venerdì, gennaio 16, 2009

Closing time

C'è tempo per andare. E sognare.
E c'è tempo, anche, per stare con sè stessi.

Stamattina un marocchino ha insultato una signora sul pullman perché la suddetta lo ha urtato. Una coppia di anziani, sempre sul pullman, si recava alle Molinette con in mano delle radiografie; erano con me alla fermata, e il signore teneva in mano delle radiografie.

Ho incontrato una mia vecchia amica, entrambi avevamo le cuffie: dopo che ci siamo salutati non sapevamo che dirci e abbiamo continuato ad ascoltare la musica, incuranti uno dell'altra.

Quano sono sceso, sono passate due signore con lo chador, seguite da quattro bimbi un pò infreddoliti. La nebbia ha lasciato il posto al sole, e mentre scrivo dalla scuola, il palazzo della Sai di fronte alla mia finestra è per metà illuminato da una luce poco intensa ma beneagurante.

L'odore di pizza del forno al pian terreno ha invaso, come ogni mattina, il palazzo, e sembra che il pane lo stiano facendo nell'ufficio di fianco a mio, quello dell'amministrazione. Nessuno ha molta voglia di lavorare, d'altronde è venerdì. S'è discusso come ogni venerdì, in effetti, di Santoro e di cosa hanno detto i suoi ospiti. Fra poco, forse, parleremo di calcio.
Il sole mi ricorda che il tempo passa. A ricordarmelo ci sono i capelli bianchi e il sole. Mattina, pomeriggio, sera. Il tempo si sfoga e io lo guardo sfogarsi.
Guardando mille storie che si susseguono e che io non riesco a cogliere. Guardando mille fatti che si accavallano, uno si dovrebbe render conto che non c'è solo il tempo che passa. C'è anche l'intensità con cui si vive.

L'odore di forno s'infittisce. Il sole dirada la nebbia. Il mio tempo continua.

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