venerdì, ottobre 30, 2009

Spese amarcord - Life in technicolor part 84

Quando mi sento solo, mi piace riprendere quei piccoli ricordi, in cui mi rivedo felice, e riviverli.
Oggi, dopo una mattinata passata a smontare mobili e progettare come assemblare quelli nuovi, ho scelto di andare a fare la spesa ecologica: ossia, una spesa senza sacchetti di plastica, un po' come accade negli Usa, però senza sconto.
Ho preso i miei sacchetti di stoffa, gentile omaggio dei vari Torino film festival, Fiere del libro e (ovviamente) di Scuola Holden, e sono andato al supermarket.

Mentre guidavo, mi è tornato in mente quando ero bambino, e la spesa andavo a farla con mia mamma e mia nonna. Andavamo al mercato, con un vecchio 127 verdone, tanto caro a mio nonno che ancora oggi un po' rimpiango.
Entrambe, avevano le solite borse da spesa: mia nonna una burbera borsa scura, di cuoio e tessuto compatto. Mia mamma, invece, una borsa di tessuto, credo cotone, bianca con delle scritte verdi. Stilizzati, c'erano dei bambini che facevano il girotondo. Una scritta, che non ricordo con precisione, inneggiava alla Natura.
Di quelle spese, ricordo il mio desiderio di andare al banco dei giocattoli, poco distante dall'ingresso del mercato, i sacchi pieni di verdure acquistate dai contadini, il profumo della frutta, l'odore dei formaggi e dei salumi con il rumore, continuo, dei generatori di corrente per i camioncini dotati di frigo.
Erano spese sempre ricche, e chissà perché, lunghe una mattina intera e piene di sorrisi.

Mi è venuto in mente tutto questo, mentre entravo nel mio supermarket di fiducia e guardavo le mie due borse, nere. E, chissà come mai, mi sono chiesto che fine avesse fatto quella borsa chiara.

Ci pensavo anche mentre, attratto da una grande scritta, "Offerta, 6,49 euro!" mi sono avvicinato a una bancale di caffè.
E, mentre prendevo il mio kilo di caffè in offerta, una signora in divisa scura mi chiama e mi dice: "Ecco a lei, signore, in omaggio con il caffè Vergnano c'è anche una borsa!".

Beh, ovviamente s'è capito, no? Una borsa tale e quale a quella che aveva mia mamma. Certo, non ci sono i bambini stilizzati, l'inno alla Natura e tutto quanto. Però è come se fosse uguale.

Ho fatto la mia spesa felice. Anche perché, senza quel gradito omaggio, le mie due borse scure non sarebbero bastate, dato che c'erano anche le offerte sulle merendine e sugli spinaci surgelati.
Ma soprattutto, sono stato felice perché questa spesa è stata un po' diversa dalle altre.

Era come se mia mamma (che ancora oggi a volte fa la spesa con me) e mia nonna m'avessero accompagnato. Come se quel supermarket fosse diventato il mercato di vent'anni fa. Che io non sapessi cosa volesse dire "Offerta speciale" e invece di pagare con il bancomat in euro, per far la spesa bastavano 10 mila lire.

Ma soprattutto, era come se fossi meno solo.
Di come quando sono partito e ho cercato quel ricordo, un po' banale, semplice, certamente felice.

E poi, ora anche io ho una borsa bianca per la spesa ecologica. Posso anche mettere i vestiti in coordinato, volendo.

giovedì, ottobre 29, 2009

Nebbie - Life in technicolor part 83

Se Torino fosse una pietanza, la nebbia sarebbe uno degli ingredienti imprescindibili. Un po' come l'aglio nel pesto, che se ne abusi infastidisce ma in giuste quantità corregge il tiro del "gustoso" al "buono".

