mercoledì, settembre 30, 2009

Manca l'orizzonte - Life in technicolor part 67

La mattina, Oscar guardava fuori dalla finestra del suo studio e ci vedeva le montagne. A seconda delle stagioni, le cime erano innevate, o scure di terra.

Segnavano il limite del cielo. E lasciavano a chi guardava la possibilità di immaginare cosa si trovasse al di là d'esse. Oltre, e sopra. Senza che vi fosse alcun limite.

Oscar guardava ma, quella mattina, delle montagne non c'era traccia. Erano nascoste. Guardò a lungo oltre il vetro, ma d'esse sembrava essersi perso anche il ricordo. Senza, lavorava con difficoltà. Era come se fosse stata chiusa la sua piccola via di fuga dalla quotidianità.

Era sempre così, quando non pioveva. Torino si risvegliava con il grigio dello smog e l'odore di sporcizia. E del creato attorno, si smarriva il segno visibile. Per rivederle, avrebbe dovuto piovere, piovere tanto. Per ripulire il cielo e rivedere la bellezza delle cose.

Piovere.

Oscar si mise a pensare. Al fatto che la pioggia, quando arriva, dà fastidio. Ricordò che tutte le sue colleghe, nei giorni di pioggia, si lamentavano del traffico e dei vestiti bagnati, degli ombrelli sfondati e del freddo che ti entra nelle scarpe, perché ti coglie impreparato e ancora in clima estivo. Che durante i momenti di pioggia, c'era più desiderio di rimanere in casa e meno di star in giro a far festa. Pensò al centro di Torino che si svuota anche di sabato sera, se piove. Alla gente che si rintana e al silenzio che pian piano prende il sopravvento. Al fatto che quando pioveva apprezzava di più il jazz. Alla pioggia e alla condensa sui vetri della cucina quando cucinava la pasta per cena. Alle cimici verdi, quelle che se le schiacci puzzano, che gli facevano schifo e quando piovevano entravano in casa e si mettevano a dormire nel bucato da asciugare.

Fosse piovuto, lo smog sarebbe andato via.

Certo, sarebbe costato qualche fastidio. A lui, agli altri. Avrebbe creato un po' di caos e reso il mondo per certi versi invivibile. Per certi versi la pioggia avrebbe anche creato qualche piacevole imprevisto, ma sarebbero stati meno.

Tutto sommato, non sarebbe piaciuto ai più.

Oscar pensava a tutto questo mentre guardava oltre la finestra lo smog su Torino. Era brutto, quel cielo così. E anche se fosse costato un po', ripulirlo, ne valeva la pena. Perché il cielo a Torino è bello. Ed è bella la linea delle sue montagne, bianche d'inverno e terra d'estate. Regalano sogni se le guardi dalla finestra del tuo ufficio, in ogni giorno dell'anno. Più della televisione, più di ogni storia raccontata fra i banchi di scuola e fra le scrivanie dei colleghi, durante la pausa caffè. Sogni che servono a fuggire.

Senza orizzonte, pensò, non si può stare. E' come rimanere senza speranza, senza futuro. Sì, ne valeva la pena, anche stare sotto la pioggia per qualche giorno.

Fu con quel pensiero che si mise a lavorare, sperando che presto o tardi, con qualche fastidio, il suo orizzonte tornasse, donandogli un po' di sereno.

lunedì, settembre 28, 2009

Nostalgia in anticipo - Life in technicolor part 66

Il caro professor Ortoleva, durante una delle ultime lezioni che ascoltai all'università, disse che non ci sono sensi più poderosi nell'evocazione come il gusto e l'olfatto.

E forse per questo che, durante un pranzo in famiglia, puoi sentire emergere forte il senso del tempo che scorre.

Soprattutto se la cuoca è tua zia e, da che mondo e mondo, la sua faraona, la sua pasta fatta in casa, le sue pesche ripiene, conservano il sapore di vent'anni fa.

Se invece la cuoca è tua madre, da che mondo e mondo sarà la pizza a rendere il tutto un amarcod di giovinezza. In effetti, sono poche le mamme che conosco che non hanno mai fatto la pizza. Così come sono molto pochi quelli che non mettono al principio della scala del gusto la pizza della propria mamma.

Non è un solo un discorso culinario. C'è dietro quel misto agrodolce d'infanzia passata e di sopraggiunto limite d'età che crea la disillusione. Per il fatto di non essere più piccoli, per il fatto che tua mamma invecchia e che volente o nolente il tempo va a scendere invece di incrementarsi. Che prima o poi anche l'epoca in cui votavi quella pizza come la migliore finirà, e da giurato passerai a imputato, dato che a fare la pizza sarai tu, magari a qualche altro fan del tuo impasto. Che seppur ti faccia incazzare, quel mondo è destinato a cambiare.

E' una sorta di nostalgia che emerge mentre stai vivendo quei momenti. Che sai che ci sarà a prescindere, e che per quanto tu voglia rifiutarla, segnerà il flusso di ricordi fino a quando morirai. Insieme al rimpianto degli sbagli che hai commesso, delle sofferenze che hai impartito e che magari avresti voluto evitare.

Quando sento in me questa sensazione, so che il tempo concessomi non potrà bastare. A far sì che quel dono che ho ricevuto, l'aver avuto qualcosa per cui provare nostalgia, possa esser convertito in modi e atteggiamenti verso il resto del mondo. A diffondere quel senso di gioia, amore, completezza, che negli anni mi ha permesso oggi d'avere nostalgia prima che tutto finisca.

E' brutto a dirsi, ma anche se credo che la Morte non sia la fine ho paura che concluda cose che non dovrebbero finire. Che vorrei continuassero anche dopo di me, anche senza di me. E invece, purtroppo, so che per quanto potrò durare a lungo, momenti come quelli sempre più rari che oggi vivo li vedrò spegnersi.

E' un tema trito e ritrito. D'altronde, Davide Longo, il mio docente di racconto e romanzo, a Scuola, diceva sempre che ogni storia racconta o d'Amore o di Morte.

Io d'Amore ho sempre parlato. Di Morte ho sempre avuto paura. Ma non di per sè, per il dolore, quanto per il distacco da quei momenti, da quella sensazione che avverto ogni volta che vedo i miei, e guardandomi loro mi fanno presente d'esser cresciuto.

