giovedì, luglio 30, 2009

Il sapore della domanda - Life in technicolor part 36

Se devo dire un sapore che mi piace molto, è quello del cioccolato fondente. C'è poi il sapore di mare, ma è una canzone. E quello del vino mischiato al formaggio che dovrebbe essere un'eccezione ma che in realtà diventa pienamente la regola, soprattutto in compagnia di mio papà.

Le domande sono elementi che rimangono senza gusto, soprattutto quando a porsele sono gli altri.

"Che cazzo faccio?" risulta un quesito insipido soprattutto se fatto da un altro. Quando invece ce lo si pone da soli, il gusto che emerge è al quanto amarognolo.

"Vieni a cena con me?" può essere un qualcosa di stupidamente vuoto, soprattutto se ce lo sentiamo dire. Se a porre la domanda sei tu, e soprattutto se la risposta non arriva o arriva negativo, senti il sapore di imbarazzo, che sa un po' di pasta all'acciuga e creme caramel.

"Hai mai pensato di tagliarti le vene"? suona un po' come il solletico, credo abbia il sapore della mozzarella avariata, però fate un po' voi.

Ci sono domande il cui sapore è soggettivo. Io ad esempio alla domanda "Come va?" reputo 1000 sapori diversi, certo è che quella più gustosa è quella posta dopo un evento particolarmente forte dal punto di vista sentimentale.

Ora, la domanda è: "Cosa provate a dover fare una scelta?".
Mentre mi godo il sapore che ha questo saporitissimo quesito, provo anche a darmi una risposta.



..

mercoledì, luglio 29, 2009

Il futuro - Life in technicolor part 35

La scena è questa.
Sono le 17 e qualcosa; seduto su una sedia, o meglio, scomposto su una sedia, osservo il frutto del mio lavoro, nel monitor del mio pc.

Ripenso a oggi, ieri e ieri l'altro. Guardo fuori, e penso a oggi, domani e al domani che verrà.

Ieri e domani si incrociano a metà strada, dove il mio sguardo incontra, guarda un po', una libreria. Mi sono sempre piaciuti i libri.

Oggi è il 29 - ho contato bene? - luglio.
Incomincio a pensare.

L'estate è ormai nel pieno, inoltrata. Ognuno può leggergi quello che vuole nell'estate, dato che per molti l'estate è solo un tormentone cantato dal
Bob Sinclair, un costume di Calzedonia, un'immensa scopata ritorno a casa, una partita a pallone, la spiaggia, una passeggiata in montagna, e ancora, i rimpianti, i dieci anni prima, la combinazione e il mondo-quanto-è-piccolo-anche-tu-qui-ma-che-bello!, le bocciature e i redivivi esami di riparazione, le lasciate perse e quelle ritrovate, il sole che si riflette sul finestrino e la Liguria che sembra più vicina, la terrazza di un hotel, il trofeo Birra Moretti e le Moretti effettivamente bevute, le maledizioni per non esser andato di là e per esser venuto di qua, il ringraziamento per l'ennesimo prestito danaroso che ci permetterà il tanto desiderato riposo, i ricordi che non sembrano andar via.

In fondo sono le stesse cose che vedo pure io. Tutte insieme, però.

Personalmente ci aggiungo però anche Louisiana dei Litfiba, la Calabria che non c'è più, i nonni che invecchiano, i cugini che erano amici, gli amici che non vorrei deludere, quelli che mi mancano, le paure per l'autunno che ha messo più di un piede dentro la mia stanza, l'indecisione e la scelta, la nostra tenda che chiamavamo affettuosamente "l'animale col pezzo", i desideri legittimi e quelli meno, l'iPod che non conterrà mai troppe canzoni, le foto che ancora devo scattare, la storia che aspetto di scrivere solo perché non ho ancora trovato l'incipit giusto, la voglia di fumare sempre e comunque, il sapore di crema solare, il Maxibon, la pasta in bianco di mia madre seguita da insalata, l'ora della partenza che non sembra arrivare mai poi quando arriva è già tempo di pensare a cosa succederà al tuo ritorno.

Mentre scrivo un amico mi dice:" Sono 3 anni che non facciamo le vacanze insieme".

Io gli rispondo, testuale: "3 anni fa... quanto tempo però la vita è cambiata."

Ed ecco che il presente interrompe il riflusso dei pensieri.
Non c'è più una serie di cose, altre sono ancora qui. Forse le peggiori, sono rimaste.

Ed ecco che riemerge la voglia di ritrovare ciò che s'è perso.

L'estate è l'oggi, il domani è l'autunno. Sullo sfondo le paure che un po' tutti hanno, le sicurezze che latitano, il 2012 che avanza. L'estate è solo una porta per ciò che viene dopo, e se il dopo non ti esalta, beh, sono cazzi amari.

Questa è la scena.
Sono seduto nel mio ufficio, ora sono le 17 e qualcos'altro, e mentre osservo il frutto del mio lavoro, penso a cosa c'è di fronte a me.

E la chiamano solo estate.

martedì, luglio 28, 2009

The world is not enough - Life in technicolor part 34

L'imprevisto rende la vita non scontata. Le previsioni inesatte. Le certezze labili.

Così come la voglia di dare la svolta, o di tornare indietro, che prese una per una sembrano le scelte migliori, fino a che si scontrano con la realtà, i desideri, le paure.

Ci sono miliardi di possibilità, per ognuno. Eppure, al pensiero di compiere una scelta, tutto appare come ovattato, inutile, dannoso. Tutto sembra sbagliato.

Allora subentra l'incertezza, fino a far arenare quel desiderio di smuovere l'avvenire, che non è solo un giornale ma è anche una linea che demarca ciò che ci aspetta rispetto a ciò che non ci riguarda.

Prendo questo periodo, e lo guardo controluce. Noto con un certo rammarico che il tessuto è integro ma pieno di piccole macchioline. Provo a toglierle e capisco che sono tutti dubbi generati dall'insoddisfazione. Mi rinfranco quando vedo, osservando la stessa superficie non contro sole che le macchioline non si notano. Però, il solo saperlo mi rende preoccupato, deluso.
Quella superficie, quella trama, può diventare contemporaneamente il terreno sui mi muovo e lo spazio intorno a me. Diventa una dimensione dove è obbligatorio stare, nonostante tutto. Dove le scelte che appaiono diametralmente opposte divengono entrambe sbagliate e corrette. Come dire che ti piacciono i Radiohead e Gigi D'Alessio, contemporaneamente e in due momenti distinti.

Come se tifassi Juve e Inter e le odiassi tutte e due.


Come se volessi andare al mare in montagna, lo stesso momento.

Come se volessi partire e restare.

Ci sono tanti luoghi dove la felicità attende. A volte però guardare oltre l'orizzonte non basta, e quella felicità, pur sapendo che c'è, continuo a pensare che non esista.

lunedì, luglio 27, 2009

Vista appannata - Life in technicolor part 33

Ieri sera m'è preso lo schizzo di avvitare una stanghetta dei miei occhiali che stava per staccarsi totalmente. Avrei potuto farlo fare da qualcuno capace, oggi pomeriggio, però non so come mai ieri sera ero convinto che fosse la cosa giusta da fare. E pur sapendo che stavo combinando una cazzata, li sono armato di un tagliaformaggio di precisione e ho tentato di operare in quella fessura d'un micron.

