martedì, gennaio 20, 2009

Io, e te.















Alla tv trasmettono un film. uno di quelli tristi. Uno di quelli che non capirò mai perché mi fermo a guardare.

Poi ripenso al sapore del dolore. E' come guardare la neve che si scioglie. E' brutto sapere che quella bellezza, candida, sparisce. Riappare il fango. Il bianco si sporca, giorno dopo giorno, di smog e di cacche di cani. Ci cammini in mezzo ed ecco, sai che il sapore della neve come minimo dovrai aspettarlo un altro anno. Quel sapore che inebria l'aria di freddo secco e di pulito. Che le auto e i padroni incauti e zozzoni tendono a sporcare.

Oggi su ponte Balbis, sotto la neve spuntava la terra. L'erba era fradicia. C'era acqua che colava fino alla discesa che arrivava al Po. Il cielo era nebbioso, ma bello. Avevo freddo alle orecchie.

E' il dolore di sentirsi poche parole nel cervello e ripeterle in continuazione: io, e te. Io, e te. Io, e te. Così, fino a che tutto gira intorno a quel modo di pensarle. E il dolore emerge dal fatto che io, e te non ci siamo. In quel momento, chissà, anche nel futuro.

"Io, e te" è il mio modo di pensare all'amore perfetto. Quello che quando pensi a un sorriso pensi a lei. O a lui, se a leggere è una ragazza. Quello che se pensi a un abbraccio, un odore, un movimento, pensi che sia generato da lei, o da lui. E che tutto sia in funzione di due persone.

In quel film sono loro due. Io, e te. Ma io non sono Richard Gere, ovvio.

A volte è meglio così, perchè sennò è troppo semplice.

venerdì, gennaio 16, 2009

Closing time

C'è tempo per andare. E sognare.
E c'è tempo, anche, per stare con sè stessi.

Stamattina un marocchino ha insultato una signora sul pullman perché la suddetta lo ha urtato. Una coppia di anziani, sempre sul pullman, si recava alle Molinette con in mano delle radiografie; erano con me alla fermata, e il signore teneva in mano delle radiografie.

Ho incontrato una mia vecchia amica, entrambi avevamo le cuffie: dopo che ci siamo salutati non sapevamo che dirci e abbiamo continuato ad ascoltare la musica, incuranti uno dell'altra.

Quano sono sceso, sono passate due signore con lo chador, seguite da quattro bimbi un pò infreddoliti. La nebbia ha lasciato il posto al sole, e mentre scrivo dalla scuola, il palazzo della Sai di fronte alla mia finestra è per metà illuminato da una luce poco intensa ma beneagurante.

L'odore di pizza del forno al pian terreno ha invaso, come ogni mattina, il palazzo, e sembra che il pane lo stiano facendo nell'ufficio di fianco a mio, quello dell'amministrazione. Nessuno ha molta voglia di lavorare, d'altronde è venerdì. S'è discusso come ogni venerdì, in effetti, di Santoro e di cosa hanno detto i suoi ospiti. Fra poco, forse, parleremo di calcio.
Il sole mi ricorda che il tempo passa. A ricordarmelo ci sono i capelli bianchi e il sole. Mattina, pomeriggio, sera. Il tempo si sfoga e io lo guardo sfogarsi.
Guardando mille storie che si susseguono e che io non riesco a cogliere. Guardando mille fatti che si accavallano, uno si dovrebbe render conto che non c'è solo il tempo che passa. C'è anche l'intensità con cui si vive.

L'odore di forno s'infittisce. Il sole dirada la nebbia. Il mio tempo continua.

sabato, gennaio 03, 2009

Tempo di scelte

La serenità lascia l'individuo in balia di sè.

Perché risulta essere irraggiungibile, per chi non l'ha mai assaporata e per chi l'ha fatto per pochi attimi. Allora non rimane che il freddo del dubbio, che quella serenità che s'è assaporato per pochi attimi non sia un diritto universale, forse solo un'analogia con l'illusione più becera. Quella che ti illude, quella che ti inganna.

E' un inganno, no? Sentirsi felici. Sentirsi bene. Un inganno alla normale tendenza all'essere.

Come guardare il crocifisso, come credere. E' un insieme di rinunce che si fanno per Amore, per Fede, per Speranza. Perché si crede e si pensa che questo sia bene. Potrebbe essere tutto un'illusione. Potrebbe. A volte appare l'ennesimo inganno. Poi però ci si sente al caldo, quando si guarda un crocifisso.

E' l'illusione che quell'amore che cerchiamo in ogni angolo sia sotto il nostro sguardo. Che venga dall'alto, che piova. Come un'occhiata, o forse, come una preghiera.

Oppure come una parola. Come una frase. Nel mio caso come una storia, che sogno di scrivere da anni. Che sto scrivendo da anni, e che forse non finirò mai. O che forse sì, finirò.

Il mio tempo delle scelte riparte da me. Dalle storie che ho dentro. Da quella maledetta spinta a dire che cosa c'è dentro il mio cazzo di mondo. Che odio, che sento. Sapere che hai la storia ma non riuscire a isolarla, a scriverla.

Ti sto sputando fuori, stronza. Anche se sarai brutta e scritta male, avrò fatto la prima scelta: prender posizione verso il mio odioso modo di vivere la realtà. Amarla, respirarla, scriverla.

Dopo, verranno tutte le altre: osare e cambiare lavoro, scegliere di capire l'amore, prendere una strada possibilmente giusta.

Tutta la mia rabbia deve servire, servirà. Ma parte tutto da quella volontà che tarpa il mettersi in gioco, che ti istruisce fino a chiudere le porte allo sviluppo di ognuno.

Ora basta.

Rivoglio la serenità, la rivoglio ora. E la rivoglio per più di quel poco che l'ho avuta.