Un distacco che comunque sta già avvenendo, ogni giorno che passa, e che certamente non fermerò. Un qualcosa da affrontare con serenità e fiducia, cercando di valorizzare ogni secondo passato qui. Perché ne valga la pena, perché sia un qualcosa che resti a prescindere.

Da una parte, tutto questo è esaltante.
Dall'altra, ci penso e sento solo rabbia e dolore.

Ma che mistero, tutto questo.

venerdì, settembre 25, 2009

Ciò che cambia la vita - Life in technicolor part 65

Qualche giorno fa parlai del bicchiere mezzo pieno.

In quell'analisi non ho tenuto conto di un fattore, il fattore riempimento: qualcosa che sopraggiunge e fa radicalmente cambiare lo stato del tuo contenitore, che può passare da pieno a vuoto e viceversa.

L'altro giorno tale fattore non sopraggiunse. Infatti scrissi come se il mio bicchiere fosse vuoto. Oggi, invece, mi sento di dire che il bicchiere s'è riempito.

Cioè, sembra che sia uno di quei giorni da bicchiere pieno. Che anche se qualcosa di importante va male, beh, ti senti pronto. Scattante, agile. Voglioso di far bene, come un calciatore prima della finale di champions.

E anche se il futuro è nebuloso, e magari non porterà a granché, mi sento di dire che questa sensazione mi piace. Che sento qualcosa di bello, che avrei voglia di dirlo a tutti ma preferisco tenere ogni cosa per me.

Il tutto mentre un riflessione si scatena. Basta a volte poco per arrivare ad essere motivati. Talmente poco che c'è da sentirsi stupidi, quasi. Quel poco può trasformare i sogni, può crearli dal niente. Può far sì che anche chi non ne aveva, poi, arrivi ad averne.

C'è chi dice che per cambiar la vita servano i milioni. Le puttane, il potere, la forza di schiacciare il prossimo, tre televisioni o un colle su cui sedere. Poi un giorno, arriva una persona, ti dice qualcosa, se ne va e tu rimani fermo, riflettendo sul fatto che quelle parole non le hai mai sentite dire da nessuno. E non necessariamente si tratta di parole d'amore, no. Ci sono moltissime parole d'ascoltare, che ancora mi stupisco a 27 anni di quante siano. E tutto quel qualcosa che serviva per cambiare la vita, si riduce.

Basteranno quelle parole. Che, magari, non inficeranno nulla. Non faranno altro che averti fatto sognare per la mezz'ora successiva e non significheranno niente di che. Sicuramente, però, la vita sarà cambiata.

Anche perché poi quel sogno rimarrà. E magari, grazie a quello la vita cambierà sul serio.

giovedì, settembre 24, 2009

L'indifferenza delle cose - Life in technicolor part 64

Quando non ci sente bene con sè stessi, la prima sensazione che si ha è quella che tutto il mondo giri normalmente, incurante di te.

Un'abitudine, quella del mondo, normale anche quando le cose non te le senti affatto male, addosso. In forma, magro, bello. Quando ti senti a posto con te stesso. Lui gira, gira, gira. Ed è incurante di te lo stesso, anche se immagini che lui ti stia guardando con un occhio di riguardo.

Quando però il malessere si stabilizza, scatta il senso d'indifferenza. Quello che ti senti addosso, quello che stringe le pareti non solo della stanza dove dormi, ma anche della strada che percorri e del cielo su di te. Quello che ti fa sentire solo. Solo senza neanche qualcuno con cui scontrarti.

Non c'è una vera e propria controindicazione contro tutto questo. Ci sarebbe, forse, la risoluzione del malessere. Che il più delle volte non si può limitare a un atto unico: di solito sono più cose insieme, a render possibile tutto questo. E quasi sempre, asincrone.

Io non so se si possa combattere l'indifferenza. E' la cosa che reputo più bastarda. Nelle persone, nel mondo intorno a me. Perché, proprio con il suo esser insita nello sminuire, anzi, nel demolire dello sminuire, può buttare sulle ginocchia chiunque. Può far alzare le mani in segno di resa. Può far divenire anche il più convinto dei paladini il traditore più succube.

L'indifferenza lacera l'amore. Lo fa diventare dolore. Lo fa assorbire dal pentimento, fino a farlo diventare un tutt'uno.

Non c'è speranza, se subentra indifferenza.

In amore, soprattutto. Nella terra in cui anche uno sguardo prima d'andar via può rilevare più d'ogni cosa. Dove una mancanza equivalente a una briciola, può significare il crollo del mondo. Dove anche la banalità é originale e un saluto non dato può esser peggio che una coltellata.

D'indifferenza è pieno il mondo. Soprattutto in quei giorni assolati d'inizio autunno, quando vorresti dire ciò che provi sussurando a squarcia gola che ci sei anche tu.

mercoledì, settembre 23, 2009

Rabbia e solitudine - Life in Technicolor part 63

Il Pungiball. Un'invenzione pensata per l'umanità che, come me, arriva il giorno di metà settimana irrazionalmente incazzato.
E dato che in ufficio non ne ho uno, mi tocca scaricare la rabbia in un altro modo.

Ho provato a sfondarmi di lavoro. Non ho fatto altro che incazzarmi di più. Anche se, per accompagnare la solita routine di chiamate e richieste, di pagine web e di spiegazioni all'acqua di rose, ho preferito uno sottofondo fatto di Kovenant. Non è servito a granché.

Eppure il metal è stato inventato anche per questo. Per scaricare la rabbia.

Quindi ho provato a cambiare strategia, per far scendere la calma. Provare a pensare intensamente a ciò che mi fa rabbia. Una rabbia che non è solo da metà pomeriggio di metà settimana. E' quella rabbia che sai essere frutto di qualche cosa di più profondo, di una specie di dolore. O forse di una consapevolezza.

Sta di fatto che ho cambiato e ho messo su i Goo goo dolls. Con il loro sapore di giovinezza, di anni passati. Con i ricordi di quei mesi passati in altri uffici, con altri pensieri. Con altri sogni, a dirla tutta.

