martedì, giugno 09, 2009

"Fuori c'è il temporale"...

"Il pensiero volava a un cellulare spento e al dubbio lancinante di dove fosse. Non c'era alcun dubbio che la sensazione più brutta c'avessi provato, fosse il chiedersi se, in quel momento, stesse transitando per strade del centro, o fosse in procinto di avvicinarsi all'atto amoroso. Se avesse visto l'sms che segnalava il tentativo di chiamata, che avrebbe fatto?
Un dubbio che poteva concorrere a quella sensazione di gelosia mista a impotenza.

Non che la cosa potesse toccarmi in qualche modo, no. Però anche solo il sospetto, mi toccava. Mi lasciava fermo sulla sedia a fissare la replica di una fiction di quindici prima, su un canale che non aveva mai visto prima d'ora. L'ascendente, brutta canaglia, m'aveva condizionato ogni respiro dell'esistenza. Molte scelte, prima che fossero compiute, erano vagliate sul fatto che potessero determinare o meno il mio rapporto con gli altri. O con gli appuntamenti, o con le speranze. Perché anche l'inseguire ciò che volevo, talvolta, si misurava all'aspettativa che questo creava intorno a me.

Lo sguardo s'aggirava fra computer, telefonino e bicchiere di vino. Era una serata di mezza settimana e la cosa che più mi faceva incazzare era il fatto che pur avendo un sonno impressionante, non riuscissi a prendere sonno fino verso le 2, quando su Rai3 si parla del governo e degli sbagli che fa.

Ed era così che continuava, tutte le serate, fino a che qualcosa non mi imponesse di arrendermi, alla fatica, alle occhiaie, alla mancanza di speranza. O forse al fatto che la mia solitudine fosse la più inguaribile delle malattie.

La fiction di quindici anni prima finì.

Chattai un po'. Sbirciai su Facebook, su tutti i quotidiani, mandai un sms. Guardai il suo numero sul display, avviai una chiamata che staccai senza che il telefono squillasse. Tanto ero certo che fosse spento. Non era neanche la mia ragazza ed ero già geloso.

Ero senza speranza. Spensi il computer, dopo aver finito il vino. Mi lavai i denti, pisciai.

Mi misi a letto, la luce spenta, la televisione che, dopo la pubblicità, mandava in onda una fiction di un paio d'anni prima, ancora in replica.

Programmai il timing per l'autospegnimento. Mi girai fra lenzuola e coperta, l'unica coperta messa lì a dirmi che nonostante giugno, la notte era ancora fresca. Mi rigirai. Pensai a quanto bene voglio ai miei nonni, e a quanto in quel momento fossi in grado di minimizzare ogni sentimento, perché in fondo spuntava sempre lei. Sempre lei. Sempre.


Respirai. Dissi fra me qualcosa, ma non so dire cosa. Farfugliai, o ero già nel dormiveglia.

Mi resi conto che non c'era nulla di diverso dalla sera prima. E mentre m'addormentavo, le mie preghiere s'esaurirono e presi coscienza che tutto questo non sarebbe cambiato.

Avevo freddo, nonostante quella coperta, e il giorno dopo dovevo tornare a lavorare.
Forse era quello a farmi incazzare sul serio."

E' una storia che m'è venuta in mente questa sera. Una piccola storia di disperazione, tagliata su misura per un blog dove l'immobilità ha talvolta dedicati ampi stralci di scritti.

L'immobilità dei sentimenti, delle scelte, dei comportamenti. Che molti tendono a considerare avventati, senza senso. Io non li condanno a priori, semplicemente li scremo a seconda dei momenti e delle situazioni.

Amo la natura umana perché rende possibile ogni giorno trovare un motivo per disperarsi, e da questo rilanciarsi. Perché, il giorno dopo, lui si rialzerà e scoprirà se lei ha risposto al suo tentativo di chiamata. E, sia in un caso che nell'altro, le conseguenze porteranno a scelte per il futuro.

Succede così anche quando non sai se sarai in grado di costruire un rapporto con i tuoi o finalmente concluderai l'università. E' solo questione di capire se abbiamo abbastanza forza per accettare anche se, nonostante quell'sms, lei non richiami. E lei, in questo caso, può avere veramente tutte le forme del mondo.

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