martedì, giugno 30, 2009

Sonno - Life in Technicolor part 13

Amo molto dormire. Mi piace sentirmi sospeso nel riposo. A pochi piace dormire quando si ha qualcosa da fare di meglio, in molti dichiarano apertamente di non dormire mai. Io per primo.

Poi, negli anni, uno comincia ad apprezzare sempre di più quella sensazione. A sentire come un bisogno, durante il giorno, la possibilità di smettere di fare quello che si sta facendo, e stendersi. Su un prato, sul divano, su un letto, su una panchina. Stendersi, chiudere gli occhi, provare a staccare. A sospendersi.

C'è del vero nell'affermazione che è il lavoro a rendere l'uomo stanco. Che l'età adulta ti porta a faticare, e conseguentemente ad apprezzare il dormire.

Ma non è solo il lavoro, credo.

Io ci vedo altro. Ci vedo il fatto che quando ci si stende, si ammette che si è attaccabili. Ci si lascia andare all'abbandono, si stacca il senso del controllo. Per un attimo, ci si sente sereni. E il sonno diventa il rifugio.

La sera, quando mi stendo, penso spesso che il sonno che verrà sarà ristoratore. Che proteggerà me e i miei sogni, nascosti là dove solo io li posso vedere. Là posso dire ciò che voglio, fare ciò che voglio. Posso vedere le cose come vorrei.

Poi, quando la mattina successiva suona la sveglia, mi chiedo perché non abbia potuto continuare a dormire. Maledico l'alzarsi. E con esso, il bisogno di riposo, il ristoro che mi è stato tolto.

Già, alla fine si corduce tutto a quello: al fatto che si debba smettere di provare quel senso di pace che solo dormire sa dare. O forse, tutto sta nel ritorno a uno stato dove manca totalmente ciò che rende il sonno affascinante: la serenità dell'abbandono.

lunedì, giugno 29, 2009

Fare foto aiuta - Life in Technicolor part 12

Ieri sono partito e sono andato a fare foto, in giro per la città.

E' stato come mettere al centro il silenzio, per un giorno. Per un giorno solo ho fatto che stare zitto.

L'angolo più remoto dell'anima è quello silenzioso. Quello che ci piace tirare fuori quando, nel pieno del giorno estivo, teniamo la stanza buia e rimaniamo sdraiati, cercando silenziosamente il fresco che non c'è.

Avevo un angolo che mi chiedeva silenzio. E allora, preso com'ero dalla voglia di trovarlo, mi son messo a cercare nella Torino che domenica rimane sorniona, come quelli che si dilettano ai bordi del fiume a pescare pesci immangiabili o a chiaccherare del prossimo mutuo da pagare.

Ho camminato tanto e ho apprezzato molto. Ho respirato a lungo, durante il cammino, cercando altre parole. Poi ho scattato foto e ho preso il lusso di appiopparci anche un giudizio personale, sentendomi soddisfatto se lo scatto riusciva.

Quell'angolo che mi chiedeva silenzio è stato in qualche modo soddisfatto, quando tornando a casa, ho ripensato al pomeriggio che ho vissuto, e mi sono reso conto d'esser stato bene.

sabato, giugno 27, 2009

Cugini - Life in Technicolor part 11

Poteva capitare solo un pomeriggio come questo. Con il mal di testa al sapore di SuperStorm - litri, qui si parla di litri - e di chupitos, al plurale.

Ecco, poteva capitare solo dopo una serata da ggggiovane che mi fermassi per un ringraziamento. Perché in ogni Life in Technicolor, c'è il tempo dell'introspezione e il tempo del ringraziamento.

Soprattutto se il tempo del ringraziamento coincide con quello del ricordo.
Ricordo, o meglio, ricordi che partono da quando, piccoli, ci siamo conosciuti. Magrissimi e con i capelli corti. Negli anni li abbiamo fatti crescere diverse volte, in momenti diversi. Sempre perché, a corrente alterna, ci si sentiva per motivi diversi, diversi dal resto del mondo. E dalla famiglia, da cui forse ci separava una naturale predisposizione alla disubbidienza civile, che abbiamo incanalato, mano a mano che gli anni passavano, in modi d'essere distinti. Lui, nella musica, io nella scrittura.

Poi venne il tempo dell'adolescenza. E quella musica che ci avvicinava come gusti, l'innaturale amore per i Pumpkins, la voglia di bere in continuazione birra Moretti. O Dana Brau, la birra dell'estate 2000. Quella della fuga dalla prima vera compagnia. Quella della Rivoluzione copernicana che ci fece scappare da via San Matteo verso luoghi diversi, la piazza, in primis.

Ci fu un'epoca in cui il nostro fu un rapporto vissuto come questa foto. Io venivo sempre peggio, ma il fatto che mi definissero "geloso" di te ti faceva sempre incazzare. E pensare che a dirlo chiaramente furono i tuoi ex suoceri.

Mano a mano le sbronze si sono aromatizzate in ore di discussione politica. O di discussioni amorose. Tu ascoltavi tanto, poi dicevi la tua. Raramente partivi a raccontarmi un casino, prima facevo io poi andavi avanti con i tuoi. E dire che anche tu, nel tuo piccolo, ne hai avuti.

Il ricordo che ci legava sempre all'amore dei nostri anni passati insieme a Nichelino. Fra il tuo portone, il mio portone, piazza, oratorio e giardinetti vicino a casa di Valentina e Serena. Il periodo che ricordiamo sempre quando ci vediamo, quando i Pagella Rock li vincevano i Protogena. Quando avevamo il garage vicino, per suonare, noi per gioco e voi - sembrava - per professione.

C'era poco internet, i cellulari erano sempre scarichi e la macchina era perennemente un lusso. Si faceva la colletta per la benza e il più delle volte si passava il tempo a far la conta delle sigarette da offrire. Chi le aveva le dava e viceversa. Tu poi, i pacchetti li nascondevi nel vano della lampadina dell'ascensore, e ancora oggi, ti confesso, quando passo dai tuoi controllo se ci sono ancora. Allora non potevamo fumare in casa. Già.

Oggi ricordiamo quel periodo, sempre. Ne parliamo di continuo nella speranza che ritorni, un giorno. L'ultima volta è stata la domenica del matrimonio di Andrea. Fra i buoni motivi per venire, c'era una frase che s'è detta: "E io con chi mi ubriaco se non ci sei?". Come se non avessimo quasi 28 anni io e praticamente 29 tu, ma 17 e 18, come allora.
Abbiamo bevuto insieme un'aranciata, a chiusura della giornata, perché di vino ne avevamo basta. Credo di non aver mai bevuto un'aranciata insieme a te, a dimostrazione che, nonostante tutto, abbiamo ancora qualche cosa da fare di inedito.

Ora che l'ho fatto, il mal di testa è addolcito. In fondo è lo stesso di una sbornia che presi nel 2004, sempre da Mario, sempre al Tutta Birra, sempre di SuperStorm. Avevo l'esame di linguaggio televisivo 5 giorni dopo, ma il giorno dopo quella serata che chiudemmo sul promontorio, a Moncalieri, non studiai. Oggi è un po' come quel giorno, e nonostante io sia qui e tu sia a Roma, quei momenti mi sono tornati in mente.

Sto invecchiando, pure tu. Da imbolsiti non rendiamo come allora.
Se Andrea non si fosse sposato domenica scorsa ma 8 anni fa, col cazzo che tornavamo a casa e parlavamo ancora un'ora di politica, come minimo finivamo in mutande a imitare la Carrà. D'altronde, insieme abbiamo fatto anche di peggio.

Per gli altri, era il peggio. Per noi è sempre stato il meglio. E solo questo importa.

Alla prossima, Dani.

venerdì, giugno 26, 2009

Voglia d'inverno al Lingotto - L.i.T. part 10

Il Lingotto è un posto che ha pochi segreti, per me. Ci abito, praticamente, da quasi 3 anni. Per il mio bel lavoretto e per un po' di emozioni che ci gravitano attorno, o che ci hanno gravitato.

Ogni mattina, fra le 8 e le 9, su via Nizza la gente c'è gente che cammina verso l'entrata dell'8 Gallery. Uomini in giacca e cravatta, donne eleganti. Ragazzi e ragazze casual. Macchine di diversa cilindrata parcheggiano una dietro l'altra, fino ad arrivare alle popolari, oltre il cavalcavia, vicino all'uscita del sottopasso. Quando arrivo, la mattina, vedo sempre facce nuove. E vedo, da quando faccio lo stesso turno, anche facce che cominciano a sembrarmi famigliari.