Ed ecco, che la rabbia non è scemata, è solo cambiata. S'è tramutata in solitudine. La solitudine del ricordo. Tipo quella della domenica, orientata però alla speranza del ritorno. Un ritorno sereno alla vita serena. Anche se quella vita serena, di fondo, non c'è mai stata.

E nel giorno che passa, nel giorno che è cominciato rabbioso ed finisce normalmente quieto, in questo giorno non mi resta che pensare a cosa muovere per cominciare a eliminare sia una che l'altra. La rabbia, e la solitudine. Che non sono una la conseguenza dell'altra, beninteso, ma solo e solamente una specie di componente preventivabile della vita da costruire.

Che pian piano si spengono, schiacciate dalla delicatezza di altre componenti di cui ho già diffusamente parlato in passato. Il cambiamento, tanto per cominciare, che te lo senti addosso quando arriva e agisce proprio là dove non speravi più ci potesse essere soluzione. Poi, tanto altro.

Il pungiball per scaricarsi, ieri sera, oggi, domani, serviva, serve e servirà. Perché ci sarà sempre quell'incazzatura fatta non di semplice fastidio, ma di rabbia vera che ti lacera, ti toglie il respiro, ti fa uscire dalla normale concezione per entrare in una spirale autodistruttiva a forma d'imbuto verso il niente. No, quella c'è. Sarà sempre come un trapano contro il muro, che lascia solo il buco e la polvere. Se vuoi la raccogli, sennò stucchi e riparti da capo.

Quello che manca veramente è la pace. Che non sarà facile da trovare come un pungiball, ma sicuramente è più efficace.

martedì, settembre 22, 2009

Il bicchiere mezzo p/v - Life in technicolor part 62

"Sono stanco di fumare, per dimenticare... sono stanco di fuggire che è come morire... raccontando a un amico speciale... sono stanco, stanco d'amare"..

Mio cugino, dieci anni fa, cantava così - i versi erano pressapoco questi - in una canzone che incise poi in una demo che fece il giro di Nichelino e oltre.
Stamane, come capita ogni tanto, mi sono rimesso a canticchiarla.

Ma non per la stanchezza in sè. Forse per il fatto che metta a confronto la fuga alla morte. O forse quel verso finale, che auspica per sè e per gli altri un punto di non ritorno, una stanchezza dell'amore, ecco quel verso m'è sempre sembrato una specie di frase classica, che detta in altri contesti parrebbe banale mentre detta lì, ecco mi sembrava quasi dovuta.

Provo a guardare oltre la stanchezza, alla fuga e all'amore.

Resta quello che ho detto essere irraggiungibile. Rimane il bello del sogno e l'insoddisfazione dell'astrazione. La bellezza di eliminare la fatica, gli imprevisti, e ovviamente il finale che non desideri e il senso di incompletezza che dà il solo riflettere.

Le due metà del famoso bicchiere. Che possono risultare sufficienti o insoddisfacenti, a seconda dei punti di vista, di chi guarda, di chi ascolta, e soprattutto, di cosa c'è in ballo. Perché talvolta, non si riesce ad accettare di rimanere a guardare, di accontentarsi. Ci si butta, perdendo anche la metà buona. Rimanendo non solo senza metà bicchiere, rimanendo proprio senza nulla.

C'è chi passa la vita accentando di sognare. Poi c'è chi sogna talmente tanto, senza stancarsi, da arrivare a sognare e provare, sempre, a mettere in gioco tutto. Sapendo che quel mezzo bicchiere, se prima risultava non bastare, potrebbe risultare persino antipatico se non si fosse tentato.

Oggi sento stanchezza, desiderio di fuga che è come morire. Provo a guardare oltre. Cercando di capire se un bicchiere sicuramente riempito a metà, vale il rischio di vederlo svutarsi nel tentativo di riempirlo per tutta la sua capienza.

lunedì, settembre 21, 2009

Irraggiungibile - Life in technicolor part 61

Cos'è irraggiungibile? Quando qualcosa diventa impossibile da raggiungere? Nel Garzanti si definisce come un qualcosa che non può essere raggiunto. Non si contempla né tenacia né miracolo. Ciò che è parte dello stato esposto, non ha alcun tipo di soluzione se non il rimanere staticamente irraggiungibile.

Definire "irraggiungibile" qualcosa è semplice. Basta avere il presentimento che per quanto ci si sforzi quel qualcosa rimarrà sostanzialmente immutato. Andando verso i massimi sistemi, praticamente per tutta l'umanità Saturno è irraggiungibile. Per molta umanità, un reddito di 20000000 di dollari l'anno è irraggiungibile. Per parte dell'umanità il tiramisù è irraggiungibile. Per un po' d'umanità, la pay tv è irraggiungibile. Per un po' d'umanità, di meno di prima comunque un po' consistente, Internet è irraggiungibile. Un poca umanità, la Bibbia è irraggiungibile. Poi ci sono aspetti decisamente meno universali e più soggettivi. Un amore, o il biglietto di un concerto. Il più delle volte può diventare "irraggiungibile" anche un appuntamento o una cena fuori, come uno sguardo o una parola. La cosa che infastidisce di solito sono proprio quegli aspetti che non dovrebbero essere "irraggiungibili".

Mi è venuta in mente una breve storia. Incentrata sull'amore, che poi fa sempre sentir il senso d'irraggiungibilità, soprattutto per chi insegue. Per chiudere questo post non credo serva altro.

