sabato, dicembre 27, 2008

Il regalo più bello

Un anno in più. Altre volte, non starò qui a linkare, il 27 di dicembre ho fatto una breve cronistoria dell'anno passato.

Altre volte, non ho scritto nulla e ho fatto prima.

Oggi mi fermo e guardo intorno. Guardo la neve e il gelo di questa Torino, un pò più uguale a 27 anni fa, a quanto dice mia madre. Mi guardo e mi vedo ingrassato.

Allora volto lo sguardo di nuovo, intorno a me.

I regali di Natale.
Una casa che ancora oggi mi sembra nuova.
Pace, dolore.
Le solite polemiche. Le solite parole.

Alla fine, è tutto qui. E' tutto scritto.

Mi ritrovo a pensare a quanto, in effetti, passare sia un pò il segno che stai sfruttando le tue occasioni. Passa il tempo e ti dici che se quella volta. O se avessi deciso se. Se non avessi accettato.

I bilanci, si tracciano sempre quando uno arriva a un traguardo. Oggi sono 27, ventisette in lettere, 84 kilogrammi guardando il peso, 1,83 guardando l'altezza. Sono i primi capelli bianchi, sono la voglia di fumare dopo 11 anni di sigarette. E' il riflusso gastrico e gli occhi delle ragazze, che ancora, come quando erano 17 - diciassette in lettere - e ci si innamorava ad ogni angolo di strada.

Sono i sogni che non passano e non smettono mai d'esser di moda. Anche quando sei lì, pressato da gente che sa chi sei da tutta la vita ma ancora non ti conosce. Che si arroga il diritto di dirti chi dovresti essere, specchiando in te i propri fallimenti.

Ci sono regali che a ogni compleanno compiscono la tua attenzione, ti dicono che quell'anno, quel giorno, sei stato proprio fortunato. Allora li prendi in mano, li tasti, te li gusti. Fino a che, un giorno, verranno a noia.
A volte quei regali non sono consistenti. Sono un bacio, una mano. Sono una parola. Un pranzo. Un sorriso. Un biglietto. Che li metti via e non te ne scordi.

Una vigilia di Natale di 11 anni fa, correva il 1997, baciai una ragazza sul sagrato di una chiesa, durante la cerimonia della Messa di Natale.
Avevo 15 anni. Tre giorni dopo avrei compiuto 16 anni e di tutti i regali ricordo quel bacio e un paio di stivali che ho ancora.

Quest'anno il regalo più bello devo ancora farmelo: è lasciarmi alle spalle il dolore e la rabbia, è il cambiare il presente.

Perchè fra 12 mesi, qui, vorrei scrivere che quest'anno ho impiegato bene il mio tempo, invece che scrivere che quel presente ancora deve arrivare.

sabato, dicembre 13, 2008

Choice. The problem is choice.

Lo diceva Neo, in Matrix Reloaded. Il problema è la scelta.

Come scegliere a che ora andare via. Fino a che ora fermarti. Se credere o meno. A un sms come a una qualsiasi altra cosa.

Io ho paura dei tetti alti, degli edifici grandi. Non riesco a entrare in una basilica senza sentirmi schiacciato, come quelli che soffrono di vertigini. Credo sia una deviazione dell'agorafobia.

Un giorno ho attraversato da solo la passerella del Lingotto e ho avuto paura. Ma ce l'avevo fatta da solo.

Oggi mi è ricapitato e mi sono fermato a metà. Ho scelto di non andare avanti, sono tornato indietro. Avevo paura, di nuovo. E questa volta non sono riuscito a batterla.

La paura è frutto dell'insicurezza, e l'insicurezza non permette di scegliere.

Non si sceglie senza coraggio. Talvolta, bisogna farlo ma non si ha il coraggio, e ci si trascina.
Ci si lascia trascinare, da tutto ciò che è il contrario.

Quando compio una scelta sbagliata, mi rendo conto subito che è stata presa erroneamente. E corro indietro.

Come quei personaggi dei libri che lasciano una ragazza a casa, oppure alla stazione, dove lei prende il treno per tornarci, a casa, per correre a far altro. Per dire, a giocare a pallone. Poi arrivati al campo si guardano intorno, mollano la maglietta e tornano indietro, alla stazione, oppure a casa, per vedere se la ritrovano. Provano a chiamarla, mandano sms. Dicono che stanno tornando. Ma è troppo tardi. Lei è già uscita, oppure ha già preso il treno. E sai che quel treno tu l'hai perso e la prossima scelta che dovrai compiere è come evitare di sentirti un coglione.

Il problema è sempre lei. Presa in un modo o in un altro può cambiare le cose. In ogni caso, può condurre ad altre scelte: tutte che determineranno un modo, tutte che determineranno un dolore, tutte che determineranno un peso in meno o in più.

Correre indietro, a volte, ripara. Altre, amplifica solo il senso di colpa.

venerdì, dicembre 05, 2008

Something I feel

C'è qualcosa, intorno a me. Lo sento quando penso agli inceneritori, quando penso al lavoro, quando penso ai soldi che non ci sono e ai capodanni mancati, quando penso alle vacanze che vorrei e alla vacanze che non ho ancora vissuto. Quando penso alla storia perfetta, quella da vivere e quella da scrivere.

C'è qualcosa che non si sa descrivere, come se a onor del vero, una definizione servisse. C'è qualcosa che rimane lì, non detta, che alcuni mettono dentro a spiegazioni e altri vicino a un'urna ceneraria.