C'è una ragazza che ha la Y10 che ha dei bei occhiali da sole. La vedo sempre ho già parcheggiato e lei arriva tutta sparata verso il parcheggio più vicino. Uno che invece non so che macchina abbia, spunta sempre dalla traversa vicino al distributore a piedi, ecco quello, indossa sempre belle camicie. Poi c'è una bionda da paura, ma quella preferisco non descriverla, basta la parola. Ogni tanto la vedo a piedi, ogni tanto in macchina, ma appunto, preferirei sorvolare.
Ad ogni modo, le persone son diverse ma tutte fanno la stessa cosa: ci si incolonna ordinati sul marciapiede e si cammina verso l'entrata del Lingotto.

Passano le macchine, e talvolta sono di tuoi colleghi. Talvolta sono di tue colleghe. Talvolta ti fermi a guardarle sfrecciare, per attendere che entrino con te. Altre, fai finta di niente e vai dritto, come loro farebbero con te.

Lingotto è un posto particolarmente caldo, perché c'è tanto cemento. Quando si finisce, alle 13, e si esce al sole per andare chi a casa, chi al secondo lavoro, di questi tempi si è colpiti da una logica quanto inarrestabile ondata di calore. Le macchine bruciano. Il traffico è rallentato. La gente che c'è lì intorno, così come quelli che mangiano all'interno dell'8 Gallery, di questo non si interessano. Dentro il Lingotto, infatti, in ogni angolo, c'è l'aria condizionata.

Io però il Lingotto lo ricordo d'inverno, e in particolare lo ricordo il 26 dicembre del 2008. Erano le otto del mattino. Il giorno era quieto, aveva nevicato abbondantemente tutta la notte. Era ancora buio, eppure la luce abbondava per via del riflesso dei lampioni. Camminavo sul marciapiede pieno di neve, senza sentire il cemento. C'era tanto silenzio intorno, e nessuno in giro.

Ecco, il Lingotto lo amo pensare così. Senza confusione. Senza rumori. Senza caldo. Quieto.
Non so perché, ma oggi mi pare che se fosse così sarebbe più bello. E non solo per la temperatura.
Forse perché quando entro lì, ultimamente, sento il freddo dentro, la tempesta nel cervello e la rassegnazione nel cuore.

Quindi, per l'escursione termica, forse sarebbe meglio che ci fosse il gelo tutto intorno.

giovedì, giugno 25, 2009

Dubbi e Calma - Life in technicolor part 9

(Grazie a Sensei per la foto)

Lontano, lontano. Ci si sente lontano, quando si è indecisi. O quando di fronte si hanno scelte difficili, oppure dolorose.

Questa settimana ho visto tante cose. Il perdono, intanto.
La comprensione. Poi un po' di gioia. Qualche linea di sofferenza. Il desiderio. La voglia di dimenticare.

Il bello è che tutto quello che ho visto, l'ho visto senza che si manifestasse platealmente. E' bastato un gesto, o una parola. E' bastato un sorriso. E' bastata una parola detta al telefono e un pensiero, respirato seduto sul balcone.

Di tutto questo ho preso appunti, senza scrivere. Semplicemente interiorizzando che quello che vedevo era vero. Era condiviso. Era anche mio, oltre che degli altri.

Ho sentito una persona dire che il passato non finisce mai, questa settimana. L'ho sentito dire con molto dolore e con la consapevolezza che quel non finire mai continua a sferzare il destino d'ognuno. Ci ho rivisto un po' il mio dolore, e grande coraggio. Grande voglia di ricominciare.

Ho sentito una persona, un amico molto caro, parlare di suo figlio malato come se tutto fosse fermo. L'ho sentito parlarmi con il dolore di chi ama, l'ho sentito spaventato perché quello che stava male era unico e irripetibile. L'ho sentito chiedermi di pregare. E io l'ho fatto, anche quando l'ho sentito dire che, forse, quello che sembrava essere non era: prima per chiedere una Grazia, poi per Ringraziare.

Ho sentito una persona dire che vorrebbe essere da un'altra parte, questa settimana. Quando gli ho chiesto: "Dove?" mi ha risposto un luogo lontanissimo, il Giappone. Mi ha parlato per ore di quel paese lontano e del fatto che non manchi tanto perché è lontano, quanto perché è diametralmente opposto a questo Paese. E quando ho chiesto la qualità che lo contraddistingueva, questa persona ha risposto: "La calma".

Già, la calma. L'ultima cosa che mi sarei aspettato dai giapponesi.

Eppure è così. La Calma. Quella che manca quando ci si ferma a guardare una persona, lontana pochi metri fisicamente, ma lontana migliaia di km perché non sa che tu, lì vicino a lei, la guardi. Se ci fosse lei, lucidamente, riusciresti a sostenere lo sguardo, invece di girarti di scatto, quando lei si volta verso di te, perché sai che alla fine di male non stai facendo nulla.

Però manca la Calma, la Quiete del cuore, della mente, dell'Anima. Secondo una metafora geografica, in questi il Giappone, per la mente, è distante quando la Costa D'Avorio o il Brasile.

Questa settimana ho parlato come al solito con tante persone. Ho visitato i soliti luoghi. Mi sono misurato con generosità e con un po' di spocchia, oltre che con curiosità e desideri.

Ma il viaggio per il Giappone, mi sono reso conto, è ancora tanto tanto lungo.
Pieno di dubbi, sicuramente. Saturo di banalità, probabilmente. Necessario, certamente.

In fondo è solo questione di prendere coraggio. Anche perché io ho una paura fottuta di volare.

martedì, giugno 23, 2009

Consapevolezza - Life in technicolor part 8

"Di cosa hai bisogno in questo periodo?".

Mi è stato chiesto questo, oggi. Una domanda che giriamo puntualmente su noi stessi ogni volta che poniamo, ogni giorno dell'anno. Che ogni giorno assume il contorno di una nuova rilevazione, nonostante di rilevazione non si possa proprio parlare. Anche perché, di fatto, ciò di cui abbiamo bisogno sembrerebbe essere strutturabile secondo l'ordine dell'indispensabile - aria, acqua, alimenti - e ciò che potrebbe rivelarsi anche un surplus facilmente rinunciabile - un libro, una Lacoste o un dvd di Quentin Tarantino.

Oggi mi è stata posta questa domanda e mi sono reso conto che la risposta era imbarazzante. Nella sua semplicità, era stupido ammettere di desiderare quello che ho risposto esser al centro dei miei pensieri, seppur la risposta non esplorasse tutto ciò che avevo pensato.

Mentre rispondevo sapevo di ridurre notevolmente il mio raggio d'azione, il mio pensiero. Sapevo di star mettendo limiti al mio immaginario. Di aver ridotto notevolmente il mio modo di immaginare quel qualcosa. L'ho ridotto a una serie di parole, cinque o sei, strette in un periodo che insitamente comprimeva un ampio significato, tanto da rendere impossibile focalizzare un momento.

E quello che mi è rimasto è il fatto che non sia emerso quello che volevo dire. Ci ripenso, ora. E ci ripenso focalizzandomi su un'immagine a me molto cara, com'è noto a chi legge ciò che scrivo qui da 264 post con questo.

Il viaggio. L'asfalto. Il caldo estivo. Il senso di futuro. Il sole. L'azzurro. L'odore di mare. Il senso di pienezza. Il rumore del motore. L'impressione che non ci sia fine. Lo sguardo che si posa intorno. Una macchina che va. E, di fianco, una persona. Con cui si sta costruendo un futuro, che è il futuro. Il silenzio. Il ristoro. Il tempo che, di fatto, si ferma. Dolcezza, amore. Quel senso di magone che ti viene quando sei felice, come se dovessi piangere ma non perché sei triste. Per chi fuma, il gusto di fumare come quando s'è appena preso il caffè. Sorrisi. Carezze. E poi, pensieri. Qualche parola. Un discorso e il paesaggio che cambia. La notte lontana che pare non arriverà mai. Freschezza. Sguardi. Tranquillità, serenità. Delicatezza. La benzina che durerà in eterno. Il viaggio che continuerà, senza meta, felicemente.

Un'immagine che ha in sè però una serie di cose non dette. Alcune possono essere facilmente comprese, mentre altre non possono esserlo, rimangono una metafora poco chiara agli occhi degli altri.