"Seduto sul muretto, vicino alla chiesa, osservavo le macchine passare. Non era un impegno a tenermi lì, se non quel pomeriggio di sabato, a cavallo della noia e di un mal di testa per aver vissuto troppo da leoni il venerdì prima.
M'ero accomodato, tranquillo. E osservavo scorrere la normalità. Finché davanti mi sfrecciò una macchina. Credetti d'aver visto passare lei, insieme ad un altro.
Guardai meglio, era la sua macchina.
Smisi di osservare e cominciare a pensare. Ripensare a lei. Al fatto che seppur fosse normale, beh, lei era lontana dal mio mondo. E che non avrei potuto fare granché, per poterla convincere che una possibilità, ne sarebbe valsa la pena.
C'era un semaforo, poco più avanti. Ed era scattato il rosso.
Misi a fuoco la vista, smettendo di ripensare e ricominciando a osservare. Quello che m'era sembrato un altro era in realtà suo padre.
Era rosso, in coda. I colpi di scena le erano sempre piaciuti e provare a fare la corsa modello film l'avrebbe stupita. Smisi d'osservare. Cominciai a riflettere. mi resi conto che, anche se mi fossi messo a correre, non l'avrei mai raggiunta, quella macchina."

domenica, settembre 20, 2009

La domenica sera - Life in technicolor part 60

Stasera sono arrivato a casa e ho deciso di stirare. E nonostante fosse domenica di campionato, ho scelto di non accendere la televisione.
In sostituzione, ho puntato tutto sulla musica.
Così, in casa suonava solo Paolo Conte. Lui e il suo "gioco d'azzardo". Dove Genova diventa "per noi", e l'attesa è una linea verde a forma di Milonga.
Sapevo che questo non avrebbe fatto altro che accendere l'immaginazione. Forse era ciò di cui sentivo il bisogno, forse.
Così ho lasciato che il pensiero corresse. Corresse ai no che avrei dovuto dire e al fatto che le persone mancano solo quando non ci sono più.
Soffermavo lo sguardo dell'immaginazione, mentre piegavo le maniche di camicia e cercavo d'aggiustar il colletto, a quanto la solitudine colpisca la domenica sera, quel senso di malinconia che corrobora la tesi che il sabato sia meglio.
Il ferro da stiro quasi non lo sentivo, mentre il calore lisciava le camicie e mi faceva sentire sempre più casalingo e uomo da sposare.
Un senso di completezza che s'esauriva solo a quei "no" che non ero riuscito a dire. Che ancora oggi rimangono sullo sfondo di scelte già compiute ancor prima di presentarsi.

Stasera ho scelto di accendere soltanto il pensiero. Di non far altro che rimanere in ascolto di me, dei desideri e dell'immagine di una vita che cova sotto la spessa coltre di realtà.
Di immedesimarmi in ciò che vorrei, con l'ausilio di musica che amo.
Mentre stiravo, lasciavo soltanto spazio ai miei ricordi e ai sogni futuri.
Legavo pensieri a persone speciali nel bene e nel male, o presunte tali. E mentre i panni finivano e non mi rimaneva altro che pensare a che mangiare per cena, il senso di malinconia diventava meno intenso.
Fuori, altri forse sentivano quella stessa mia sensazione. Io però la sentivo più rarefatta, meno inpenetrabile.

Era bastato spegnere la tv e pensare un po' a me. Stirando, riflettendo. E rivolgendo il pensiero a quel tipo di persone che ci mancano solo quando non ci sono.
O che forse ci mancano a prescindere, che sono importanti per un po', e non si capisce il perché.

venerdì, settembre 18, 2009

Pulizie, il venerdì - Life in technicolor part 59

Per alcuni, la vita è fatta di riti. Lavarsi le mani ogni volta che s'entra in casa o fare i pesi in palestra. Guardarsi il tg delle 20 per i più o mangiare l'insalata con l'oliodiggiù.

Sono tutti riti e nessuno se ne rende conto.

Io il venerdì faccio le pulizie. Che non è paragonabile forse a dire una preghiera, ma è un momento che, seppur affronto con un po' di scazzo, mi fa sentire importante.

E' il bello di vivere da soli. Il fatto che senti tuo un posto anche quando è impolverato e necessita di interventi mirati per renderlo migliore.

Quando comincio le pulizie, guardo l'ora e so che il tempo di spolverare, lavare per terra, risciacquare, sbattere i tappeti, sarà un tempo breve. Penso a quando vado al lavoro e le mie colleghe, tutte mamme di ragazzi sui 14 anni, mi prendono in giro perché parlo più di detersivi che di vestiti. Penso al profumo che lasciano i miei pavimenti dopo che l'aria li avrà asciugati. Penso all'essenza che accenderò dopo che avrò finito, con il mio diffusore a candele.

Ed ecco che quel tempo, fra i pensieri, diventa breve. Le pulizie scorrono, liscie.

In fondo c'è anche un motivo per cui le pulizie le faccio di venerdì: perché io qui ci sono venuto a vivere di sabato. E, il venerdì, prima che ci entrassi, mia madre aveva lavato tutto per terra. Ero entrato che era tutto lindo, e dentro di me, pensavo: qui dovrò lavare una volta alla settimana. Mia madre non ci credeva, però alla fine ho mantenuto la promessa che m'ero fatto.

Un rito è un rito. Le pulizie potrebbero anche non esserlo, per alcuni, ma per me un po' lo sono.
Forse perché, in fondo, fare le pulizie è come entrare per la prima volta in casa mia.
Ed è una sensazione fantastica.

giovedì, settembre 17, 2009

Il momento partenza - Life in technicolor part 58

Ci sono quei giorni in cui risulta pesante la quotidianità. Dove casa ti sembra lontana anche durante l'ora di cena, nella tua cucina, con il tuo telegiornale, in pantofole.

Allora la scelta, per l'uomo del film, è prendere la macchina e partire. Per chi non ha la macchina, o i soldi, o la voglia, la partenza segna quindi un limite.

Per eccedere, la partenza che intendo io è quella rottura dell'equilibrio che cambia la storia. Quella, tanto per intenderci, che porta Bilbo ad abbandonare l'Anello e partire verso Gran Burrone, o Bukowski a licenziarsi e andare a cercare fortuna con la poesia. In effetti, la partenza in molti romanzi non si riduce ad altro che al pretesto della rottura.

Rompere il destino, o frantumare ciò che rimane del futuro. La partenza prende e spezza le reni al disegno cosmico della vita omologata. In altre parole, rende la vita vita propriamente detta.

Se non subentra dal vero, però, c'è la complicanza. E' qui che subentra il sogno. O meglio, il cosiddetto surrogato.

Scegli una meta dove sei stato, poi la riempi di ricordi e la piazzi lì, nello spazio del cervello riservato solo ai "momenti partenza". E cominci ad immaginare cosa significhi arrivare là, magari rimanerci, come avresti voluto fare quando ci sei passato. E poi pensi, anche dal divano di casa tua. Pensi e arricchisci il pensiero di ciò che manca, come se fossi su una ringhiera a osservare fuori e il tuo orizzonte non è solo il palazzo di fronte ma le montagne che tagliano l'orizzonte e oltre, ciò che sta dietro.