Ho praticamente distrutto gli occhiali, dopo un'ora. E dire che l'avevo previsto.

"Chi è causa del suo mal pianga sè stesso", dice il detto, e io oggi mi merito di non vedere un cazzo. Certo è che tutto questo mi dà da pensare un paio di cose.

La prima è che il bricolage e l'ottica, e l'abbinamento fra le due, non fanno per me.
La seconda è che anche quando si è sicuri di vincere, si può perdere. In quei casi, la puntata persa diventa in automatico la più grave perdita.

Ieri sera sapevo che stavo facendo una scommessa: solo pensare a quella vitina di merda mi fa venire mal di testa. Però sono andato avanti, mentre mi dicevo: "Sono sicuro di farcela, ad aggiustarli". E' presumibile che abbia rovinato per sempre gli occhiali (non sto a illustrare il modo in cui ho cercato di rimediare al danno che avevo provocato, basti sapere che ho operato con tutti e cinque gli elementi) e che oltre al danno economico e di tempo che ciò comporterà, mi troverò a stare senza per un po'.

Non so se tutto questo sia una morale perfetta per una favola. Anche perché io non sono come una volpe (anzi, direi esattamente il contrario) e gli occhiali non sono l'uva.

E' pur vero che però tante volte rifletto su come ciò che abbiamo, anche perfettibile e con qualche difetto, appena viene perso ci appare indispensabile. Soprattutto quando quel qualcosa risponde a un nome e un cognome. E' come mettere tutto su un banco e provare a vederlo come in un negozio di occhiali.

Ok, l'uomo e la donna non sono occhiali, si dirà.

Talvolta, però, si diventa un aspirante ottico incapace o un bricoleur maldestro, mentre chi ci circonda assomiglia molto a una vitina micro o una stanghetta che sta per rompersi.

Solo che quel tipo di problemi non si risolvono con un cacciavite.

giovedì, luglio 23, 2009

Innocenza, reazione - Life in technicolor part 32

Mio fratello ha una strana abitudine: quando arriva in mezzo a un gruppo di bambini che stanno giocando, anche se più grandi d'età e di statura, si mette a chiedere, urlando: "Vi state divertendo?". Il tono non è di sfida o di dileggio, bensì di pura e semplice curiosità.

Pare che mio fratello, pur essendo un vivace cinquenne, abbia quest'abitudine perché sia onestamente interessato che i suoi pari età, o comunque gli infanti in generale, siano coinvolti in un puro e disinteressato divertimento. Il suo domandare è spensierato e senza secondi fini, illibato da quella malsana abitudine delle persone a guardare il gesto con il secondo fine.

Molti bambini rispondono a mio fratello in malo modo. Alcuni lo ignorano; altri, con la tipica perfidia infantile, lo cacciano proprio, rimarcando l'età adulta e la difesa del territorio.
Altri, non pochi a dir il vero, lo invitano a giocare con sè. E il suo gesto di bontà, diventa automaticamente Gioia.

Personalmente non ho dubbi che i casi che vedono bambini contro bambini siano contaminazioni frutto di un intervento degli adulti.
Altrimenti non si spiegherebbe perché Alessandro, nei casi in cui il suo chiedere "Vi state divertendo?" viene rigettato, torna sconsolato dalla mamma, o dalla maestra, imbronciato, dicendo: "Ma io volevo soltanto esser sicuro che si divertano".

Mio fratello è mio fratello, a prescindere è speciale per me. Però mi colpisce il suo modo di vivere, un po' Spongebob un po' Spiderman dei piccoli, con quel piglio di chi vuole proteggere, con sorprendente allegria, la propria genuina semplicità.

Provo a definirla Innocenza, questo tentativo di voler bene al mondo, di rassicurarsi che tutti abbiano la loro fetta di Gioia. Un'innocenza piccola quanto un cinquenne.
Poi, provo a prenderla e immedesimarmici dentro: provo a trasferirla nel mio agire quotidiano da 27enne. Provo a gettarla in un gesto fatto solo per rassicurarmi che la porzione di Gioia che spetta sia assicurata a tutti.
Il mio gesto, il suo chiedere "Vi state divertendo?".

E penso che fra un cinquenne e un 27enne poi non c'è tanta differenza. La difficoltà è sempre far accettare questo piccolo atto, così vero, così innocente.

mercoledì, luglio 22, 2009

La cardiopatia dell'anima - Life in technicolor part 31

Con il termine cardiopatia, si indica una patologia che coinvolge il cuore.

Le cardiopatie si dividono in varie macroaree, fra cui si contano quelle che riguardano i vasi sanguigni che collegano il muscolo al resto del corpo.

Le cosiddette malattie cardio vascolari di solito comportano sofferenze non solo fisiche, ma anche e soprattutto riflessi sulla qualità della vita, come ad esempio la necessità di smettere di fumare e di mangiare latticini, salumi e dolci in eccesso, oppure dire "basta" ad alcolici, droghe, in alcuni casi attività sportiva agonistica o comunque faticosa, e in tutti i casi,
bungee jumping e similari.

Quando appaiono i primi segnali che indicano un malfunzionamento del cuore, è necessario operare molto accuratamente affinché non vi sia pericolo di infarto, di disfunzione che possa procurare rallentamento del normale flusso sanguigno, sofferenza agli altri organi vitali, in particolare polmoni e cervello.

Una persona malata di cuore, per quanto oggi trovi nella medicina conforto e aiuto, può cadere anche nella depressione, causata dalla convinzione che in un modo o nell'altro la sua vita possa subire un'interruzione improvvisa alla minima insorgenza in un problema. In questi casi, manifestandosi le fasi acute di una cardiopatia in particolare nella fase della maturità e della vecchiaia, la sensazione è che il proprio corpo sia diventato, piano piano, un accessorio poco utile, una sorta di residuo della beltà giovanile. Un qualcosa che sia destinato a spegnersi senza oppore alcuna resistenza, che sia destinato a morire nonostante la necessaria volontà di lottare contro la patologia.

Io ho ufficialmente una sorta di cardiopatia dell'anima. Me la sono diagnosticata stanotte, quando ho acceso il telefono e ho fatto una telefonata che forse era meglio non fare, dato che ha soltanto certificato, come una radiografia che si ritira dopo essersi fratturati un osso, che c'è una rottura.

martedì, luglio 21, 2009

Il giorno del cellulare spento - L.i.T. part 30

Stamattina mi sono alzato e ho acceso il cellulare. Ho rimirato per qualche secondo il display, poi l'ho spento nonostante fossero solo le 7.06.

La mia giornata è cominciata così. Con qualcosa che di solito quando ci si alza, si accende, e che invece stamane ho staccato.

L'ho tenuto spento al lavoro, ce l'ho spento mentre scrivo, penso che lo terrò spento anche quando arriverò a casa. Lo terrò spento presumibilmente fino all'ora di andare a dormire. Lo accenderò per impostare la sveglia e poi lo rispegnerò.

