mentre, con passo veloce e deciso, attraversavamo piazza Castello e imboccavamo via Po. Intorno, gruppetti di giovani camminavano verso il Quadrilatero e verso i Murazzi. Frotte di spettatori uscivano soddisfatti dal Regio, dove era in programma il "Così fan tutte". L'avevamo già visto, anni addietro, insieme. Fu la prima opera che vedemmo insieme.

Ci tenevamo sotto braccio e lei rideva, mentre io commentavo ciò che circondava.
«Madeleine - le dissi - se camminiamo così sembriamo due vecchi.»
Le ridevano gli occhi, quando era felice. Riempiva l'aria con la sua allegria, sembrava che ci fosse solo la sua sagoma anche intorno a me.

Solo con lei sentivo avvolgersi intorno a me la serenità.

«Hai il braccio che scalda, e poi ho freddo.»
«Così impari a metterti la gonna a Dicembre, che si gela.».

Rideva di gusto quando le criticavo il modo di vestirsi. Sapeva che amavo il suo scegliere con cura ogni indumento, lo stare per ore a guardarsi, non allo specchio, ma nella stanza da letto, con tre gonne, due pantaloni e almeno dieci fra maglie e camicette stesse sul letto, mormorando, di tanto in tanto che ogni abbinamento non sarebbe andato con le scarpe. Io allora mi sedevo sul bordo del letto, quello che dava alla finestra, e mi voltavo a osservarla, senza che lei se ne accorgesse. La guardavo agghindarsi, poi, di scatto, si girava verso di me e mi diceva, con la voce che sapeva di dire una cosa che non aveva senso: «Mi servono delle altre scarpe, uffa!». E il suo uffa voleva solo dirmi che anche lei sapeva di averne abbastanza, ma che l'andare in giro per negozi le piaceva, e le piaceva farlo con me. Perchè passeggiavamo e ci sentivamo una famiglia, anche se non ufficiale, anche se era poco che di famiglia se ne parlava.

Allora io le dicevo di mettersi gli stivali neri, che stavano con tutto e mi piacevano, insieme a un paio di pantaloni lunghi, così non aveva freddo. E lei, quasi per farmi dispetto, prendeva una longette, una fra le tante che le avevo regalato, se la metteva davanti a me e diceva: «Se ho freddo è colpa tua.». Poi indossava gli stivali e la camicetta, e correva in bagno a truccarsi. Voleva far finta di aver scelto a casa, anche se io lo sapevo, lei fin dall'inizio aveva scelto di vestirsi in quel modo.

Il fatto era che quando ci trovavamo in macchina, lì, dopo un pò, mi diceva che si sentiva a suo agio, vestita così, perchè oltre che femminile sapeva che non avrebbe avuto freddo. E io dentro di me ridevo, perchè sapevo che il suo volermi contraddire, nella scelta del vestire, era una scelta che considerava tutto: dall'avere freddo alla consapevolezza che in quel modo, mi sarebbe stata tutta la sera vicina a sentirmi dire che era bellissima.

Una sorta di vendetta, addolcita dalla mia passione, dal mio trasporto per il suo fascino.
Era quello il calore vero. Oltre, ovviamente, al mio "porto sicuro", come lo chiamava mio papà.

La sua mano. Il mio braccio. Forse era quello l'esempio che calzava più per dire cosa fossimo io e Madeleine, allora. Non c'era l'uno senza l'altra.

Quella sera intorno a noi Torino moriva dalla voglia di farci sapere che era bella. La luce era invernale, eppure l'immagine che ne avevamo era di quadro colorato d'alloro e acquarello, come se ci fossero riflessi splendidi di corona e pastelli che eran passati, sfuggenti, su muri e vetrine. La gente passeggiava, le risate e le mani nelle mani. Mentre io e Madeleine, unici, ci tenevamo sottobraccio, quasi a distinguerci.

«Comunque al ristorante faceva caldo, la gonna lì la sopportavo.».
«Ci credo, il tizio del tavolo dietro ti guardava il culo anche quando ce ne siamo andati.».
«Ancora con sta storia!»
«Beh, mica sono idiota, scusa, mentre ti passavo il cappotto l'ho visto.»

Ero geloso di Madeleine, è vero. Da sempre ne sono stato geloso, fin dal primo giorno in cui la vidi.

E ogni volta che vivevamo quel siparietto, lei mi prendeva allo stesso modo. Anche quella sera fece lo stesso. Tolse il braccio da sotto il mio, mi prese tutte e due le mani dalle tasche, poi io la abbracciai, seguendo il gesto che lei mi indicava. Ci baciavamo, un bacio di quelli che tieni gli occhi chiusi. E poi rideva di nuovo, felice. Eravamo felici, sì. Quella sera, come tutte le sere.