Io lì ci rivedo un po' di tutto. Rileggendo ciò che ho appena scritto, sento che il desiderio, quello vero, rimane insoluto fino a quando lo viviamo. E quando lo viviamo, rimaniamo sospesi perché dobbiamo provare a cercarne un altro. E un altro, e un altro.

Oggi molte cose di cui ho bisogno me le sono assicurate. Fra le indispensabili, e anche quelle rinunciabili, posso contare di aver raccolto a sufficienza. E anche se molto è da fare, posso ritenermi, per ora, soddisfatto.

Quello che però ho risposto alla persona che mi poneva quella domanda, ecco quello è ancora da concretizzarsi. E quando qualche giorno fa dicevo che qualcosa è cambiato, intendevo che forse è cambiato essermi reso conto che quello che manca è proprio ciò che racchiudo in quelle tre righe, ermetiche, chiuse, interpretabili. Prima credevo fosse tutto parziale, invece no.

Non resta che muovere il tempo, affinché le cose vadano come debbono andare. Affinché ciò che deve essere, sia.

Pensare che dopo questa discussione, con quella persona che mi ha posto la domanda di cui ho discusso fin d'ora, ho cominciato a parlare di cappellini e coltivazione di fagioli e legumi forse mi ha distolto. Ma in fondo, a cercare di concretizzare una speranza, c'è sempre tempo.

lunedì, giugno 22, 2009

Because of you - Life in technicolor part 7

C'è il desiderio, in ognuno, che le cose vadano come si sogna. Lo stesso vale per le persone. Per quelle con cui vorresti passare la vita. Siccome però i sogni sono asettici, o meglio, confusi e ingovernabili, di solito si prendono e si strutturano. Si rielaborano. Si reimpostano. Si immaginano tante e tante volte. Poi alla fine non sono più sogni, ma solo immagini.

E dato che l'immagine è tutto, provo a vederla lungo la linea dell'aspirazione, del desiderio personale che si tramuta, lentamente, in progetto, in qualcosa che s'allarga oltre il limite delle previsioni e diventa ferrea volontà.

E in tutto questo, molto importante viene ad essere l'apporto dell'altra metà. Della compensazione che solo un compagno, o una compagna, possono darti.

Da qui parto per guardare tutti i miei sogni. Dove trovo, sempre, in ognuno, un viso. Un corpo. Occhi, capelli, labbra. Movenze e tempi. Voce ed espressioni. Ovunque sia quell'immagine, ecco che spunta in primis il senso di pienezza. Poi la serenità. Poi il dolore per la consapevolezza che è solo un'immagine, un sogno appunto. Poi, la sensazione che ancora si possa fare qualcosa per trasformare tutto in realtà.

Madeleine è stata, per chi non avesse seguito i post passati, la protagonista che più ho nominato. Ebbene, lei era una forma perfetta. L'ho potuta far muovere nelle strutture più disparate. L'ho fatta muovere in tutto ciò che immaginavo. Poi, lentamente, lei è diventata talmente perfetta che lentamente, mi è sfuggita.

Ora quella forma perfetta si ripete. Nasce da un sogno. Nasce da me che in esso ho riposato per tanto tempo. E prende spunto dall'ennesimo modo che ha avuto Madeleine di entrarmi in mente, di stravolgere oltre che il mio vivere quotidiano, anche di pensare i miei sogni. Li ha resi improntati sulla serenità, di nuovo. Li ha trasfigurati, rientrandoci lei, prepotentemente e anche con dolcezza.

Sarà l'ennesimo modo di rendere la mia una forma di fuga. Scappare dal resto. Dalla macchina che ti lascia a piedi. Dalla felicità altrui che si contrappone alla tua scarsa propensione all'essere sereno. Dalla mancanza di idee per il futuro. Dall'insoddisfazione che i miei sentimenti sentono ormai da troppo tempo. O forse, dal fatto che non sarò mai in grado di decidere di inseguire quell'immagine che ho di Madeleine, così irraggiungibile. Così perfetta. Così lontana eppure così presente.

Tanto perfetta che forse scapperà, un giorno.
Ma fino a quel giorno, il suo pensiero renderà tutto il resto inutile e me, schiavo della consapevolezza che non sarà mai mia.

(nb: "Life in technicolor", anche con la foto in bianco e nero)

venerdì, giugno 19, 2009

Grazie a Dio è venerdì - Life in technicolor part 6

Avevo deciso di scrivere un post sull'argomento Facebook, per tenere la mente occupata da un paio di pensieri. Ho cominciato così:

"C'è da dire che Facebook è una grande invenzione. A volte, ci stai per ore senza capire perché. Test. Chat. Poi gruppi che cominciano con "Quelli che..." e una cosa improbabile che ha il sapore dell'amarcord e insieme della stupidaggine. Oggi fra i vari gruppi che ho visto in home, uno recitava: "Quelli che... hanno fatto accoppiare almeno una volta Ken e Barbie", con la foto dell'0mino di plastica che pecorizza la povera dea della Mattel. Poi ci sono gli status. Io ad esempio non so mai che scrivere, e talvolta mi capita di scrivere cose che capisco solo io. Anzi, sempre. Tanto che un mio compagno di squadra, un giorno, viene mi fa: "Oh ma io non capisco mai un cazzo di quello che scrivi su Facebook, che frasi metti?". Ho risposto "anche io" e la cosa s'è chiusa così. In molti mettono sullo status: "XY comincia la sua giornata...", piuttosto che con un "XY è a metà della giornata ed è già stufo", il più delle volte quest'ultima versione accompagnata da tanti attestati di stima, condivisione e solidarietà. Ci sono anche quelli che mettono un "XY domani è venerdì!!!!", senza tener conto che lo spazio status è pensato per la terza persona. Io penso che Facebook sia una bella invenzione, sì. Mi fermo a quelle frasi, però. A quei modi di puntualizzare il tempo. Che sanno di luogo comune e di lingua di tutti i giorni. Di parlata tanto per, qualcosa che si dice così almeno tutti sanno che."

Dovevo ancora toccare l'idea di postare i miei post su Facebook, cercando di cercare lettori. Poi ho visto che avrei scritto una frase così e ho lasciato perdere. Ma non solo per questo ho sospeso.

Questo post non sarei mai riuscito a portarlo a termine. Perché da un po' voglio cambiare argomento, vorrei sciacquare via il tema portante. Vorrei smettere di pensare al solito. Però non ce la si fa. Pensi solo a quella declinazione, pensi che vorresti scrivere qualcosa che possa in qualche modo riferirsi a quell'argomento, facendo sì che anche nell'occasione che t'eri prefissato di svuotare il pensiero, facesse capolino quella cosa.

E senza che ci si possa opporre, la cosa s'esaurisce così. Senza argomenti. E ripensi ai giorni passati. Ripensi alla settimana battuta dai fatti di ogni giorno. A ciò che è capitato senza che, sullo sfondo, quel paio di pensieri riuscissero a prendere il largo.

E arrivi al fondo che anche provando a cambiare argomento, il tuo umore finisce sempre lì. A quel paio di cose che per un po' ti rimarranno in testa.
Stanotte ho dormito e ho sognato tanto. Ho sognato anche quel paio di cose, però in una declinazione positiva, alla lieto fine, tanto per dirla tutta. Ed è stato bello.

Allora penso che domani mattina dormirò quell'ora in più, e ringrazio il Cielo che sia venerdì e che domattina possa dormire tranquillo, affinchè ci sia la possibilità che da pensieri fissi malinconici del giorno, quel paio di cose diventino, nella fase REM, immagini di perfezione della notte.

E' un bel pensiero, per uno che pensa al week end come al riposo. Un po' come un bambino che pensa d'andare a letto e trovare il suo orsacchiotto di pezza. Solo che al posto della stoffa qui c'è un bel carico di speranza.

giovedì, giugno 18, 2009

Back to you - Life in technicolor part 5

Immaginiamo una mattina che, per un motivo o per l'altro, vivi diversamente dalle altre. Mettici una visita medica.

Mettici un permesso dal lavoro e una finestra sulla tua vita da dedicare alla tua salute.


Prendi il pullman e vai alle Molinette. Vai al tuo bel reparto di dermatologia. Ti fai visitare e ti trovano allergico al Kathon CG, che se non fosse nato conservante per prodotti cosmetici sarebbe sicuramente un cyber samurai o un superRobot con i razzi rotanti e i coglioni fotonici. E mentre stai uscendo dall'ambulatorio, ti dicono di aspettare perché devono scrivere il referto.