Ogni tanto sento il bisogno di essere irrintracciabile. Se avessi potuto, oggi mi sarei staccato anche da Internet, dal lavoro, dal pranzo di corsa e dall'orizzonte abituale e sarei andato per cazzi miei. Senza sapere dove, nè io nè qualcuno che, per caso o per scelta, avesse voluto cercarmi.

Io per primo. Per evitare di cercarmi, di sperare che la risoluzione arrivasse dal telefono, dal mondo esterno. Da una chiamata, da un sms.

Quando si tiene il cellulare spento, di solito, si ha la smania poi di accenderlo per vedere se qualcuno ci ha cercato. Quegli sms che recitano "Ti ha chiamato..." oppure altri sms, del tipo "Stasera che fai?". L'ultima volta che ho fatto una scelta di questo genere era il 2002, stavo partendo per il campo della gioventù con la parrocchia. L'ho lasciato spento, fregandomene di tutti gli sms che mi sarebbero arrivati, consapevole che l'unico che speravo arrivasse, non sarebbe giunto.

Sentivo il bisogno di trovare una risposta, come oggi.

Oggi lascio il cellulare spento, e senza chiedermi se, nel bene o nel male qualcuno mi abbia cercato, rifletto.

Direi che è come stare seduti nel silenzio, anche se la risposta tarda ad arrivare.

lunedì, luglio 20, 2009

Angra, 2001/2009 - Life in technicolor part 29

Ricordo che l'estate di otto anni fa, di questi tempi, quando non ero impegnato a studiare sociologia o a lavorare al bar con mio padre, ascoltavo gli Angra. In particolare, quell'estate nelle mie giornate andava forte Holy Land.

Perché era solare, perché mi piaceva la voce di Andrè Matos. In particolare ascoltavo "Carolina IV" e pensavo che quel nome, così classico, così poetico, potesse da solo riempire di senso un racconto, un romanzo, un film, una vita e una vita coniugale, decidete voi cosa.

Figurarsi un brano degli Angra, che riempe una giornata ma dura, di fatto dai 3 ai 10 minuti.

Oggi il sole è caldo come quei giorni. I pensieri sono come quelli di quei giorni. Io non sono quello di quei giorni, per ovvi motivi.

Oggi, mentre scrivevo una mail, ho selezionato un file musicale nel mio archivio e ho deciso di ascoltarlo. Convinto, come dicevo sabato, della proprietà evocativa della musica. Era proprio "Carolina IV".

E ho ricordato che, nel 2001, sognavo di poter conoscere un giorno una persona che si chiamasse Carolina, che sapesse farmi emozionare come quella canzone. Che avesse quella stessa solarità, quella stessa dolcezza.

Oggi quella persona la conosco sul serio. E' mia sorella.

domenica, luglio 19, 2009

Domenica in solitario - Life in technicolor part 28

La domenica di solito sento il bisogno di stare insieme a qualcuno. Che sia una ragazza, un amico, i miei.

Poi, c'è la domenica dove sto da solo.

Come oggi.

Mi sono svegliato, sono andato dai miei nonni, ho stirato, ho cucinato tortellini e insalata.

Ho dormicchiato, chattato un po', fatto i pesi, sono uscito.

Avrei voluto fare una passeggiata in un parco, ma sapevo che non sarei stato comunque soddisfatto.

Ho optato per passare da mia madre, sono passato dal mio amico Fabrizio, ho fatto due chiacchere. Sono tornato a casa e mi sono rimesso a cucinare, fare la lavatrice, pensare.

Ci sono domeniche dove sto in compagnia e domeniche dove sto in solitario, per scelta.
Dove rimpiango le scelte e mi ripeto che sono giuste.
Dove la mia solitudine so che è giusta perché è il prezzo da pagare per la felicità.

sabato, luglio 18, 2009

Scelte difficili - Life in technicolor part 27

Mentre tornavamo dalla Valle Stretta, Simone ha messo su un pezzo dei Radiohead, "All I need". Stava parlando di una cosa, che credo gli stia molto a cuore: beh, mentre parlava si è interrotto e ha detto una cosa che in quel momento tutti stavamo pensando: la musica è in grado di farti provare sensazioni talmente forti da farti tornare indietro, nel tempo, quasi quanto un profumo che non assaporavi da tanto.

In quel momento, si stava parlando probabilmente di un qualcosa che nel cuore di tutti i presenti si è radicata con il tempo: la nostalgia, o forse la consapevolezza, o anche la malinconia... si stava parlando di tempo che scorre e di Amori che passano.

Anche io pensavo. Pensavo a oggi, che è un giorno di scelte, o forse di sbagli. E' uno di quei giorni in cui devo stare attento a cosa penso, ma soprattutto a cosa ascolto.

Per quella proprietà che la musica sa nascondere fra le sue pieghe, di rendere potenzialmente irresistibile un dolore lancinante.

Personalmente sono convinto che l'Amore abbia a che fare più di ogni altra cosa con il Sacrificio. Con la vocazione al morire per far Resuscitare qualcuno che con il nostro Dolore può acquistare un'altra marcia.

Ed ecco che le scelte diventano difficili, non perché non si ritengano giuste, quanto perché si sa che porteranno a qualcosa che ci farà morire, dentro.

Pensavo che oggi, probabilmente, era il giorno giusto per fare una di quelle scelte, molto difficile da compiere ma nell'interesse delle persone che ne sono coinvolte. Perché il loro avvenire sia fatto di benessere e felicità. Che la loro Vita sia Vita a tutti gli effetti, a prescindere che io sia lì oppure no.

Il problema, pensavo, sarebbe stato quindi solo comunicarla, quella scelta. Metterla in pratica, farla diventare esecutiva.

Eravamo tornati da un'ora, ed ero sdraiato sul letto. Sapevo che dovevo farlo. Ma il mio coraggio latitava, perché sapevo che le conseguenze per me sarebbero state devastanti.

Mi è venuto in mente Simone. La musica che sa farti provare sensazioni incredibili. Che racchiude l'amarcord. E allora ho acceso il computer e ho ascoltato un paio di canzoni. Brani che mi facevano ricordare cosa vuol dire Amare una persona al punto di morire per Lei.

E ho scritto una mail, mentre piangevo.

venerdì, luglio 17, 2009

Frida - Life in technicolor part 26

Frida è nata il 25 novembre del 2008.

Si chiama così in onore di Frida Kahlo.

E' un bassotto a pelo duro di razza, sua mamma ha il pedigree e anche suo papà. La sorella fa già concorsi di bellezza per cani, dice l'allevatore che l'ha fatta nascere. Frida è un cane vivace e molto socievole. Quando mi vede arrivare a casa di mio papà, mi guarda dalle fessure del cancello, mi punta con quella posizione tipica dei cani da caccia, poi si mette a saltare. Quando mi corre incontro, di solito, si piscia addosso dalla felicità.