L'avevo obbligata ad andare a cena fuori. Lei era stanca, eppure disse di sì, perchè le proposi di andare a mangiare in centro, in un posto che le piaceva, vicino al quadrilatero. Non lo poteva immaginare, quello che volevo fare.

Riprendemmo a camminare.

«Dove andiamo, ora?» mi chiese.
«Non so... Hai sete?»
«Non tanto, tu?»
«Per me è uguale...»
E sembrerebbe che tutto fosse monotono, senza storia. Anche se quello che si voleva dire fra le righe era altro. Volevamo stare insieme. E subentrava quella voglia di andare via, a casa. Da soli.

«Facciamo due passi e poi andiamo a casa, che dici?» chiesi, ammiccante.
Lei ammiccò, capendo cosa intendevo.

Arrivammo in piazza Vittorio seguiti da mille altri cappotti, giubbotti, che camminavano fianco a fianco, mano nella mano, ma nessuno, ne sono certo, si teneva sotto braccio come noi. Teneva la mano nella mia, dentro la tasca del cappotto, facendo godere loro di un certo tepore. Camminammo, seguitando a chiaccherare. Giocherellava con l'anello che tenevo al dito, quasi facendomi sudare le falangi.

«Cos'hai nella tasca interna?» mi chiese.
«Il portafogli.» risposi io, e sapevo di mentire.
«Non solo. Ho sentito.» disse lei.
«Che cosa?» e il mio sorriso nascondeva maldestramente la verità.
«Ho sentito la carta.»

Tagliammo al centro della piazza: sulla carreggiata, il solito traffico. Lei voleva sapere, e io dentro di me sapevo che quello non era il momento giusto.

«Eh, e allora?»
«Eh, allora hai ancora le bollette in tasca.»

Risi rumorosamente. Dolce, precisa Madeleine.
«M'hai scoperto.» dissi, e questa volta fu facile mentire.
Arrivammo a un bar, vicino al lungo fiume.
«M'è venuta sete, prendiamo qualcosa?» chiesi.
«Dai, ok.» acconsentì lei. E nel dirlo, i capelli le passarono sul viso, portati via da una leggera corrente di vento. Il suo odore arrivò a me, e nel sentirlo mi ero quasi pentito di aver ritardato, seppur di poco, il nostro ritorno a casa.

Entrammo e ci avvicinammo a un tavolino libero, fra la folla. E mentre lei s'accomodò, io ordinai due cocktail. Musica soft, atmosfera allegra ma non caciarona. Era quello il mondo che vedevo intorno a Madeleine.

«Per il tuo compleanno che vuoi fare?» mi chiese, mentre sorseggiava il suo drink.
«Non so, credo che potremmo cenare con gli altri.»
«Per il mio compleanno m'hai portato in Spagna.» disse.
«Beh, che c'entra, non c'eri mai stata.»
«Voglio andare via di nuovo, con te.»
«Sotto Natale? E i fratelli, le sorelle? Ne abbiamo abbastanza da visitare, no?»
Era il problema di essere famiglia, quello.
«Però per te sarebbe giusto, andare.»
«Perchè?»
«Voglio che sia un compleanno speciale, quest'anno, bello come il mio no?»
Sorrise. Il sogno che vivevo con Madeleine era quello di esser con il sapere che qualcuno ti vuole bene, a prescindere.
Sorrisi. I nostri cappotti erano poggiati sui rispettivi schienali. Sotto la mia schiena, il rumore della carta, la sua fragranza. Lei non poteva sentirlo, ma io sì.
«Beh, ci penserò» e tirai una buona sorsata al mio cocktail a base di rhum.
Finimmo le bevande senza fretta. Intorno a noi l'atmosfera era come quella della strada, una Torino che non avrei mai abbandonato. Con Madeleine, quella Torino diventava la proiezione più credibile di un paradiso in Terra.
«M'è venuta voglia di fumare - dissi - usciamo?».
Madeleine acconsentì.

Prendemmo il marciapiede, camminando come eravamo arrivati, veloci, sottobraccio. Con una mano fumavo, mentre lei si guardava intorno.

Poi mi fermai io. E lei mi chiese: «Che c'è?»
Buttai la sigaretta e aprii il cappotto. Tirai fuori le buste. Gliele porsi, mentre lei guardava, interrogandosi.
«Perchè mi dai le bollette?» disse.
Poi aprì le buste. E mi guardò.
«Parigi - dissi - dal 26 al 3 Gennaio.»
Lei sorrise, poi serrò i pugni sulle buste e mi abbracciò.
E la sua mano divenne porto sicuro anche per il nostro sogno, tutto in quei biglietti d'aereo per Parigi.
«Ti amo, Madeleine.» dissi, sapendo di dire una battuta scontata.
Lei non rispose. O meglio, non rispose subito.
Mentre andavamo a casa, però, mi disse: «Speravo di andarci, sai? Quando mi hai dato i biglietti, pensavo di morire.»