Il momento partenza, oggi, per me è mare. Oggi il mio momento partenza lo dedico alla Liguria. Ad Albenga, guarda un po'. Ad alcuni piace, ad altri no. Però per me, qualche anno fa, è stato speciale sul serio.

mercoledì, settembre 16, 2009

Pioggia - Life in technicolor part 57


La pioggia è rinfrescante. Più calda della neve e più triste, per ovvie ragioni, del sole.

Io la trovo rivelatrice. Sarà il silenzio che porta con sè. Quando piove, il massimo è rimanere a guarda l'acqua cadere. Da una finestra, meglio se di casa tua, magari anche con luce soffusa. Con il tepore. Riflettendo.

Attendevo questa pioggia con ansia. E' il segnale che l'autunno è arrivato. E con lui, i cambiamenti e ciò che da essi scaturirà. Perchè d'autunno cambiano le cose: sarà l'abitudine a misurarsi con i colloqui di lavoro, che in questo periodo storicamente toccano il picco. O forse, per il fatto che al ritorno dalle ferie c'è, con il primo freddo, la presa di coscienza che l'estate è veramente finita. E, con essa, anche le aspettative che un'estate porta con sé.

Con la pioggia ricomincia il reale. Ripensato dopo la calura estiva, ripulito dai residui di stanchezza che permangono dopo le ferie. La pioggia arriva, e risciacqua la terra. La rende fertile. Ripulisce il cielo dallo smog. Trasporta le polveri. Talvolta, sporca i panni lasciati stesi senza pensare. Si posa sul cemento e sui prati. Rende lunga la frenata delle auto senza ABS. Ti fa sentire a casa, la sera.

A me la pioggia piace. Cerco di leggerci qualcosa oltre il fatto che sia antipatica e possa infastidire. Sarà che qui a Torino, la pioggia la conosciamo bene; talvolta fa anche paura, se hai un fiume con il Po che ogni tanto sbarella e viene fuori dal suo letto. Però ad esempio Torino non sarebbe Torino se non ci fosse la pioggia. E l'autunno non potrebbe avvisare che arriva, in fondo, anche perché le foglie che cadono, non credo bastino.

Come i cambiamenti, come le prove da affrontare. Antipatiche, talvolta. Da affrontare in silenzio, quasi sempre. Rilevatrici, in ogni caso.

Sì, la pioggia mi piace proprio. Come metafora, anche.

Un po' come l'arcobaleno, anche se quello è più raro.
E poi viene sempre dopo la pioggia.

lunedì, settembre 14, 2009

Fantasia - Life in technicolor part 56

Quando ho conosciuto Fantasia, non credevo che avrei mai potuto sentire tanto affetto per un cane.
Certo, c'era Frida, e c'è tutt'ora.

Ma Fantasia è stato un qualcosa di diverso. Non so sei sia stata una sorta di pietoso sentimento ricolmo di dolore. Forse è il fatto che considero, ma questo è risaputo, la malinconia attraente. Quello che so è che quel cane, ancor'oggi, mi fa insieme stringere il cuore e amare il mondo.

Fantasia, dicevamo. Si diceva che aveva due anni, l'età le era stata dedotta dall'usura dei denti. L'avevano trovata con un'ernia al disco, che poi è degenerata fino a farla rimanere paralizzata. Io, nella mia ignoranza, avrei detto che era stata colpita da un morbo o che so io. Poi, però, mi hanno spiegato che quello che la teneva inchiodata alla brandina era un male di cui, in fondo, non si conoscevano nemmeno le cause.

Fantasia poteva muovere solo la testa e la coda. Rimaneva tutto il giorno sdraiata. Non poteva fare la pipì o la cacca, a meno che qualcuno l'aiutasse massaggiandole il basso ventre. Mangiava da una specie di biberon, e beveva da una piccola siringa senz'ago. Se non ci fosse stato qualcuno a prenderla in braccio, a rigirarla, ad accarezzarla, le piaghe da decubito le sarebbero sorte nel giro di pochi giorni.

In realtà, Fantasia le piaghe da decubito non le ha potute evitare.
Il pelo le si è consumato, lungo la linea delle articolazioni delle zampette. Il tutto è accaduto mentre i muscoli s'atrofizzavano, e quella minima speranza che tornasse a camminare si perdeva.

Fantasia è morta a maggio, credo. L'ha presa una pensionata sola che non aveva nessuno da coccolare tutto il giorno e le ha fatto passare le ultime settimane serena.

Io la conobbi (se così si può dire) verso gennaio, e ogni volta che la vedevo mi sentivo in colpa e felice.

In colpa perché avrei voluto riuscire a farla camminare. Felice perché, nel suo silenzio (Fantasia non abbaiava, o almeno, io non la sentivo mai abbaiare) Fantasia parlava: quando arrivava qualcuno, lei girava lo sguardo. E mentre la carezzavi, la sentivi respirare piano sotto la mano, come se percepisse intorno a sè la calma. Si poteva avvertire, dal calore del suo corpo, dai suoi occhi che, dolorosamente, chiedevano solo un attimo per tenerla vicino.

Fantasia oggi non so dove sia. Quando giunse la notizia della sua morte, alcuni piansero. Dissi che con un nome così non poteva che essere nel paradiso dei cani, a correre dietro a chissà quali cose. Perché sono sicuro che anche per loro, per gli animali, c'è un piccolo paradiso a forma di parco senza figli di puttana che li maltrattano. E sono sicuro che quelli che soffrono qui, là sono decisamente più felici. Provai a raccontare questa storia con il sorriso, anche se, ancora oggi, mentre ripenso a Fantasia, mi vengono le lacrime agli occhi.

Mi accorgo, però, che pensare a lei vuol dire pensare a cose che vorrei mettere nella mia storia, cose che provo a raccontare tutti i giorni. Così come quelli che l'hanno conosciuta, che quando ne accennano oggi provano ancora un senso di pienezza, e sembra che quel suo essere immobile, in realtà, fosse solo un mascheramento di un moto perpetuo.

