giovedì, agosto 27, 2009

Louisiana - Life in technicolor part 44

Ho viaggiato tanto nel Sud Italia. In treno, aereo, macchina. Mi manca la nave, certo, ma posso dire d'averlo girato assai.

Ricordo un anno, il 1997. Ero in treno, con mia madre, con destinazione Sellia Marina (CZ). Avevo un walkman scassatissimo, e tante cassette. La valigia con le camicie a quadrettoni, i jeans strappati e gli stivali a punta quadrata.

Ero magrissimo e i capelli erano quadrati. Lasciavo una Nichelino meno impegnativa e con molto meno cemento, per le ferie senza paragone. Quelle che durano un mese intero.

Ricordo che di fumare ancora non si parlava sul serio. La prima sigaretta, in effetti, l'avevo già fumata, ma avrei iniziato quell'estate. Ricordo gli odori di marcio, la cuccetta. Il cesso sporco, i corridoi pieni di gente che scendeva o a Lamezia Terme o a Reggio Calabria; e ancora, i panini al salame o al prosciutto che negli sconpartimenti della seconda classe sanno tutti della stessa cosa, quando il pane s'ammorbidisce e la majonese non sa più di nulla, il thermos (sempre lo stesso) pieno di caffè da offrire all'immancabile signore che si lanciava a raccontare la sua storia, i fumetti, l'impressione che le ore non finissero, il controllore che appena partiti portava le lenzuola mono uso e ci tirava giù le cuccette.

Scelsi, per quel viaggio, tanta musica. Ma dal mio zainetto, invece degli Aerosmith o dei Metallica, o dei Nirvana, la sera della partenza tirai fuori un'altra cassettina, quella dei Litfiba. E l'ascoltai tutto il viaggio.

Nel caldo della mattina, ricordo tante canzoni: Prima guardia, Corri, Bambino, Apapaia, Paname, Fata Morgana, Maudit, Soldi, Goccia a goccia. Su tutte, però, una: Louisiana.

Scorreva il paesaggio intorno a me. Ricordo che mi sedetti sui gradini, guardando dal finestro sozzo di polvere e acqua lercia, e pensavo che quella musica raccoglieva tutto ciò che c'era intorno. Che tutto quell'incuria aveva un'armonia, che l'Italia appariva meravigliosa anche in quel mondo apparentemente così abbandonato.

Passarono anni, e quella canzone la misi in un lettore mp3, nel 2006, in una tratta che compii fra Cosenza e Brindisi. Nella mattina, ricordo la Basilicata, le stazioni abbandonate. La costa frastagliata da cavalcavia a forma di pugno nell'occhio e ombrelloni di mille colori diversi che costellavano spiaggiette di pietre, separate da strade sterrate e fiumi che sgorgavano nello Ionio, le colline e gli uliveti. Ricordo la fermata a Taranto e la desolazione lungo la strada che correva a Lecce, ultima tappa del treno che ci scortò (eravamo in 2, quella volta) fino là dove dovevamo arrivare.

Quest'anno ho ripercorso il Sud. In auto. E osservando le viee costellate di natura e di niente, ho osservato nuovamente Taranto. L'Ilva e la sua desolazione. La bellezza dell'entroterra che piano piano si fa autostrada, e diventa sentiero per l'immenso ritorno a casa.

Ho ascoltato nuovamente Louisiana, anche questa volta.

Mi sentivo come nel 1997, come nel 2006, e come tutte le volte che ho ripensato a quando avevo 16 anni e stavo andando a Sellia Marina. Come tutte le volte che ho ripercorso quel viaggio dove il giallo caldo della terra del Sud si mescola a un cielo che solo lì può assumere quelle tonalità d'azzurro. Ho ripensato alle aspettative di un mare che era sempre più brillante e pulito di quello che mi aspettavo. Del sapore della libertà che mi garantivano i miei 16 anni.

E oggi la riascolto, un po' per dire grazie pubblicamente ai Litfiba di averla scritta e cantata, un po' per risertirmi come in quei momenti. Sereno, libero. In equilibrio fra cielo e terra, si direbbe, se solo fosse una canzone di Jovanotti.

E pensare che parla di pena di morte, il testo.

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