Se avesse saputo, Madeleine, che a Parigi le avrei chiesto di sposarmi.

venerdì, ottobre 17, 2008

Il nome che dò ai miei sogni




















Tutto ciò che avevo vissuto, fino ad allora, forse non m'era bastato. Era necessario reimmergermi nel contesto, capirne i contorni. Era necessario rifare un giro, in quel maledetto vortice.
Era necessario perchè la posta in palio era troppo alta.

Lo sono tutte le storie dei dinieghi. Le storie dei "no" detti fra i denti, di un ghigno o di un sorriso, non importa. Rimangono sospesi e non c'è altro che possa portar via il malessere. Certo è che certi "no" sono detti con una tale dolcezza che non si possono tralasciare, non si dimenticano, non si fanno da parte neanche di fronte, per contrasto, ai "sì".

Era la forza di Madeleine. Madeleine era quella che riusciva a portarmi via ogni giorno senza che io glielo chiedessi. Era come se si presentasse alla porta e mi dicesse "Prego, ora vai". E io talvolta non potevo dirle "no", anche se avrei voluto.

Ma Madeleine era così. Blindata fra la voglia di fuggire e il desiderio di rimanere. Vagando qua e là, fra domande e risposte date per caso, come a rimanere fermi sul metrò credendo che sei in un punto fermo, che il movimento è solo una sensazione. Il caso volle che ci fu una sera in cui la sognai. Un'altra in cui la conobbi. Una in cui ebbi modo di esplorare la sua vita.

Non fu più il caso quando mi respinse, Madeleine.

Avevo lasciato fare al caso, come quando la incrociai la prima volta, anche se il caso fu crudele e io fui lasciato indietro. Ma Madeleine, in questo, rimaneva senz'ombra di dubbio ugualmente la mia più grande meta, il desiderio di passione che non potevo lasciare e che avrei abbandonato solo morendo.

«Quando smetterai di chiamare tutti i tuoi sogni con il mio nome?» mi scrisse una volta, e io mi chiedevo, ancora oggi in effetti me lo chiedo, se Madeleine sapesse di essere oltre che la donna più bella che avessi mai visto, anche un'ottima scrittrice. O forse una che sapeva guardare il futuro talmente bene da interpretarlo mentre si dipanava. Non previsioni, sia ben chiaro, solo uniformarsi ai fatti.

Ed era un fatto che io, di Madeleine, serbassi un'unica immagine priva di difetti, e che questa non poteva che esser fine a sè stessa, che non potesse mai negarmi i miei desideri, la mia voglia di baciarla, di dirle quanto lei fosse presente. Era un sogno, che io ogni giorno ricostruivo, che io vivevo con gli occhi di chi medita ma che non vive, che subisce e che non affronta.

Era andata così. C'eravamo trovati a parlare, io e Madeleine. E io non avevo potuto resistere a dirle quello che avevo sempre pensato. Che lei fosse l'unica, per me. Che fosse unica. Una e indistinguibile, più individuo del resto dell'umanità.

E lei, senza cambiare il suo sorriso di un attimo, mi aveva guardato con tenerezza, non pietà, e mi aveva posto proprio quella domanda: «Come si chiamano i tuoi sogni?».

«Madeleine - le risposi - i miei sogni sono tutti con il tuo nome.»

«Quando la smetterai?» disse, e fra i suoi occhi, il tuo tono e la sua espressione, non riuscivo a vedere che affetto. Era un ossimoro. Un ossimoro dell'amore.
«Non posso smetterla, Madeleine.»

C'era della verità dietro all'immagine che mi ero costruito di Madeleine. Anche dietro al suo trasporto c'era della dolce volontà di non ferirmi, nel difendere la sua impossibilità ad amarmi per ciò che ero. Che sono, perchè neanche oggi, Madeleine saprebbe darmi ciò che le chiedo.

La cosa che mi compatisce non è che lei mi rispose così, quanto il fatto che in lei vivessero tutte le donne che nella mia vita mi sono trovato ad amare. Una follia che non avrei mai saputo rendere sunto se non in Madeleine, nella sua onestà che andava a toccare le corde più profonde dell'animo umano. La sua indecisione, così profonda, così comprensibile, se darmi o meno una speranza, dietro alle parole che lasciano spazio a interpretazione.

«C'è sempre speranza, anche là dove non te l'aspetti.»

Anche là dove Madeleine non poteva arrivare, non perchè non volesse o potesse, ma perchè, e questa era la mia speranza, perchè non era ancora giunto il tempo.