La nebbia. Non è altro che uno strato di vapore acqueo. La gente poi ci mette di mezzo i film dell'orrore e il senso di smarrimento. Il fatto che non si veda oltre un po' di metri, che andare in macchina sia un po' più pericoloso del solito, che il freddo da fastidioso possa diventare pungente.

Stamane, la nebbia era poeticamente avvolgente. Sembrava fosse scritta, non elargita dalla terra. Sembrava che Torino, nella nebbia, avesse raccontato un minimo della sua storia ultracentenaria. E, con lei, anche quelli che nella nebbia ci camminavano.

E così, camminando, ho cominciato a pensare che la cosa bella della nebbia non è tanto il fatto che sia incosistente, che se la vivi dal caldo del tuo letto sia anche piacevole, che se la guardi con una tazza di the al bergamotto non la scambieresti che con la pioggia, che se la chiudi fuori dal focolare domestico è anche una buona amica. La cosa bella della nebbia è che, quando avvolge il mattino, è perché al pomeriggio ci sarà il sole. Matematico. Sicuro. Una roba da non credere.

Questo implica un sacco di cose, fra cui il fatto che la nebbia sia facilmente metaforizzabile. Peccato che il giorno metafora, una festa indetta da me medesimo, cada in luglio: sarebbe stato bello raccogliere tutto ciò che può simboleggiare la nebbia, in quel giorno. Ovviamente, mettendoci anche questo testo, che non è solo un tributo a questo fenomeno atmosferico, ma a tutto ciò che può significare, mentre si verifica, e ciò che ne consegue.

martedì, ottobre 27, 2009

Prospettive - Life in technicolor part 82

"Guarda le cose da un'altra prospettiva."

Suona come un consiglio, e se sei di malumore ti sembra una presa per il culo. Perché disegni il tuo mondo intorno alle prospettive, che i più, per lo più, chiamano sogni.

Nella geometria della vita, le preghiere sono righe e il risultato finale è ciò che desideriamo per noi.

Basta un X per creare uno spazio.

Una specie di strada che, se vuoi, puoi far costeggiare da alberi o palazzi, come quando alle elementari usavi il righello, i pennarelli e i fogli lisci A4. Che ti sporcavano le mani, sì, ma che, in contemporanea ti lasciavano felice perché, fra le macchie, nasceva una strada che idealmente ti portava lontano.


"Si chiama punto di fuga - diceva sempre la maestra - il punto generato dalle due rette che s'intersecano".

Certe volte mi sono soffermato a pensare cosa si nascondesse là dietro, dietro quel punto. Che neanche le rette, i miei colori, le macchie e l'impegno potevano disegnare. Dietro il punto di fuga, non c'era nulla: era la fine della prospettiva.

Ci sono quelle prospettive che finiscono. Altre, continuano. A colpi di disegni, o d'immaginazione dell'autore che, con impegno e fatica, s'impone di continuare il proprio disegno. Anche se, talvolta, non capisce. Non comprende, non è capace a disegnare. Però sente dentro quella proprietà, che lo spazio è di 3 dimensioni e non di 2, solamente. Che oltre un limite, c'è un qualcosa che si può in qualche modo raggiungere.

Perché prospettive se ne trovano anche quando non ce ne sono. Il punto di fuga rimane lì, a chiudere uno spazio.

Ad aprirne uno nuovo, oltre ciò che abbiamo disegnato, e dico così per esser realista, perché a me piace immaginare d'aver sognato.

Sognare di fuggire, oltre il punto medesimo, con destinazione i sogni. Quelli che nascono da una nuova prospettiva.

venerdì, ottobre 23, 2009

Lontano - Life in technicolor part 81

Oggi ho sentito parlare di nostalgia. Mi sei venuta in mente tu quando, in mezzo al giorno, ti sei messa a parlare dei tuoi cani.

C'è stato un momento in cui ho sentito il rumore del parco, mentre parlavi. I rametti che scrocchiavano mentre li lanciavo, mentre loro, i cani, si stufavano di rincorrerli.

