martedì, giugno 23, 2009

Consapevolezza - Life in technicolor part 8

"Di cosa hai bisogno in questo periodo?".

Mi è stato chiesto questo, oggi. Una domanda che giriamo puntualmente su noi stessi ogni volta che poniamo, ogni giorno dell'anno. Che ogni giorno assume il contorno di una nuova rilevazione, nonostante di rilevazione non si possa proprio parlare. Anche perché, di fatto, ciò di cui abbiamo bisogno sembrerebbe essere strutturabile secondo l'ordine dell'indispensabile - aria, acqua, alimenti - e ciò che potrebbe rivelarsi anche un surplus facilmente rinunciabile - un libro, una Lacoste o un dvd di Quentin Tarantino.

Oggi mi è stata posta questa domanda e mi sono reso conto che la risposta era imbarazzante. Nella sua semplicità, era stupido ammettere di desiderare quello che ho risposto esser al centro dei miei pensieri, seppur la risposta non esplorasse tutto ciò che avevo pensato.

Mentre rispondevo sapevo di ridurre notevolmente il mio raggio d'azione, il mio pensiero. Sapevo di star mettendo limiti al mio immaginario. Di aver ridotto notevolmente il mio modo di immaginare quel qualcosa. L'ho ridotto a una serie di parole, cinque o sei, strette in un periodo che insitamente comprimeva un ampio significato, tanto da rendere impossibile focalizzare un momento.

E quello che mi è rimasto è il fatto che non sia emerso quello che volevo dire. Ci ripenso, ora. E ci ripenso focalizzandomi su un'immagine a me molto cara, com'è noto a chi legge ciò che scrivo qui da 264 post con questo.

Il viaggio. L'asfalto. Il caldo estivo. Il senso di futuro. Il sole. L'azzurro. L'odore di mare. Il senso di pienezza. Il rumore del motore. L'impressione che non ci sia fine. Lo sguardo che si posa intorno. Una macchina che va. E, di fianco, una persona. Con cui si sta costruendo un futuro, che è il futuro. Il silenzio. Il ristoro. Il tempo che, di fatto, si ferma. Dolcezza, amore. Quel senso di magone che ti viene quando sei felice, come se dovessi piangere ma non perché sei triste. Per chi fuma, il gusto di fumare come quando s'è appena preso il caffè. Sorrisi. Carezze. E poi, pensieri. Qualche parola. Un discorso e il paesaggio che cambia. La notte lontana che pare non arriverà mai. Freschezza. Sguardi. Tranquillità, serenità. Delicatezza. La benzina che durerà in eterno. Il viaggio che continuerà, senza meta, felicemente.

Un'immagine che ha in sè però una serie di cose non dette. Alcune possono essere facilmente comprese, mentre altre non possono esserlo, rimangono una metafora poco chiara agli occhi degli altri.

Io lì ci rivedo un po' di tutto. Rileggendo ciò che ho appena scritto, sento che il desiderio, quello vero, rimane insoluto fino a quando lo viviamo. E quando lo viviamo, rimaniamo sospesi perché dobbiamo provare a cercarne un altro. E un altro, e un altro.

Oggi molte cose di cui ho bisogno me le sono assicurate. Fra le indispensabili, e anche quelle rinunciabili, posso contare di aver raccolto a sufficienza. E anche se molto è da fare, posso ritenermi, per ora, soddisfatto.

Quello che però ho risposto alla persona che mi poneva quella domanda, ecco quello è ancora da concretizzarsi. E quando qualche giorno fa dicevo che qualcosa è cambiato, intendevo che forse è cambiato essermi reso conto che quello che manca è proprio ciò che racchiudo in quelle tre righe, ermetiche, chiuse, interpretabili. Prima credevo fosse tutto parziale, invece no.

Non resta che muovere il tempo, affinché le cose vadano come debbono andare. Affinché ciò che deve essere, sia.

Pensare che dopo questa discussione, con quella persona che mi ha posto la domanda di cui ho discusso fin d'ora, ho cominciato a parlare di cappellini e coltivazione di fagioli e legumi forse mi ha distolto. Ma in fondo, a cercare di concretizzare una speranza, c'è sempre tempo.

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