Ogni sogno che venne dopo fu solo una pennellata diversa su una tela in cui i colori si mischiano senza che vi fosse costrutto, semplice voglia di mescolare le possibilità vedendo dove potesse condurmi l'istinto. La vedevo sposa, madre, la vedevo piangere e ridere, la vedevo al mio fianco e camminarmi incontro, mi ci vedevo abbracciato, durante un ballo, o mentre la baciavo con trasporto. E ogni scena era una foto che si ripartiva in altre mille, una per ogni possibile declinazione del suo viso, del suo sguardo così tenero, così comprensivo, così dolce. Tante come le volte che l'avrei voluta con me, Madeleine, al di là di ogni evento, di ogni sogno che si chiamava come lei, battezzata in una notte in cui il sonno mi trasportava là dove trovavo il mio desiderio più vero: lei, nessun altra.

L'immagine che mi figurai per quel momento fu un viaggio. Quando glielo raccontai non mi credette, si mise a ridere della mia innocente ossessione.

Un viaggio in auto, un on the road, con lei. Io e lei in macchina, senza meta.

Ne avevo scritto per anni, di quel momento. Io alla guida, lei al mio fianco. Musica jazz, chill out, relax, il sole e il cielo limpido, una primavera gioiosa e intorno, il mondo che ci scorreva. Senza meta perchè era lì, la meta. L'arrivo l'avevo già ampiamente vissuto, ora ce lo godevamo, come sonno ristoratore dopo una lunga giornata di lavoro, quando a casa, nel calore di una cena e di un pò di musica, si ritrova un senso di pace.

Serenità e pace.

«E' quello il sogno che devi vivere» mi disse, quando glielo raccontai.

«Quel sogno, non può che avere un nome, Madeleine: il tuo.»

«Anche se non lo vivremo mai, è bello sapere che qualcuno abbia pensato di farmelo vivere.»

Socchiusi gli occhi, là dove eravamo, non ricordo dove, non ricordo quando, forse non ricordo perchè non è mai accaduto. Ricordo le sue mani, calde, morbide, sulle mie. E come le sue parole non s'accordavano con il suo viso, ricordo che era come se fossero ancora intatte, seppur poggiassero sulle mie, rovinate dal freddo e dalla mia mania di non asciugarmele bene dopo aver lavato i piatti. Il sapore di crema per il viso sul mio corpo, stanco.

«Non potrò mai cedere.» dissi io, e sapevo che non avrei mai smesso di crederci, di provarci, a portare via Madeleine via con me. Là dove il mondo non potesse trovarci.

«E' bello sapere anche questo.» rispose lei, senza alcun cenno ulteriore.

Era quella l'ultima speranza che Madeleine mi regalò, quel giorno.

martedì, ottobre 14, 2008

Una milonga, con Madeleine

La storia di quella notte non poteva che cominciare come cominciano quelle notti che non ti scordi mai.

Il bar aveva chiuso da un pezzo. Avevo servito per ore a clienti estasiati dal concerto jazz rhum d'annata e cocktail a base di lime tagliato fine.

A colpi di pianoforte e assoli di sax, la serata s'era accompagnata da clamori di tavolini stracolmi di persone, che rimiravano, con notevole ammirazione, il concerto di un noto cantautore locale.

Dal canto mio, non avevo saputo goderne fino in fondo, preso com'ero a preparare calici di Brandy e bicchieri ricolmi di Panachè, da servire cercando di non disturbare la platea. Certo era che il pensiero correva sempre a lei, a Madeleine.

Non avrei saputo dire se ne ero innamorato, anzi no. Lo sapevo dire benissimo, ma non avrei saputo descrivere cosa questo volesse dire. Anche perchè non so se il suo vero nome fosse Madeleine. Lei mi disse che era quello, e io, francamente, non trovavo motivi per credere il contrario. Perchè non c'era nome che le stesse meglio, addosso.

C'era stata una notte in cui ci incontrammo. Lì, al locale. Lei lo chiamava Mocambo, il locale, diceva che era simile a quello che cantava Paolo Conte. E anche se il nome non era quello, poi scoprii che quando passava di lì, parlava di noi sempre come il Mocambo.

Quella sera si presentò al banco, da sola. Al tavolo aveva lasciato, fra gli altri, quello che doveva essere il suo fidanzato. O compagno. Si accomodò su un alto sgabello, mentre io, che di lei manco mi ero accorto, continuavo a preparare Jack Daniel's on the rocks. Ricordo che l'orchestra quella sera aveva preparato una serata a base di boogie boogie e revival anni '20, charleston e cose così.

Amavo molto buttare dentro i grossi bicchieri di vetro litri e litri di alcool e bibite, al ritmo delle spazzole sul rullante e del contrabbasso che accompagnava pianoforte e chitarra. Talvolta, tromba e sassofono mi prendevano talmente tanto che muovevo mani e fianchi al ritmo che generavano nell'aria, sarà per quello che amavo lavorare lì. Era come liberare ferormoni quando stai facendo l'amore: solo che al posto della donna io avevo intorno a me la cornice di quel posto, che amavo da quando entravo, alle 18, fino a quando non c'era più nessuno, eravamo solo io e il banco, con un cd di sottofondo, e il silenzio dopo ore di musica pura come poche volte se n'è sentita su tutto il pianeta. Tante volte m'ero fermato a pensare che il silenzio è puro, ma che la musica che avevo sentito lì ci si avvicinava tranquillamente a quella purezza.
Tant'è che quella sera quel sentimento d'amore verso il mio lavoro di barman m'aveva condotto verso un generale senso di felicità: m'era facile servire bevande adornate di frutta e cannucce, senza che il mio pensiero si discostasse per rivolgersi agli amici fuori per la serata o chissà cosa.