Ovviamente, in quel momento, è arrivata un'infermiera che non lavorava da 12mila anni e il tuo referto passa in secondo piano, ma che cazzo ce ne frega.


Andiamo avanti.


Prendi che intorno a te si alternano momenti diversi. Prendi un signore abbronzato, sui 60, con un orologio d'oro, i calzini bianchi e i mocassini marroni, che legge La Stampa e guarda la moglie, una signora sui 50 molto elegante con l'alluce valgo che esce dalle ciabatte, con lo sguardo di chi spera che tutto vada bene.

Prendi una mamma elegantissima, bella, con due bambine che corrono nel corridoio, le sgrida perché non corrano, si stufa di attendere per prenotare il controllo della più piccola delle due, strappa il biglietto della coda e se ne va.

Prendi un signore con la maglia verde stirata male, le scarpe da ginnastica rovinate e sporche, che parla ad alta voce al cellulare e per questo viene sgridato da un segretario che passava di lì, tenta di passare avanti alla coda a una signora che si arrabbia, e che alla fine se ne va imprecando.


Prendi un'infermiera che sorride a ogni paziente in attesa e per ognuno ha una parola che ne denota il ricordo.


Prendi un signore con i capelli bianchi, che con il sorriso di chi è sereno, dice che aspetterà il suo turno sotto un ventilatore appeso al tetto, perché lì si sta più freschi.


Prendi tutto questo e mettilo intorno a te. Poi comincia a riflettere a cosa penseresti.
Forse penseresti a cosa capiterà quando uscirai. Troverai Torino bella e assolata, un'umanità sfumata in tante diverse declinazioni di bellezza e sentimenti.

Troverai l'ora del pranzo e quel momento in cui sulla strada ci sono a prescindere poche macchine. Immaginerai di camminare nel cortile delle Molinette e penserai che oggi ti senti bello.

Guardandoti intorno, sentire amore per la gente a prescindere da cosa essa possa essere. Percepire che con la scusa dello stare male la gente prova a tirare il meglio di sè.
Poi costruirai una speranza. Che fuori, ad aspettarti, ci sia una persona.

Che ti aspetti con il sorriso che ti ha colpito, che ti faccia sentire in un abbraccio già quando, superato il grande cancello dell'entrata, la intravedi fra i medici che passano, nella selva di motorini e biciclette che si concentrano lì, su corso Bramante.

Che ti stia aspettando per fare una delle qualsiasi cosa che vorresti fare sempre: partire, camminare, correre, sedersi, mangiare su un prato, baciarsi, parlare, fumare una Pall Mall, tenersi per mano, parlare di figli, fare una carezza, buttare il cellulare nel Po perché non ne hai più bisogno, tornare a casa, guardare il panorama fino a notte, dormire al fresco di una stanza buia o di un albero. Che sia lì per te e tu sia al mondo per lei.


Prendi la dottoressa che ti stava preparando il referto ti interrompa mentre stavi immaginando di essere a meno di un meno da lei. Falla parlare per due minuti del Kathon CG e del fatto che è presente e poi ti dimentichi di cosa ti dice, perché vuoi correre fuori.


Prendi una scala fatta di corsa. Un cortile percorso a passi leggeri e veloci. Prendi la conferma che era solo un sogno e che fuori ad aspettarti non c'è nessuno. O meglio, c'è il ritorno in ufficio. Prendi tutto questo e mettilo nel cassetto. E lavora affinchè quell'incontrarsi fuori da un qualsiasi pezzo di mondo reale diventi realtà.

martedì, giugno 16, 2009

Ritorno e ripartenza - Life in Technicolor part 4

Il ritorno dal lavoro coincide sempre con un caldo acceso e imbattibile. La coda d'auto sembra insormontabile, su corso Moncalieri. Se non sapessi che su corso Unità è uguale, potrei pensare che tutte le macchine di Torino si radunino mentre passo io. E' a quell'ora, mentre torno in macchina, che i pensieri s'accendono, cominciano a distrarmi.

Oggi ho pensato all'amicizia. Ho riflettuto sull'amicizia e sul lasciarsi. Penso che quando ti lasci con una persona, sia essa amica o amante, è come decidere di concentrare tutte le risorse mnemoniche su di essa. Soprattutto se si è lasciati. Un po' come quando a soffrire è un amico.

Quando s'è lasciati, ci si ricorda tutto: i momenti insieme e i momenti dolci. Si ricordano solo quelli belli, come le riconciliazioni. Si pensa al momento in cui si è vissuto con lei nel condividere. E quel condividere è stato un gesto, un'azione, un qualcosa che rimane, materialmente o meno, come segno che tutto quello che è stato è rimasto per sempre, nel passaggio.

All'altezza del Patio ho riflettuto sul fatto che il più delle volte l'amicizia rimane bella anche quando di essa si ricordano le cose più brutte. I rifiuti. I piccoli tradimenti. Le sofferenze. In amore questo non esiste, o meglio, esiste con un senso di rivalsa, il retrogusto amaro della diffidenza che rimane. In amicizia, quasi sempre, si riesce a dimenticare. A perdonare.

"La coda su corso Moncalieri sembra un serpente che s'annida nella città", si direbbe in una fiera dei luoghi comuni. Preferisco pensarla come una miniera di pensieri. Lo dicevo ieri, riferita a quella che a Nichelino riempe via Giusti mentre passa il treno. Credo che su corso Moncalieri sia un po' la stessa cosa, se non altro perché le facce sembrano uguali da tutte le parti. Ieri al passaggio a livello, oggi mentre mi guardavo intorno, fermo all'altezza del cimitero di Moncalieri, incolonnato in attesa che 600 metri più avanti, al cantiere dove la strada diventava a una corsia, dessero l'ok per farci passare.

Anche se non è Nichelino, è Moncalieri appunto, o Torino, in una zona che racchiude tratti di intoccabilità a rudezza piemontese, in questi casi diventa eterno. Tutto il mondo è paese, si direbbe, per l'ennesima esposizione di luogo comune.

Ecco, la coda su corso Moncalieri la vivo un po' come il lasciarsi e l'amicizia. Il perdonare difficile richiesto per ragioni del tutto incomprensibili all'altro. La continua richiesta d'amare a persona che per noi risultano essere diverse, difficili. Come cercare di sposare Genio e Follia, imprevedibilità nel risultato oltre che difficoltà del metterli insieme, nonostante in molti li vedano nati per stare insieme.

Lasciarsi è bello? No, non lo è. Talvolta non lo è neanche costruire un'amicizia, anzi, quasi mai. Però in entrambi i casi il dolore porta liberazione. Porta edificazione. E diventa una specie di coda su Corso Moncalieri, piena di pensieri, con il caldo fastidioso. Lunga minuti che non finiscono, che s'esauriscono quando, lentamente, s'arriva a casa, nel sollievo di un soggiorno fresco e di una bottiglia d'acqua appena uscita dal frigo. E i pensieri si sfogano per l'ennesima volta su un blog, questo, appunto.

lunedì, giugno 15, 2009

Opportunismi d'amore - Life in technicolor part 3

Ci si aggrappa ai sogni, quando si sente finire una parte importante di sè stessi. Si spera che la forma della realtà divenga, con il passare del tempo, più simile ai contorni che disegnamo, secondo quelli che sono i desideri più veri.

Stasera a Nichelino c'è un tempo strano. Il gielo è grigio, c'è umidità. Le macchine fanno più rumore del solito, quando passano sulla strada che rimane sotto il mio soggiorno. C'è un punto dove, credo a causa di un rilievo dell'asfalto che ancora non sono riuscito a identificare, si sentono gli ammortizzatori schiacciarsi e raddrizzarsi, come uno scatto. Non c'è un filo d'aria. Le voci dei ragazzi si mescolano al rumore dei motorini che li portano. Sembrano dj in radio, tanto sono impostati. Urlano oltre il rumore delle loro marmitte. Rimango seduto nella penombra della finestra socchiusa. ci sarà mezzo metro di realtà racchiuso in quella finestra.

Una realtà che tante volte, e non credo solo io, ci si
sofferma a guardare interrogandosi. Al passaggio a livello, 500 metri, per l'ennesima volta sento il treno passare. Se ci si impegna, con un po' di fantasia, si puo' guardare in faccia tutte le persone rimaste in fila. Signore, uomini, bambini nel sedile posteriore. Vecchi su bici arrugginite. Ragazzi che si sono attardati a preparare l'esame di maturità in biblioteca, giovani donne che ritornano dall'oratorio e dalla piazza.

