lunedì, agosto 24, 2009

Ritorni - Life in technicolor part 41

Quando rientri in casa, l'odore è quello di porta chiusa, di finestre serrate, di polvere stantia.

Nell'afa di un mattino di fine estate, con il sole che si prepara a levarsi dai coglioni e lasciare spazio alla pioggia, quella estiva che arriva, piscia e sparisce.

Basta solo un minuto di ventilatore e di finestra aperta per far tornare a poco prima che partissi. Pochi giorni prima, forse molto tempo prima, se si considerano i minuti. O altro, a dirla tutta.

Lunghi, giorni lunghi. Lunghi se si prendono tutte le birre che sono passate e finite, Peroni, Moretti e tarantina Dreher, che giocava in casa. Lunghi come i voli di tutte le carte lanciate sul tavolo alla mattina presto, inteso come notte inoltrata, quando qualcuno urlava "Raga, pazzia?". Il sole sorgeva, rimanevano solo i minuti, lunghi anche loro, durante i quali guardavamo l'aglio cuocere nell'olio di una padella ricolma di spaghetti.

Notti lunghe, giorni lunghi e ricolmi di sale.

Sale del mare, quello cristallino e tropicale che raggiunge la Calabria, bestemmiato da spiagge troppo sporche per essere veramente nate così. Sapori intensi come amicizie rinsaldate e messe alla prova, come persone scoperte e riscoperte, belle novità di un viaggio che inizialmente sorgeva per dimenticare più che per costruire.

Scazzi e commenti, e ancora, cazzate vere e presunte, paure ed espressioni diverse di culture diverse, e questa volta non erano etnie a incontrarsi ma gruppi di vie diverse, dimensione più piccola solo a livello geografico.

Ne salta fuori un armonia che rivedi scorrere mentre attacchi la lavatrice, è ancora presto e senti solo il sonno della nottata passata sulla strada, con le ultime energie residue a far forza a chi guidava. Con l'Italia che scorre, il pensiero che corre al commento ultimo di cosa hai vissuto e all'immensa voglia di tornare a casa, quella vera.

Quella dove la doccia sta in bagno e non in giardino, dove caghi solo tu, dove non c'è nessuno che ti rompe il cazzo (amichevolmente, si intende) se russi. Quella dove smetti di fumare e riesci a connetterti a Internet, alla faccia di un paese nato dalle sorgenti di Condono, il fiume che in Italia non s'esaurirà mai.

Un posto strano, libero da impicci, con un traffico "tentaculare", come amavamo dire durante le ore di coda per uscire. Un posto nel cuore di un altro luogo, il Salento, per molti il centro del mondo, per noi solo l'ennesimo posto nuovo da visitare.

Ripensandoci ora, a un giorno dall'arrivo, rimane solo il fotogramma in bianco e nero del senso di libertà provato, per l'ennesima volta, in un'estate nata per caso, passionale, forse dovuta.

Un fotogramma che rimane stampigliato qui, sulla scheda di memoria di una macchina fotografica, nella mente, come il colore del mare e del tramonto, come quel senso di disagio che si spariglia al fianco di un amico pronto a farti da spalla e a chiamarti come spalla.

Torre Lapillo, Porto Cesareo, Lecce, Puglia. E' il Salento, baby.

Potrei chiuderlo così, se fosse una pubblicità per Nichi Vendola.

Questo però è solo il mio modo di vedere 15 giorni di vacanza in Puglia.

Finiti come quelle cinque bottiglie di limoncello del dopo pasto. O forse erano sei.


Ora basta, sotto con la routine, sennò poi ci sto solo male.

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