mercoledì, marzo 25, 2009

Quelle storie che sanno di vento





















Lo senti il vento, Madeleine?
Lo senti nella primavera che da quando è arrivata sembra che il cielo non stia mai fermo? Non ti sei mai fermato a guardarlo mentre sferza la nostra città, mentre si trasforma da accaldato a gelido, mentre arriva l'imbrunire e il giorno diventa notte?

Quando sentivo di aver più bisogno di te, Madeleine, mi fermavo a guardare il vento e sentivo che dentro di me non c'era spazio che per altra vista.

Mi venne in mente un giorno la storia di una donna, sulla cinquantina.

Con il cappotto rosso, le scarpe con un tacco spesso e basso, di quelle scarpe che portano le donne di cinquant'anni mentre s'apprestano a vivere un'altra giornata piena di faccende nel suo ufficio. Una donna con il rossetto dal caffè di metà mattina e dalle parole che neanche si è resa conto di pronunciare.

Questa storia dura il tempo di un'ordinazione al bar. Dell'attesa che ho vissuto mentre attendevo che la signora mi mettesse le verdure in un contenitore di alluminio e potessi tornare nel mio, d'ufficio. Quella donna era vicino a me, Madeleine, sai? Fuori il vento cominciava a soffiare, saranno state le 13.30.

E quella signora chiese una macedonia. Lo chiese con un tono che mi ricordò che a cinquant'anni, forse hai una vita che ha tante di quelle esperienze che non si può non fermarsi a chiedere d'ascoltarle tutte d'un fiato. Lo chiese con un tono che non ho saputo fermare solo nelle parole, anzi. Direi che si fermò il resto e rimase il tono.

Mi intenerì, sembrò che ci fosse qualcosa di triste e lontano, Madeleine.
Come di quella polvere che porti via dalla spiaggia, quando torni a casa dopo una giornata di mare e la sabbia rimane sul parabrezza.

Mi sentii portare via da quella malinconia, cui pareva non esserci rimedio. Era fuori luogo, quel rosso del suo cappotto, finto vezzo di finta allegria, o forse no, forse era solo la mancanza di qualche cosa che io non conoscevo: della consapevolezza.

Madeleine, so guardarti ma non so capire. O forse, forse è tutto qui il senso: che tu rimani di fronte al mio senso d'impotenza verso ciò che sa di malinconia, mentre il resto si lascia trasportare e non rimane. Io rimango fermo, mentre il resto avanza.

Quella signora è andata via con la sua macedonia, ma il senso di quel suo tono è rimasto fermo con me. Perché amo la malinconia, Madeleine? Perché non riesco a staccarmene?

Forse è per questo che amo te, Madeleine, che sei così lontana. Forse è per questo che quel giorno che ti vidi, ho scelto di rimanere fermo, rinunciando anche a inseguirti, perché troppe volte mi son chiesto cosa sarebbe successo se non fossi stato fermo.

Rimango fermo mentre intorno a me le storie si lasciano portare via dall'aria che ci circonda, mentre tu ti allontani e io non posso far altro che rendermi conto che non c'è più niente che possa fare per impedirlo.

Che tutto torni indietro. Che tutto sia portato via. La fine, o l'inizio, o chissà che altro.

Mentre rimango fermo. Mentre il vento soffia e riempe con il suo sapore tutte le storie che porta con sè.

domenica, marzo 22, 2009

Parlando di lei

La mia tentazione più grande era quella di seguire quel sentimento che mi obbligava a innamorarmi ogni volta che sentivo quel senso di pienezza all'altezza dello sterno.

Come se fossi stato preda di un moto rivoluzionario nell'atto di bere un thè al bergamotto, come se il calore dell'infuso fondesse le fibre del mio corpo con l'occhio vigile dell'ennesima donna bellissima di fronte a me.

Ebbene, capitava ogni volta che prendevo il pullman, che passeggiavo nella brezza dell'inizio di primavera a prescindere che fossi in un corso trafficato o nel parco poco visitato. C'era sempre una donna a incrociare il mio sguardo, a fare quel movimento con le labbra che non sapevo spiegarmi se fosse disgusto o attrazione, con la voglia di rimanere cincischiando su un movimento, quelle stesse fattezze che assumevo io, quei gesti così inflazionati, quelle smorfie così ripetute.

Era l'innamorarsi in ogni momento, che aveva castigato, prima che fosse giunta l'ora, almeno tre ragazze diverse: Lisa, Claudia, Eleonora. Forse Claudia mi aveva castigato lei, però questo non è così poetico.

Poi venne Madeleine.

