mercoledì, ottobre 22, 2008

Paris, les Paris


















La sua mano mi era parsa, per anni, un rifugio sicuro. Quando raccontai questo fatto a mio padre, non so più quanti anni fa, ricordo che lui mi parlò di lei come del mio porto sicuro. Non mi ci vedevo proprio, a forma di nave. Anche se era vero, se avessi dovuto usare una metafora, avrei scelto quella più inflazionata del mare in tempesta e dell'approdo nella darsena serena e intoccabile dell'isola più accogliente del mondo.

Passeggiavamo nel centro di Torino, quella notte, e intorno a noi l'aria pungente della sera ci faceva sentire un pò anziani, chiusi nei nostri cappotti. Cosa strana, ricordo che il discorso partì proprio dalla mia idea di protezione che la sua mano sapeva darmi. Una cosa che lei aveva sempre deriso bonariamente, sostenendo che la cosa più vera fosse quella contraria.
Mi teneva sotto braccio, i nostri fianchi uniti mentre, con passo veloce e deciso, attraversavamo piazza Castello e imboccavamo via Po. Intorno, gruppetti di giovani camminavano verso il Quadrilatero e verso i Murazzi. Frotte di spettatori uscivano soddisfatti dal Regio, dove era in programma il "Così fan tutte". L'avevamo già visto, anni addietro, insieme. Fu la prima opera che vedemmo insieme.

Ci tenevamo sotto braccio e lei rideva, mentre io commentavo ciò che circondava.
«Madeleine - le dissi - se camminiamo così sembriamo due vecchi.»
Le ridevano gli occhi, quando era felice. Riempiva l'aria con la sua allegria, sembrava che ci fosse solo la sua sagoma anche intorno a me.

Solo con lei sentivo avvolgersi intorno a me la serenità.

«Hai il braccio che scalda, e poi ho freddo.»
«Così impari a metterti la gonna a Dicembre, che si gela.».

Rideva di gusto quando le criticavo il modo di vestirsi. Sapeva che amavo il suo scegliere con cura ogni indumento, lo stare per ore a guardarsi, non allo specchio, ma nella stanza da letto, con tre gonne, due pantaloni e almeno dieci fra maglie e camicette stesse sul letto, mormorando, di tanto in tanto che ogni abbinamento non sarebbe andato con le scarpe. Io allora mi sedevo sul bordo del letto, quello che dava alla finestra, e mi voltavo a osservarla, senza che lei se ne accorgesse. La guardavo agghindarsi, poi, di scatto, si girava verso di me e mi diceva, con la voce che sapeva di dire una cosa che non aveva senso: «Mi servono delle altre scarpe, uffa!». E il suo uffa voleva solo dirmi che anche lei sapeva di averne abbastanza, ma che l'andare in giro per negozi le piaceva, e le piaceva farlo con me. Perchè passeggiavamo e ci sentivamo una famiglia, anche se non ufficiale, anche se era poco che di famiglia se ne parlava.

Allora io le dicevo di mettersi gli stivali neri, che stavano con tutto e mi piacevano, insieme a un paio di pantaloni lunghi, così non aveva freddo. E lei, quasi per farmi dispetto, prendeva una longette, una fra le tante che le avevo regalato, se la metteva davanti a me e diceva: «Se ho freddo è colpa tua.». Poi indossava gli stivali e la camicetta, e correva in bagno a truccarsi. Voleva far finta di aver scelto a casa, anche se io lo sapevo, lei fin dall'inizio aveva scelto di vestirsi in quel modo.

Il fatto era che quando ci trovavamo in macchina, lì, dopo un pò, mi diceva che si sentiva a suo agio, vestita così, perchè oltre che femminile sapeva che non avrebbe avuto freddo. E io dentro di me ridevo, perchè sapevo che il suo volermi contraddire, nella scelta del vestire, era una scelta che considerava tutto: dall'avere freddo alla consapevolezza che in quel modo, mi sarebbe stata tutta la sera vicina a sentirmi dire che era bellissima.

Una sorta di vendetta, addolcita dalla mia passione, dal mio trasporto per il suo fascino.
Era quello il calore vero. Oltre, ovviamente, al mio "porto sicuro", come lo chiamava mio papà.

La sua mano. Il mio braccio. Forse era quello l'esempio che calzava più per dire cosa fossimo io e Madeleine, allora. Non c'era l'uno senza l'altra.

Quella sera intorno a noi Torino moriva dalla voglia di farci sapere che era bella. La luce era invernale, eppure l'immagine che ne avevamo era di quadro colorato d'alloro e acquarello, come se ci fossero riflessi splendidi di corona e pastelli che eran passati, sfuggenti, su muri e vetrine. La gente passeggiava, le risate e le mani nelle mani. Mentre io e Madeleine, unici, ci tenevamo sottobraccio, quasi a distinguerci.

«Comunque al ristorante faceva caldo, la gonna lì la sopportavo.».
«Ci credo, il tizio del tavolo dietro ti guardava il culo anche quando ce ne siamo andati.».
«Ancora con sta storia!»
«Beh, mica sono idiota, scusa, mentre ti passavo il cappotto l'ho visto.»

Ero geloso di Madeleine, è vero. Da sempre ne sono stato geloso, fin dal primo giorno in cui la vidi.