«Scusa?»
Mi chiamò così, Madeleine. Lì per lì non capii i suoi lineamenti, ne il suo viso. Era una specie di sagoma scura nella penombra del locale.

«Scusa, mi fai un Rum Cooler?»

Un Rum Cooler. Certo. Era semplice. Eppure non capivo perchè non riuscissi a staccarle gli occhi di dosso. Forse perchè dalla sagoma era diventata visibile, s'era mutata. Era diventata una donna, splendida.

«Beh?» mi chiese di nuovo.

«Sì, un Rum Cooler.»
Fu così che le parlai la prima volta. Non seguirono altre parole. Pagò senza che le riuscissi a dire la cifra. Prese il bicchiere e lo portò al tavolo, mormorando un «Grazie» che non fece seguire altro. Io, dal canto mio, non riuscii a parlare più.

Eppure tornò. E tornò. E tornò. Con gli amici, con un'amica, una sera venne anche da sola. Gli amici prendevano tutto il possibile, mentre lei continuava a prender un Rum Cooler.
Finchè una sera, dopo l'ennesimo Rum Cooler, mi decisi a parlarle. Sul serio.«Ti piace proprio, qui.»
«Sì, molto.» rispose lei.
«Tanto da venirci da sola, a volte»
«Hai buona memoria.»

Quella sera era da sola, di nuovo. O forse era in compagnia, chissà.
Ci parlai tutta la sera, lei al banco, io dietro, a creare. Suonavano improvvisando, quella sera. Come me, d'altronde. Quando le chiesi il nome, mi rispose:

«Mi chiamo Madeleine.»
«E' il tuo vero nome?»
«Certo.»

Mi è sempre rimasto il dubbio. Eppure era così. E dopo quella volta, altre volte tornò Madeleine, anche in compagnia di uno che pensavo essere il suo uomo. E sentivo la gelosia. La sentivo dentro.

Sta di fatto che Madeleine veniva ogni giovedì. Quella notte, era un giovedì, ma non era venuta. E quello che lei chiamava il Mocambo, m'era sembrato più triste. Eppure la musica m'aveva entusiasmato, come al solito.

Quando i musicisti avevano finito, quando anche l'ultimo dei visitatori s'era avviato, m'ero accorto che quel giovedì era passato senza Madeleine e io stavo male. Per quello non sapevo cosa fosse, non sapevo descriverlo. Sapevo che lei, Madeleine, mi mancava. L'avevo pensata tutta la notte con il suo uomo, quel tipo che non avrei saputo distinguere per quanto era uguale al resto. Eppure era così. E più che chiedermi che ci facesse Madeleine con quello non potevo fare.
Pulivo mestamente. Misi un cd, per tirarmi su.

Paolo Conte. C'era solo quello. Madeleine, Mocambo... sembravo uscito da una sua canzone. Mi sentivo come il macaco senza storia di cui parlava. Lo sparring partner, la comparsa. E non potevo ribellarmi.

Eppure, era tardi, le sedie a metà sui tavoli, le luci soffuse, le casse passavano Paolo Conte. E il pianoforte, il contrabbasso, la chitarra. E la sua voce. Sembrava fosse lì.

Bussarono alla porta. Sentii bussare e vidi la porta aprirsi.

Ed è una storia, questa, che in comune con il resto ha che da quella porta entrò un colpo di scena.

Entrò Madeleine.

Bella, come al solito. I capelli lisci, qualche ciuffo sparso sul viso ramato, colorato di Mediterraneo, che le tagliavano in due lo sguardo su di me, gli occhi scuri decisi, come al solito, la bocca semichiusa in un sorriso imbarazzato nella sua determinazione. E ancora, una camicia bianca avvolta in giacca blu scura, una gonna al ginocchio, stivali alti con tacco basso.

Era meravigliosa, Madeleine. Io, invece, alla fine della serata.
«Vuoi un Rum Cooler?» sorrisi, e non so come feci a sorridere, dentro stavo morendo.

«Sì.»

Saltai dietro il banco. Le preparai il cocktail, mentre lei si toglieva la giacca. Il cd intanto suonava "Colleghi trascurati".

«A te piace Paolo Conte, vero?»

«Sì, da morire.»

«Per quello che ti ho chiesto se ti chiamavi Madeleine sul serio.»

