giovedì, giugno 18, 2009

Back to you - Life in technicolor part 5

Immaginiamo una mattina che, per un motivo o per l'altro, vivi diversamente dalle altre. Mettici una visita medica.

Mettici un permesso dal lavoro e una finestra sulla tua vita da dedicare alla tua salute.


Prendi il pullman e vai alle Molinette. Vai al tuo bel reparto di dermatologia. Ti fai visitare e ti trovano allergico al Kathon CG, che se non fosse nato conservante per prodotti cosmetici sarebbe sicuramente un cyber samurai o un superRobot con i razzi rotanti e i coglioni fotonici. E mentre stai uscendo dall'ambulatorio, ti dicono di aspettare perché devono scrivere il referto.

Ovviamente, in quel momento, è arrivata un'infermiera che non lavorava da 12mila anni e il tuo referto passa in secondo piano, ma che cazzo ce ne frega.


Andiamo avanti.


Prendi che intorno a te si alternano momenti diversi. Prendi un signore abbronzato, sui 60, con un orologio d'oro, i calzini bianchi e i mocassini marroni, che legge La Stampa e guarda la moglie, una signora sui 50 molto elegante con l'alluce valgo che esce dalle ciabatte, con lo sguardo di chi spera che tutto vada bene.

Prendi una mamma elegantissima, bella, con due bambine che corrono nel corridoio, le sgrida perché non corrano, si stufa di attendere per prenotare il controllo della più piccola delle due, strappa il biglietto della coda e se ne va.

Prendi un signore con la maglia verde stirata male, le scarpe da ginnastica rovinate e sporche, che parla ad alta voce al cellulare e per questo viene sgridato da un segretario che passava di lì, tenta di passare avanti alla coda a una signora che si arrabbia, e che alla fine se ne va imprecando.


Prendi un'infermiera che sorride a ogni paziente in attesa e per ognuno ha una parola che ne denota il ricordo.


Prendi un signore con i capelli bianchi, che con il sorriso di chi è sereno, dice che aspetterà il suo turno sotto un ventilatore appeso al tetto, perché lì si sta più freschi.


Prendi tutto questo e mettilo intorno a te. Poi comincia a riflettere a cosa penseresti.
Forse penseresti a cosa capiterà quando uscirai. Troverai Torino bella e assolata, un'umanità sfumata in tante diverse declinazioni di bellezza e sentimenti.

Troverai l'ora del pranzo e quel momento in cui sulla strada ci sono a prescindere poche macchine. Immaginerai di camminare nel cortile delle Molinette e penserai che oggi ti senti bello.

Guardandoti intorno, sentire amore per la gente a prescindere da cosa essa possa essere. Percepire che con la scusa dello stare male la gente prova a tirare il meglio di sè.
Poi costruirai una speranza. Che fuori, ad aspettarti, ci sia una persona.

Che ti aspetti con il sorriso che ti ha colpito, che ti faccia sentire in un abbraccio già quando, superato il grande cancello dell'entrata, la intravedi fra i medici che passano, nella selva di motorini e biciclette che si concentrano lì, su corso Bramante.

Che ti stia aspettando per fare una delle qualsiasi cosa che vorresti fare sempre: partire, camminare, correre, sedersi, mangiare su un prato, baciarsi, parlare, fumare una Pall Mall, tenersi per mano, parlare di figli, fare una carezza, buttare il cellulare nel Po perché non ne hai più bisogno, tornare a casa, guardare il panorama fino a notte, dormire al fresco di una stanza buia o di un albero. Che sia lì per te e tu sia al mondo per lei.


Prendi la dottoressa che ti stava preparando il referto ti interrompa mentre stavi immaginando di essere a meno di un meno da lei. Falla parlare per due minuti del Kathon CG e del fatto che è presente e poi ti dimentichi di cosa ti dice, perché vuoi correre fuori.


Prendi una scala fatta di corsa. Un cortile percorso a passi leggeri e veloci. Prendi la conferma che era solo un sogno e che fuori ad aspettarti non c'è nessuno. O meglio, c'è il ritorno in ufficio. Prendi tutto questo e mettilo nel cassetto. E lavora affinchè quell'incontrarsi fuori da un qualsiasi pezzo di mondo reale diventi realtà.

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