La fase del salto dura circa un paio di minuti, che mi vedono impegnato a cercare di calmarla con
delle carezze che il più delle volte non riescono ad andare a buon fine, dato che non riesce a star
ferma. Intanto, cerco il suo osso di plastica blu nel giardino, dato che Frida è abilissima a correre a cercare le cose che gli si lanciano, in particolare quel vezzoso articolo per cani.

Quando si mangia, lei si ferma sotto la mia sedia e mi guarda. Mi chiede, senza parlare, un grissino o qualche crosta di formaggio. Io gliela lancio poco più lontano da me, in modo che nel movimento possa smaltire anche ciò che mangia fuori pasto: i bassotti, infatti, devono avere una dieta ferrea per non incorrere nel rischio di infarti o tachicardie.

Frida ha uno sguardo molto efficace. Mio padre dice che è ruffiana, io credo che sia proprio affettuosa. Vuole sempre stare in braccio, e fa di tutto per farlo capire. Allora, anche se sto ancora sorseggiando del vino a fine pasto, o sono al caffè, la prendo lo stesso e le gratto la testa e il collo. Lei apprezza molto, dato che si lascia andare sul mio avanbraccio a una sorta di dormiveglia canino, che prevede solo lo scodinzolamente lento e il respiro profondo. Poi, di scatto, si sveglia, mi lecca la mano, la mordicchia, si inizia a muovere facendomi capire che vuole scendere.
Allora io la poggio per terra e parte in quarta, fino a tornare pochi minuti dopo per lo stesso iter.

Frida ha occhi profondi. Li ha quando gioca con il pallone di mio fratello, quando corre dietro a una farfalla in giardino, quando la sgridano perché morde il tavolo, quando osserva vicino a me ciò che si vede dal giardino di mio padre. Io quando la guardo penso che tutto ciò che fa sia sincero. Credo che se Frida fosse un uomo non sarebbe un'opportunista. Nè un puttaniere, nè un menzoniero. Non smetterebbe mai di sognare e di raccontare i suoi sogni. Non sarebbe in grado di peccare d'omissione di soccorso nè di tradimento. Credo che Frida non approverebbe mai la costruzione di un inceneritore o di una centrale nucleare. Credo fermamente che Frida sarebbe un'ottima compagna a scuola, di quelle che aiutano gli amici a fare i compiti.

Frida è solo un cane, e io probabilmente sono un pazzo a vedere tutte queste cose in lei. Sarà che, quando ci gioco insieme, quando la tengo in braccio, quando si addormenta ai miei piedi e quando vado via, sembra che in lei vi sia affetto. A prescindere da cosa si faccia, c'è solo quello. E la stessa cosa non posso dirla di tante persone che conosco da tanti, tanti anni.

Forse esagero. Forse no.

giovedì, luglio 16, 2009

TI sei pentito? - Life in technicolor part 25

Oggi, a differenza di ieri, l'idea non l'ho persa. Sarà stata l'occasione, forse: un pranzo con una vecchia collega, o meglio, un'amica felicemente ritrovata, dopo qualche tempo di comprensibile oblio.

L'occasione giusta per esplorare il tempo che è passato, le cose che son passate, negli anni, il cambiamento e il modo di comprendere gli accadimenti che si susseguono. Un dialogo che diventa un lungo elenco, affascinante, di come la vita è stata, durante la pausa fra un incontro e l'altro.

Quest'amica, come fanno tutte le persone che si ricordano di te, mi ha posto la domanda. Quella di cui io ho sempre paura.

"Ti sei pentito?".

E' una domanda che riguarda le scelte, indipendente dall'oggetto per cui viene posta ma sempre utile, oltre che per mostrare cos'è stato il tempo vissuto, anche per guardarsi dentro, di nuovo.

La mia risposta è sempre stata incerta.
Anche oggi credo lo sia stata.

Perché quando una scelta ci porta a scegliere, com'è giusto che sia, da una parte si mettono le certezze e dall'altra si lasciano solamente le domande. Domande che fino a prova contraria, finché non ottengono risposta si tende ad evitare, per non creare il malessere che lascia il dubbio.

"Ti sei pentito?" è una domanda che ci si pone giorno dopo giorno, al momento di scendere dal letto o di guardare una volta in più la ragazza che sta seduta due scrivanie più avanti della tua. Con vigore diverso, certo, ma sempre con quella sorta di malinconica consapevolezza che sia in un modo che nell'altro, si perderà qualcosa. E con la consolazione che comunque vada la scelta compiuta è irreversibile e totalmente personale.

Il pranzo s'è fatto in un bar che oggi mi vede cliente fisso, ma che visitai, per la prima volta, proprio con l'amica che ho visto a pranzo, che doveva mostrarmi un certo posto. Un posto che, come saprete, conosco molto bene. Quella volta prendemmo un caffè, con la scusa del vedere dov'era il posto in questione.

Ricordo che allora la strada mi era parsa molto più lunga. Oggi, che quella strada non riesco a contarla per quanto l'ho percorsa, mi sento quasi imbarazzato a formulare quella volta un pensiero del genere. Forse è così che doveva andare, mi dico. Forse è come quando ti si chiede "Ti sei pentito?", che all'inizio tutto sembra più lungo, poi, mano a mano che il tempo passa, il pentimento o si contrae o si dilata, ma rimane sempre più sullo sfondo, fino a diventare un ricordo talmente labile da risultare essere ripercorribile in pochi attimi.

Fino a diventare convinzione che non esiste pentimento, in una Vita dove ci sono scelte fatte con Amore, Passione, e tanta Volontà.

La domanda "Ti sei pentito?", oggi, non avrebbe potuto pormela forse persona migliore.

mercoledì, luglio 15, 2009

Amnesie - Life in technicolor part 24

Stamattina m'è venuta in mente una storia da scrivere.

Andando in macchina, ho ripensato a questa storia che raccoglieva la metafora di ciò che percepisco come preponderante in questi giorni. Allora, seguendo la strada con gli occhi, come ogni mattina ripensavo a quella metafora che avevo raccolto in quella storia.

Arrivato al lavoro, con il sonno che mi lasciava spazio solo a un pensiero alla volta, pensavo alla storia ogni volta che ne avevo tempo. Ossia, fra un pensiero e l'altro, emergeva sempre questa storia.

Guardandomi intorno, parlando, scrivendo al computer, andando al bagno, in pausa, uscendo, continuavo a pensare a quella storia a intervalli regolari. Mi dicevo che l'incipit avrebbe guardato a lungo la sua protagonista (eh sì era una storia al femminile) e mentre l'azione muoveva i primi passi avrebbe fatto capolino la mia metafora.

Arrivato nel mio secondo ufficio, ho parlato convinto che la mia storia fosse sul punto di sbocciare incontrollata, fino a concretizzarsi. Prendi fai dii e poi disfa, tutto secondo norma e regola. E poi, riprendi il filo da dove l'avevi lasciato, discuti discuti e ancora discuti, pensa, rifletti, disperati, sempre secondo norma e regola. Fino a quando rimangono cinque minuti liberi.

Ed è ora di dire la mia storia. Arrivo fino alla fatidica pagina bianca. E quella storia, l'ho persa.

