martedì, ottobre 14, 2008

Una milonga, con Madeleine

La storia di quella notte non poteva che cominciare come cominciano quelle notti che non ti scordi mai.

Il bar aveva chiuso da un pezzo. Avevo servito per ore a clienti estasiati dal concerto jazz rhum d'annata e cocktail a base di lime tagliato fine.

A colpi di pianoforte e assoli di sax, la serata s'era accompagnata da clamori di tavolini stracolmi di persone, che rimiravano, con notevole ammirazione, il concerto di un noto cantautore locale.

Dal canto mio, non avevo saputo goderne fino in fondo, preso com'ero a preparare calici di Brandy e bicchieri ricolmi di Panachè, da servire cercando di non disturbare la platea. Certo era che il pensiero correva sempre a lei, a Madeleine.

Non avrei saputo dire se ne ero innamorato, anzi no. Lo sapevo dire benissimo, ma non avrei saputo descrivere cosa questo volesse dire. Anche perchè non so se il suo vero nome fosse Madeleine. Lei mi disse che era quello, e io, francamente, non trovavo motivi per credere il contrario. Perchè non c'era nome che le stesse meglio, addosso.

C'era stata una notte in cui ci incontrammo. Lì, al locale. Lei lo chiamava Mocambo, il locale, diceva che era simile a quello che cantava Paolo Conte. E anche se il nome non era quello, poi scoprii che quando passava di lì, parlava di noi sempre come il Mocambo.

Quella sera si presentò al banco, da sola. Al tavolo aveva lasciato, fra gli altri, quello che doveva essere il suo fidanzato. O compagno. Si accomodò su un alto sgabello, mentre io, che di lei manco mi ero accorto, continuavo a preparare Jack Daniel's on the rocks. Ricordo che l'orchestra quella sera aveva preparato una serata a base di boogie boogie e revival anni '20, charleston e cose così.

Amavo molto buttare dentro i grossi bicchieri di vetro litri e litri di alcool e bibite, al ritmo delle spazzole sul rullante e del contrabbasso che accompagnava pianoforte e chitarra. Talvolta, tromba e sassofono mi prendevano talmente tanto che muovevo mani e fianchi al ritmo che generavano nell'aria, sarà per quello che amavo lavorare lì. Era come liberare ferormoni quando stai facendo l'amore: solo che al posto della donna io avevo intorno a me la cornice di quel posto, che amavo da quando entravo, alle 18, fino a quando non c'era più nessuno, eravamo solo io e il banco, con un cd di sottofondo, e il silenzio dopo ore di musica pura come poche volte se n'è sentita su tutto il pianeta. Tante volte m'ero fermato a pensare che il silenzio è puro, ma che la musica che avevo sentito lì ci si avvicinava tranquillamente a quella purezza.
Tant'è che quella sera quel sentimento d'amore verso il mio lavoro di barman m'aveva condotto verso un generale senso di felicità: m'era facile servire bevande adornate di frutta e cannucce, senza che il mio pensiero si discostasse per rivolgersi agli amici fuori per la serata o chissà cosa.

«Scusa?»
Mi chiamò così, Madeleine. Lì per lì non capii i suoi lineamenti, ne il suo viso. Era una specie di sagoma scura nella penombra del locale.

«Scusa, mi fai un Rum Cooler?»

Un Rum Cooler. Certo. Era semplice. Eppure non capivo perchè non riuscissi a staccarle gli occhi di dosso. Forse perchè dalla sagoma era diventata visibile, s'era mutata. Era diventata una donna, splendida.

«Beh?» mi chiese di nuovo.

«Sì, un Rum Cooler.»
Fu così che le parlai la prima volta. Non seguirono altre parole. Pagò senza che le riuscissi a dire la cifra. Prese il bicchiere e lo portò al tavolo, mormorando un «Grazie» che non fece seguire altro. Io, dal canto mio, non riuscii a parlare più.

Eppure tornò. E tornò. E tornò. Con gli amici, con un'amica, una sera venne anche da sola. Gli amici prendevano tutto il possibile, mentre lei continuava a prender un Rum Cooler.
Finchè una sera, dopo l'ennesimo Rum Cooler, mi decisi a parlarle. Sul serio.«Ti piace proprio, qui.»
«Sì, molto.» rispose lei.
«Tanto da venirci da sola, a volte»
«Hai buona memoria.»

Quella sera era da sola, di nuovo. O forse era in compagnia, chissà.
Ci parlai tutta la sera, lei al banco, io dietro, a creare. Suonavano improvvisando, quella sera. Come me, d'altronde. Quando le chiesi il nome, mi rispose:

«Mi chiamo Madeleine.»
«E' il tuo vero nome?»
«Certo.»

Mi è sempre rimasto il dubbio. Eppure era così. E dopo quella volta, altre volte tornò Madeleine, anche in compagnia di uno che pensavo essere il suo uomo. E sentivo la gelosia. La sentivo dentro.

Sta di fatto che Madeleine veniva ogni giovedì. Quella notte, era un giovedì, ma non era venuta. E quello che lei chiamava il Mocambo, m'era sembrato più triste. Eppure la musica m'aveva entusiasmato, come al solito.