«Pensavi fosse per Paolo Conte?»
«No, per Proust.»

In effetti, Madeleine aveva qualcosa di tutto. Era genuina, mi ricordava l'amore dell'asilo, quello bello, lindo. E qualcosa di Paolo Conte, malinconico, un pò retrò, sicuramente sensuale nella meravigliosa semplicità di quella musica.

Le porsi il bicchiere guardandola negli occhi. Mi tremava la mano, cercai di mascherare ma non ci riuscii.

«Perchè tremi?» mi chiese.

«Non sto tremando.» risposi io.

Partì "Alle prese con una verde Milonga". Dalle casse si diffuse il suono della chitarra, il contrabbasso regolare.

«Balli?»

«Non so ballare la milonga.»

Avevo una mano poggiata sul tavolo. Me la toccò, e disse sorridendo:
«E io cosa ci sono venuta a fare, qui?»

«Sei venuta a danzare.» risposi ridendo.

Feci il giro, e cominciammo a ballare. Il locale era vuoto, c'eravamo solo noi.

La presi dai fianchi e cominciammo a volteggiare fra la musica e lo spazio che separava il banco dai tavolini. Intorno a noi, musica e silenzio.

Lei si lasciava trasportare dalle mie braccia, allo stesso tempo segnandomi con i suoi passi il percorso che dovevo tenere. Si muoveva sinuosa, poggiando il suo viso sulla mia spalla, i fianchi fra le mie mani ondeggiavano, mentre le gambe volteggiavano a tempo. La accompagnavo mentre, lenta, seguitava ad accompagnare con gesti precisi il ritmo.

«Volevo stare qui, al Mocambo, stasera.» disse lei.

«Dove sei stata?»

«In giro. Con gli altri.»

«C'era anche il tuo fidanzato?»

Sorrise.
«Sì.»
Poi, dopo un attimo, aggiunse: «Ora però sono qui.»

«Sei venuta di nascosto, vero?»

«Sì, esatto.»

La guardai. Era veramente bellissima. I suoi movimenti erano il completamento del disegno delle sue forme. Era perfetta fra le mie braccia più di quanto lo fosse sembrato quando la vidi, prima. Ed era difficile raggiungere quel livello.

«Stasera ti chiami Max.»
«Perchè?» chiesi.

«Smettila, Max, con la tua fragilità.» rispose.

Eravamo al Mocambo. Eravamo io (o forse ero Max) e Madeleine. E ballavamo la Milonga.
Eravamo in una canzone di Paolo Conte, ci vivevamo dentro, e non ce ne rendavamo conto.

«Sei venuta per danzare.» dissi.
«Sì.» disse lei, continuando a oscillarmi fra le braccia.

«Solo per quello?» ribadii.
«Cosa intendi?»
«Ascolta.»

Paolo Conte cantava. Madeleine sorrise.
«Già, non solo per danzare.»
Chiusi gli occhi. Forse lo fece anche lei.

Quando la tromba intonò la fine della canzone, ci stavamo baciando.

Fu così che amai Madeleine, in un locale chiuso, una notte, di nascosto.

Come in una canzone di Paolo Conte.

domenica, ottobre 12, 2008

Io, Madeleine e un pò di sigaretta



















foto di Pietro. Grande Piè.


Ciò che m'impegnava di più, quella sera, era prospettare come sarebbe stato, il giorno dopo, incontrare Madeleine. La mente non m si riusciva a svuotare se non quando, ripresentandosi oltre la pagina web che la vedeva ritratta in una foto sensuale, mi fermavo a guardarla in tutta la sua superba bellezza.

La guardavo con lo sguardo di chi osserva avido un quadro di Monet, preso come dal raptus di voler catturare, come impressionista affamato, quell'attimo. La guardavo seguendone le forme, il disegno del viso, l'apparente semplicità che si scioglieva in realtà, in un'austera unicità.

Seguitavo a guardarlo ripercorrendo pian piano tutte le strade che mi avevano fatto incrociare quel viso. E mi convincevo che anche il suo profumo, che altri avrebbero descritto come inebriante, ma che io definivo semplicemente meraviglioso, fosse l'aroma che mancava a capire cosa fosse l'olfatto. Una sorta di strada ne determinava il contorno, come tratto di mina su foglio ruvido, quasi a descrivere con polvere di carbone la difficile conservazione dei confini fra fisico e infinito. Era legata, indissolubile, al cielo dietro di lei, alla sabbia del mare, al colore degli alberi, a ciò che la circondava in uno scatto trovato chissà dove, chissà con chi.

Fu con questo ultimo pensiero, l'immagine di Madeleine, il suo profumo nelle narici, che presi e uscii sul balcone, nella notte, a fumare una sigaretta.

Era freddo, come le sere di ottobre, a Nichelino. Era freddo, e mi rendevo conto che il freddo mi faceva gustar di più quel sapore acidulo del tabacco intriso di nicotina, che sentivo scorrermi dentro, scaldarmi fino a consumarmi le narici. Un odore che talvolta nauseabondo ma che, nel suo spessore, rimaneva fino allo spasimo nei miei polmoni ogni volta che lo inalavo.

Fu così anche quella sera, fra l'odore di bruciato che veniva dal camino della villetta vicina, e il sapore di Madeleine, quello sì che non mi lasciava mai.

Accesi la sigaretta aspirando con forza e facendo uscire dalla bocca una grossa nuvola di fumo. Il vapore grigio, sporco, si diresse in alto, forzuto, compatto, per poi dissolversi con la stessa violenza con cui era stato generato pochi attimi dopo. Lo guardavo pensando a lei, Madeleine, la musa che provavo ad ascoltare anche se lei non sapeva che fossi lì a pensarla.

Perchè lei, Madeleine, in effetti non sapeva che il mio pensiero era rivolto a lei. Forse non sapeva che fossi lì, o forse non sospettava. Ci riflettevo a ogni tiro, a ogni flusso di condensato che immettevo nei miei polmoni, seguendo quel picco di aria rarefatta che pian piano si mescolava al resto dell'anidride carbonica. Intorno a me palazzi con le luci spente mi parlavano a loro volta, raccontandomi di storie che immaginavo essere sopite come il mio voler ribellarmi a quell'infatuazione.

Fra le mie dita, la sigaretta diminuiva sempre più, mentre la musica in sottofondo mi trasportava. Era bello rimanere sul balcone, durante la notte, cercando di lasciar andare quell'aroma di pulito che mi aveva lasciato Madeleine insieme a quell'odore di tabacco.

Una commistione di aromi che mi diceva come la mia fosse solo una proiezione, bello come le curve di Madeleine che tagliavano in due il suo mondo dal resto. Era un rendersi conto sempre più, a ogni respiro, che Madeleine era in me esattamente come quella voglia di fumare, labile, irrascibile, comica, lenta ma inesorabile, destinata a finire.

Avevo pensato a Madeleine per giorni, chiedendomi da dove venisse quella voglia di starle vicino una volta. La immaginavo camminare al mio fianco, senza che le nostre mani si toccassero, lei così bella, i capelli al vento, il viso illuminato da una luce autunnale che non le offuscasse i contorni malinconici, quel sapore di pianoforte suonato alla penombra di luce soffusa, come bar dei bassifondi dove nasce il jazz.

Era come fumare davanti a un musicista che cantava disperazione, sentire quel sapore morirmi dentro. Eppure sapevo che il giorno dopo, Madeleine l'avrei vista. Come tutti i giorni, da quando, più o meno inconsapevolmente, mi ero reso conto della sua bellezza. E non avevo saputo lasciarla, in ogni mio sogno.

Senza rendermene conto, la sigaretta s'esaurì. Buttai il mozzicone sulla strada, guardando un'ultima volta il cielo, le case, la luna.

Immaginai, mentre rientravo, di esser per strada, fumando una Pall Mall, appoggiato sulla mia macchina. Immaginavo, mentre mi sdraiavo sul letto, la tv accesa, la luce soffusa, di esser in una serata più fredda con lo stesso cielo, in città. E immaginai, in lontananza, in una via del centro, di guardare Madeleine avvicinarsi. Camminare snella, slanciata, sicura. Vestita di nero, i capelli al vento, il trucco leggero, la sua espressione un pò dura, un pò melodiosa.

E, in sottofondo, il fumo della mia Pall Mall che ballava una milonga, una milonga che sentivo scorrer sotto, come accompagnamento.

Immaginai Madeleine che mi si avvicinava, sorridendomi. La immaginai mentre, a un metro da me, mi prendeva la mano con la quale tenevo la Pall Mall e la portava alla bocca, facendo un tiro dalla mia sigaretta. Immaginai il fumo uscire dalla sua bocca, e il suo sorriso che mi faceva innamorare ogni attimo.

La immaginai mentre, con passi fugaci, si avvicinava a me, mentre le mani mi prendevano dalle spalle, avvolgendomi il collo. Mi guardai buttare la Pall Mall e prenderla per i fianchi, alzandomi diritto. Intorno luce e colore si sfocavano. Immaginai Madeleine mentre mi guardava, sentendo su di sè il mio sguardo.

E immaginai che quell'attimo diventasse eterno quando, lentamente, come quadro di impressionisti, le nostre labbra si incontravano in un lungo, lunghissimo bacio.

Senza rendermene conto, mi svegliai il mattino successivo. M'ero addormentato, il computer acceso, la tv accesa, la luce accesa. Erano le sei del mattino.

La mattina doveva giungere. La mia sigaretta e il suo sapore, in sogno, s'erano fusi in un sogno.

