domenica, aprile 19, 2009

La paura del terremoto

Dopo ciò che è capitato in Abruzzo, è rimasto un retrogusto anomalo, per la sicumera dell'uomo moderno. O almeno, a me ma credo a tutti i torinesi che oggi hanno sentito quella scossetta verso le 14.40, quella sicumera è passata, per lasciar posto ai dubbi, legittimi, forse talmente anomali per chi dubbi seri, non ne ha mai avuti.

Eppure, il dubbio che il terremoto arrivi. Che arrivi di notte, quando non lo puoi sentire. Che arrivi senza farsi aspettare, non previsto, non annunciato. Che arrivi, insomma, senza che la nostra vita di tutti i giorni lo sapesse accogliere. Che arrivi e non ci sia, senza alcun vezzo apocalittico, modo di rendergli un tentativo di resistenza, com converrebbe fare con tutti i terremoti.

Il terremoto è come l'inceneritore, metafora. Se l'inceneritore è la metafora del modo di fare politica, il terremoto è un pò la metafora di cosa sia il cuore, la gestione del cuore. La verit nascosta fra le pieghe dell'anima di ognuno, che rimane quieta fino a quando, una notte, spunta una scossa talmente forte da risvegliarti il senso del timore, o anche la voglia di gettare il cuore oltre l'ostacolo, o la forza del chiedere perdono.

Quella scossa io l'ho sentita, per anni, nell'amore. E, aspirando a scrivere per vivere, ho provato a ispirarmi, nei miei giorni, durante il mio cammino, alle persone che mi circondavano. Persone che, è bene dirlo, non hanno mai capito che cosa fosse per me il voler parlare anche attraverso silenzi, o forse, è bene dirlo, attraverso i presupposti sbagliati di giudizi dati con troppo azzardo, basati com'è d'uopo nel modo di ragionare odierno, solo su apparenze vagamente sommarie e superficiali.

Perché in ogni crollo che un terremoto causa c'è sempre un motivo, nascosto fra le pieghe di un muro collassato. O, al contrario,  dopo ogni terremoto si fa la conta di ciò che rimane in piedi, una colonna portante che resiste fra un mare di macerie, una villa che prima fa sfollare chi l'abita e poi resiste fino all'arrivo dei soccorsi, prima di cedere solo in un'ala quando tutto sembra esser messo in sicurezza.

Il terremoto regge il paragone con la paura che esso genera, si ha paura di un terremoto quanto delle conseguenze che esso provocherà. Il dolore. La perdita. Il mutamento di quella porzione di mondo che ci rimane e che, per quanto possa esser limitato, amiamo così com'è.

Io personalmente ho molta paura del terremoto. Così come della Fine del Mondo, del mio modo d'esser e di quello degli altri, così come delle mie tentazioni, dei miei desideri più nascosti.

Sono forse tutti terremoti, piccoli terremoti, parte di un sisma che si scinde dalla terra, sale fra le distese d'aria, si propaga nell'etere, si respira, si sfiora, come la paura dei ladri e dei violentatori, degli assassini e dei fantasmi, della solitudine imposta e dell'impossibilità che i propri desideri d'avverino.

Con questa paura basta solo fare i conti. Sapere che c'è. Lasciarla lì. 
Farla assopire, addormentandosi con lei. Fino al prossimo terremoto.

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