venerdì, novembre 14, 2008

Sotto il ponte

Non avrei mai saputo trovare di meglio. Era uno dei posti più belli che ci fossero a Torino: lì, in punta a corso Dante, dove il fiume Po divide collina e città. Un pò come se separasse ricchi e meno ricchi, ma in questa storia, questo non interessa. Era la vista che potevo trovare da ponte Isabella il punto in cui tutto mi sembrava riassunto, dove trovato la giustificazione a dire che Torino è il posto più bello del mondo. Ma anche questo non è il punto.

Perché questa è la storia di un incontro, che ho vissuto un giorno, e che Torino ha vissuto marginalmente, o meglio, in minima parte. Nella parte che separa Valentino e resto di lungo Po, il lato di ponte Isabella nascosto.

Stavo seduto là, guardando il fiume scorrere, uno di quei giorni in cui tutto sembra esser fermo, statico. Le macchine erano poche, e il cielo, tanto per cambiare, era grigio smog misto pioggia in procinto di cadere. Qualche goccia l'avevo avvertita sulla giacca, ma ancora sembrava che quel tempo non sarebbe ceduto tutto d'un botto. Anzi.

Guardavo le imbarcazioni dei canottieri partire a razzo sulla superficie increspata dell'acqua, seduto su un pilone posto sul lato verso il centro città, là, su ponte Isabella. Guardavo alternando la fila di macchine e i condomini che stavano sulla rotonda. Guardavo la gente passare, e talvolta, mi fermavo a osservare Catullo e la sua splendida sala che dava sul fiume, dicendo fra me e me che non c'avevo mai mangiato e che prima o poi ci avrei fatto una bella cena, possibilmente con una ragazza, possibilmente con una ragazza innamorata di me. Guardavo e pensavo che tutto quello che mi stava intorno andava cambiato. Ma non è questo il punto della storia, non è questo che racconterò oggi.

Oggi racconterò quello che ho trovato dopo. Perché mi alzai, dopo un pò. E decisi di andare in un posto dove non ero andato mai, nonostante ponte Isabella lo frequentassi ormai da mesi, passandoci sopra ogni giorno per recarmi nel mio ufficio, là, al 118, alla scuola.

Non ero mai stato sotto il ponte, dove passava un marciapiede stretto, percorribile, che alcuni frequentavano durante i lunghi tragitti di jogging a metà della giornata lavorativa. E dato che quel giorno ero in vena di pensare camminando, aggirai il pilone dov'ero seduto e presi la scala che porta al Valentino, giù verso il giardino.

Passai vicino alla grossa fontana e alle grandi aree verdi, prati curati minuziosamente da giardinieri capaci. Passai sotto gli alberi ancora bagnati dalla pioggia mattutina e mi incamminai.

Quando fui distante dal passaggio circa cento metri, notai una persona seduta sotto il ponte. Una ragazza. Stava a gambe incrociate, rivolta verso il fiume, con un taccuino in mano. Man mano che mi avvicinava, riuscivo a distinguerne i tratti. Intorno a me, gente di tutti i generi correva veloce, dall'uomo grasso e sudato alla giovane manager in pantaloni attillati e maglietta ginnica con il porta Iphone sulla manica. Ma non di loro voglio parlare, oggi.

Perché fu la ragazza ad attrarre la mia attenzione. Sembrava disegnare con solerzia, ma man mano che mi avvicinavo notai che la matita non toccava il taccuino: lo sfiorava appieno. Sembrava prendesse le misure per un tratto che non tirava mai.

I capelli le poggiavano sulla schiena, mentre le braccia poggiavano sulle ginocchia. Portava scarpe nere e pantaloni grigi, un giubbotto di pelle chiuso e una sciarpa annodata intorno al collo. Sembrava non avere freddo, nonostante lì sotto corresse una fredda corrente d'aria.

Rallentai il passo, e lei, credo, non se ne rese conto. Quando le passai davanti, non alzò neanche lo sguardo: anzi, abbozzò un disegnino poggiando la matita sul foglio, forse per la terza volta da quando era lì.

Passai, lasciandomela alle spalle. Dentro di me, pensai che era carina e che ponte Isabella era bello anche visto da sotto.

Mi chiamò. «Ehi tu!»

Mi voltai. Al fianco, mi passò un manager con Ipod attaccato al braccio.

«Io?»
«Sì!»

M'avvicinai. Lei mi guardò. Aveva occhi marroni, di un marrone vivo, mica di quelli spenti che si immaginano.

«Mi dai un consiglio?»
«Spara» le risposi, e dentro di me pensai che "Spara" non lo usano più neanche nei film anni '80.
«Tu lavori alla scuola, vero?»
«Sì, perché?»
«T'ho visto l'altro giorno lì, mentre mi iscrivevo a un corso.»
«Ah, figo. A cosa?»
«A quelli del week end, ma non è questo il punto. Volevo chiederti un consiglio.»
«Spara» ripetei, e di nuovo ripensai ai film anni '80.
«Secondo te, cosa posso disegnare?»
«Qui?»

«Sì, qualcosa che qui possa evocare una storia. E' il primo esercizio da consegnare a scuola, una storia presa da qui, dal quartiere.»
Mi guardai intorno.
«Puoi sederti.» mi disse lei.
«Grazie.» le risposi, mentre m'accomodavo.
«Allora? Secondo te?»
«Beh, guarda - risposi io - se dovessi dirti una storia, ti direi che io da qui ho sempre guardato Catullo ricordandomi che c'ho mai mangiato.»
«Proprio da qui?»
«No, in realtà da sopra il ponte.»
Cominciò a scarabocchiare. In silenzio. La guadavo tirare righe sul taccuino, fino a formare disegni di tavoli, di finestre e di giovani. La mina sporcava il foglio, rendendolo grigio.
«Ma non hai freddo, qui?»
«Un pò, però c'è dell'altro.»
«Che cosa?»
«Guardati intorno, quanti colori.»
I colori dell'autunno torinese sono intensi, gialli, arancioni, verdi, tutte sfumature che si sposano perfettamente con il grigio del cielo. E' sempre stato così e sempre sarà così. Ma non di questo parlerò oggi.
Perché quel giorno più degli altri giorni quella gamma cromatica m'era scivolata sotto il naso senza che riuscissi ad apprezzarla fino in fondo.
«E ti ispirano, quei colori?»
«Molto.»
«Io preferisco il bianco e nero.»
Continuammo a rimanere in silenzio.
«Sarà una bella storia, quella di Catullo.» disse, sorridendomi.
«Ho anche la frase per cominciarla.»
«Quale?»
«"Mi piacciono i tuoi silenzi".»

Rimanemmo lì ancora per ore, fino a che lei, un certo momento s'alzò e mi disse che era ora d'andare. L'accompagnai alla fermata del pullman, la salutai.

Mentre tornavo a casa, ripensai a tutto ciò ch'era successo quel giorno. E a ponte Isabella, il suo contrario e a Catullo. Di quello che è successo dopo, però, non racconterò nulla.

Perché questa è la storia di cosa mi capitò la prima volta che passai sotto ponte Isabella.

1 commento:

buncia ha detto...

chissà come si chiama la ragazza?
ci pensi, se si chiamasse proprio isabella?!