Quella mattina, non le avrei detto del mio sogno. Quel sapore, l'avrei preservato, emblema di purezza.

Era troppo perfetta, Madeleine.

lunedì, ottobre 06, 2008

Il senso delle cose





















C'è un senso d'apatia nell'aria. Come se a respirare ti entrasse dentro un qualcosa di maledettamente triste. E' complesso da indicare, complesso da spiegare. Si può soltanto dire che c'è, a dispetto di quanto si possa fare. Perchè non si scambia la propria voglia di stare al mondo con quello che effettivamente è.

Io sono invaso di sensazioni, che talvolta possono isolarsi nel senso di speranza che pervade ognuno, quando le cose non vanno come dovrebbero. Ti pensi e dici: "Potrebbe andare peggio di così, domani non può che essere meglio perchè d'altronde sono io che mi faccio il mio cammino". Poi il domani si rivela non solo uguale a oggi, a ieri, a l'altro ieri, ma soprattutto senti che la speranza che pensavi tallonasse il tuo spirito è sparita. Non rimane altro che il tuo senso d'apatia.

Lo sapete, che cerco il senso. L'avete sempre saputo, che sto cercando di cambiare il destino. Qualcuno più di altri. Ho un amico, Pietro, che mi sta ad ascoltare per ore e mi dice sempre che sono grande perchè non mollo mai. Tu non lo sai, Pietro, ma io ho già mollato da un pezzo, perchè senza volerlo le mie speranze, ciò che in ognuno è la spinta per andare avanti, si sono tramutate tutte in un unico, grande senso d'apatia.

C'è chi mi ha detto che volevo fare lo scrittore compromesso, senza badare al fatto che forse questa strada io non l'ho mai percorsa. Eppure l'ha detta quella frase, a prescindere, per fare male, per dire che il proprio pensiero è quello che la mia scelta sia stata in ordine di facilità, non in ordine di vocazione.

C'è un senso in tutto questo. C'è un senso nel lavorare gratis, forse. Come nel camminare in posti dove la gente vive di pregiudizi. E' il mondo, baby, e nessuno lo cambia con un tocco di bacchetta magica e vuallà. Però è dura, oh se è dura.

Come bestemmiare: credo che la bestemmia sia uno dei momenti in cui si prega di più. Perchè sai che c'è un Dio ma non sai perchè tutto debba andare come va. E allora lo interpelli, Lui in divinità, insultandolo, dicendo: "Cazzo, Dio, ma che cazzo sta succedendo?". E parte l'insulto. E' anche il momento più basso che uno possa raggiungere, d'altronde da un insulto si può tranquillamente passare a un quesito: "Dio, mi aiuti a darmi una risposta?".

Ma non ho mai visto un pianto che non fosse sincero. Ogni lacrima ha un qualcosa di completamente puro, inimitabile, inarrivabile: è il dolore. Il dolore è puro, niente può affinarlo in quanto a intensità.

Il dolore che dà una strada che non si sbriga a mostrarsi, un sentiero che non si riesce a percorrere se non in un semplice "Non c'è posto per te, avanti un altro". La consapevolezza di aver errato, non come i cavalieri ma nel senso di sbagliare, strada e speranza.

Ogni cosa ha un senso, forse sì, forse no. Ogni cosa è formata da un disegno e da un punto 1), quello per intenderci che se fossi sulla Settiamana Enigmistica dà il via per la composizione di un disegno stillizzato.

La mia domanda è retorica, perchè so già la risposta: io so che ogni cosa ha un senso. E' sempre stato così la mia vita: in ogni avvenimento presto o tardi trovavo il perchè.
Oggi proprio non riesco a capire. Non capisco tutto questo, cerco di comprenderlo ma proprio non ci riesco. Mi sforzo di pregare Dio, ma l'unica cosa che parte è un insulto. Cui segue un'immediata, pentita, richiesta di perdono. Un perdono che continuo a chiedere mentre ringrazio anche di quello che ho, so che ce l'ho per Grazia Ricevuta e non per bravura, solo per Grazia.

E' tutto racchiuso in un senso, diverso da quello di Vasco che alla fine un senso non ce l'ha, che non si riesce ad attribuire ma che illumina anche quei lati delle cose che si rivelano, presto o tardi, la grande causa di ogni domanda.

Un esempio che calza: una canzone. La si ascolta in un dato momento meraviglioso, per poi riascoltare, con quelle note, le stesse cose che si ascoltarono allora. Riassaporare gli stessi odori, amare le stesse luci. Ma in quel momento, senza che forse tu non te ne sia reso conto, scorreva quella canzone. E a posteriori, ti dici: "Meno male che quella sera avevo quel CD".

La vita è meravigliosa. Talvolta però amarla è duro come sapere di dover morire, un giorno o l'altro, senza che ogni speranza sia realizzata.

Però io non riesco proprio a fare meno di amarla.