Così, mi tocca rimangiarmi tutte le parole pronte per lei e dedicarmi a un'altra storia per riempire quella pagina vuota: quella di un racconto cui pensavo da un po', che non sono riuscito a scrivere perché di fronte a me s'era concretizzato l'ennesima barriera.

E allora scrivo solo quello che state leggendo, sperando di non avervi annoiato, nel dire come sono arrivato oggi a scrivere l'ennesimo post, con quali parole, con quale spirito, e perché. Mi spiace solo perché quel personaggio femminile aveva tanta carica da sembrare Madeleine, la mia amata Madeleine.

In fondo, mica posso ricordarmi tutto quello che penso, con sto cazzo di caldo.

lunedì, luglio 13, 2009

Credo - Life in technicolor part 23

Oggi sono andato a trovare mia nonna. E' il suo compleanno, compie 84 anni.

Il tempo, si sa, è leggero e veloce, a meno che non si stazioni in ufficio un giorno in cui tutto è noioso. Nel resto della vita, il tempo corre.

Mia nonna è un'arzilla vecchietta piena di dolori che vive il suo tutto fra le persone della sua famiglia, mio nonno, mio padre e i suoi fratelli.

Fra le tante cose che ha detto oggi, mi ha mostrato per la prima volta il timore di non vedere tutto ciò che vorrebbe vedere: fra queste, il mio matrimonio.

Ho sentito un dolore, dentro, mentre parlava della Vita come troppo breve. E' una cosa che dimentico in fretta, ogni volta. Solo una persona ultraottantenne, forse, può dire questa frase senza cadere nel banale del giovane che vuole darsi un tono. Il punto non è tanto il dato di fatto, quanto il doverlo interiorizzare. Il doverlo rendere reale, a tutti gli effetti.

Credere è sempre associato a un modo per darsi un Senso. Io invece Credo non tanto per quel Senso che pare mancare, tanto per il fatto che senza Fede uno non potrebbe trovare una sorta di significato nel tempo che scorre. Almeno, io non ci riuscirei.

Spero di rendere felice mia nonna, finché sono in tempo.

sabato, luglio 11, 2009

Desiderio di fedeltà- Life in technicolor part 22

La presa di coscienza è sempre diversa. In casi come questo, agguanta il tempo e lo splasma tenendo conto della sue caratteristiche, volta per volta.

Oggi è il giorno che sento salire il rimorso. La causa è stata tutte quelle volte che ho mancato verso gli Altri. Un motivo che taluni indicano come indice di buonismo, pochezza utopistica, illusione da cattolico, mezzo di controllo.

Io, semplicemente, so di non esser stato, negli anni, sempre quello che gli Altri s'attendevano.
Ho tradito, con gesti inconsulti e talvolta fugaci, di poca importanza o anche con forme vere e proprie di delusione. Ho mancato di fedeltà al giuramento che comporta il ricevere e offrire affetto a una persona.

La ferita più grande che ti porta al rimorso è sapere che non hai dato ciò che potevi.
Che ti sei arreso alla tua natura di uomo.
Che non hai scelto la strada più giusta in tutte le occasioni.
Il fatto che non hai scelto il modo più consono per muoverti fra gli Altri.

Oggi so che questo è emerso, in almeno due momenti, e ciò mi porta a sentire la mia fallibilità.
La pochezza dell'agire in confronto al desiderio di perfezione, che è insito in ogni persona che ricerca. E questo ha fatto di questo pomeriggio un momento di confronto con me stesso.

E' mancata coerenza e fedeltà nel mio agire, perché senza gli Altri non c'è alcun successo. O meglio, non c'è successo senza che vi sia rispetto per gli Altri. Se l'agire genera insoddisfazione, ecco che forse o è troppo giusto o è totalmente sbagliato.

Ho amici che so d'aver tradito, in un modo o nell'altro. Sento questo peso come quando andavo i campi, e il prete, leggendo San Paolo e la sua spina, diceva che in ognuno v'era un "cruccio".

Il mio è quello di sapere che talvolta genero delusione, amarezza, insoddisfazione. Chiedere scusa sarebbe d'uopo ma inutile, e allora vi chiedo pazienza, perché ogni malessere che nel mio cammino ho provocato, lo sento mio ogni giorno che passa.

E' un piccolo segno del fatto che non c'è male che sia soddisfacente, almeno per me.

venerdì, luglio 10, 2009

Dal mio finestrino - Life in technicolor part 21

Ogni mattina, mentre vado al lavoro in macchina, mi fermo almeno dieci volte a causa della coda. Di solito, a meno che non stia cantando sulla base di un cd di Vasco, dei Silverchair o di Stradella, o bestemmiando contro un giornalista che fa la rassegna stampa su Radio3, mi guardo intorno. Talvolta, le attività sono contemporanee.

E quasi sempre noto, con qualche rammarico, che c'è qualcosa da fotografare. La signora ferma alla fermata del bus è un classico, ma anche una macchina in doppia fila (e non per fargli la multa), un vecchio che entra nell'edicola, un cane che ha appena finito di pisciare, un extracomunitario che lava una vetrina, un bambino che va all'asilo con sua madre, e ancora, la polizia, il cielo ingrigito di smog, la macchina davanti, una tipa che passeggia, un impiegato con la 24ore.
Ce n'è sarebbe per tutti i gusti. Poi scatta il verde, la coda si smuove e tutto ciò che volevo fotografare è andato perduto.

Di solito, questi momenti sono accompagnati da una pressante voglia di scrivere almeno una frase, che possa in qualche modo raccontare quell'attimo: ad esempio saranno due settimane che, non andando ma uscendo dal lavoro, noto, su via Ventimiglia, una ragazza che attende sempre alla stessa ora nello stesso punto. E' sì bionda, non bellissima, normale. E' sempre lì alla stessa ora. Attende una Y nera, l'altro giorno combinazione ho visto che vi saliva sopra.

Ecco, sulla pressante coincidenza che ci porta a incrociare le nostre giornate, oltre che fare una foto, vorrei scrivere una storia che duri poche parole e che racconti quei 2 secondi in cui la vedo e me la lascio alle spalle.

Un giorno non la vedrò più, presumibilmente perché cambierà lavoro, o forse perché non farà più il part time, o forse perché si comprerà una macchina, o deciderà di andare a piedi, o forse passeranno a prenderla su via Nizza. Chissà.

Questo è solo un piccolo esempio. Alla fermata del 35, a Nichelino, vedevo spesso un signore anziano. Ora non c'è più, però non so perché e vista l'età, voglio solo pensare che preferisca il fresco di camera sua al caldo di via Torino.

Tutto questo in strada.E c'è da dire che tutto questo si può fare grazie alla macchina: un mezzo amabile per il fatto che ti dà la possibilità, se si è accorti e poco propensi all'assuefazione di grigio, di notare le miriadi di storie che ruotano intorno all'abitacolo.