Quando i musicisti avevano finito, quando anche l'ultimo dei visitatori s'era avviato, m'ero accorto che quel giovedì era passato senza Madeleine e io stavo male. Per quello non sapevo cosa fosse, non sapevo descriverlo. Sapevo che lei, Madeleine, mi mancava. L'avevo pensata tutta la notte con il suo uomo, quel tipo che non avrei saputo distinguere per quanto era uguale al resto. Eppure era così. E più che chiedermi che ci facesse Madeleine con quello non potevo fare.
Pulivo mestamente. Misi un cd, per tirarmi su.

Paolo Conte. C'era solo quello. Madeleine, Mocambo... sembravo uscito da una sua canzone. Mi sentivo come il macaco senza storia di cui parlava. Lo sparring partner, la comparsa. E non potevo ribellarmi.

Eppure, era tardi, le sedie a metà sui tavoli, le luci soffuse, le casse passavano Paolo Conte. E il pianoforte, il contrabbasso, la chitarra. E la sua voce. Sembrava fosse lì.

Bussarono alla porta. Sentii bussare e vidi la porta aprirsi.

Ed è una storia, questa, che in comune con il resto ha che da quella porta entrò un colpo di scena.

Entrò Madeleine.

Bella, come al solito. I capelli lisci, qualche ciuffo sparso sul viso ramato, colorato di Mediterraneo, che le tagliavano in due lo sguardo su di me, gli occhi scuri decisi, come al solito, la bocca semichiusa in un sorriso imbarazzato nella sua determinazione. E ancora, una camicia bianca avvolta in giacca blu scura, una gonna al ginocchio, stivali alti con tacco basso.

Era meravigliosa, Madeleine. Io, invece, alla fine della serata.
«Vuoi un Rum Cooler?» sorrisi, e non so come feci a sorridere, dentro stavo morendo.

«Sì.»

Saltai dietro il banco. Le preparai il cocktail, mentre lei si toglieva la giacca. Il cd intanto suonava "Colleghi trascurati".

«A te piace Paolo Conte, vero?»

«Sì, da morire.»

«Per quello che ti ho chiesto se ti chiamavi Madeleine sul serio.»

«Pensavi fosse per Paolo Conte?»
«No, per Proust.»

In effetti, Madeleine aveva qualcosa di tutto. Era genuina, mi ricordava l'amore dell'asilo, quello bello, lindo. E qualcosa di Paolo Conte, malinconico, un pò retrò, sicuramente sensuale nella meravigliosa semplicità di quella musica.

Le porsi il bicchiere guardandola negli occhi. Mi tremava la mano, cercai di mascherare ma non ci riuscii.

«Perchè tremi?» mi chiese.

«Non sto tremando.» risposi io.

Partì "Alle prese con una verde Milonga". Dalle casse si diffuse il suono della chitarra, il contrabbasso regolare.

«Balli?»

«Non so ballare la milonga.»

Avevo una mano poggiata sul tavolo. Me la toccò, e disse sorridendo:
«E io cosa ci sono venuta a fare, qui?»

«Sei venuta a danzare.» risposi ridendo.

Feci il giro, e cominciammo a ballare. Il locale era vuoto, c'eravamo solo noi.

La presi dai fianchi e cominciammo a volteggiare fra la musica e lo spazio che separava il banco dai tavolini. Intorno a noi, musica e silenzio.

Lei si lasciava trasportare dalle mie braccia, allo stesso tempo segnandomi con i suoi passi il percorso che dovevo tenere. Si muoveva sinuosa, poggiando il suo viso sulla mia spalla, i fianchi fra le mie mani ondeggiavano, mentre le gambe volteggiavano a tempo. La accompagnavo mentre, lenta, seguitava ad accompagnare con gesti precisi il ritmo.

«Volevo stare qui, al Mocambo, stasera.» disse lei.

«Dove sei stata?»

«In giro. Con gli altri.»

«C'era anche il tuo fidanzato?»

Sorrise.
«Sì.»
Poi, dopo un attimo, aggiunse: «Ora però sono qui.»

«Sei venuta di nascosto, vero?»

«Sì, esatto.»

La guardai. Era veramente bellissima. I suoi movimenti erano il completamento del disegno delle sue forme. Era perfetta fra le mie braccia più di quanto lo fosse sembrato quando la vidi, prima. Ed era difficile raggiungere quel livello.

«Stasera ti chiami Max.»
«Perchè?» chiesi.

«Smettila, Max, con la tua fragilità.» rispose.

Eravamo al Mocambo. Eravamo io (o forse ero Max) e Madeleine. E ballavamo la Milonga.
Eravamo in una canzone di Paolo Conte, ci vivevamo dentro, e non ce ne rendavamo conto.

«Sei venuta per danzare.» dissi.
«Sì.» disse lei, continuando a oscillarmi fra le braccia.

«Solo per quello?» ribadii.
«Cosa intendi?»
«Ascolta.»

Paolo Conte cantava. Madeleine sorrise.
«Già, non solo per danzare.»
Chiusi gli occhi. Forse lo fece anche lei.

Quando la tromba intonò la fine della canzone, ci stavamo baciando.

Fu così che amai Madeleine, in un locale chiuso, una notte, di nascosto.

Come in una canzone di Paolo Conte.

Nessun commento: