mercoledì, aprile 22, 2009

Gli odori di pace e passato

Camminando a Nichelino, la sera, si può scorgere il bordo triste della propria infanzia.

Soprattutto se si è cresciuti, a Nichelino. 
Soprattutto se, in quelle stesse strade che son vuote, la sera, ci sei passate tante e tante e tante volte, sempre per motivi diversi, con spirito differente dalla volta precedente.

Gli attimi che ho vissuto su quelle strade son rimasti congelati, come le strade durante le abbondanti nevicate di quest'inverno, quando sembrava che tutta la città dovesse rimanerci, per sempre, sotto la neve.

Ogni passo che compio, ogni respiro, sono un ricordo. Quanti passi avrò compiuto, sul marciapiede che va dal passaggio a livello al giardinetto che costeggia la ferrovia? L'odore che rimane sospeso fra l'aria e il cielo, tagliato in due dal lampione e dalle luminarie delle abitazioni. 

Sono i pensieri a fare da spartiacque al tutto. La consapevolezza che su quelle strade hai fatto delle belle cose, o anche che hai sbagliato, talvolta irremediabilmente. Dove magari hai avuto un pensiero gentile e ci è rimasto solo pettegolezzo.
Tutte le scuse che ho chiesto e che mi son sentito porgere, e quelle parole svuotate di tempo ma che rieccheggiano, senza riferimenti, come se fossero appena state pronunciate. Quel sapore di impotenza verso il tempo trascorso, là dove ci sono stati i miei sbagli e le mie imperfezioni. La venatura polemica nei rapporti che, con gli anni trascorsi, non hanno saputo crescere, per causa mia. O anche, no.  
Ieri sera, camminando per quella cazzo di città dove abito, ho scoperto che son rimasto qui solo perché qui ho tutto questo. Ho il ricordo. Qualcosa che smuove anche il periodo di guerra più truce, lo ricopre con gli odori che non si potranno mai risentire, che ristagnano come congelati nella polvere di una strada che si percorre di notte, e che, per qualche attimo, risentiamo.
E per un attimo, si ritorna a quel tempo. Come quando guardo mio nonno raccontare della guerra, con i suoi occhi a metà fra il grigio e l'azzurro, la fronte si distende, la voce si fa chiara, e quel suo "Così è la vita" che spunta qua e là, mentre parla di mitra dei tedeschi puntati addosso, di giovani deportati e di un etto di salsiccia a Natale, comprato vendendo pesci pescati nel fiume che passava vicino a casa sua, a Monasterolo, e la festa che tutto questo significava. Mia nonna invece quasi piange, ripensando alla guerra e a suo fratello Pino che per poco non veniva portato via dai tedeschi, a 17 anni. Lei dice solo, come un macigno: "Mai più, nessuna guerra, speruma". In piemontese. 

Il ricordo anche doloroso che ti lega a un passato che non ritorna fino a quando, per un attimo, una sera, ripassi in una strada che hai fatto tante e tante e tante volte, gli odori si mescolano, ne esce fuori un aroma che hai sentito 10 anni prima. Tutto si contrae, ti passano addosso mille e mille emozioni, tante facce si cospargono di bianco e nero e ti scorrono in testa.
Ti senti perso, come il tempo passato. E capisci che, con tutti i tuoi errori, pur essendoci anche loro, tutto ciò non è andato perduto del tutto.

domenica, aprile 19, 2009

La paura del terremoto

Dopo ciò che è capitato in Abruzzo, è rimasto un retrogusto anomalo, per la sicumera dell'uomo moderno. O almeno, a me ma credo a tutti i torinesi che oggi hanno sentito quella scossetta verso le 14.40, quella sicumera è passata, per lasciar posto ai dubbi, legittimi, forse talmente anomali per chi dubbi seri, non ne ha mai avuti.

Eppure, il dubbio che il terremoto arrivi. Che arrivi di notte, quando non lo puoi sentire. Che arrivi senza farsi aspettare, non previsto, non annunciato. Che arrivi, insomma, senza che la nostra vita di tutti i giorni lo sapesse accogliere. Che arrivi e non ci sia, senza alcun vezzo apocalittico, modo di rendergli un tentativo di resistenza, com converrebbe fare con tutti i terremoti.

Il terremoto è come l'inceneritore, metafora. Se l'inceneritore è la metafora del modo di fare politica, il terremoto è un pò la metafora di cosa sia il cuore, la gestione del cuore. La verit nascosta fra le pieghe dell'anima di ognuno, che rimane quieta fino a quando, una notte, spunta una scossa talmente forte da risvegliarti il senso del timore, o anche la voglia di gettare il cuore oltre l'ostacolo, o la forza del chiedere perdono.