Già. Fantasia era proprio il nome adatto, per lei.

venerdì, settembre 11, 2009

Dignità e nostalgia - Life in technicolor part 55

Ogni mattina, quando arrivo al lavoro, ci sono due signore delle pulizie. Una sembra uscita da un reality show di Canale 5: parla solo di lei, del fatto che lei è fatta in un certo modo, che farà questo e quest'altro. E' molto educata, però ogni volta che la sento parlare mi viene in mente il termine qualunquismo. A dir il vero, non la vedo far altro che le pulizie, e chiedo vivamente perdono per questo pensiero.

Poi ce n'è una seconda. Una signora sempre sorridente. Talvolta silenziosa, che non va oltre al classico commento sul tempo o sul parcheggio che non c'è. Una signora dedita al lavoro, che se non sta pulendo una scrivania o il cesso sta andando via. E che, nonostante girovaghi per gli open space vestita di grembiule giallo macchiato di varichina e guantini di plastica, i capelli siano raccolti e non vi siano sul suo corpo segni di monili o altro, mantiene sempre una sorta di eleganza inimitabile.

Una volta l'incontrai per strada, o meglio, io la vidi ma lei non vide me. Era inverno, ed eravamo su corso Bramante, verso le 9 e qualche cosa. Probabilmente, usciva proprio dal mio ufficio e stava andando chissà dove, dopo aver pulito scrivanie e cessi. La guardai fra la gente: indossava una gonna lunga, stivali di pelle scamosciata marroni, un grosso giubbottone e un colbacco pelosissimo, oltre che capelli da sole ombrati leggermente sulle lenti.

Descritta così apparirà, nella mente, come una figurina anni '70 oggetto solo di umorismo pirandelliano. E invece, quel mattino d'inverno, lei aveva un'eleganza vera, un portamento che rimbalzava fra il nostalgico e in vintage.

La sua dignità traspariva, così come al lavoro, su quella strada. Di lei ho sempre pensato che il suo lavoro non rispecchiasse la sua dignità. Che nei suoi gesti si nascondesse ben più che uno strofinaccio o uno schizzo d'acqua sullo specchio del bagno.

M'è venuta nostalgia, osservando lei. Perché la purezza di quella dignità l'ho ritrovata solo in un altro sentimento: il sentimento della nostalgia. Quello che, tanto per intenderci, diventa puro quando ami una persona e non la senti vicino a te.

Tante volte mi sono chiesto cosa fosse, in realtà, il sentire la mancanza di qualcuno. Tante volte ho pensato di provarla, così come tante volte ho pensato che il mio comportamento facesse trasparire dignità.

Quando ho conosciuto la signora delle pulizie, ho scoperto che la dignità non sarà mai abbastanza e che non sono arrivato a nulla, rispetto a lei. Proprio come in questi giorni, in discussione, c'è tutto il mio concetto di mancanza e nostalgia.

giovedì, settembre 10, 2009

Consapevolmente - Life in technicolor part 54

Un sorriso, la voce. Gli occhi, l'odore.
Labbra e mani, spalle e corpo tutto.

Sono tante gli aspetti che parlano per te.

Poi però mi fermo a un aspetto. Il tuo modo di vedere le cose. Quell'arroccarsi sulle posizioni quando tutto il mondo ti dice che è la scelta sbagliata. Quelle scelte che comprendi solo tu e che, mentre compi, sai già che sono sbagliate.

Quel tuo modo di stare al mondo si racchiude nel silenzio che segue la tua presa di posizione. Che raramente è fermo, lo vedo dagli occhi. Il più delle volte quelle labbra serrate, quegli occhi che scrutano il resto del mondo ma non me, ecco, tutto questo mi fa capire che ti sei sbagliata e lo sai.

C'è poco da parlarti, da lì non ti schiodi. Non ammetterai di aver sbagliato fin quando la tua scelta ti sarà addosso e non potrai far altro che subirla. Fin quando non ti troverai a dover assumere le responsabilità, fra le quali c'è il tornare indietro e ricominciare a guardarmi negli occhi.

Tutto questo è solo un modo di leggerti dentro. Di comprenderti, per come sei. Per come ti presenti e dici che tu vuoi essere così. Con le tue scelte, dolci ed avventate.

Anche quelle che appaiono fuori dal coro. Che presto o tardi diverranno banchi di prova. Per noi che abbiamo camminato vicini e lontani, vicini nella vita ma lontani nei pensieri, per te che tutto questo l'hai preteso per te e per me che devo accettarlo, volente o nolente.

Ogni banco di prova ha un suo prezzo. Il mio sarà guardarti mentre, con il tuo sorriso, le tue lacrime, il tuo futuro, prenderai una strada sperando che non si riveli la scelta sbagliata. Mentre io ti osserverò da lontano, consapevole che quella tua scelta sarà oltre che un banco di prova anche, forse, la fine di tutto.

Il bello è, Madeleine, che tutto questo se te lo dicessi dal vivo, tu lo negheresti.
Ma in fondo anche questo è bello, di te. La tua consapevolezza, talvolta, la si paga per due. O meglio, la paga uno dei due, anche per te.

E' la regola del gioco, che piaccia o no. Lo giocherò fino in fondo, per poi guardarti andare lontano. Sperando di sbagliarmi, certo di non averlo fatto.

mercoledì, settembre 09, 2009

Il dubbio decisivo - Life technicolor part 53

Ognuno di noi ha il dubbio decisivo. Peraltro, credo sia una cosa ricorrente.

Solo che, avendolo sempre nel momento che meno t'aspetti, esso diviene sempre non "un", quanto "il".

Di solito il dubbio decisivo s'affronta con le domande canoniche da fine del mondo: lo faccio non lo faccio? Vado non vado?

Su Facebook un amico mi scriveva anche, e riporto testualmente: "DESTRA O SINISTRA? GIUSTO O SBAGLIATO? BUONI O CATTIVI? LAVORO O VACANZA?", scritto in maiuscolo per poter credo caricare ancor di più il valore di queste domande.

Senza soffermarsi su cosa mi stessi chiedendo, ripenso alla reazione. D'impulso. Coraggiosa, senza freni inibitori. Talmente avventata da risultare imprevisa e presumibilmente, decisiva nell'esito.