Di lei mi innamorai attraverso il sapore del limoncello. Quel senso di pienezza, freschezza, e al contempo voglia di mettersi a ballare ritmi blasfemi, sensuali, lontani. Di raccontare ai muri che l'amore è la via. Che le domande che scrivevo sul mio computer, sulla mia agendina perennemente chiusa nel borsello, erano lì solo per completare un quadro fatto di punti interrogativi, non di risposte. Era il fatto che sentissi più fascino in quel trasporto di amare l'attimo, che non diluirlo in tutta l'eternità..

Madeleine era invece stato il sapore che rimane dopo la deglutizione. Era l'apprezzare la pelle liscia che diventa rugosa. Era il tempo che passa ma che resta sempe verde.

Di lei non amai ciò che era nel momento in cui la vidi, quanto il fatto che quel mio costante senso di pienezza rimanesse sempre a galla. Non avevo cedimenti neanche quando, nel mezzo della mia giornata, notavo quella che poteva diventare l'ennesima mia musa.

Madeleine raccoglieva in sè la forza dell'amore duraturo, quello placido.

Quando le parlai di questo, rimase di stucco perché non credeva che fossi tanto cervellotico da voler isolare ogni senso che mi dava l'osservarla. Rimaneva serena nell'ascoltarmi parlare di lei, quasi quanto mi stesse ascoltando mentre parlavo di un'altra donna. Poi, forse presa da quel sottile senso dell'ironia che la contraddistingueva, mi diceva parlando di sè stessa come di una terza qualsiasi, di una delle tante di cui m'ero innamorato: "Mi piace sentirti parlare di lei".

Mi conosceva più di chiunque altro, o forse sapeva che traevo giovamento dal calarmi in ogni amore istantaneo, che incontravo di qua e di là, nel normale esser delle mie giornate.
E in questo, Madeleine sapeva capire che fondamentalmente, in ogni aspetto dell'innamoramento che trovavo nel resto del mondo, era solo una sfumatura di lei, quella che cercavo.


PS: questo post nasce da un'idea di Simo. A lei va il mio ringraziamento.

venerdì, marzo 13, 2009

Ritorni

Ero stato avventato, nel lasciarmela alle spalle. O meglio, non avevo previsto che sarebbe ricomparsa, da sola, quando meno me lo sarei aspettato.

Da quanto avevo deciso che Madeleine non faceva più parte della mia vita, m'ero dedicato al resto ma non a ciò che mi aveva permesso di conoscere Madeleine: il lavoro, prima di tutto. E poi la politica, lo sport, la cultura, il cinema, la lettura, la musica, gli amici, lo sport di nuovo, le chiacchere al bar e i videogames, a casa la sera, da solo.

Tranne la scrittura, c'era tutto nella mia vita. Tranne appunto quelle note, che lasciavo a piè di pagina nelle mie giornate, i pensieri che rimanevano sospesi fino a quanto, tornato a casa, cucinata la verdura e lavato i piatti, preparato la caffettiera per il mattino successivo, rimanevo io e quello che avevo visto durante il giorno, lo trascrivevo e ne creavo un solo testo, il più delle volte che non sapevo esser dedicato a lei, anche se lei non l'avevo effettivamente ancora conosciuta.

Fu quando smisi di fumare, forse, che me la lasciai alle spalle. D'altronde, mentre pensavo a Madeleine ricordo solo che c'era un sapore di Pall Mall blu e l'odore del freddo, sul mio balcone, mentre un pò distratto ripensavo a quello che avevo scritto e riletto.

Non fumavo da un bel pò. E neanche scrivevo più, di nessuno. Da quando avevo detto a Madeleine che le avevo scritte mille storie diverse, sparse qua e là fra la blogosfera e il mio taccuino che tenevo nella borsa.

Perché talvolta non lasciavo spazio a dubbi: prendevo quel libricino nero e la penna, seduto sul pullman come nella pausa pranzo, poggiato sul corrimano del ponte vicino all'ufficio, e cominciavo a descrivere come avrei voluto sposarla, come avrei voluto ballare con lei, anche come avrei voluto che mi confessasse di non esser innamorata di me.

Le dissi che era lei, quella delle mie parole, e Madeleine scomparve così. Non per dispetto, non perché indignata, forse perché troppo premurosa verso l'ennesimo aspirante compagno di una vita.

E sparì, condendo di sorrisi di cui avevo sempre parlato in ogni mia storia un momento che per altri sarebbe stato drammatico, triste. Per me fu un punto di svolta.

La ritrovai come si ritrovano le persone meno aspettate, la ritrovai una mattina di marzo dopo mesi che non era lei il mio primo pensiero.

