sabato, giugno 13, 2009

L'illusione - Life in technicolor part 2

C'erano tutti tranne Madeleine, quella sera. Era stato uno sbaglio uscire: oltre che bere una birra così schifosa m'era costato, oltre che il disgusto del sapore rancido fermo fra la gola e l'esofago, soprattutto sapevo che non l'avrei incontrata.

Ed ero certo, al di là d'ogni ragionevole incoraggiamento dell'amico ch'era con me, che tutto quello che mi potevo aspettare era solo il nulla, una serata come un'altra, con l'aggiunta di quella bevuta pagata più del dovuto e l'acidità di stomaco.
Intorno a me, sciami di ragazze e ragazzi.

Dreadlock lunghi fino al fondoschiena si confondevano con tacchi alti e pelle scurita dalla lampada, più che dal sole di giugno. Un microcosmo che si distribuiva su quel prato polveroso, partendo tutto dallo stesso centro fatto di voglia di dimenticare, o forse di far finta. Come me, d'altronde, che quando ero stato contattato dall'amico in questione, ero stato attirato dall'idea di uscire non tanto dal fatto che si sarebbe fatto ciò che si faceva di solito, quanto dal fatto che era più probabile incrociare Madeleine che rimanendo a casa.

E dato che alla casualità non c'è mai fine, e che un posto in questo caso andava l'altro, s'era optato per quel prato polveroso costellato qua e là di stand fatti di legno verniciato e spillatori di birra acida, dove casse grandi quanto il barista sparavano il solito corollario di musiche che vagavano in tutti gli stili possibili ed immaginabili.
Lo chiamavano Green Point. O Summer Free Point.

Non l'avevo neanche capito. Sta di fatto che quando mi fu riferito il nome, non rimasi tanto legato ad esso quanto al fatto che suonava bene, e che, forse, quel senso d'esotico che sapeva in qualche modo generare avrebbe potuto attirarla là, con chiunque si sarebbe potuta trovare.
Perchè di lei, a parte il nome, non sapevo granché. In realtà sapevo solo come, dove e quando l'avevo vista la prima volta, che da quella volta non ero più riuscito a dimenticarla, e che da quando avevo conosciuto avevo cominciato a guardare i film di Almodovar, per darmi un tono o, forse, per poter parlare di qualcosa che mi distinguesse.

Ero seduto a un tavolo, con l'amico e altri che erano già lì. Lo stand alle nostre spalle sparava musica reagge. In molti s'agitavano alla cadenza lenta del ritmo jamaicano. Poco distante, salsa faceva muovere all'unisono tante persone in fila, chiamate da un uomo su un palco circondato da tante ragazze vestite di veli semitrasparenti, simili a danzatrici del ventre.
Mi guardavo intorno. Non riuscivo a parlare. Il sonno arretrato, e quella speranza. Anche se mi sentivo inadatto. Anche se credevo di essere peggio di quanto potessi apparire. Anche se quella sera sentivo il mio viso impolverato, come le scarpe, come il bordo dei pantaloni, sospesi a pochi centimetri da quel terreno così infido nel vaporizzarsi ad ogni passo.

Le ragazze passeggiavano serene fra gli stand, mentre gli uomini le seguivano con lo sguardo.
Quelle che portavano scarpe aperte non si curavano delle caviglie ingrigite e della pelle sbiadita dalla polvere, ma solo di apparire anche in quell'occasione irraggiungibili da quegli sguardi che le seguivano passo dopo passo.
Mentre le guardavo, immaginavo Madeleine. Il suo sorriso. Il suo camminare, adagio, senza fretta. Il sorriso genuino. Lo sguardo che rispondeva, senza che lei lo sapesse, alla mia quotidiana dose di purezza. Una risposta fatta dalla sua leggiadria, dalla sua semplicità. Madeleine era bella quanto superba nel mantenere un palmo di umiltà, tenuta splendidamente in alto come bandiera a distinguerla dal resto. Era il riserbo che ne avvolgeva la vita a trasformarla ai miei occhi, più che la sua bellezza, fatta di canoni così diffusi ma anche non banale, ridotta a stereotipo di ragazza che tutti invidierebbero.

Guardavo tutte quelle che lentamente, danzando, correndo o facendosi foto, capitavano nel mio campo visivo e non si fermavano a chiedersi quanto fossero tremendamente tutte uguali. «T'è piaciuta Penelope Cruz nel film di Woody allen, Vicky Cristina Barcellona?» mi chiese una dei presenti. «Sì.» risposi, senza esitare, e senza pensare. E mentre la discussione continuava, ritornai a guadarmi intorno, le gambe accavallate, il braccio poggiato al tavolo, l'amico insieme agli altri commensali. Finii la mia birra rancida e posai il bicchiere. Sentivo le palpebre chiudersi, così come la speranza. L'amico mi sussurò all'orecchio.
«Magari passa.»

«Lo 0,1% di possibilità che passi.»

«Magari passa.»


Rimasi in silenzio.


Mentre guardavo, notai distante qualcosa. Continuai a guardare, in frazioni di decimo che sembravano minuti. I capellio raccolti, un profilo famigliare. Un passo simile al suo. Un braccio disteso.. che s'univa a un altro, attraverso una stretta di mano. Rimasi a guardarla passare, lontano, mano nella mano. La guardai per bene. L'amico lo notò, mentre gli altri discutevano, non so di cosa.

«E' lei?» Lo guardai, chiedendogli silenzioso come avesse capito. Mi rispose con un sorriso, cui io risposi rabbuiandomi.

«No.» risposi. Lui fece un sorriso di comprensione. Io tornai a guardare Madeleine passeggiare, mano nella mano, con uno. Avevo risposto «No.» con tono convinto, ma non fino in fondo. Non sapevo fosse lei. Non ne ero certo. Avevo avuto l'illusione che fosse lei. Ma guardandola distante i dubbi mi sorsero.

Quando me ne andai, poi, ci ripensai e ripensai. Ancora oggi non saprei dire se quella fosse Madeleine.
Quella sera, però, sapevo che se fosse stata lei, sarebbe stata forse la risposta che mi dovevo aspettare. E se non fosse stata lei, allora la mia speranza di vederla spuntare era stata vana, e in tutto il resto del mondo, forse, la sua mano stringeva la mano di qualcun'altro. Una sorta di congiura che mi portava sempre allo stesso risultato. Un risultato che, in un modo o nell'altro, non avrei mai saputo interpretare positivamente. Che mi separava da Madeleine, che la rendeva o irraggiungibile o dispersa.

Un risultato che mi avrebbe comunque visto sconfitto.
Mi alzai e chiesi d'andare via. E quando tornai a casa, scrissi ciò che m'era capitato. Deluso, assonato. Lo scrissi sotto forma anonima, su Internet. Sperando che almeno in quella sede, Madeleine potesse leggere ciò che avevo provato, quella notte.

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