O che ci vanno, a seconda delle abitudini.
Nichelino è considerata tanto una città di brutte persone quanto un posto dalle grande potenzialità. Io ci vivo e son parzialmente contento di farlo, anche perché quando mi sono allontanato da qui, mi sono trovato in difficoltà, in un modo o nell'altro. Amo questo posto perché mi lega al passato, l'ho detto tante volte. E mi rende sicuro di cosa è capitato, parzialmente mi protegge dal futuro. Dai cambiamenti. Dalle lotte intestine dell'animo con i desideri.

Quegli stessi desideri che accomunano me, le persone che si sono accostate a me mentre, con occhio descrittivo, mi soffermavo a scandagliare quel mezzo metro che filtra dalle porte del mio balcone. Cercando punti in comune con tutti coloro non conosco. Che magari oggi, guardando questo tempo strano, sentono come un senso di tristezza che arriva dal sapere che le scelte son determinate, quasi sempre, da convenienza, anche in funzione di sensazioni pure. Che quel senso di repulsione verso la sofferenza non è altro che paura di cambiare, perché, come ho avuto modo di dire, il Dolore serve.

Bisogna avere solo il coraggio di guardarlo in faccia, e lasciarsi
portare sulla strada che è nascosta dietro.
Certe scelte pesano come macigni. Lasciare una ragazza. Smettere di frequentare un posto, un amico. Traslocare. Cambiare i rapporti con un genitore. Dire che qualcosa non funziona più allo stesso modo. Stasera a Nichelino c'è un tempo strano. Fa paura questo cielo, sembra che porti una sera calda e afosa. Però, ad un certo punto, ho aperto la finestra.Ho lasciato che la luce, quel poco, entrasse. E ho notato che un filo d'aria scorreva. L'ho notato dai rami dell'albero di fronte, che prima erano nascosti, al di fuori di quel mezzo metro che filtrava. Sembra che pioverà. Sembra che tutto sarà fresco, stasera. Sembra che quel grigio iniziale fosse solo un inganno a Nichelino e alla gente che la abita. Il treno è passato, e le macchine hanno accellerato il loro moto. Sono quasi le sette, è ora di rientrare per la cena.

Dal mio balcone, pare che la coda al passaggio livello si sia smaltita.
Il cambiamento è nascosto dietro la finestra. Aprirla vuol dire togliere protezione a noi stessi. Vuol dire mettersi in gioco, prepararsi a perdere quel poco che abbiamo da offrire in funzione di un qualcosa che, sul momento, non comprendiamo. Lo scrivo oggi, guardando la mia città, ripensando a parole che ho sentito recentemente, che mi hanno fatto provare dolore, e che mi hanno fatto capire che tutto ciò che potevo fare l'ho fatto. Che cambiare sarà doloroso, ma che è necessario. Che in questi casi, l'opportunità rende l'uomo libero di scegliere. Che non accettare, passivamente, è il modo migliore di camminare per conto proprio. Per crescere, per migliorarsi, perché no?! per edificare il sogno che ognuno porta con sè.

Io ho cominciato in un giorno come oggi, a Nichelino, in una serata di metà giugno, grigia e umida,
dove l'aria si nascondeva dietro le mie finestre, faceva finta di non esserci. Ma poi s'è rivelata, con il fresco, l'odore di cambiamento, la sensazione che tutto cambia e che non può finire.

sabato, giugno 13, 2009

L'illusione - Life in technicolor part 2

C'erano tutti tranne Madeleine, quella sera. Era stato uno sbaglio uscire: oltre che bere una birra così schifosa m'era costato, oltre che il disgusto del sapore rancido fermo fra la gola e l'esofago, soprattutto sapevo che non l'avrei incontrata.

Ed ero certo, al di là d'ogni ragionevole incoraggiamento dell'amico ch'era con me, che tutto quello che mi potevo aspettare era solo il nulla, una serata come un'altra, con l'aggiunta di quella bevuta pagata più del dovuto e l'acidità di stomaco.
Intorno a me, sciami di ragazze e ragazzi.

Dreadlock lunghi fino al fondoschiena si confondevano con tacchi alti e pelle scurita dalla lampada, più che dal sole di giugno. Un microcosmo che si distribuiva su quel prato polveroso, partendo tutto dallo stesso centro fatto di voglia di dimenticare, o forse di far finta. Come me, d'altronde, che quando ero stato contattato dall'amico in questione, ero stato attirato dall'idea di uscire non tanto dal fatto che si sarebbe fatto ciò che si faceva di solito, quanto dal fatto che era più probabile incrociare Madeleine che rimanendo a casa.

E dato che alla casualità non c'è mai fine, e che un posto in questo caso andava l'altro, s'era optato per quel prato polveroso costellato qua e là di stand fatti di legno verniciato e spillatori di birra acida, dove casse grandi quanto il barista sparavano il solito corollario di musiche che vagavano in tutti gli stili possibili ed immaginabili.
Lo chiamavano Green Point. O Summer Free Point.

Non l'avevo neanche capito. Sta di fatto che quando mi fu riferito il nome, non rimasi tanto legato ad esso quanto al fatto che suonava bene, e che, forse, quel senso d'esotico che sapeva in qualche modo generare avrebbe potuto attirarla là, con chiunque si sarebbe potuta trovare.
Perchè di lei, a parte il nome, non sapevo granché. In realtà sapevo solo come, dove e quando l'avevo vista la prima volta, che da quella volta non ero più riuscito a dimenticarla, e che da quando avevo conosciuto avevo cominciato a guardare i film di Almodovar, per darmi un tono o, forse, per poter parlare di qualcosa che mi distinguesse.

Ero seduto a un tavolo, con l'amico e altri che erano già lì. Lo stand alle nostre spalle sparava musica reagge. In molti s'agitavano alla cadenza lenta del ritmo jamaicano. Poco distante, salsa faceva muovere all'unisono tante persone in fila, chiamate da un uomo su un palco circondato da tante ragazze vestite di veli semitrasparenti, simili a danzatrici del ventre.
Mi guardavo intorno. Non riuscivo a parlare. Il sonno arretrato, e quella speranza. Anche se mi sentivo inadatto. Anche se credevo di essere peggio di quanto potessi apparire. Anche se quella sera sentivo il mio viso impolverato, come le scarpe, come il bordo dei pantaloni, sospesi a pochi centimetri da quel terreno così infido nel vaporizzarsi ad ogni passo.

Le ragazze passeggiavano serene fra gli stand, mentre gli uomini le seguivano con lo sguardo.
Quelle che portavano scarpe aperte non si curavano delle caviglie ingrigite e della pelle sbiadita dalla polvere, ma solo di apparire anche in quell'occasione irraggiungibili da quegli sguardi che le seguivano passo dopo passo.
Mentre le guardavo, immaginavo Madeleine. Il suo sorriso. Il suo camminare, adagio, senza fretta. Il sorriso genuino. Lo sguardo che rispondeva, senza che lei lo sapesse, alla mia quotidiana dose di purezza. Una risposta fatta dalla sua leggiadria, dalla sua semplicità. Madeleine era bella quanto superba nel mantenere un palmo di umiltà, tenuta splendidamente in alto come bandiera a distinguerla dal resto. Era il riserbo che ne avvolgeva la vita a trasformarla ai miei occhi, più che la sua bellezza, fatta di canoni così diffusi ma anche non banale, ridotta a stereotipo di ragazza che tutti invidierebbero.

Guardavo tutte quelle che lentamente, danzando, correndo o facendosi foto, capitavano nel mio campo visivo e non si fermavano a chiedersi quanto fossero tremendamente tutte uguali. «T'è piaciuta Penelope Cruz nel film di Woody allen, Vicky Cristina Barcellona?» mi chiese una dei presenti. «Sì.» risposi, senza esitare, e senza pensare. E mentre la discussione continuava, ritornai a guadarmi intorno, le gambe accavallate, il braccio poggiato al tavolo, l'amico insieme agli altri commensali. Finii la mia birra rancida e posai il bicchiere. Sentivo le palpebre chiudersi, così come la speranza. L'amico mi sussurò all'orecchio.
«Magari passa.»

«Lo 0,1% di possibilità che passi.»

«Magari passa.»


Rimasi in silenzio.


