lunedì, agosto 31, 2009

Il senso d'abbandono - Life in technicolor part 46

Stamattina mi sono sentito come un anno fa. Sarà settembre, o forse il fatto che quando si ritorna dalle vacanze, a prescindere dall'età, ti senti come se andassi ancora a scuola.

E in effetti, oggi è stato come entrare in classe.
Ho percepito le stesse sensazioni di quand'ero scolaro, entrando al lavoro. Quel malessere che però a scuola è limitato, dato che hai tutta le scelte da compiere davanti a te, oggi era davanti al mio modo d'essere.

Sarà stato il sentir parlare dell'attesa che ci separa dalle vacanze di Natale. Mi è venuto in mente che da un po' vivo le mie settimane in funzione del week end. Del fatto che ogni lunedì penso che la vita è staccata e che riprende venerdì, quando potrò riposare-mangiare-dormire-farelaspesa-andaredaimiei-uscirecongliamici-direduecazzate-andareamessa-guardarelajuve-andarealcinema-mangiarefuori-andareaballare-equant'altro riuscendo a sentirmi per un attimo vivo.

M'è preso la malinconia. Mi sono reso conto che in molti avevano avuto il mio stesso pensiero. C'era una specie di vuoto. Una sorta di spazio franco fra domenica e venerdì, dove il coraggio veniva solo da quelle ore che si concordano con il proprio datore di lavoro in cui si è liberi di scegliere come disporre del proprio tempo.

Dipenderà dal lavoro. O forse dal fatto che faccio parte della generazione 1000 euro, e che so quanto molti amici soffrano per vedersi piazzati là, in uffici dove ogni giorno sempre uguale agli altri, con altri amici che stanno nel posto giusto perché papà sa il fatto suo e non sai perché qualche ministro parli ancora di meritocrazia.

Oggi mi sentivo solo, là dentro. Solo e contemporaneamente accompagnato da tanti altri, che come me vedono solo l'attesa dell'ennesimo week end, per staccarsi da tutto. Che su 7 giorni sentono veramente di viverne 2. Che gli altri, non ci fossero sarebbe meglio. La cosa che più mi ha fatto paura è che, ora che ci ripenso, mi rendo conto che mattinate così si verifichino sempre più spesso.

Non voglio diventare così. Vorrei vedere il lato bello delle cose. Anche del fatto che la fatica sembra non conduca a null'altro che una precaria, quanto bislacca, diffidenza - e insicurezza - verso il futuro. Lavorativo, affettivo. Forse soprattutto affettivo. Sforzarmi d'esser felice, questo dev'essere l'obiettivo.

Un senso d'abbandono, ecco cos'era. Difficile da combattere, questo è scontato; perché oltre pare non ci sia nulla, se non un qualcosa che è inammissibile quando hai meno di 30 anni: l'arrenderti.

Forse ancora a questo posso appigliarmi, possiamo appigliarci. Pensando che stiamo in una battaglia e che indietreggiare vuol dire perdere quel poco che c'è. In tutte le sfere, a tutte i livelli.

Dirlo mi fa sentire meno sperso, è quasi un effetto placebo.
Qualche minuto, almeno.

venerdì, agosto 28, 2009

300 - Life in technicolor part 45

Quando ho cominciato a scrivere qui non pensavo che sarebbe durato così tanto.

Avevo cominciato pensando di fare l'ennesimo atto eroico.

Di rivoluzionare qualcosa che non conoscevo.
Semplicemente, d'affermarmi.

In realtà, ho solo trovato l'ennesimo modo di crogiolarmi nel mio modo d'essere. Una sorta di spunto autoreferenziale, come uno specchio che riflette lo specchio e racchiude tanti piccoli soggetti, sempre gli stessi.

Al di là di tutto, 300 sono un bel numero.

Ritornando indietro cosa trovo? Delle foto. Postate lì prima di aprirmi uno spazio apposito su un host per foto.

Poi, il primo post. In Arial, senza foto. Allora per postare foto serviva Picasa e io non sapevo usarlo. Intenti, pensieri. Senza alcun tipo di previsione che qui sarebbe transitato un romanzo intero, uno lasciato a metà, tantissime frasi, molti doppi significati, e questo piccolo capitolo della mia vita che ho scelto di separare giorno dopo giorno come fosse un film (in technicolor, ovviamente).

"Diario di chi aspira a vivere" fu un titolo che scelsi nello spazio di qualche attimo.
C'era tutto me stesso, in quel titolo.