Mi ritengo fortunato ad andare al lavoro e notare, devo dire sorprendendomi io stesso, tutto questo.E' come camminare in un posto e non sentirsi solo. Peccato dover entrare in ufficio, non avere, oltre che il tempo, una macchina fotografica e una penna.

giovedì, luglio 09, 2009

Il domani considerando l'oggi - Life in technicolor part 20

Oltre la tenda della mia cucina, si intravede una piccola porzione di Nichelino.

Là, una volta, non c'era nulla. Ora c'è un sovrappasso quasi concluso che renderà la mia strada un inferno e dei palazzi orribili.

E' normale sentirsi legati alle proprie radici. Io ad esempio, amando Nichelino in quanto mia città e culla della mia giovinezza, la osservo urbanizzarsi selvaggiamente e rimango convinto della pochezza di questa scelta. Rimango anzichenò convinto che prima o poi la scelta di edificare invece di coltivare presenterà un conto alquanto salto.

Non è questo solo un discorso ecologista. Anzi, direi proprio no. Il mio discorso si ferma essenzialmente su un aspetto: quello del colore.

La città è monotona cromaticamente. Anche laddove vi sono delle differenze strutturali che permettono la realizzazione di tanti elementi con tinte differenti, si pensi alle vetrine o alle insegne, una città rimane essenzialmente un agglomerato unico di tonalità che si rifanno quasi interamente al grigio. Indi, anche l'uomo, il suo pensiero, piano piano, si spengono, assuefandosi alla monotonia.

Io sono fortunato. Lavoro a Torino e vivo a Nichelino. La prima mi ospita in una zona che raccoglie la bellezza di una parte del nostro Paese, l'Italia, e la convoglia in un tratto di fiume che pur essendo maleodorante e non proprio sano, è la perfetta sintesi della situazione geomorfologica della pianura padana. L'altra è una città piena di tamarri ma anche di brava gente, quindi sostanzialmente un posto dove si può star bene, che un tempo è stata piena di campi e di alberi e che oggi resiste alla cementificazione montante.

Questa "bolla" di colore che mi avvolge, a me che amo il nero ma che apprezzo anche gli altri colori, in un certo senso mi rincuora.

Sono anche però impaurito perché la tendenza è dimenticare che un giorno tutto questo grigio finirà per sovrascrivere tutto ciò che grigio non è. Come quei palazzi che vedo dalla mia cucina impallano la vista dell'orizzonte della collina, con il verde, con la linea che taglia suolo e azzurro del cielo. E che sono il segno che la resistenza della mia città ma non solo non potrà durare in eterno.

Il verde, certo. L'azzurro, anche. L'arancio del sole riflesso sulla terra. Il bianco delle nuvole. Il blu del temporale. E via discorrendo, tutto sembra pronto a diventare uguale.

Considerando l'oggi, il domani è grigio anche guardando come vi sia un'intrinseca capacità dell'umanità a non rendersi conto delle cazzate finché non sono belle che fatte.

Non vale solo per i piani regolatori, certo. Vale anche per quando ci si innamora o quando si sceglie di partire invece di rimanere. Però di questi ultimi due casi ho già parlato diffusamente, per oggi preferisco pensare che il domani sia come una delibera di giunta comunale, che si può fare alzando gli occhi verso il mondo oppure spostando la mano sulle tasche.

Io, certo, preferisco la prima opzione. Peccato che, talvolta, dentro di me emerge un fottuto impresario edile.

mercoledì, luglio 08, 2009

Zanzare e farfalle - Life in technicolor part 19

D'estate il mondo si riempie di zanzare. Cioè, l'emisfero in cui è estate.

Di notte, nel caldo, si mescolano all'aria e pungono. Le puttane. Non basta l'autan, non basta il raid alimentato a elettricità, non bastano gli zampironi che fanno il tipico odore da discussione-al-buio-d'estate-fra-amici-di-mezza-età.

Le stronze girano. Bzz bzz bzz. Puntano. Bzz bzz bzz. Si posano. Bzz Bzz. Pungono. Tac.

Il prurito sale. Ovunque sia la puntura, si sente quel fastidio alimentarsi della pelle corrosa da quel pungiglione maledetto. La troia rimane ferma. Perchè tanto sa che la sua banca del sangue dorme, già incazzata perché fa un caldo infernale e la mattina dopo deve andare a farlo marcire nel suo posto di lavoro.

La zanzara però non sa che alcune banche del sangue, dette comunemente uomini e donne, persone insomma, talvolta le beccano nel pieno del lavoro e sono abbastanza leste dal polverizzarle con una manata, nonostante siano in quella fase del risveglio dove neanche l'orologio è visibile con chiarezza.

La mano si alza silenziosa. La zanzara continua a ciucciare. Il prurito aumenta. Sbam. Zanzara morta. Pungiglione annullato. Torta fatta, gonfiore assicurato, prurito indistruttibile fino a mattina.

La zanzara è un insetto odiato dai più. La si percepisce come uno di quegli aspetti del mondo che di norma si attribuiscono come fastidiosi e inutili. In molti apostrofano Dio chiedendosi come mai le zanzare siano state create. Tale domanda è posta soprattutto dopo che la zanzara ha punto un tallone, un dito, la zona centrale della schiena inarrivabile in qualsiasi posizione.

Il confronto con le farfalle e similari non esiste. Le farfalle non so se siano insetti, credo comunque di sì. In molti le adoperano come ottima scusa per chiedere a una signora di salire in casa, io preferisco pensarle come uno degli elementi più ricorrenti in un'immagine ideale di prato fiorito e tranquillo, sinonimo solitamente di quiete, pace e serenità. Non c'è fiore senza farfalla, di solito. E comunque, non c'è storia più malinconica della farfalla, che vive un giorno solo.

Zanzara e farfalla non possono competere. Ai punti vincerebbe senz'altro la farfalla nella presenza, del portamento, nella simpatia, nella bellezza, nel simbolismo, anche nel suono del nome.

La Natura è proprio misteriosa. Di solito sono poche le cose che capisco di essa. Perché gli uccellini cantino al mattino tanto bene per svegliarmi e i piccioni caghino così tanto sempre sui parabrezza delle macchine, ad esempio. Oppure perché ci si ostini a trattare male gli animali, che di fatto sono creature che per natura (è proprio il caso di dirlo) non fanno mai del male a prescindere, senza averne ragione. Perché un cane sia per istinto unito all'uomo, e un gatto no. Perché i delfini sorridano sempre e gli squali siano sempre incazzati.

Detta in maniera simbolica, e qui mi fermerò, sono distinzioni che s'applicano alle persone: oggi zanzara, domani farfalla, quasi sempre zanzara, quasi sempre farfalla. Io ovviamente, non avendo molta simpatica per le zanzare, spero di fare di più la farfalla, soprattutto in quanto a portamento e bellezza.

Le zanzare sono un piccolo mistero, di fatto. Poi però penso che di loro si nutrono quegli uccellini che cinguettando mi svegliano, il mattino. Alla fine, mi ciucciano il sangue per alimentare il mio buonumore. Mica cazzi.

martedì, luglio 07, 2009

La luce che filtra - Life in technicolor part 18

La stanchezza obbliga, talvolta, ad abbassare la finestra della mente.

