venerdì, ottobre 17, 2008

Il nome che dò ai miei sogni




















Tutto ciò che avevo vissuto, fino ad allora, forse non m'era bastato. Era necessario reimmergermi nel contesto, capirne i contorni. Era necessario rifare un giro, in quel maledetto vortice.
Era necessario perchè la posta in palio era troppo alta.

Lo sono tutte le storie dei dinieghi. Le storie dei "no" detti fra i denti, di un ghigno o di un sorriso, non importa. Rimangono sospesi e non c'è altro che possa portar via il malessere. Certo è che certi "no" sono detti con una tale dolcezza che non si possono tralasciare, non si dimenticano, non si fanno da parte neanche di fronte, per contrasto, ai "sì".

Era la forza di Madeleine. Madeleine era quella che riusciva a portarmi via ogni giorno senza che io glielo chiedessi. Era come se si presentasse alla porta e mi dicesse "Prego, ora vai". E io talvolta non potevo dirle "no", anche se avrei voluto.

Ma Madeleine era così. Blindata fra la voglia di fuggire e il desiderio di rimanere. Vagando qua e là, fra domande e risposte date per caso, come a rimanere fermi sul metrò credendo che sei in un punto fermo, che il movimento è solo una sensazione. Il caso volle che ci fu una sera in cui la sognai. Un'altra in cui la conobbi. Una in cui ebbi modo di esplorare la sua vita.

Non fu più il caso quando mi respinse, Madeleine.

Avevo lasciato fare al caso, come quando la incrociai la prima volta, anche se il caso fu crudele e io fui lasciato indietro. Ma Madeleine, in questo, rimaneva senz'ombra di dubbio ugualmente la mia più grande meta, il desiderio di passione che non potevo lasciare e che avrei abbandonato solo morendo.

«Quando smetterai di chiamare tutti i tuoi sogni con il mio nome?» mi scrisse una volta, e io mi chiedevo, ancora oggi in effetti me lo chiedo, se Madeleine sapesse di essere oltre che la donna più bella che avessi mai visto, anche un'ottima scrittrice. O forse una che sapeva guardare il futuro talmente bene da interpretarlo mentre si dipanava. Non previsioni, sia ben chiaro, solo uniformarsi ai fatti.

Ed era un fatto che io, di Madeleine, serbassi un'unica immagine priva di difetti, e che questa non poteva che esser fine a sè stessa, che non potesse mai negarmi i miei desideri, la mia voglia di baciarla, di dirle quanto lei fosse presente. Era un sogno, che io ogni giorno ricostruivo, che io vivevo con gli occhi di chi medita ma che non vive, che subisce e che non affronta.

Era andata così. C'eravamo trovati a parlare, io e Madeleine. E io non avevo potuto resistere a dirle quello che avevo sempre pensato. Che lei fosse l'unica, per me. Che fosse unica. Una e indistinguibile, più individuo del resto dell'umanità.

E lei, senza cambiare il suo sorriso di un attimo, mi aveva guardato con tenerezza, non pietà, e mi aveva posto proprio quella domanda: «Come si chiamano i tuoi sogni?».

«Madeleine - le risposi - i miei sogni sono tutti con il tuo nome.»

«Quando la smetterai?» disse, e fra i suoi occhi, il tuo tono e la sua espressione, non riuscivo a vedere che affetto. Era un ossimoro. Un ossimoro dell'amore.
«Non posso smetterla, Madeleine.»

C'era della verità dietro all'immagine che mi ero costruito di Madeleine. Anche dietro al suo trasporto c'era della dolce volontà di non ferirmi, nel difendere la sua impossibilità ad amarmi per ciò che ero. Che sono, perchè neanche oggi, Madeleine saprebbe darmi ciò che le chiedo.

La cosa che mi compatisce non è che lei mi rispose così, quanto il fatto che in lei vivessero tutte le donne che nella mia vita mi sono trovato ad amare. Una follia che non avrei mai saputo rendere sunto se non in Madeleine, nella sua onestà che andava a toccare le corde più profonde dell'animo umano. La sua indecisione, così profonda, così comprensibile, se darmi o meno una speranza, dietro alle parole che lasciano spazio a interpretazione.

«C'è sempre speranza, anche là dove non te l'aspetti.»

Anche là dove Madeleine non poteva arrivare, non perchè non volesse o potesse, ma perchè, e questa era la mia speranza, perchè non era ancora giunto il tempo.

Ogni sogno che venne dopo fu solo una pennellata diversa su una tela in cui i colori si mischiano senza che vi fosse costrutto, semplice voglia di mescolare le possibilità vedendo dove potesse condurmi l'istinto. La vedevo sposa, madre, la vedevo piangere e ridere, la vedevo al mio fianco e camminarmi incontro, mi ci vedevo abbracciato, durante un ballo, o mentre la baciavo con trasporto. E ogni scena era una foto che si ripartiva in altre mille, una per ogni possibile declinazione del suo viso, del suo sguardo così tenero, così comprensivo, così dolce. Tante come le volte che l'avrei voluta con me, Madeleine, al di là di ogni evento, di ogni sogno che si chiamava come lei, battezzata in una notte in cui il sonno mi trasportava là dove trovavo il mio desiderio più vero: lei, nessun altra.

L'immagine che mi figurai per quel momento fu un viaggio. Quando glielo raccontai non mi credette, si mise a ridere della mia innocente ossessione.

Un viaggio in auto, un on the road, con lei. Io e lei in macchina, senza meta.

Ne avevo scritto per anni, di quel momento. Io alla guida, lei al mio fianco. Musica jazz, chill out, relax, il sole e il cielo limpido, una primavera gioiosa e intorno, il mondo che ci scorreva. Senza meta perchè era lì, la meta. L'arrivo l'avevo già ampiamente vissuto, ora ce lo godevamo, come sonno ristoratore dopo una lunga giornata di lavoro, quando a casa, nel calore di una cena e di un pò di musica, si ritrova un senso di pace.

Serenità e pace.

«E' quello il sogno che devi vivere» mi disse, quando glielo raccontai.

«Quel sogno, non può che avere un nome, Madeleine: il tuo.»

«Anche se non lo vivremo mai, è bello sapere che qualcuno abbia pensato di farmelo vivere.»

Socchiusi gli occhi, là dove eravamo, non ricordo dove, non ricordo quando, forse non ricordo perchè non è mai accaduto. Ricordo le sue mani, calde, morbide, sulle mie. E come le sue parole non s'accordavano con il suo viso, ricordo che era come se fossero ancora intatte, seppur poggiassero sulle mie, rovinate dal freddo e dalla mia mania di non asciugarmele bene dopo aver lavato i piatti. Il sapore di crema per il viso sul mio corpo, stanco.

«Non potrò mai cedere.» dissi io, e sapevo che non avrei mai smesso di crederci, di provarci, a portare via Madeleine via con me. Là dove il mondo non potesse trovarci.

«E' bello sapere anche questo.» rispose lei, senza alcun cenno ulteriore.

Era quella l'ultima speranza che Madeleine mi regalò, quel giorno.

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