Quante volte il dubbio decisivo è emerso? Quante volte? Non saprei dirlo. Così come non saprei enumerare il numero di volte che l'esito della scelta è stata in qualche maniera fatale. Talvolta gli esiti di quelle scelte si trascinano ad oggi. Ne vedo ancora le macerie, in effetti.

Che cosa dire, d'altro? Che non ci sono rimedi per il dubbio decisivo. Si può soltanto sperare che non sia lui a vincere la battaglia delle scelte.

Io per esempio sono convinto che vinca sempre lui. Però boh, alla fine è solo pessimismo.

martedì, settembre 08, 2009

Resistere con le parole - Life in technicolor part 52

Mai mollare. Mai sentirsi soli. Mai sentirsi arrivati. Mai perdere la Fede. Mai dimenticare gli affetti. Mai scordare gli amici. Mai perdere la speranza. Mai dormire sugli allori. Mai sedersi. Mai spegnere il lume della ragione. Mai perdere la bussola. Mai addormentarsi. Mai rimanere fermi. Mai accontentarsi. Mai perdere il sorriso.

Sono parole. Che fanno bene a chi se le ripete per sempre, tanto da rischiare di non ricevere neanche più l'effetto placebo.

Le parole sono cose forti.
Pesano nell'aria e addosso a chi le pronuncia. Pesano soprattutto per chi le recepisce.

C'è chi dalle parole raccoglie sollievo, e chi trae carica.
C'è chi cerca di utilizzarle per plasmarne serenità, ma di questo ho già parlato.

Poi spunta il silenzio, e viene meno la resistenza dell'uomo che si motiva. Arriva l'attimo di cedimento. Sornione. Traditore.

E' qui che le parole ritornano.
Quando meno te l'aspetti, torna la voce. E quella cazzo di tentazione di mollare, va a farsi fottere.

E' per questo che ancora non ho smesso di credere. Per le parole che nel silenzio ho ripetuto, quando non sembrava rimanesse nulla. E' così che dev'essere. E' così, spero, che sarà.

domenica, settembre 06, 2009

Un giorno, per caso - Life in technicolor part 51

Un giorno, per caso, puoi trovare le parole che altri stanno cercando.
Non è voluto, è solo che ti capita. Allora non puoi far altro che scrivere, facendo in fretta come raccontava Vasco.

Un giorno, sempre caso, può capitarti che quelle stesse parole le legga quel qualcuno per cui tu le hai scritte, inconsapevole che lo stavi facendo.
Leggendole, questo qualcuno si sentirà rincuorato che tu abbia scelto per lui tempi e modi d'esposizione.

Un giorno, per caso, puoi trovare altre parole, per altre persone.
Come ti è capitato per quella stessa persona che, tempo prima, aveva incrociato ciò che avevi scritto.
E tu, incredulo, ti guardi dentro prima di rileggere le tue parole, anzi, le parole che oltre tue sono anche loro, e pensare che ciò che cercavi da una vita lo stai ritrovando lì, proprio lì.
Senti dentro quella spinta a non mollare, quella stessa spinta che ti fa dire che la vita di tutti i giorni sembra sempre uguale.
Senti che le tue parole, essendo parole che pian piano diventano di tutti, sono spese bene.

Hai voglia di parlare ancora. Hai voglia di scrivere, di continuare a farlo. Con il solo scopo di cercare le parole anche per chi non sa, o spesso non vuole, trovarle per sè.
Scrivi, allora. SCrivi. Per te, per gli altri.

In modo che, un giorno, sempre per caso, quegli altri trovino in te e nelle tue parole quella consolazione che il mondo non ha saputo consegnargli. E quella serenità che vai cercando tu, nel continuo mettere insieme parole, sia la loro serenità.

Quel giorno, non sarà un caso che sia tu che gli altri, troviate la vostra consolazione.

(Ah, ovviamente il "TU" del post sono io, Fra.)

venerdì, settembre 04, 2009

Bob Marley - Life in technicolor part 50

Quest'estate, per chi è stato in vacanza con me e ha passato molte serate al Free music village di Nichelino, sa che una delle colonne dell'estate è stato Bob Marley.

Ora, io non so cosa fosse veramente Bob Marley, se un profeta, un cantante o un genio. Probabilmente era tutte e tre le cose. Forse non era neanche queste tre cose, e semplicemente siamo noi che non l'abbiamo capito fino in fondo.

Sta di fatto che Bob Marley quest'anno, soprattutto in vacanza ha messo tutti d'accordo. Quando si mangiava, si riassettava, si metteva mano alle carte e al limoncello per il dopo pasto, tutti (o quasi, a parte uno che voleva ascoltare a tutti i costi Elio e le Storie Tese) eravamo concordi che ci voleva allegria, ci voleva sollievo. E una musica universalmente condivisa che sapesse metterci d'accordo tutti era quella.

A me Bob Marley è sempre piaciuto. Credo non ci sia persona al mondo che possa dire il contrario, che Bob Marley non piace. Un po' come la Nutella. E credo che il fatto che quest'anno l'abbiamo saputo apprezzare di più è che forse tutti avevamo bisogno di ciò che lui, con quel sound leggero e infarcito di speranza, voleva fare a tutti i suoi fans.

Forse eravamo predisposti, o forse no. Eppure credo, anzi ne sono sicuro, che Bob Marley oggi sarà contento di sapere che ha alleggerito molto la nostra mente, quasi quanto la canapa - che non abbiamo fumato, beninteso. In quest'estate 2009, il suono che sento di più è la sua voce, e con me tutti quelli che hanno frequentato il Free Village a Nichelino, hanno visitato Torre Lapillo, hanno giocato a scopone in un giardino sotto il sole di Puglia. E chissà quanti altri che non so.

Di una cosa son sicuro: se non ci fosse stato lui quest'estate avrebbe stonato molto di più.

giovedì, settembre 03, 2009

La casa al mare - Life in technicolor part 49

L'altro giorno ho provato a spiegare a mia madre cosa mi servirebbe per provare a scrivere seriamente una storia.

Mi sono ridotto a dire che mi basterebbe avere un balcone di fronte al mare, un tavolo, il mio computer, della birra e tante sigarette, ovviamente Pall Mall light.

La cosa che però mi faceva riflettere è che non basterebbe. Perché fra una pausa e l'altra mi troverei ad aver fame, voglia di farmi una doccia, o di dormire. Soprattutto dormire.