Mentre guardavo, notai distante qualcosa. Continuai a guardare, in frazioni di decimo che sembravano minuti. I capellio raccolti, un profilo famigliare. Un passo simile al suo. Un braccio disteso.. che s'univa a un altro, attraverso una stretta di mano. Rimasi a guardarla passare, lontano, mano nella mano. La guardai per bene. L'amico lo notò, mentre gli altri discutevano, non so di cosa.

«E' lei?» Lo guardai, chiedendogli silenzioso come avesse capito. Mi rispose con un sorriso, cui io risposi rabbuiandomi.

«No.» risposi. Lui fece un sorriso di comprensione. Io tornai a guardare Madeleine passeggiare, mano nella mano, con uno. Avevo risposto «No.» con tono convinto, ma non fino in fondo. Non sapevo fosse lei. Non ne ero certo. Avevo avuto l'illusione che fosse lei. Ma guardandola distante i dubbi mi sorsero.

Quando me ne andai, poi, ci ripensai e ripensai. Ancora oggi non saprei dire se quella fosse Madeleine.
Quella sera, però, sapevo che se fosse stata lei, sarebbe stata forse la risposta che mi dovevo aspettare. E se non fosse stata lei, allora la mia speranza di vederla spuntare era stata vana, e in tutto il resto del mondo, forse, la sua mano stringeva la mano di qualcun'altro. Una sorta di congiura che mi portava sempre allo stesso risultato. Un risultato che, in un modo o nell'altro, non avrei mai saputo interpretare positivamente. Che mi separava da Madeleine, che la rendeva o irraggiungibile o dispersa.

Un risultato che mi avrebbe comunque visto sconfitto.
Mi alzai e chiesi d'andare via. E quando tornai a casa, scrissi ciò che m'era capitato. Deluso, assonato. Lo scrissi sotto forma anonima, su Internet. Sperando che almeno in quella sede, Madeleine potesse leggere ciò che avevo provato, quella notte.

giovedì, giugno 11, 2009

Life in technicolor - part 1

Ricordo che il momento in cui scelsi di andare alla Scuola Holden, ero di fronte a un pc all'Armando Testa, e stavo pensando che scrivere è una delle cose più belle che possa fare.

Aprii il sito internet, guardai quando erano le selezioni, mandai un sms a mia madre comunicandole la mia scelta e poi preparai l'autopresentazione.

Quando decisi di fare l'università, ero di fronte allo stand di Lettere e Filosofia. Avevo accompagnato un mio amico, Fabrizio, a prendere il modello per fare la pre-iscrizione ad Economia. C'era coda al suo sportello. Così mi voltai, e mi resi conto che Lettere e Filosofia era di fronte a me. Mi avvicinai, c'era una ragazza con i capelli biondi, lunghi, gli occhi chiari. Le chiesi la prima cosa che mi venne in mente. Scienze della comunicazione. Il test d'ingresso. Le chiesi se ero ancora in tempo e lei mi disse di sì.

Quando decisi di non fare il liceo classico, probabilmente ero troppo piccolo e pensai che l'odontotecnico era interessante farlo. Così mi misi e incominciai a pensarmi come un odontotecnico. Ora, a 14 anni di distanza, mi rendo conto che allora non m'ero ancora reso conto che talvolta serve intuito e non convinzione.

Intuito e riflessione vari alla stessa velocità.
Talvolta si scontrano fra loro e si riducono ad essere l'uno il contrario dell'altra.

Funziona così per le scelte che riguardano il battersi o meno per un test d'ingresso, sia per ciò che concerne il nostro popolare senso di sopravvivenza. Che non ha solo come principale forma espositiva, il saper togliere una mano quando le fiamme sono troppo alte e noi abbiamo troppa volta di tenere sul palmo quel bel rosso accesso.

E' anche il sapere che una cosa, a prescindere, non si sa perché ma va fatta. Sul momento. Non si sa perché, non si capisce il come. Ma si fa. Senza capire quali saranno le logiche conseguenze. Senza sapere che, forse, questo potrebbe avere anche qualche esito che complicherà le cose.

Ho un amico che una volta ha fatto una cosa magnifica: a lezione, di nascosto, ha lasciato nella borsa di quella che poi sarebbe diventata la sua ragazza un cd, senza istruzioni, senza riferimenti, senza contatti o titoli di canzoni. Era un cd musicale, ovviamente.

E' un gesto d'intuito, su cui s'è posato un briciolo di riflessione nel scegliere cosa dire a quella ragazza, attraverso la musica. E alla fine, ciò che è stato, è stato.

Mi ha sempre colpito come, talvolta, il rifiuto del razionale possa tramutarsi o in qualcosa di magnifico o in qualcosa di altamente esplosivo e dannoso. Però vuoi mettere, la soddisfazione, di vincere una partita che si gioca solo perché senti di poterla vincere?

Come un film in cui tu sei il protagonista e puoi conferire direttamente con lo sceneggiatore. Puoi dirgli di ficcarci dentro tante difficoltà, tanti ostacoli e tanti dubbi. Poi però puoi soffermarti su cosa vuoi essere, e allora gli dici: «Dammi intuito, perché voglio fare la scelta definitiva solo in base a quello che sento. Voglio un lieto fine di quelli da favola e voglio che ci si arrivi quanto tutto sembra perduto.» Tipo Indiana Jones, o Topazio con Grecia Colmenares. Tanto sono tutti uguali.

Li muove l'Amore. E il Coraggio. E il nostro amico, il Dolore. Conditi di tanto intuito e uno spicchietto di riflessione, che dura un attimo. Come quel mattino che ho scelto l'università, che ho scelto la Holden. Che ho scelto d'esser me stesso, che ho scelto di mia iniziativa.

E se non l'avessi fatto, probabilmente mi sarei pentito. Anche se a volte mi chiedo perché quelle scelte siano state compiute. Poi ripenso a quegli attimi, quel momento davanti al pc, quella mattina allo stand. Penso a quando avevo 14 anni. E capisco che devo solo tener duro.

A presto,
Fra

mercoledì, giugno 10, 2009

Orizzonti, sagome e confini

In questi giorni qualcosa è cambiato. Non so cosa.

La storia, la storia. Quel desiderio di andare oltre il mio innato senso alla sintesi mi sta chiamando oltre, verso la domanda: la storia, l'ho trovata la storia?

Ci sono volte in cui basta un dialogo a stimolarti nella ricerca, quella che hai voluto fare in tutti questi anni di sforzi.

Ieri sera ho voluto scrivere una storia che raccogliesse 2 cose capitate negli ultimi giorni. Che potesse sintetizzarle nella sensazione che provo nell'aspetto decadente del sentirsi colpito ogni giorno sul vivo, nel non trovare appigli, nel non capire, talvolta, che giorno sia perché uno è uguale agli altri.

Rimane tutto sfocato, tutto senza punti saldi. Sfocati, sicuri che di sicuro ci sia solo il cielo e la speranza che sia l'infinito a venirci addosso, e non il contrario.
L'orizzonte delle scelte è quello che riusciamo sempre a distinguere con meno precisione. I dubbi si annidano e non c'è altro da fare che rimanere fermi, ad attendere. La fame di significati, per chi come me insegue la storia e la forza di scriverla, diventa preponderante nei momenti di foschia, anche nei giorni in cui la foschia sembra arrendersi a barlumi, molto labili e poco stabili, di chiarezza, di lucidità.

Qualche però in questi giorni sta cambiando. Qualcosa mi porta a distinguere, con più chiarezza, almeno la mia sagoma. Sento intorno a me definirsi i confini del mio essere con il resto. Sento che qualcosa in me ha preso coscienza d'esser vero. Forse per questo ho voglia di comprendere e di perdonare, ma ancora so di non farcela. Mi sforzo, ci provo, ma non riesco. Però ho preso coscienza di volerlo fare, questo è un gran passo.

Voglio raggiungere la mia storia, voglio scriverla con la forza che ha spinto, finora, tutti quelli che l'hanno fatto, a farlo. Lo voglio fare per me stesso, prima che per gli altri. Per me stesso, per ciò che ha significato per me l'andata e ritorno degli ultimi anni, dal 2006 e oggi, fra dolori lancinanti e momenti di silenzio, libero silenzio.

E' cambiato qualcosa quando, ieri sera, mi sono reso conto che non sapendo cosa scrivere, e avendo voglia di farlo a prescindere, non ho preferito lasciare perdere. Ho deciso di scrivere una cazzata, e l'ho fatto. E ho avuto il coraggio anche di linkarlo a Facebook, alla faccia dell'ego e dell'autocelebrazione che m'ero concesso sabato, quando avevo linkato una lettera a un vecchio amico.