Quella scossa io l'ho sentita, per anni, nell'amore. E, aspirando a scrivere per vivere, ho provato a ispirarmi, nei miei giorni, durante il mio cammino, alle persone che mi circondavano. Persone che, è bene dirlo, non hanno mai capito che cosa fosse per me il voler parlare anche attraverso silenzi, o forse, è bene dirlo, attraverso i presupposti sbagliati di giudizi dati con troppo azzardo, basati com'è d'uopo nel modo di ragionare odierno, solo su apparenze vagamente sommarie e superficiali.

Perché in ogni crollo che un terremoto causa c'è sempre un motivo, nascosto fra le pieghe di un muro collassato. O, al contrario,  dopo ogni terremoto si fa la conta di ciò che rimane in piedi, una colonna portante che resiste fra un mare di macerie, una villa che prima fa sfollare chi l'abita e poi resiste fino all'arrivo dei soccorsi, prima di cedere solo in un'ala quando tutto sembra esser messo in sicurezza.

Il terremoto regge il paragone con la paura che esso genera, si ha paura di un terremoto quanto delle conseguenze che esso provocherà. Il dolore. La perdita. Il mutamento di quella porzione di mondo che ci rimane e che, per quanto possa esser limitato, amiamo così com'è.

Io personalmente ho molta paura del terremoto. Così come della Fine del Mondo, del mio modo d'esser e di quello degli altri, così come delle mie tentazioni, dei miei desideri più nascosti.

Sono forse tutti terremoti, piccoli terremoti, parte di un sisma che si scinde dalla terra, sale fra le distese d'aria, si propaga nell'etere, si respira, si sfiora, come la paura dei ladri e dei violentatori, degli assassini e dei fantasmi, della solitudine imposta e dell'impossibilità che i propri desideri d'avverino.

Con questa paura basta solo fare i conti. Sapere che c'è. Lasciarla lì. 
Farla assopire, addormentandosi con lei. Fino al prossimo terremoto.

domenica, aprile 05, 2009

Le domande che non ho mai posto

Al di là d'ogni lucido pensiero ci sono diverse domande che ancora devo porre.

Sono le domande che sorgono, quando camminando per il mondo, mi fermo ad osservare l'armonia e a non capire come possa essere così disallineato rispetto all'armonia stessa.

Quindi sorgono domande. Rimangono sospese fra la lucidità e il sospetto che non siano vere domande, siano solo pensieri travestiti, con i punti interrogativi a fare da maschera. Che non ci siano margini di dubbio, in dati di fatto. Che la ricerca duri pochi attimi perché di fatto la risposta è di fronte a ognuno.

Certo, non si va dal semplice senso. Una domanda che credi sia una domanda senza risposta spazia fra le cose più grandi alle banalità più stupide. Si passa dal senso della vita al come le elezioni le abbia potuto vincere un signore come il signor Berlusconi. Da come e perché io sia nato io al perché il cane di mio papà saltelli giorno e notte senza soste nell'insana ricerca di una carezza.

E' l'amore, però, ad attrarre di più la mia riflessione. Un giorno un mio amico mi ha detto: "Il mio problema è che penso sempre al sesso con la mia ragazza fino a quando non è ora di farlo, allora il mio pensiero si rivolge a tutto il resto". Come a dire: il tempo dell'amore è il tempo inadatto, quello che ti aspetti arrivi quando lo desideri, poi sovviene, tu lo guardi e fuggi convinto che non ci sia altra via, che tanto ritornerà, che non è il momento giusto.

Ho osservato per anni le domande che avrei dovuto porre alla mia Madeleine, eppure non c'è mai stato il modo giusto. Le mie domande sono sempre state poste nel modo sbagliato. Hanno generato rabbia. Hanno generato altri dubbi. Senza, beninteso, generare contemporaneamente anche delle risposte, belle o brutte che fossero.

Il viaggio che non t'aspetti è lo stesso che vede il mio cammino intrecciarsi all'accumulo delle mie domande. Il desiderio d'armonia intrecciarsi alla presa di coscienza che, come diceva Dostoevskij, io sono solo mentre loro sono tutti.

Può esserci fuga, o può esserci battaglia, ma non può esserci tregua. O si rimane sconfitti, o si vincono, perché le domande t'inseguono, non ti lasciano vivere, ti tormentano come il bruxismo, che ti fa alzare il mattino già con il nervoso tipico delle tre del pomeriggio.

Sono le domande che non ho mai posto, il mio digrignamento. Quelle che potrei anche non porre perché tanto, tolto il punto interrogativo e trasformate in frase compiuta, raccolgono già da sè la risposta.

E' tutto qui, anche se leggere quella risposta può fare male, molto male.

In effetti, forse la prima domanda è quella a cui non vorrei mai rispondere: "Forse, non è ora di virare?".

Già.