E allora ho trovato che la cosa che mi servirebbe oltre al balcone, il panorama e tutto il resto, è una casa. Al mare, ovviamente.

Da qui la mia scelta di impegnarmi a fondo per acquistare una casa al mare al più presto, in modo da scrivere il mio capolavoro. Dato che la mia situazione di precario di stato non mi permetterà però questo passo prima di qualche millennio, dovrò trovare una soluzione alternativa.

Ho riflettuto sull'opportunità di portare il mare a Nichelino, ma facendolo con l'ausilio della mia Punto e di secchi non so quanto tempo ci metterei. Quindi, per ora ho scelto di fare una sfida con me stesso e provare a scrivere senza l'ausilio del mare. I segnali per ora non sono molto incoraggianti: certo è che posso migliorare.

Dato che però al momento non ho altro di più entusiasmante a cui pensare, credo che proseguirò su questa strada. Sperando che un giorno, tutto ciò che scriverò servirà per arrivare ad avere un mio piccolo angolo di tranquillità di fronte al mare.

E' solo un sogno, fatto alla fine di una giornata lavorativa stramba e stancante. Che accompagnato da una canzone di Paul Simon acquista certamente un valore inestimabile.

Basta poco per farsi tornare il sorriso, quando sai che per comprarti una casa ci vorranno 1000 anni.

mercoledì, settembre 02, 2009

Banalmente - Life in technicolor part 48

Oggi ero e pensavo fra me e me. Quando mi sono alzato, questa giornata non sembrava dovesse avere molto da dire. Soprattutto per il fatto che, per un motivo o per l'altro, stanotte mi ero addormentato alle 3, incazzato come una belva perché sapevo che oggi avrei dovuto lavorare.

Sta di fatto che, però, stamattina quando sono arrivato al lavoro ho trovato le scrivanie di tutte rigirate. O meglio, i posti fissi rimescolati. Una scelta dettata da nuovi innesti in ufficio.

Così mi sono trovato vicino a una collega con cui non avevo mai parlato tanto. Molto simpatica, devo dire. E la mattina è passata.

Sono uscito per andare a prendere un esame all'ospedale, e sono riuscito ad arrivare in tempo grazie a un permesso. Nel mezzo, m'è arrivato un bell'sms di ringraziamento da un amico a cui ho fatto un favore.

Tornato in ufficio, faccio una bella riunione, lavoro, e rifletto che ci sono giorni che cominciano in maniera veramente banale. E banalmente, risultano essere sorprendenti.

Di norma, non dovrebbero dire granché. Anche se, se si guarda più a fondo, si possono trovare spunti per rendere la banalità piccola sosta nel viaggio che è la vita di tutti i giorni. Come piccola area di sosta, trovata a caso sull'Adriatica mentre si viaggia lungo la penisola, ecco.

A conti fatti, di banalità oggi non ne ho vista granché.

Però per cortesia, domani regalatemi un colpo di scena. E che sia un bel colpo di scena, non un dramma.

martedì, settembre 01, 2009

Lettera a un lettore speciale - L. i. t. part 47

Caro lettore di Milano,
presumibilmente da oggi tu conosci meglio me che io te, dato che io non so manco chi sei.
Come vedi, ho cancellato ciò che poteva portare a te. E anche se una strada per arrivarci a quello che ho censurato c'è ancora, non credo che i più potranno scoprire chi tu sia.

Intanto, so che non potrò scoprirlo io. Il mio amico Pietro sostiene che tu sia venuto qui a rubare le foto, dato che 86 pagine in 24 minuti sono veramente troppe da leggere. Io non sono Diane Arbus o Robert Doisneau, ci credo poco. E' anche vero che dopo il tuo passaggio l'idea che mi frullava qualche giorno fa in testa, di mettere un avviso per non copiarmi le foto impunemente, l'ho realizzata. Però vabbè, a dirla tutto è stata più che altro una trovata pubblicitaria per farmi il figo.

Prima sognavo chi fossi. No, non il solito sogno della bellissima ragazza poetica con il cervello a posto che si innamora solo per ciò che scrivo.

Ti pensavo come uno della city milanese, o meglio, speravo che fossi uno di lì. Speravo che fossi uno che lavora in qualche grande agenzia, magari un signore sulla cinquantina con la barba e la giacca a quadretti, che la sera mangia la minestra con la moglie e i figli ventenni e che lavora ancora "alla vecchia maniera" (anche se fosse veramente così, non andresti su internet.. e poi come si lavora con la "vecchia maniera"?). Che lavora in un'agenzia e che ha trovato interesse nel leggere il mio blog. Che ha trovato spunto in un lavoro che stava preparando da qualche storia, da Ibrid o da Oscar, chissà, e non sto a linkare un post a quei due nomi perché non voglio far torto agli altri 130 e più in cui si parla di loro.

Ti pensavo come uno a cui navigare su Internet ha fruttato la nostra conoscenza e che d'ora in avanti non smetterà più di leggermi, e pazienza se non mi offrirai un lavoro. Ho pensato a te nel caos di Milano mentre, poco per volta, sfogliavi la margherita se andare dalla donna dei tuoi sogni e invitarla a uscire, solo perché avevi letto un mio post e la tua leggendaria timidezza era svanita. Oppure che avevi letto un mio post e avevi chiamato tuo papà chiedendogli di vedervi, dopo 20 anni che lo facevi, solo perché hai letto qui, nel "Diario", che io con il mio ci faccio sempre pace quando ci litigo.

Non so tu chi sia, caro il mio lettore, spero che tu non sia veramente venuto qui a rubare qualcosa perchè 86 visite in un giorno da un solo visitatore, cazzo non me le aspettavo proprio. Se ti aggrada, ritorna. E troverai altro da leggere.

Poi vabbè, se sei uno che può offrirmi un lavoro, fallo.
E se sei una ragazza, beh.. vabbè, ma tanto non ci avevo pensato che potessi esserlo.

In ogni caso, ti sarò grato.
E se hai rubato qualcosa, per piacere, restituiscila. Ossia, non venderla al posto mio. Non vorrai mica rovinare la nostra amicizia, appena nata?

Stai bene.
Fra