Certo, c'è ancora.

Però allora non sapevo che quell'aspirazione sarebbe rimasta immutata, mentre diversi sarebbero stati i connotati della ricerca, la prosecuzione del viaggio.

La mia vita (a technicolor) continua, come il viaggio di questo blog.

Che oggi tocca quota 300. 300 post, cazzo.

Sono tanti per me, in confronto ad altri blog non sono nulla. Però io so che potrebbero bastare per affrontare il viaggio, anche se so altrettanto bene che (bene o male che sia per chi legge) non rimarranno soli.

Oggi mi sento un po' come Leonida, in effetti.

Se tutte le energie impiegate qui le avessi convogliate in un unico progetto sarebbe diventato una specie di grande romanzo. E' uscito invece un ritratto a tratti amaro, talvolta sereno, a volte felice, quasi sempre incazzato, di una vita che ritengo ancora essere tutta da farsi.

Almeno, spero, altrimenti che cazzo continuo a scrivere?

giovedì, agosto 27, 2009

Louisiana - Life in technicolor part 44

Ho viaggiato tanto nel Sud Italia. In treno, aereo, macchina. Mi manca la nave, certo, ma posso dire d'averlo girato assai.

Ricordo un anno, il 1997. Ero in treno, con mia madre, con destinazione Sellia Marina (CZ). Avevo un walkman scassatissimo, e tante cassette. La valigia con le camicie a quadrettoni, i jeans strappati e gli stivali a punta quadrata.

Ero magrissimo e i capelli erano quadrati. Lasciavo una Nichelino meno impegnativa e con molto meno cemento, per le ferie senza paragone. Quelle che durano un mese intero.

Ricordo che di fumare ancora non si parlava sul serio. La prima sigaretta, in effetti, l'avevo già fumata, ma avrei iniziato quell'estate. Ricordo gli odori di marcio, la cuccetta. Il cesso sporco, i corridoi pieni di gente che scendeva o a Lamezia Terme o a Reggio Calabria; e ancora, i panini al salame o al prosciutto che negli sconpartimenti della seconda classe sanno tutti della stessa cosa, quando il pane s'ammorbidisce e la majonese non sa più di nulla, il thermos (sempre lo stesso) pieno di caffè da offrire all'immancabile signore che si lanciava a raccontare la sua storia, i fumetti, l'impressione che le ore non finissero, il controllore che appena partiti portava le lenzuola mono uso e ci tirava giù le cuccette.

Scelsi, per quel viaggio, tanta musica. Ma dal mio zainetto, invece degli Aerosmith o dei Metallica, o dei Nirvana, la sera della partenza tirai fuori un'altra cassettina, quella dei Litfiba. E l'ascoltai tutto il viaggio.

Nel caldo della mattina, ricordo tante canzoni: Prima guardia, Corri, Bambino, Apapaia, Paname, Fata Morgana, Maudit, Soldi, Goccia a goccia. Su tutte, però, una: Louisiana.

Scorreva il paesaggio intorno a me. Ricordo che mi sedetti sui gradini, guardando dal finestro sozzo di polvere e acqua lercia, e pensavo che quella musica raccoglieva tutto ciò che c'era intorno. Che tutto quell'incuria aveva un'armonia, che l'Italia appariva meravigliosa anche in quel mondo apparentemente così abbandonato.

Passarono anni, e quella canzone la misi in un lettore mp3, nel 2006, in una tratta che compii fra Cosenza e Brindisi. Nella mattina, ricordo la Basilicata, le stazioni abbandonate. La costa frastagliata da cavalcavia a forma di pugno nell'occhio e ombrelloni di mille colori diversi che costellavano spiaggiette di pietre, separate da strade sterrate e fiumi che sgorgavano nello Ionio, le colline e gli uliveti. Ricordo la fermata a Taranto e la desolazione lungo la strada che correva a Lecce, ultima tappa del treno che ci scortò (eravamo in 2, quella volta) fino là dove dovevamo arrivare.

Quest'anno ho ripercorso il Sud. In auto. E osservando le viee costellate di natura e di niente, ho osservato nuovamente Taranto. L'Ilva e la sua desolazione. La bellezza dell'entroterra che piano piano si fa autostrada, e diventa sentiero per l'immenso ritorno a casa.

Ho ascoltato nuovamente Louisiana, anche questa volta.

