mercoledì, ottobre 29, 2008

Parole che non leggerai mai



















Madeleine non sa di leggere ciò che scrivo, così come non sa di parlarmi. Forse sono io che non so di parlare a lei, quando la guardo so che in lei c'è tanto di troppe persone diverse, anche se, in fondo, Madeleine rimane unica nel suo genere.

Lei ha scavalcato il presente e non s'è installata nel futuro, ma nel passato. Di solito, quando ci s'innamora, uno immagina il futuro. Eppure con Madeleine, funzionò che tutto ciò che venne fu come se fosse già stato vissuto, forse per quello che lei non ebbe mai modo di capire e io non ebbi mai modo di parlarle di cosa fosse diventata.

Ci fu un giorno che mi trovai in macchina, guidando sul tracciato accaldato di un agosto sparso qua e là nei miei ricordi.

Ebbene, Madeleine ancora non l'avevo mai vista, eppure lei già esisteva. Era come se fosse seduta dietro di me, vicino a me, mentre io guidavo fra le autostrade di mezza Europa. Sarà stato il fascino del viaggio in auto, del sole che si scontra sul metallo della vettura e delle mille sigarette lanciate ai 180/h, del paesaggio che ti accompagna. A Madeleine quella vista non è mai stata concessa, con me. Sicuramente, con altri sì, ma con me... mai.

Eppure io già la vedevo mentre, parlottando con gli altri che viaggiavano con me, ascoltando la musica, sentendomi vicino alla pienezza di quella che è felicità, ecco che sentivo che la perfezione assoluta sarebbe stata con una ragazza come lei.

L'avevo immaginata seduta di fianco a me mentre attraversavamo, esattamente come stavo facendo io in quel momento, il sud Europa, in direzione Spagna. Me la immaginavo cambiare cd mentre le chiedevo di accendermi una sigaretta, mentre beveva da una bottiglietta d'acqua e mentre, intontita dai troppi kilometri, si lasciava andare al sonno del viaggiatore, quello che finisce quando raggiungi l'autogrill ed è ora di sgranchirsi.

La immaginavo vestita di lino leggera, la immaginavo rilassata, colorata dei riflessi della serenità. La immaginavo e ne avvertivo il profumo, in mezzo all'afa del viaggio. Quando, quell'agosto, scrissi cosa pensavo di tutto questo, ricordo che sentii di non aver ancora visto la ragazza che avrebbe fatto parte di questo disegno. Ma la risposta che mi diedi si limitò a un deciso, quando inesorabile, comando di spegnimento post salvataggio del file su cui lavoravo.

Rilessi qualche anno dopo quelle impressioni, riportate in maniera confusa su un 4000 battute scarse, che senza colpo ferire, avevo intitolato "On the road" senza pensare che Kerouac aveva già pensato a un simile titolo.

E subito mi venne in mente Madeleine. Che avevo conosciuto mesi prima di quella rilettura casuale. La ripensai lì e mi dissi che forse, più che premonizione, era stato il fatto che i suoi tratti s'accompagnassero bene alla musica che, quell'agosto lontano, aveva riempito l'abitacolo nella nostra vettura.

Alice in Chains, Oasis, o anche Vasco. Era tutto un miscuglio, un ibrido di sensazioni che noi, nella macchina, univamo nella musica che ognuno aveva voluto far ascoltare agli altri. Lei era diventata un brano in acustico cantato da Layne Staley, così come un assolo suonato da Solieri in uno dei tanti live che ascoltammo, e nonostante fosse tutto diverso, fossero tanto diversi, era come se ci fosse un vero unico legame, come fra i suoi capelli e il suo sguardo da gatto, che mi trapassava ogni volta che lo sentivo su di me.

Quando glielo raccontai, le dissi che di fatto quelle parole che scrissi non avevano avuto molto senso fino a quando non avevo conosciuto lei. E che forse, era stato proprio il fatto che senza saperlo avevo parlato di lei già anni prima a farmi sentire subito così coinvolto.

Lei dal canto suo, senza che fosse stata una cosa pensata, mi disse che non voleva leggere quello che avevo scritto. Diceva, Madeleine, che se avesse letto forse qualcosa l'avrebbe resa gelosa.

«Di cosa?» le chiesi io.
«Del fatto che forse qualcosa che hai scritto, veniva da qualcun'altra.»

Ed era una cosa comune, in Madeleine, seppur non ci fosse fra noi alcunchè di sentimentale che non quei momenti di parole, di sguardi fini a sè stessi, di lunghe passeggiate e di caffè presi in mezzo al caos di una Torino che veramente sembrava non fermarsi mai, che emergesse la sua voglia di esser per me l'unica musa, l'orgoglio di poter dire che uno come me, povero nella sua scrittura, lasciasse segno che aveva generato sogni e speranze.

Dialoghi lunghi si susseguivano, poi.

«E' sano egoismo il tuo, se non leggi non potrai capire mai.»
«Se non leggo, continuerò a chiedermi come mi hai descritto.»
«Niente potrà ritrarti meglio di quel giorno.»
«Non è vero: non mi avevi mai visto.»
«Però sapevo già che eri tu.»
«Se quel viaggio lo facessi ora, riscriveresti come quel giorno?»
«Non lo so, Madeleine. Dipende da molte cose.»
«Da cosa?»
«Ad esempio, se tu fossi con me.»
«Allora vedi? E' questo un buon motivo per non leggerlo.»

Già, Madeleine amava scherzarmi.

Perchè, diceva: «Se leggo ciò che hai scritto in quel tuo "On the road", sarò condizionata».

Io le rispondevo sempre perchè.

Perchè «Se ci andiamo insieme, poi, non sarò mai la ragazza che hai conosciuto ora. Diverrò quella del tuo scritto, e per quanto piccola, avrai una delusione. Perchè io sono un'altra.»

Era proprio così. Certo era, che Madeleine non sapeva d'esser, per me, perfetta in entrambe le versioni. Ma a me non è mai piaciuto darle torto.

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