Madeleine stava seduta su una panchina poco distante da quella dove mi sedevo, durante la pausa pranzo, dove l'avevo sognata mentre la ricordavo camminare stretta nel suo cappotto nero, qualche inverno prima, quando conoscerla forse era stato caso, o forse no.

La ritrovai vestita di colori, con la solita espressione assorta verso la luce del sole e lo scorrere delle nuvole, mentre senza chiedersi cosa ci fosse intorno a lei poneva domande a ciò stava sopra.

La guardai per qualche minuto, in quella giornata che era stata per me uguale a tante altre. Non ero impaurito di trovarla, solo un po' straniato di rendermi conto che non l'avevo pensata per troppo tempo.

M'avvicinai, la chiamai, le mi vide e ci salutammo come se nulla fosse stato. Mi sedetti vicino a lei, come se non ci fosse stata Madeleine, e le parlai come se fosse stata chiunque altro.

Perché v'era la magia del rinnovo, con Madeleine ogni momento sembrava essere il primo. Eppure non era che l'ennesima volta che le chiedevo di come aveva deciso di cambiare lavoro, dove fosse finito il suo amore per gli abiti scuri e perché quel giorno avesse gli occhiali scuri, un accessorio che credevo non le avrei mai visto indossare.

Le parlavo e sapevo, o meglio, capii più tardi, che quel momento l'avrei trascritto per ancora molte volte, perché la magia di Madeleine che sapeva accendere in me i ricordi di tutte le storie che avevo saputo immaginare, anche solo un attimo, e che avevo messo da parte per quando avessi sentito la necessità di raccontare qualcosa.

La sentii parlare come l'avevo sentita parlare tutte le volte che l'avevo vista, mi aveva sorriso e avevo capito che fosse in lei molta della mia voglia d'innamorarmi, e presi tutto quel miscuglio d'emozioni, lo misi in tasca, e lo trascinai fino al pc, la sera.

Era durato un attimo, o forse ore.

Sta di fatto che la sera, tornato a casa, trascrissi tutto questo. E Madeleine tornò per un attimo nella mia vita, leggiadra eppure determinante nella sua tenacia di farmi intravedere come la mia debolezza si nascondesse nel suo sapermi prendere.

Scrissi tutto questo e lo lasciai macerare da solo, mentre, guardando fuori dalla finestra, tornai a desiderare una Pall Mall e di poter ancora amare Madeleine. Sperando che, se quest'occasione mi fosse stata concessa, il mio desiderio di poterla amare, Madeleine, si realizzasse come avevo saputo trascrivere tutte le storie che avevo lasciato sparse fra la blogosfera e il mio taccuino, pensando a lei, pensando a noi...

domenica, marzo 08, 2009

Quelle strade

Sono sempre in cammino.

Non mi sento mai arrivato, anche quando potrei permettermi un attimo di riposo.

Perché ci sono cammini lunghi tutta una vita, senza che il possesso delle storie possano variare al variare del tema. Sempre dato assodato che la vita sia, passatemi la frase fatta, una storia.

C'è chi sente talvolta di non mettere altro che il proprio senso di disagio a dover scrivere la propria storia. Io, dal canto mio, sto sempre alla ricerca dell'asettica consapevolezza che ogni attimo sia solo un goccio d'inchiostro. Che sta a me metterlo sulla carta associando il significante a un significato.


In questi mesi ho conosciuto il dolore della disfatta e il sano piacere della riscoperta.

Quel sentirsi da una parte inutile e dall'altra qualcuno. Avere intorno quelli che ti giudicano una nullità e quelli che ti considerano parte di un qualcosa. Come se contemporaneamente ci fossero due strade contrapposte che tu, senza sapere come, percorri allo stesso tempo con reazioni totalmente nuove e diametralmente separate.

Rimangono talvolta i rimasugli, i segni, di quelle strade che percorri e in cui non ti senti tu.
Hai male, senti che quel sapore di disfatta che imputano a te non è tuo ma il dolore per la poca fiducia, beh sì, quello rimane.


E cerchi ti prendere solo le strade della speranza. Quelle che ti fanno ancora trovare la voglia di camminare. Di non arrenderti.

Intorno a me sento un qualcosa di invisibile, sembra che sia vero, che senta, che percepisca. Sembra che sia l'odore della strada giusta, quella che t'allontana dalla resa che ti chiedono tutti quelli che millantano affetto, che dicono "noi siamo quelli che" e poi ti guardano solo con lo sguardo della condanna.

Non che questo conti qualcosa, dato che, quando la scelta cade sulla strada giusta, il loro odore, le loro parole, le loro voci, si sciolgono nella distanza. E anche se a loro hai voluto bene, sai che lasciandoteli alle spalle il tuo sarà un viaggio più semplice, nella sua lunga e imprevedibile difficoltà.