Mi sentivo come nel 1997, come nel 2006, e come tutte le volte che ho ripensato a quando avevo 16 anni e stavo andando a Sellia Marina. Come tutte le volte che ho ripercorso quel viaggio dove il giallo caldo della terra del Sud si mescola a un cielo che solo lì può assumere quelle tonalità d'azzurro. Ho ripensato alle aspettative di un mare che era sempre più brillante e pulito di quello che mi aspettavo. Del sapore della libertà che mi garantivano i miei 16 anni.

E oggi la riascolto, un po' per dire grazie pubblicamente ai Litfiba di averla scritta e cantata, un po' per risertirmi come in quei momenti. Sereno, libero. In equilibrio fra cielo e terra, si direbbe, se solo fosse una canzone di Jovanotti.

E pensare che parla di pena di morte, il testo.

mercoledì, agosto 26, 2009

Al di là - Life in technicolor part 43

In Jack Frusciante è uscito dal gruppo, Alex e Aidi non si dicevano "ti amo". Non si dicevano "Ti voglio bene". Dicevano "al di là". Che vuol dire tutto e vuol dire niente, dato che in fondo, oltre a ciò che si trova "là" potrebbe esserci solo una squallida replica di cosa si trova "qua".

Io però quell'espressione la credo viva. La vedo come un bel modo di dire che il sentimento che si prova è bello, vero, sano, unico, presumibilmente eterno.

Oggi andavo al lavoro e mi sono reso conto che piano piano ho eliminato l'al di là. C'è solo l'al di qua. C'è solo il limite. Come dietro le sbarre. Un cancello chiuso, per giunta male. E, ovviamente, non trovo il modo di dire a qualcuno che ciò che provo sta "al di là".

Perché da una parte sai che al di là di ogni cosa, vige ancora la speranza che tutto divenga bello. Poi però apri gli occhi e ritrovi solo il male di non nutrire più speranza. Senti rabbia, come ogni giorno. Ma quella speranza che avresti voluto serbare per sempre, piano piano ha scollinato: lei si che è riuscita ad andare "al di là".

Come il tuo pensiero per ciò che volevi per te, per le persone intorno a te. Come il desiderio di una vita che hai sudato per costruirti e che, giorno dopo giorno, temi possa confrontarsi con il fallimento. Che tu debba confrontarti con il fallimento.

Arrivato al lavoro sentivo di aver esaurito le energie, non so se perché le ferie sono state veramente un toccasana o se in fondo non amo ciò che combino. Sentivo dentro il desiderio di cambiare. Poi il pensiero è corso al fatto che è la stessa cosa che volevo qualche tempo fa, al fatto che tempo addietro sentivo addirittura il vento cambiare. E la mia rabbia s'è quietata, lasciando spazio alla rassegnazione.

Al di là c'è solo rassegnazione? Non credo. Non voglio.

Perché ogni limite segna solo un motivo in più per superarsi. Non una barriera che rinchiude.
Serve solo coraggio. Serve solo coraggio per dire, anche a se stessi: "Sei al di là".

Al di là della rabbia, anche. Dell'amore e dell'odio, così come della sconfitta e dell'abnegazione per l'ideale. Della speranza di un "sì" detto con felicità e di un "addio" pronunciato consapevolmente.

Forse "al di là" è solo il posto dove guardare. Al di là anche di sè stessi. Sereni, e felici.
O forse, semplicemente, liberi.

martedì, agosto 25, 2009

Eroi - Life in technicolor part 42

(nella foto uno dei primi eroi di mio fratello, che è anche il mio, Shaun the sheep).

Da bambino, il mio idolo era He-Man. Poi vennero Roger Rabbit, Batman e Willie il Coyote.

Conobbi Ryu di street Fighters e il colonnello Guile e decisi di diventare come loro, solo però dopo avermi fatto trivellare di colpi e farmi ricostruire sotto forma di Robocop.

E ancora: seppi apprezzare Van Damme e decisi che un giorno sarei stato come il T-800 di Terminator 2, poi assorbii tutta la serie di Ken Shiro assimilandola a Lorenzo Lamas e il suo Reno Rains di "Renegade" e cercando di fonderli in un unico modello.

Che sapesse però anche sparare palle infuocate come i cavalieri dello Zodiaco (in particolare il leggendario Sirio il Dragone) e combattere con la spada meglio di Conan il Barbaro, Zorro e Luke Skywalker.