E' il desiderio di diventare una blog-star solo con la forza delle mie parole? Non mi nascondo, certo. Mi piacerebbe, vorrebbe dire che chi legge torna, si emoziona.

Ma non è solo per quello. Perché a dispetto di quanti, quest'anno, mi hanno indicato come un esempio da non imitare e di scelte sbagliate, di questi "amici" vicini (molto più di quanto si pensi) e lontani, ecco, a dispetto loro, sento che la scelta continua, giorno per giorno.

Ho scelto la via più difficile e a prescindere è la mia. L'ho detto tante volte.
Oggi celebro la mia sagoma: ha preso forma e non so il perché. Celebro il fatto che intorno a me vedo più chiaro. C'è ancora molto da mettere a fuoco, ma già questo, credo, è già una gran cosa.

Sento l'aria fresca di giugno. La sento intorno spargere inquietudine, non negativa, bella, quel senso di fermento che senti prima di passare a prendere una ragazza per andarci a cena. Un evento alla fine della giornata, ma che attendi come fosse l'inizio.

Forse in questi giorni è finito, definitivamente, il mio viaggio andata/ritorno cominciato nel 2006.
La risposta è più in là, però non voglio pensare sia solo un'illusione.

A presto,
Fra

martedì, giugno 09, 2009

"Fuori c'è il temporale"...

"Il pensiero volava a un cellulare spento e al dubbio lancinante di dove fosse. Non c'era alcun dubbio che la sensazione più brutta c'avessi provato, fosse il chiedersi se, in quel momento, stesse transitando per strade del centro, o fosse in procinto di avvicinarsi all'atto amoroso. Se avesse visto l'sms che segnalava il tentativo di chiamata, che avrebbe fatto?
Un dubbio che poteva concorrere a quella sensazione di gelosia mista a impotenza.

Non che la cosa potesse toccarmi in qualche modo, no. Però anche solo il sospetto, mi toccava. Mi lasciava fermo sulla sedia a fissare la replica di una fiction di quindici prima, su un canale che non aveva mai visto prima d'ora. L'ascendente, brutta canaglia, m'aveva condizionato ogni respiro dell'esistenza. Molte scelte, prima che fossero compiute, erano vagliate sul fatto che potessero determinare o meno il mio rapporto con gli altri. O con gli appuntamenti, o con le speranze. Perché anche l'inseguire ciò che volevo, talvolta, si misurava all'aspettativa che questo creava intorno a me.

Lo sguardo s'aggirava fra computer, telefonino e bicchiere di vino. Era una serata di mezza settimana e la cosa che più mi faceva incazzare era il fatto che pur avendo un sonno impressionante, non riuscissi a prendere sonno fino verso le 2, quando su Rai3 si parla del governo e degli sbagli che fa.

Ed era così che continuava, tutte le serate, fino a che qualcosa non mi imponesse di arrendermi, alla fatica, alle occhiaie, alla mancanza di speranza. O forse al fatto che la mia solitudine fosse la più inguaribile delle malattie.

La fiction di quindici anni prima finì.

Chattai un po'. Sbirciai su Facebook, su tutti i quotidiani, mandai un sms. Guardai il suo numero sul display, avviai una chiamata che staccai senza che il telefono squillasse. Tanto ero certo che fosse spento. Non era neanche la mia ragazza ed ero già geloso.

Ero senza speranza. Spensi il computer, dopo aver finito il vino. Mi lavai i denti, pisciai.

Mi misi a letto, la luce spenta, la televisione che, dopo la pubblicità, mandava in onda una fiction di un paio d'anni prima, ancora in replica.

Programmai il timing per l'autospegnimento. Mi girai fra lenzuola e coperta, l'unica coperta messa lì a dirmi che nonostante giugno, la notte era ancora fresca. Mi rigirai. Pensai a quanto bene voglio ai miei nonni, e a quanto in quel momento fossi in grado di minimizzare ogni sentimento, perché in fondo spuntava sempre lei. Sempre lei. Sempre.


Respirai. Dissi fra me qualcosa, ma non so dire cosa. Farfugliai, o ero già nel dormiveglia.

Mi resi conto che non c'era nulla di diverso dalla sera prima. E mentre m'addormentavo, le mie preghiere s'esaurirono e presi coscienza che tutto questo non sarebbe cambiato.

Avevo freddo, nonostante quella coperta, e il giorno dopo dovevo tornare a lavorare.
Forse era quello a farmi incazzare sul serio."

E' una storia che m'è venuta in mente questa sera. Una piccola storia di disperazione, tagliata su misura per un blog dove l'immobilità ha talvolta dedicati ampi stralci di scritti.

L'immobilità dei sentimenti, delle scelte, dei comportamenti. Che molti tendono a considerare avventati, senza senso. Io non li condanno a priori, semplicemente li scremo a seconda dei momenti e delle situazioni.

Amo la natura umana perché rende possibile ogni giorno trovare un motivo per disperarsi, e da questo rilanciarsi. Perché, il giorno dopo, lui si rialzerà e scoprirà se lei ha risposto al suo tentativo di chiamata. E, sia in un caso che nell'altro, le conseguenze porteranno a scelte per il futuro.

Succede così anche quando non sai se sarai in grado di costruire un rapporto con i tuoi o finalmente concluderai l'università. E' solo questione di capire se abbiamo abbastanza forza per accettare anche se, nonostante quell'sms, lei non richiami. E lei, in questo caso, può avere veramente tutte le forme del mondo.

sabato, giugno 06, 2009

Lettera a un vecchio amico

Caro dolore,
forse dovrei chiamarti Dolore, con la D maiuscola. In fondo, sei famoso quanto Topolino e nessuno si rende conto che non hai un cognome... almeno il nome proprio, quello deve esser scritto con la maiuscola, no?

Beh, ripartiamo allora. Caro Dolore, è la prima volta che ti scrivo. Ho scritto a tante persone illustri, tranne a Berlusconi, tanto lui non m'avrebbe risposto, dato che non voglio fare la velina e non abito a Casoria. Ho scritto anche a una divinità, il Dio cattolico, e ho scritto a un eroe della pubblicità, Babbo Natale. Ho anche scritto al Papa, però non so se gli è mai arrivata la mia lettera.

Insomma, ho scritto a tanti, ma non ho mai scritto a uno come te.

Scrivo a te che sei... già: cosa sei? Un sentimento? Una sensazione? Una reazione chimica? Boh. Sei, questo è sicuro. Esisti, perché, quando ci penso, mi rendo conto che tutti sanno che ci sei, in pratica ogni uomo sulla Terra può dire d'averti conosciuto.

Sei come l'Amore, che noi uomini tendiamo a identificare con un sacco di cose belle. Io lo penso, l'Amore, come una foto che ho fatto con mio papà, come un pigiama che mi ha comprato mia mamma quando avevo 12 anni, come la prima volta che ho avuto un rapporto sessuale con una ragazza - si chiamava Claudia, lo penso a tutte le volte che oggi penso ad Alessandro e Carolina, i miei fratelli.

Il punto sai qual è, Dolore? Che nelle stesse cose con cui identifico l'Amore ci sei tu. In qualche modo ci sei tu, ci entri, ci marcisci dentro. Ci vivacchi fino a che l'Amore, un giorno, smette di guardare e zac, ci entri tu. Veloce, letale. Sei una specie di Arsenio Lupin dei tuoi simili, o forse, sei solo più furbo degli altri come te.

Sei famoso quanto l'Amore, e sicuramente sei molto più desiderato dell'Odio, che forse ha la tua stessa forza. Sei meno vigliacco dell'Egoismo, più simpatico dell'Opportunismo, e sono sicuro che con l'Avidità non ci vai a braccetto manco per il cazzo. Sai che penso, io di te? Che sei solitario e in grado di parlare con tutti, in un modo o nell'altro. Che vai d'accordo con molti e che in un modo o nell'altro sai farti apprezzare, anche quando arrivi e non ti preannunci.

Io ad esempio, Dolore mio, ti apprezzo molto quando arrivi che ho voglia di scrivere ma non so cosa scrivere. Perché quando spunti, mi viene in mente dove ti ho ritrovato. E immagino cosa capiterebbe se tu andassi via: sì, insomma, se tornassi felice. Perchè tu sai fare una cosa che gli altri non sanno fare, quando te ne vai: lasci una scia di Sollievo, che per me ha l'odore delle lenzuola appena lavate e secondo me anche fra di Voi è il più popolare.