Avevi il sentore che ti sarebbe mancato tutto questo. Come quando, a tavola, dicevi che ti stava venendo a noia il mangiare il formaggio con i grissini. Quando la sazietà spariva, e tornava la fame macchiata dalla gola e dal gusto. Un sapore libero, che a me piaceva corroborare dal vino rosso e tu ti chiedevi perché, dato che il vino non t'è mai piaciuto.

Oggi a Torino è piovuto. Più d'una volta mi hai detto che là la pioggia è più fredda. Lo sai il perché, d'altronde stai a migliaia di km da qui verso nord, ma in fondo è sempre meglio sognare che qui sia piacevole anche stare in giro senza ombrello e che non faccia mai il freddo che dà fastidio. E' perché forse ora, quando ti svegli, fai meno strada di quando stavi qui.

Perché qui il tempo è freddo. Come la gente, come le persone, come gli amici. Indifferenti. Che chiedono solo e non danno, perché è troppo, troppo difficile dare.

Tu l'hai sempre detto, lo ripeti anche ora che, lontano, guardi ciò che hai lasciato e dici che non ti manca granché. Perché qui sembra essere tutto indifferente. Non solo gli amici. Poi però ti fermi al fatto che qui c'era qualcosa in più, qualcosa di meglio. In fondo anche i difetti di Torino e di chi ci abita sembrano sparire, quando stai a migliaia di km. L'hai detto tu, fra le righe.

Non chiaramente.

Come quando hai parlato del volantino della pizza a domicilio che hai trovato in buca. Ti sei messa a ridere senza che dicessi nulla, senza averla assaggiata, quella pizza.

E poi il mondo intorno. La posta, il supermarket. I marciapiedi, i negozi. Il cielo e, perché no, le persone intorno.
In fondo è sempre stato così, qui le cose erano più belle. Almeno, lo sembravano.
Forse perché eravamo due. Eravamo.

mercoledì, ottobre 21, 2009

Fortunella - Life in technicolor part 80

Mentre tornavo, ieri sera, la marmitta della macchina s'è spezzata. Una scena che conoscevo già dato che, 3 anni fa, ho provato esattamente la stessa situazione.

Un misto d'impotenza e rabbia che ho provato quando, nel 2003, appena comprata, a quella stessa macchina dovetti rifare la guarnizione della testa e far cambiare una portiera, causa furto.

Ricordo ancora le braccia di un'amica che, come me ingenuamente, aveva lasciato la giacca nel baule e tastava la moquette del mezzo sperando che nella penombra spuntasse un panno, magari nascosto. E con esso, ovviamente, i cellulari e i portafogli stipati con essi.

Fu la prima estate con quella Punto, sbarcata nella mia vita a 33.000 km di vita, una vernice lucida e il pieno di benzina omaggio di mio papà. Quell'estate sapevo che ero diventato grande sul serio, dato che con Fortunella non avevo paura di niente.

Perché quella Punto, dopo il furto di cui sopra, divenne per tutti Fortunella. Perché ogni 3x2 aveva un problema. Perché era sempre la macchina con i nottolini rotti. Perché la sera che ho detto a un mio amico "Io con lei ho già dato", parlando di furti, ecco la notte stessa mi hanno fottuto l'autoradio nuova e 150 euro di cd. Perché non ha la convergenza, è piena di righe e la vernice rosso pastello ha perso intensità, diventando rossiccio sbiadito.

L'altro ieri Fortunella ha compiuto 100.000.000 km. E' nel pieno della maturità, è come s'avesse 50 anni. Guidarla oggi non è come quando è arrivata nella mia vita, anzi, talvolta è imbarazzante. Con lei non puoi baccagliare, ormai è una macchina da popolino. Preferirei, certo, una bella TT. Però è poetico, oggi, girare in provincia con lei, mentre ripercorro le strade che facevo in bici o a piedi, quando la patente manco l'avevo.