Crescendo, però, tutti questi piccoli quadretti nella mia Hall of Fame personalizzata di eroi-modelli-comevorreidiventare si arricchì ancora, dell'ego smisurato di Russell Crowne e del suo Massimo Decimo Meridio, di Vin Diesel e di tutti i suoi personaggi, della saggezza di Bukowski e dell'occhio vigile di Stanley Kubrick, della chitarra di Billy Corgan e della voci di John Lennon,, Pierò Pelù e mio cugino Daniele, della serenità di Bob Marley e la poesia di Jim Morrison, del tocco di palla di Del Piero, del dribbling di Ronaldinho e di Zidane e della bellezza di Beckham, della penna di Palanhiuk e del carisma, guarda un po', di Obama, di Leonida e del Gabibbo.

Ci sarebbe anche Gesù, ma lui è un eroe diverso.

Tanti, tanti modelli diversi fra loro, così unici nel loro genere. Tutti ne abbiamo avuti, tutti li ricordiamo con amore.

Non so perché, ma la vocazione a richiamarsi a un qualcuno è innata fin da bambini. E non credo sia solo colpa della tv, del cinema e di Berlusconi. Credo ci sia proprio un nativo richiamo all'amore per ripensarsi sempre unici nel proprio genere. Perchè l'uomo è si unico, ma se lo dimentica spesso, e per cercare di ritrovare quella sua unicità, cerca altri a cui rifarsi.

Oggi ci pensavo mentre mi rendevo conto che sono tantissimi, i miei. Sicuramente ne ho dimenticato qualcuno.
Ci pensavo e mi rendevo conto che ora ho solo una certezza: fra tutti, un giorno, spero di emergere io (anche se non sarò mai bello come Vin Diesel): per me, per gli altri. Forse di più per me, in realtà.

lunedì, agosto 24, 2009

Ritorni - Life in technicolor part 41

Quando rientri in casa, l'odore è quello di porta chiusa, di finestre serrate, di polvere stantia.

Nell'afa di un mattino di fine estate, con il sole che si prepara a levarsi dai coglioni e lasciare spazio alla pioggia, quella estiva che arriva, piscia e sparisce.

Basta solo un minuto di ventilatore e di finestra aperta per far tornare a poco prima che partissi. Pochi giorni prima, forse molto tempo prima, se si considerano i minuti. O altro, a dirla tutta.

Lunghi, giorni lunghi. Lunghi se si prendono tutte le birre che sono passate e finite, Peroni, Moretti e tarantina Dreher, che giocava in casa. Lunghi come i voli di tutte le carte lanciate sul tavolo alla mattina presto, inteso come notte inoltrata, quando qualcuno urlava "Raga, pazzia?". Il sole sorgeva, rimanevano solo i minuti, lunghi anche loro, durante i quali guardavamo l'aglio cuocere nell'olio di una padella ricolma di spaghetti.

Notti lunghe, giorni lunghi e ricolmi di sale.

Sale del mare, quello cristallino e tropicale che raggiunge la Calabria, bestemmiato da spiagge troppo sporche per essere veramente nate così. Sapori intensi come amicizie rinsaldate e messe alla prova, come persone scoperte e riscoperte, belle novità di un viaggio che inizialmente sorgeva per dimenticare più che per costruire.

Scazzi e commenti, e ancora, cazzate vere e presunte, paure ed espressioni diverse di culture diverse, e questa volta non erano etnie a incontrarsi ma gruppi di vie diverse, dimensione più piccola solo a livello geografico.

Ne salta fuori un armonia che rivedi scorrere mentre attacchi la lavatrice, è ancora presto e senti solo il sonno della nottata passata sulla strada, con le ultime energie residue a far forza a chi guidava. Con l'Italia che scorre, il pensiero che corre al commento ultimo di cosa hai vissuto e all'immensa voglia di tornare a casa, quella vera.

Quella dove la doccia sta in bagno e non in giardino, dove caghi solo tu, dove non c'è nessuno che ti rompe il cazzo (amichevolmente, si intende) se russi. Quella dove smetti di fumare e riesci a connetterti a Internet, alla faccia di un paese nato dalle sorgenti di Condono, il fiume che in Italia non s'esaurirà mai.

Un posto strano, libero da impicci, con un traffico "tentaculare", come amavamo dire durante le ore di coda per uscire. Un posto nel cuore di un altro luogo, il Salento, per molti il centro del mondo, per noi solo l'ennesimo posto nuovo da visitare.

Ripensandoci ora, a un giorno dall'arrivo, rimane solo il fotogramma in bianco e nero del senso di libertà provato, per l'ennesima volta, in un'estate nata per caso, passionale, forse dovuta.