Questo qualcosa è nelle mie mani, mentre scrivo che lo sento intorno a me. E' nel mio palato, sulla mia pelle. Lo sento mentre respiro, mescolato agli odori che sento. E' quel qualcosa che vedo fra le sfumature del cielo, di cui non mi stancherei mai di parlare. Che rendono possibile vedere, alle cinque del cinque di dicembre, la luna a metà.

Non ho mai sentito parlare di questo qualcosa con il suo nome, è quello il punto. Lo senti macinare dentro come il desiderio di vederlo. Di capire come usarlo, questo qualcosa. Perché sai che potresti usarlo, ma non sai come.

Io, per dire, provo a prenderlo e trasformarlo in parole che abbiano un senso. Ne escono fuori discorsi talvolta bislacchi, talvolta gentili, talvolta impregnati di quel senso che si racchiude in questo qualcosa.

Ma lo potete sentire? Mentre camminate, mentre guardate intorno la gente? Non capisco come la gente possa guardarsi intorno e rimanere indifferente. Quante storie ci sono, dietro ogni persona che passa, che sta seduta sul pullman vicino a voi, che vi sfiora al mercato, che sta un ufficio di fianco la vostro. Il qualcosa di cui parlo è racconto anche lì. Non solo lì, certo. E sono storie, si badi, piene di questo vivifico qualcosa.

Sento che dappertutto c'è un qualcosa che ferma l'attimo, lo dilata, lo rende plasmabile nel mio osservare. E sentire che devo sbrigarmi, a isolarlo, a strutturarlo in un testo.

Il venerdì sera, dopo che ho pulito e aspetto di cucinare, mi sento a casa. Fa caldo, c'è come un'atmosfera di serenità. Tutta mia, certo. I sogni diventano più tangibili, ci sono immagini meno rarefatte, posso vedere i miei desideri appena socchiudo gli occhi.

E mi metto a scrivere, qui soprattutto. Con la musica in sottofondo e lo stomaco che mi brontola. Ripenso a quante cose ho visto durante il giorno, e ciò a cui ho pensato di più. Mi concentro sul quel pensiero. Quel qualcosa che avevo visto intorno a me assume quei contorni. Posso prenderle la mano come fosse una ragazza. Posso tenerla in braccio come fosse mia sorella. Posso guardarla, come fosse quel famoso cielo di cui non mi annoierò mai di parlare. Posso assaporarla, come tutti gli odori che ho assaporato durante il giorno. E ha tutti i colori del mondo.

Poi è come se mi svegliassi. E quel qualcosa torna quieto. Ma i miei pensieri, rimangono... e questo, talvolta, non è neanche tanto male.

mercoledì, dicembre 03, 2008

Il mistero della K

Poniamo caso che. Che io sia a casa, di mercoledì. Che sia sera e che, dopo che ho avuto mal di testa tutto il pomeriggio, io stia meglio. Che io abbia solo bisogno di andare a dormire. Eppure, che abbia la sensazione che debba scrivere qualcosa, entro stasera.

E' tutto il giorno che penso a una frase che ho sentito.

"L'ho capito per la lettera K".

Ovviamente la frase si riferiva a me. Ovviamente si riferiva a qualcosa di mio. Ma non parlerò di questo.

Voglio scrivere una storia sulla K. Una storia dove la K abbia un senso.

Allora prendo la K e la attacco a un nome. Poniamo: franz. Franzk. Ecco, suona bene.
Sì, lo so, è l'inizio dell'url del Diario. Ma non voglio spiegarvi perché ho scelto Franzk.

A me piace pensare, a volte, che Franzk sia un personaggio che diventa vero solo per quella K. Prima, franz non aveva neanche la spinta a essere vero, tanto da non avere l'iniziale del nome maiuscola. Poi un giorno qualcuno arriva e dice: franzk, tu ora avrai alla fine del nome la K.
Diverrai Franzk.

E subito dopo, ecco che Franzk prende vita. Respira, si muove, si commuove, cammina, caga, ascolta i Radiohead, guarda la Lazio in tv, telefona. Ma soprattutto, cerca un senso.

Ecco, la mia storia può iniziare così. E spiegare come la K abbia spinto un franz qualsiasi a diventare totalmente diverso da tutti gli altri franz.

Forse posso mettere una K in mezzo al nulla e costruirci sopra una serie di ideali. Tipo che la K è la variabile che determina quando uno si innamora. E quando uno sente che la sua K è in giro, allora sente quella voglia di esplodere all'altezza del petto che fa venire voglia d'innamorarsi ogni giorno. Poi, quando l'amore si spegne, la K diventa P, ma questa è un'altra storia, oltre che una qualsiasi altra lettera.

Ci sono storie in cui le K si accumulano, in cui trovi tanti silenzi dove spuntano K di dimensioni e colori diverse. Ci sono K che ti vengon su come le lacrime, altre che non sai di aver visto fino a che non le senti parlare.

La mia K ha la forma della neve e il sapore dell'acqua fresca, ossia non ha forma ed è insapore. Sai che ti piace ma non sai il perché. Ti senti meglio dopo che vedi nevicare, ti senti meglio quando bevi. Come quando compare la K, al fondo di tutto, quella variabile che non conosci fino a che non ti senti dire: "L'ho capito per la lettera K". Non per niente l'ho messo al fondo del nome, lì, dove mettete le url per accedere ai siti.