Fortunella, in fondo, è una mia amica. Lo pensavo oggi, mentre la portavo per l'ennesima volta dal meccanico, per l'ennesima riparazione che spero ultima. Lo pensavo mentre pensavo che, anche se spero di possedere presto una TT, forse la cosa ideale sarebbe che una mattina lei magicamente al posto di svegliarsi Punto aprisse i fanali e si trovasse bolide da formula 1.

martedì, ottobre 20, 2009

Gelosia, furti e armistizio - Life in technicolor part 78

La Gelosia è un aspetto odioso della faccenda amorosa. La si contempla solo quand'ormai è assodata, senza alcuna possibilità di difendersi da essa.

Come sentimento, agisce sulle corde dell'Amore e del Rancore. Credo che la Gelosia, intesa come sensazione, nasca dall'unione del Rancore e dell'Amore: come se si sentisse il fastidio d'amare qualcuno, perché foriero di dolore.

La Gelosia è frutto quindi d'un unione, in tutti i sensi. E' ibrida nei confronti del buono e del cattivo, così come l'amaro nel caffè. E' il ladrocinio della beltà che l'Amore ha insito in sé, della purezza della Fiducia.

Di fatto, quando c'è Gelosia nell'animo umano si scatena solo una grande guerra fra il desiderio di vendetta verso l'oggetto del sentimento amoroso e del rancore geloso. Una battaglia di sensazioni che solo la fine di tutto può concludere.

Io sono geloso, lo ammetto. E difficilmente, le anime gelose che vivono in me concludono tutto con un armistizio. Posso solo provare a farle dialogare con la diplomazia della razionalità. Ma raramente essa riesce a prendere il sopravvento.

Si risolve tutto in una fine senza seguito. Bene o male, equivale al MAD.

Il problema è, come spesso ho detto, il dopo: nell'inverno nucleare, infatti, pare che le aspettative di vita siano più o meno un mese.

lunedì, ottobre 19, 2009

Cose - Life in technicolor part 78

Capita, talvolta, di stare a casa ammalati.

Se si è sfortunati e al sabato notte s'è circolato poco vestiti in una città fredda, capita la domenica.

Quando capita, si sfrutta il tempo per riflettere sulle cose, più che per capire come guarire. Anche perché di guarire, talvolta non si ha proprio voglia, tanto è la bellezza di stare in pigiama con una buona scusa per fottersene di tutti gli appuntamenti.

Capita che, in quei momenti, la riflessione si porti sui massimi sistemi: chi siamo, dove andiamo, che facciamo. Come non avere problemi di soldi. Se sarà possibile rivedere un giocatore della Juve tirar su la Coppa dei Campioni. Come non soffrire più per amore. Andrò mai d'accordo con i miei. Come digerire i peperoni a cena e il kebab a colazione. Come non ubriacarsi più. Come convincersi a non ubriacarsi più. Come comprare casa con contratti a progetto d'un mese. E così via.

Capita che le domande che sorgono vengano generate da ciò che ti circonda. Dagli oggetti, più che dalle persone. E, guardando quegli oggetti, i dubbi si moltiplichino.

Capita che guardando tutto ciò che ti circonda, in quella domenica da mezzo influenzato, con il freddo, il mal di testa e quello che ne consegue, con la soddisfazione d'aver oziato guardando la TV o mentre stiravi, capisci. Riesci a risponderti. Ti rendi conto che, in fondo, non ti manca nulla. Che tutto ciò che ti circonda basta per rendere la tua vita tranquilla quel tanto che basta per non avere privazioni nei bisogni primari. Per non avere nè troppo nè troppo poco.

E, all'imbrunire, capita che anche se hai preso coscienza che tutto ciò di cui hai bisogno ce l'hai, tu non riesca a rispondere alla domanda: "E allora, perché non sono felice?".

venerdì, ottobre 16, 2009

Ordine e condomini - Life in technicolor part 77

In un certo senso, mi hanno sempre affascinato i condomini.
A Nichelino, da bambino, osservavo che erano tutti al massimo di cinque piani. Ora vanno di moda quelli di tre, oppure da dodici.