Un fotogramma che rimane stampigliato qui, sulla scheda di memoria di una macchina fotografica, nella mente, come il colore del mare e del tramonto, come quel senso di disagio che si spariglia al fianco di un amico pronto a farti da spalla e a chiamarti come spalla.

Torre Lapillo, Porto Cesareo, Lecce, Puglia. E' il Salento, baby.

Potrei chiuderlo così, se fosse una pubblicità per Nichi Vendola.

Questo però è solo il mio modo di vedere 15 giorni di vacanza in Puglia.

Finiti come quelle cinque bottiglie di limoncello del dopo pasto. O forse erano sei.


Ora basta, sotto con la routine, sennò poi ci sto solo male.

sabato, agosto 08, 2009

Viaggi - Life in technicolor part 40

Stamattina mi sono reso conto troppo tardi che la valigia che ho scelto è troppo piccola.
Troppo piccola per tutti i vestiti che voglio portare, ma soprattutto troppo piccola per le scarpe che voglio con me.

E' il bello e il brutto di una partenza. Quello che puoi portare con te e ciò che devi lasciare a casa.

Quello che ti aspetti e quello che effettivamente troverai. Ciò che non vorresti trovare e qualcosa con cui in un modo o nell'altro ti confronterai.

Per me le vacanza è un qualcosa che sta nell'inflazionata metafora della valigia. Ma anche e soprattutto nella strada che sta fra casa mia e il posto dove devo andare. Tante volte mi è capitato di guardare un posto, durante lo spostamento, e pensare che quel posto in un modo o nell'altro sarei tornato a visitarlo. Ricordo ancora il viaggio che feci nel 2005, quando, superato Montpellier, tornammo sulla costa: intravidi una baia con un paesino e poco altro, che mi ripromisi che in un modo o nell'altro avrei verificare fosse bello come sembrava. Il fatto che ricordi solo a grandi linee la sua posizione, certo non aiuta. E' il bello dei ricordi.

Il viaggio, la valigia, la strada, hanno fatto innamorare talmente tanta gente che non voglio rileggerle come una ricerca di sè stessi, anche se di per sè sono riflessioni di tutto questo senza alcun intervento stesso. Come il ritorno a casa, che speri con il sole e il fresco, in una giornata dopo la fatica che sia soprattutto quieta e serena.

Desideri che mescolo a ciò che porterò e ciò che mi lascerò alle spalle e che, in qualche modo verrà con me, sotto forma di rimpianto oppure di semplice immagine. Qualcosa di materiale, qualche pensiero, qualche persona. In qualche modo, il viaggio comincia anche per loro.

martedì, agosto 04, 2009

Palindromi - Life in technicolor part 39

Talvolta i rapporti umani si fondano su incomprensioni.
O su dati di fatto unilaterali, che non sono discutibili seppur nascano sull'essere messi in discussione.

Quando ho parlato di mio fratello, di quel suo modo di porsi in maniera innocente, intendevo questo. La sincerità schernita dal resto del mondo. L'incomprensione fra l'essenza di un modo di vivere il resto del mondo e, appunto, il mondo.

Oggi pensavo a tutto questo mentre, assonato per un pisolo pomeridiano troppo lungo, ho deciso di farmi un caffè.

Posto che è estate, e che conseguentemente fa caldo, ho deciso di farlo shakerato. Allora ho preso lo shaker, l'ho riempito di caffè caldissimo, cubetti di ghiaccio e zucchero, l'ho chiuso senza metterci il Bealeys - anche perché non lo avevo in casa - e ho agitato con forza.

Mi sono reso conto che ne avevo fatto più d'un bicchiere. Non un secondo intero, circa metà.

Non so cosa c'entri questo con il fatto che quando uno è genuinamente allegro-gioviale-conviviale-innamoratodelmondo non venga compreso.

Però a me emerge l'impressione che tutto questo sia come una disarmonia, un diallineamento. Che ci sia squilibrio fra volontà di migliorare il mondo e rassegnazione che tanto nulla cambierà.

Come un palindromo, che se storpiato non è più un palindromo. Come se io andassi da Anna o da Otto e li chiamassi "Arca" o "Orto".

L'equilibrio si spezza. Non c'è progressione. Non c'è movimento.

Forse è per questo che la parola "Umanità" se ribaltata non suona allo stesso modo.

lunedì, agosto 03, 2009

Pioggia a Nichelino beach - Life in technicolor part 38

A Torino oggi ha piovuto. E anche a Nichelino.