Ci si stende, si guarda in alto nel silenzio, poi pian piano, ci si addormenta. Ci si abbandona. E il pensiero corre.

Ora prendiamo quel momento in cui l'abbandono sta per prendere il sopravvento. La tensione lascia spazio alla serenità. Il cruccio, si dissolve. La testa diventa pesante. Il ricordo si sbriciola lasciando spazio alla fase REM.

Capita nei pomeriggi di caldo, soprattutto. Quando fuori l'aria è talmente pesante da obbligarti a rimanere nascosto. Quanto tutto è stopposo, senza gusto. Quando sembra non esserci via d'uscita.

Ci si prova a lasciare andare. Poi però qualcosa ci tiene svegli. E si capisce che l'oscurità che cercavamo è impossibile da ricreare intorno a noi.

Oggi a Torino c'è un bel sole, e la brezza ha smosso l'aria umida e smoggosa degli ultimi giorni. Anche l'odore sembra più leggero, sembra che il Po, nonostante sia di colore marrone acceso per una serie di scavi nel sul letto, presto smetterà di essere rancido. Sarà che quest'estate monsonica e tropicale è pazza, o forse, semplicemente, che sta per arrivare l'ennesimo temporale.

Guardo fuori dal mio ufficio e sembra di stare in quella stanza chiusa, sembra che la luce filtri dal resto del mondo. Filtra da una finestra spalancata, accompagnata da una brezza leggera, un fresco primaverile, non di luglio. Sento la testa pesante dal sonno e dalla stanchezza. Eppure sento che quella luce, che filtra dal mio balcone, entra dentro come fosse solo un filo in una stanza chiusa, ed entra per segnarmi una specie di strada.

Sembrava non ci fosse altro che caldo, stanotte. E invece oggi pomeriggio respiro. Non ho dormito per il caldo, e rimango sveglio grazie al fresco, come grazie a una sorta di bilanciamento, di compensazione climatica.

Parlando per simboli, forse si parlerebbe di speranza.
Che c'è sempre e là dove non c'è, entra a forza. Anche quando tutto sembra segnato.

Lo ripeterò sempre, fino a quando, come oggi, come ieri, e come credo domani, tutto questo s'avvererà sotto i miei occhi. Sotto forma di sorriso di una persona gravemente malata, o di quotidianità vissuta da persone ferite dentro, con la tenacia di chi non vuole mollare. Piccoli gesti, piccoli attori della scena della vita, in un palco che tenta di rimanere chiuso, come finestre che riparano dal caldo e dalla luce, ma che nulla possono contro quel sottile, indistruttibile, fascio di luce che filtra.

lunedì, luglio 06, 2009

Arrivi&Partenze - Life in technicolor part 17


L'aereo è una metafora scontata. Eppure è azzeccata, per parlare dell'andare e del tornare. Come il treno. Come la strada. O come una porta che si chiude.

Ieri ho pensato tutto il giorno che quando uno arriva in un posto nuovo, parte contemporaneamente. Per il futuro, per ciò che lo aspetta nel posto nuovo. Come quando sale sul mezzo, che è arrivato alla fine di un viaggio e si prepara per imbarcarsi in quello nuovo.

L'arrivo e la partenza sono simili. Vanno insieme, di pari passo, senza che uno lasci l'altro in pace. Sono antitetici ed egualmente indivisibili.

Se poi ci assommiamo altri opposti indivisibili, qualcosa che non può esistere senza l'altro, tipo amore-odio, sole-luna, giorno-notte, caffè-latte, nutella-dieta, D'Alema-Berlusconi e cose così, scopriremo che l'equazione che attendiamo con impazienza di risolvere in realtà non si può che risolvere con uno zero: ovviamente, il calcolo in questione è: partire o arrivare? Cioè, fuggire o rimanere? Arrendersi o lottare ancora?

Io personalmente non ho molte risposte, nè per me, nè per voi. Io di solito lotto sempre, ad esempio, ma devo arrendermi all'idea che talvolta la lotta è persa in partenza. Al contrario, quando decido di fermarmi, di arrendermi, scopro che la lotta è possibile anche da inginocchiati.

C'è chi ama talmente tanto un luogo lontano che tende a renderlo parte di sè, interiorizzandolo fino a farlo diventare un modo d'essere. In questa maniera, il mondo circostante è in equilibrio, la partenza e l'arrivo, per certi versi, sono contemporanei e perpetui.

C'è chi ama talmente tanto una persona che tende a sentirla in ogni attimo, poi sente che la perde e quando questa sensazione esplode, tende a tornare indietro, a tralasciare la partenza. Cosicchè l'arrivo è coincidente con il punto di partenza, il viaggio è stato compiuto, ma il risultato è un altro lato dello stesso punto da cui s'è incominciato.

Arrivo&Partenza fanno la differenza solo quando una prevarica l'altra o viceversa. Nel caso in cui una delle due vince, ecco che la Rivoluzione è completa. Come se in un secondo lo Zeitgeist predominante si ribaltasse, tutto di un colpo.

Ecco, forse è questa l'impossibilità dell'uomo. Staccare partenza&arrivo. Partire senza tornare. Arrivare senza guardarsi indietro e provare, anche solo un secondo, la voglia di tornare indietro.

venerdì, luglio 03, 2009

Il dubbio - Life in Technicolor part 16

Quando si ha un dubbio, di solito, si sente dentro qualcosa che corrode.

Ci si sofferma sulle conseguenze. Si valuta senza riuscire a fare più di un passo avanti, anche perché si fanno due passi indietro.

Il dubbio è stato uno dei più bei film del 2008, credo. Non tanto per il fatto che sia recitato da
Meryl Streep quando per il fatto che alla fine, emerge solo la lacerante sofferenza del non sapere, dell'ignorare.

La sofferenza può raggiungere punte insopportabili. Tipo il non riuscire a dormire. Il non mangiare. Il non bere o il bere troppo. Fumare tanto. Essere sempre deconcentrati. E, ovviamente, rimanere immobili.

Tutto questo è il dubbio. Una sorta di palese debolezza umana che attanaglia tutti, prima o poi, e che forse rimane in tutti, sempre e comune.

I dubbi maggiori riguardano l'amore. Quelli più fastidiosi riguardano o l'ultimo attaccante da schierare nella propria formazione del fantacalcio il sabato pomeriggio o l'ultimo risultato da segnare sulla schedina. Quelli meno facili da risolvere, quelli riguardanti la Fede. Quelli impossibili da risolvere, quelli riguardanti i dualismi. Poi ci sono quelli stupidi, come quello se voltarti a guardare una persona che ti piace, o se prenotare una vacanza che potrebbe scompensare la tua vita. Alcuni dubbi sono ricorrenti, come quello se il tuo lavoro sia proprio quello per te. Altri, risolti una volta, li hai risolti per sempre.

Io ho un sacco di dubbi, ma soprattutto uno: riuscirò un giorno a non avere più dubbi?

giovedì, luglio 02, 2009

2012 motivi per - Life in Technicolor part 15

Stamattina, mentre ero al lavoro, ho avuto come il presentimento che il tempo fosse troppo veloce per me.