E ogni volta che vivevamo quel siparietto, lei mi prendeva allo stesso modo. Anche quella sera fece lo stesso. Tolse il braccio da sotto il mio, mi prese tutte e due le mani dalle tasche, poi io la abbracciai, seguendo il gesto che lei mi indicava. Ci baciavamo, un bacio di quelli che tieni gli occhi chiusi. E poi rideva di nuovo, felice. Eravamo felici, sì. Quella sera, come tutte le sere.

L'avevo obbligata ad andare a cena fuori. Lei era stanca, eppure disse di sì, perchè le proposi di andare a mangiare in centro, in un posto che le piaceva, vicino al quadrilatero. Non lo poteva immaginare, quello che volevo fare.

Riprendemmo a camminare.

«Dove andiamo, ora?» mi chiese.
«Non so... Hai sete?»
«Non tanto, tu?»
«Per me è uguale...»
E sembrerebbe che tutto fosse monotono, senza storia. Anche se quello che si voleva dire fra le righe era altro. Volevamo stare insieme. E subentrava quella voglia di andare via, a casa. Da soli.

«Facciamo due passi e poi andiamo a casa, che dici?» chiesi, ammiccante.
Lei ammiccò, capendo cosa intendevo.

Arrivammo in piazza Vittorio seguiti da mille altri cappotti, giubbotti, che camminavano fianco a fianco, mano nella mano, ma nessuno, ne sono certo, si teneva sotto braccio come noi. Teneva la mano nella mia, dentro la tasca del cappotto, facendo godere loro di un certo tepore. Camminammo, seguitando a chiaccherare. Giocherellava con l'anello che tenevo al dito, quasi facendomi sudare le falangi.

«Cos'hai nella tasca interna?» mi chiese.
«Il portafogli.» risposi io, e sapevo di mentire.
«Non solo. Ho sentito.» disse lei.
«Che cosa?» e il mio sorriso nascondeva maldestramente la verità.
«Ho sentito la carta.»

Tagliammo al centro della piazza: sulla carreggiata, il solito traffico. Lei voleva sapere, e io dentro di me sapevo che quello non era il momento giusto.

«Eh, e allora?»
«Eh, allora hai ancora le bollette in tasca.»

Risi rumorosamente. Dolce, precisa Madeleine.
«M'hai scoperto.» dissi, e questa volta fu facile mentire.
Arrivammo a un bar, vicino al lungo fiume.
«M'è venuta sete, prendiamo qualcosa?» chiesi.
«Dai, ok.» acconsentì lei. E nel dirlo, i capelli le passarono sul viso, portati via da una leggera corrente di vento. Il suo odore arrivò a me, e nel sentirlo mi ero quasi pentito di aver ritardato, seppur di poco, il nostro ritorno a casa.

Entrammo e ci avvicinammo a un tavolino libero, fra la folla. E mentre lei s'accomodò, io ordinai due cocktail. Musica soft, atmosfera allegra ma non caciarona. Era quello il mondo che vedevo intorno a Madeleine.

«Per il tuo compleanno che vuoi fare?» mi chiese, mentre sorseggiava il suo drink.
«Non so, credo che potremmo cenare con gli altri.»
«Per il mio compleanno m'hai portato in Spagna.» disse.
«Beh, che c'entra, non c'eri mai stata.»
«Voglio andare via di nuovo, con te.»
«Sotto Natale? E i fratelli, le sorelle? Ne abbiamo abbastanza da visitare, no?»
Era il problema di essere famiglia, quello.
«Però per te sarebbe giusto, andare.»
«Perchè?»
«Voglio che sia un compleanno speciale, quest'anno, bello come il mio no?»
Sorrise. Il sogno che vivevo con Madeleine era quello di esser con il sapere che qualcuno ti vuole bene, a prescindere.
Sorrisi. I nostri cappotti erano poggiati sui rispettivi schienali. Sotto la mia schiena, il rumore della carta, la sua fragranza. Lei non poteva sentirlo, ma io sì.
«Beh, ci penserò» e tirai una buona sorsata al mio cocktail a base di rhum.
Finimmo le bevande senza fretta. Intorno a noi l'atmosfera era come quella della strada, una Torino che non avrei mai abbandonato. Con Madeleine, quella Torino diventava la proiezione più credibile di un paradiso in Terra.
«M'è venuta voglia di fumare - dissi - usciamo?».
Madeleine acconsentì.

Prendemmo il marciapiede, camminando come eravamo arrivati, veloci, sottobraccio. Con una mano fumavo, mentre lei si guardava intorno.

Poi mi fermai io. E lei mi chiese: «Che c'è?»
Buttai la sigaretta e aprii il cappotto. Tirai fuori le buste. Gliele porsi, mentre lei guardava, interrogandosi.
«Perchè mi dai le bollette?» disse.
Poi aprì le buste. E mi guardò.
«Parigi - dissi - dal 26 al 3 Gennaio.»
Lei sorrise, poi serrò i pugni sulle buste e mi abbracciò.
E la sua mano divenne porto sicuro anche per il nostro sogno, tutto in quei biglietti d'aereo per Parigi.
«Ti amo, Madeleine.» dissi, sapendo di dire una battuta scontata.
Lei non rispose. O meglio, non rispose subito.
Mentre andavamo a casa, però, mi disse: «Speravo di andarci, sai? Quando mi hai dato i biglietti, pensavo di morire.»

Se avesse saputo, Madeleine, che a Parigi le avrei chiesto di sposarmi.

1 commento:

massimo ha detto...

mi è piaciuto tanto, ma forse e dico forse non per il suo valore letterario, ma perchè mi ha fatto sentire vivo, mi ha fatto leggere un'immagine che voglio far mia