Ma non è questo, il motivo di tanta curiosità. E' il fatto che ci sono tante e tante normative sul come essi debbano apparire. Con le tende uguali, le persiane uguali, i colori dei balconi uguali. Ogni appartamento è una replica del vicino, alla faccia dell'erba più verde. Che poi, in questo caso, più che di erba si parlerebbe di cemento.

Sembra che l'uguaglianza dei balconi sottolinei la necessità d'ordine: non infrangere la convivenza civile e avere la bontà di non offendere la vista del dirimpettaio di condominio.

Visti da lontano, mi sembrano tante piccole celle, i condomini. Che nascondono tanti modi diversi di stare al mondo, ma che per l'esterno devono apparire tutti uguali.

Per il gusto della gente che ci passa davanti, o forse perché l'ordine è rispettabile più di mille diverse tende che raccontino le storie di chi le ha appese.

Un ordine certamente socialmente utile. Un'uguaglianza, per certi versi, angosciante.

giovedì, ottobre 15, 2009

Sole, gelo e speranza - Life in technicolor part 76

Oggi a Torino c'è il sole. Eppure fa freddo, è arrivato il cazzo di freddo siberiano da pre inverno.

C'è la stessa aria che c'era quando, a novembre, si preparava il grande inverno 2008-2009, quello dei metri e metri di neve, delle strade impantanose, delle code chilometriche, e dei cambiamenti climatici che sembravano un po' più distanti da noi.

Oggi a Torino c'è il sole, e il freddo fa sentire meno il dolore. Di chi c'è e di chi non c'è più. Per un po', per sempre. Fa sentire meno il dolore a chi rimane. Chi rimane per un po', chi rimane, o forse chi CI rimane, per sempre.

Oggi a Torino c'è il sole e il freddo insieme e sembra che ci sia neve nelle ossa. Non nelle narici, quella fa male. Quel tempo che ammazza le cimici verdi, che puzzano quando le schiacci. Che ti fa sentire bene, solo e solamente, a casa tua.

Oggi a Torino c'è il sole e fa freddo, e anche se l'anno volge al termine, sento che la speranza è ancora viva. La cerco nell'aria rarefatta. Negli odori del Po che aspetta d'ingrossarsi con le piogge, nei gas di scarico che non sanno di nascondere gli orizzonti.

Oggi a Torino c'è il sole e fa freddo, più di ieri. Stamattina c'era un grado e mezzo. "Sti cazzi!" ho esclamato, mentre una mia collega lo diceva in ufficio. E quell'imprecazione riguardava più il male che ho dentro, che non il freddo che fa fuori.

Oggi a Torino è stata una bella giornata di sole e freddo. Una giornata di partenze, una giornata di arrivi. Una giornata dove, nel colore del cielo, nei profumi di una città infinita, germoglia la speranza che ci sia ancora, per un attimo, calore. Che batta il freddo, che accompagni il sole alla porta. Che dia speranza, mentre il giorno finisce, il freddo s'accumina e il sole sparisce.

mercoledì, ottobre 14, 2009

Distanza a comando - Life in technicolor part 75

La distanza è un elemento controllabile. La prendi e la smonti a seconda di cosa ci sia all'altro capo di essa.

Se metti dello spazio fra te e uno stronzo, ad esempio, non ci sarà grossa difficoltà ad amare quello spazio.

Se la separazione sopraggiunge fra te e il tuo telefilm preferito, fra te e una persona che ami, fra te e la Nutella, fra te e l'acqua, fra te e il letto, fra te e una doccia-appena-arrivato-a-casa, ecco che la distanza diventa un elemento difficilmente sopportabile.


La distanza è soggettiva.