Sarà perché ieri sera ho visto un programma dove Ruggeri Enrico, professione cantante, presentava il 2012 come l'anno della fine del mondo. Oppure perché, semplicemente, questa settimana è andata troppo in fretta e pazienza se la velocità mi abbia risparmiato il rompimento dei tempi morti lavorativi.


Mi è venuto in mente che 10 anni a quest'ora ero fra la quarta e quinta superiore. Che c'era mia nonna e che l'estate sarei andato dappertutto tranne che a lavorare. E che il tempo sembrava più lento.
Una mia collega, stamattina, parlava del figlio che cresceva, dell'esame di terza media. Parlava come parlava mia madre quando parlava di me a 14 anni.

Mi sono reso conto che non c'è nulla di diverso, solo che, oggi, è più facile che mi si chieda se ho figli rispetto a se ho fratelli.
Il tempo fugge, e secondo i Maya fugge fino al 21 dicembre 2012, quando tutto sarà terminato come in un film dove Schwarzenegger fa il robot.

Pensavo che ammesso e non concesso che finisse veramente quel giorno, il tempo passa tanto in fretta da lasciarmi di stucco. Tanto che non mi lascia capire veramente che cosa stia capitando.
Che la gente intorno a me scorre. Che tutto passa. E che piano piano, le persone intorno a me cambieranno. Prima o poi, quella fila che mi vede in fondo, mi vedrà in cima. A capo del gruppo.

Forse è stupido. Forse è da repressi. Forse è semplicemente umano.
Essere irrequieti perché si apprende, ogni giorno, che quel giorno è concesso. Che anche il timbrare un cartellino, salutare uno che non conosci ma che lavora con te, accendere la macchina, mangiare la verdura cotta al bar, spegnere il computer, bere l'acqua dal boccione. Poi c'è quello di cui parlo sempre: sognare, amare, pensare, scrivere etc.

Però anche i gesti più stupidi in quest'ottica prendono un'altra piega.
Stanotte pensavo un po' a questo un po' al fatto che un'amica, ieri, mi ha detto che amo troppo la perfezione dell'Amore per accettare un qualcosa di normale. E' vero. E' questo che mi mette in difficoltà rispetto alla Vita. Ma che spinge anche per raggiungerla.

La Vita. Quella che vorrei vivere. Ed ecco che ho capito che il tempo scorre veloce perché mi piace lavorare per costruirla. Perché se scorresse lentamente non saprei apprezzare quello che c'è intorno.
Poi scopro la paura. Di perdere le persone. Di perdere quel mondo che mi ha accompagnato fino a qui. E sento una tristezza che non saprei fermare fino a che penso al fatto che tutto non può finire così, con un passaggio, un saluto. E che in fondo, prima o dopo, ci si reincontra sempre.

Sta di fatto che il 2012 alla fine è distante poco più di 3 anni e che, a prescindere se sia vero o falso, tutto quello che c'è intorno a noi vale la pena di gustarlo. Anche gli amici su Facebook. Anche la precarietà, che esalta il carattere. Anche le rinuncie. Anche il turno e il fatto che la notte, pensando alla tua indecisione, non dormi. Anche agli amori che non vuoi e a quelli che non puoi avere. Anche il senso di colpa di mangiare un gelato quando sei a dieta. Anche il dolore della consapevolezza. Anche Berlusconi e D'Alema&Bersani. No, vabbè, magari loro no.

mercoledì, luglio 01, 2009

Il giorno metafora - Life in technicolor part 14

D'estate in molti attendono la pioggia per il refrigerio che porta. Non si pensa all'umidità che arriverà dopo che tutto sarà finito.

E' da qualche giorno che capita così. Che il tempo varia verso le 17. E il commento è: "Stamattina morivamo di caldo, ora piove".

Ma oggi è diverso.

L'estate qui a Torino, in questo primo luglio duemilaenove, è stopposa di mattina e piovosa di sera. Lo smog che non ti fa vedere le montagne il mattino, la sera è tutto riversato sulla strada, sui marciapiedi.

Il caldo lascia spazio alla brezza. E guardare fuori dalla finestra è persino piacevole. Sembra che tutto sia più pulito.

Poi ricordi che l'ombrello non ce l'hai e che il tuo computer, la tua giacca da 200 euro, i tuoi capelli ingellati o appena passati dalla piega del parrucchiere, i tuoi piedi nelle tue scarpe aperte, non hanno scampo.

Partirai senza speranza. Ti butterai nella strada sapendo che non hai scelta, che tanto quella pioggia non finirà.

Dovrai affrontare quella strada, sotto la pioggia, perché tanto non smetterà di piovere. Lo farai correndo, senza badare agli schizzi delle macchine. Correrai senza pensare che così facendo non farai altro che peggiorare le cose. Rimpiangerai le maledizioni al caldo di mezzogiorno, penserai che quell'ultima pratica in ufficio la potevi finire prima dell'acquazzone, che Facebook potevi spegnerlo alle 15. Correrai mentre le macchine, sulla carreggiata, staranno in coda con i tergicristalli al massimo.

Poi un raggio di sole. La pioggia che perde d'intensità. Ti guardi intorno. La macchina è lì vicino, però non smetti di correre.

S'avvicina, mentre la pioggia smette.

E, appena sarai entrato in macchina, la pioggia smetterà. Ti ritroverai fradicio e fuori, quell'umidità che non contemplavi quando hai benedetto la brezza leggera della pioggia estiva, comincia a risalire dall'asfalto, mentre dalle nuvole spunta il sole e il calore ricomincia a colare.

Sul sedile della macchina senti la schiena bagnata diventare appicicosa dall'acqua piovana e dal sudore. I capelli si impegnano dell'odore di pioggia, sulla pelle cominci a sentire un prurito.

La cosa non si smaltisce, e intorno i primi finestrini delle portiere cominciano ad abbassarsi. E come se nulla fosse successo, tutto è tornato come la mattina, tranne lo smog sulla strada, il cielo più chiaro. E le montagne che la mattina non vedevi, ora si scorgono un po'.

Ripensi al fresco della corsa. All'acqua che ti cadeva addosso. Alla città intorno a te che sembrava più bella, nel fresco della pioggia improvvisa. Che nonostante tutto, quella corsa è stata come tornare a quando ballavi sotto la pioggia, da bambino, all'asilo. Ti senti giovane, come non lo sei mai stato.

E la pazzia di correre sotto la pioggia è valsa il fastidio che provi ora, mentre torni in macchina. Un fastidio che poi alla fine non è tanto fastidioso, se ci pensi bene, anche perché intorno a te il cielo schiarisce e il paesaggio torna splendente. Sembrava un suicidio ma farlo ha significato essere al pieno. Fradicio ma vivo, nella difficoltà ma nella pienezza. Al massimo delle tue possibilità.

E sarai felice d'averlo fatto.

Ecco. Questo primo luglio duemilaenove voglio che diventi il giorno metafora, il giorno in cui tutto significa il resto. Solo per me, o per chi s'è rivisto in quelli che si buttano, lottano, arrivano là dove volevano e si sentono felici d'averlo fatto.