Dato che era un pomeriggio di commissioni, e che l'unico ombrellino che posseggo l'avevo dimenticato in ufficio, sono stato costretto a uscire sotto la pioggia.

Camminavo in una Nichelino completamente svuotata, nonostante fossero le 17. Ascoltavo al mio iPod Paolo Conte, il brano era "Guaracha", tratto da Razmataz. L'unico seduto sotto gli alberi del giardino vicino a casa mia era un tipo strano, che da anni passa il tempo a girare per la mia via con un'AlfaSud marrone piena di cianfrusaglie e d'adesivi rovinati. L'ho trovato più strano del solito per via di una giacchetta e di un cappellino che faceva venire caldo solo a guardarlo.

La mia maglietta era piena di chiazzette provocate dalle gocce. Era fresco, bello, tranquillo. La città era silenziosa. Mi serviva solo una Pall Mall per rendere tutto più bello e poetico.

Vista così, il 3 agosto 2009 appare rilassante, con un sorriso poetico. Pronto per essere servito a quelli con le caldane. Pronto per far godere chi odia l'afa. Giusto per chi vorrebbe godersi l'estate a casa e girare senza preoccuparsi del lezzo d'ascella.

Erano le 17.15 oggi quando sono entrato in un ufficio per fare una commissione. Ne sono uscito qualche minuto dopo e il sole era ricomparso. Per qualche ora, il 3 agosto era tornato un normale giorno d'estate.

Quando sono arrivato a casa, verso le 19, il cielo era sereno variabile. Una metafora scontata dell'umore di molti, in questi tempi di sconbussolamento.

Allora ho preso la macchina fotografica e ho fatto una foto. Per ricordare questo giorno a Nichelino, un giorno d'agosto in attesa delle ferie, goduto per una pioggia che, sembrerà strano, mi ha fatto tornare un po' bambino, quando mi piaceva camminare senza ombrello sotto l'acqua, un po' mi ha fatto sentire meno solo. Anche se per quest'ultima cosa, non so dare un perché.

sabato, agosto 01, 2009

Io - Life in technicolor part 37

Oggi mi sono alzato e ho pensato che "Io" è una parola che ricorre spesso quando le cose non girano.

Quando le cose girano, allora la parola "Io" lascia spazio alla parola "Altri".

Come se vi fosse compensazione fra lo stare bene (a livello personale) e il fatto che chi ci circonda stia male. O meglio, che si cerchi la compensazione, sperando che un domani anche gli altri facciano la stessa associazione.

Poi si scopre che quando le cose vanno così così, gli altri cominciano a sostituire la parola "Altri" con "Io". Ovviamente, le cose vanno così così a te, non a loro. Indi, la sostituzione semantica avviene in maniera non speculare ma identica, il che porta a pensare che in un modo o nell'altro a pagare sia sempre e solo chi dice "Io" quando sta male e "Altri" quando sta bene.

Pensare a sè stessi è difficile. Si può cominciare a operare per preservare il proprio essere circondandosi da una patina di indifferenza/menefreghismo, osservando cosa si desidera per sè stessi. Però poi si finirà per diventare autoreferenziali.

Meglio diventare allora maestri nel dire "Io e gli altri". Come? Interagendoci.

Esempio: vuoi l'amore? E allora vai e prendilo. Vuoi sposarti? Allora vai, trova la donna giusta e sposati. Vuoi dei figli? Collabora con la donna che citavo poco fa.

E ancora: non sei soddisfatto? Cambia. Hai paura? Fatti forza. Ti senti solo? Non lo sei.

L'altro giorno ho visto due tizi, uno e una, che si tenevano per mano. Erano due signori, anziani. Presumibilmente, da giovani non devono essere stati al pari di Brad Pitt e di Angelina Jolie. Più forse vicini a due medi soggetti, come me, come voi (no, voi no, voi che mi leggete siete belli e super intelligenti, ne sono certo). Mi davano l'idea di essere normalmente semplici.

Ecco. Questi due lasciano trasparire serenità. Se si fossero fermati ai compagni di scuola che li scherzavano per la pancetta o per le lentiggini o per i capelli unti o per la parlantina scarsa (perché sicuramente è stata così), probabilmente non si sarebbero trovati. E io oggi non penserei a loro come il volto bello della Vita.

"Io" è una parola che devo pronunciare, ricordandomi che ogni angolo rispecchia me.
Come rispecchia tutti coloro camminano su questo cazzo di pianeta.

Esco dal mio riflesso, per guardarmi intorno. E' ora di pensare a me, adesso.