Ad ogni modo, sei come quelli che quando passano lasciano la scia profumata, e non di essenza artificiale, quando di fiore. Sai che si dice dei Santi? Che quando passano, si sente odore di gelsomino nell'aria. Forse è per quello che Gesù parlava di te sempre bene, diceva che purificavi.

Sarà. Però non so se noi uomini ti capiamo fino in fondo, sai? Di solito quando sei in mezzo a noi, ecco, a noi non ci va sempre bene. Alcuni di noi piangono. Altri si incazzano. Io mi rabbuio, talvolta m'incazzo forte e piango. Una volta ho spaccato un cellulare tirandolo fortissimo in terra, un'altra mi sono spaccato le nocche. E so che ci sei tu, che talvolta mi dai solo un motivo per scrivere, che è una cosa che amo fare. Vedi? E' sempre la solita storia: tu e l'Amore vi intrecciate.

Come le cose che ti ho nominato prima, no? Mio papà, mia mamma, Claudia, i miei fratelli... e ancora: Ilaria, la mia fidanzata di oggi. I miei amici. Tutto. Tutto è intriso d'Amore e di Dolore. Di Te e di Lei, come se foste una cosa sola, alla fine. Una famiglia.

Sai, caro Dolore, oggi più che mai non so dire perché Tu esisti. Non so dire che cosa voglia dire "provare Dolore" arificialmente, so solo che quando ci sei, spunti e stop. Non c'è tanto altro, alla fine, c'è solo che quando spunti, tutto diventa un po' insensato, un po' cupo. Tu trasfiguri, caro mio, e sai come? Attraverso gli occhi, i sensi. Sei come il collirio dell'anima, anzi no, tu sei come l'acido per il turista ad Amsterdam. Sciogli i sensi, fai apparire la realtà qualcosa che non è. Talvolta mi fai sembrare triste Spongebob. Perché? Beh, perché lo associo a qualcosa che mi fa sentire malinconico. La Malinconia, d'altronde, credo sia tua sorella minore, o sbaglio?

Prendi questa sera. Io ti scrivo seduto dal salotto di casa mia. Ti scrivo e guardo fuori. Il cielo è bello, sai. Lo guardiamo insieme. Apro la finestra, lo osservo, e mi fermo a pensare che è veramente bello. Le nuvole sono bianche, sfumate. Non c'è colore più bello, all'imbrunire, di questo azzurro. Eppure, mi sa di capitolo finale. Ha il sapore di presa in giro perché qui, con me, ci sei Tu. E magari stai anche ridendo di me, perché ti scrivo anche se sei di fianco a me. Eppure, caro mio, sarai anche così onnisciente ed accomodante, però voce ancora non ne hai.

Lo so, parli attraverso me, ora. E non avrò la presunzione di pensare che io sia una buona voce, per Te. Però è anche vero che oggi, mentre ti scrivo, mi sento meglio. Un po', solo un po', però mi sento meglio. Sai perché? Perché mi guardo dentro, mentre ti scrivo, e leggo che quando ci sei Tu, la strada è giusta.

Perché di solito, se si prova Dolore, se ci sei Tu, vuol dire che si sta facendo una cosa giusta. E devi sapere che Dio, che è pieno di Gloria e di Ironia, ha messo in conto che al mondo, le cose giuste fossero anche quelle che costavano di più. E allora, uno dice, scelgo: o faccio la cosa più giusta e provo Dolore, oppure mi faccio i cazzi miei e campo 100 anni, vaffanculo.

Mi fanno pena, quelli così. Perché non ti conoscono, e quando passi tu, alla fine, dico, quando passi, rimani un po', e te ne vai, ecco, quando rimane quella scia che dicevo prima, uno respira il fresco e si sente migliore. Sa di aver fatto un altro passettino, allora ti dice "Ciao, torna a trovarci ma prenditela con calma" e ricomincia.

Ecco, io mi sento come uno che, ad oggi, il Dolore lo sente vicino. Ti sento qui e attendo il momento in cui te ne andrai. Quest'anno è capitato qualche volta, che capitasse, e non sai che goduria è stata. Altre volte, sei stato con me un po' di tempo, e bene o male, son stato tranquillo. Abbiamo incontrato insieme la Rabbia, tu le hai fatto un po' di posto e siamo andati avanti in tre, poi quando lei ha fatto quello che doveva se n'è andata, e ha aperto la strada a te.

Sai, caro Dolore, vorrei tanto vederti solo a comando. Così potrei scrivere tanto, potrei scrivere di quegli amori che nascono quando ci sei tu, sono quelli che preferisco.

Poi però mi fermo a pensare che, forse, oggi come oggi quel senso di repulsione all'arrendersi che sento dentro, che mi porto dietro come fossero le unghie e i capelli, che mi dovranno strappare, ecco, la Resistenza ce l'ho perché conosco bene Te. Me l'hai fatta conoscere Tu, e di questo ti sono grato.

Oggi ero in chesa e ho sentito il bisogno impellente di scriverti. L'ho fatto e ora mi sento un po' meglio. Ora che l'ho fatto, spero che tu possa andare ad aiutare qualcun'altro, perché in fondo sei come i parenti. Preso a piccole dosi puoi anche far piacere, ma se si esagera, diventi fastidioso.

Stai bene, vecchio mio.

A presto,
Fra

mercoledì, giugno 03, 2009

Quel senso

Non è così strano. Essere pervasi da quel senso d'impotenza, di costrizione, di devozione verso qualcosa a cui non ci si prosterebbe, mai.

Non è così strano sapere che oltre l'orizzonte dei palazzi si nasconde la via verso casa. E non è strano guardare fisso quei palazzi, sperando di arrivare sani e salvi al momento in cui quella linea che divide cielo e terra venga oltrepassata... da sotto.

Non è strano che l'amore abbia il gusto della sconfitta. Anche quando, apparentemente, vive di propria luce e non c'è limite al sogno, anche quando i sogni, per natura, son destinati a finire - talvolta sul più bello - quando la luce si diffonde e non v'è alcuno che la possa filtrare, con una tenda, con una persiana, con la propria ombra.

Non è strano neanche soffermarsi ad osservare quell'insieme deforme di sensazioni per più d'un attimo, talvolta provando a capirlo, a interpretarlo, a considerarlo tutto sommato, positivo.

La cosa strana è il fatto che si possa dare, a quell'insieme, una parvenza conosciuta. Quell'insieme che raccoglie speranza ma anche un principio di rassegnazione, che rende la speranza bella solo perché speranza, non per il fatto che effettivamente, qualcosa emergerà, nel futuro.

Gli si può dare le sembianze di una persona. Di un ragazzo, di una ragazza. Puntigliosa, precisa, affascinante. Sorda alle smancerie, e contemporaneamente, in grado d'esercitare su chi si ferma ad osservare il suo portamento, un effetto diametralmente opposto. In grado di trascinare ogni pensiero di quello che s'è fermato ad osservare senza che vi sia una resistenza. Senza che vi sia anche la volontà, di resistere.

Al silenzio che genera curiosità. Alle parole che rimangono sospese, perché appena pronunciate. Ai passi veloci, al mistero che circonda quella persona, il suo non voltarsi mai indietro. Con la consapevolezza, di chi s'è fermato ad osservare il suo movimento, che in realtà, il suo voltarsi è sotto forma di pensiero, di citazione lasciata nei posti nascosti che solo chi cerca sa leggere. In un libro di Steinbeck che vuole essere un augurio e dai dinieghi del tempo che sa rispondere, quando la domanda posta è: "Hai tempo per spiegarmi chi sei?".

Come se quella domanda fosse posta a una persona fisica. Fosse posta a qualcuno che ci ascolta, in un modo, o nell'altro.

Non è strano rivedere in persone così, quella sensazione di costrizione alla realtà, di speranza rassegnata ai sogni e alle vie, che paiono sbarrate. Fino a che, un giorno, qualcuno. qualcosa, non ricordi che la realtà la costringiamo noi ad essere tale, la speranza non può essere rassegnata, che le vie sbarrate possono essere percorse scavalcando l'ostacolo, balzando oltre, anche ai propri limiti.

Come quelle persone cui questo senso si rassomiglia. Che ogni tanto, poche volte, si voltano, ci dicono ciò che vorremmo sentirci dire, e riprendono a camminare, come se nulla fosse capitato.