La senti solo se ci tieni a cosa rimane oltre, altrimenti la senti lo stesso ma contemporaneamente t'auguri che non ci sia niente che la porti via.
In questo periodo sento la distanza calare in molte cose della mia vita, per alcune la chiamo, per alcune le percepisco come detestabile.

Sono frutto della percezione, forse. Paranoie che possono essere demolite con la convinzione che quello spazio non può distruggere niente di già assodato. Che è tutto colpa dell'autocommiserazione. Che se vuoi, sei imbattibile e che se qualcosa che ami è lontano non ti crea problemi.

Sei pronto.

Lo senti, ce la fai.


Poi però la distanza esce allo scoperto. E vaglielo a spiegare, che non conta un cazzo.

lunedì, ottobre 12, 2009

Sbagli - Life in Technicolor part 74

Ho parlato spesso del passato. Dei ricordi e di quanto l'evocazione di essi sappia fermare il tempo, per certi versi.
Un'unica cosa può però distruggere quel senso di piacere: il rimorso.

Appare ogni volta che la scelta si riduce a uno sbaglio. E persiste ad accompagnare ogni pensiero finché quello stesso errore non si riduce, guarda un po', a un ricordo.

Il rimorso: è affascinante la forza del pensiero, quando prendere la via sbagliata rimane nella mente più di quanto possano fare tutti gli eventi che seguono la scelta corretta.
In fondo è un viaggio, dove il bivio (non quello di Ruggeri, per intenderci) è legato anche a un minimo dubbio, che diventa vitale quando si sbaglia a imboccare la strada.

Penso spesso alle scelte sbagliate. Più di quelle che ho preso e si sono rivelate giuste. Perché nello sbaglio non c'era solo male, no.
Appariva, dopo tempo, anche una giusta compensazione: come se ci fosse una giustizia cosmica che mi concedeva un'altra possibilità.

Voltandomi indietro ritrovavo le motivazioni che mi avevano portato sulla strada sbagliata. Le comprendevo con il senno di poi, e capivo dov'era l'errore.
E ciò che m'aveva portato nell'errore, diventava insegnamento.

Sembra tutto bello. In fondo il detto "Sbagliando s'impara" è vero ogni giorno in una vita media.

C'è un però: che anche nella comprensione rimane il male di una scelta sbagliata.

E quando riguarda altri, ecco che, forse, non c'è rimedio. O forse sì: ma ancora, non l'ho scoperto, il metodo.

domenica, ottobre 11, 2009

Un tratto di matita - Life in technicolor part 73

Tutti i bimbi disegnano. Quando non giocano, prendono carta e colori e cominciano a tracciare kg e kg di segni sulla carta. E quando si presenta un momento di festa, magari dove c'è un festeggiato, preparano un disegno apposta e lo presentano a titolo di regalo.

Mio fratello non si tira indietro, anche se per lui ogni giorno è una buona scusa per regalare qualche sua piccola opera.

A me è toccato diverse volte ricevere doni di tale portata, e in tali occasioni sono sempre stato felice.

Oggi mi sono ricapitati fra le mani i tanti disegni che ha fatto all'asilo. Riguardando i suoi lavori ho trovato una continuità, una sorta di filo conduttore: il sorriso dei protagonisti, anche se erano mostri o "antagonisti" (nel senso proppiano del termine) e il fatto che anche nella più semplice della proposizione artistica, il mondo è sempre pieno di colori, il sole sorride, le case sono a misura d'uomo e i tanti omini che costellano l'A4 in questione si tengono, per lo più, per mano.

La modernità ha trasforamto il disegno in colore invadente. Di pennarello, di tinte sintetiche.
Io quando guardo i colori di mio fratello mi stupisco di quanto sappia trasmettere felicità e serenità dal tratto di matita. Quando il disegno rimane genuino, quasi come preso e trasposto in carta direttamente dal suo punto di vista, incompleto, infantile, parziale.


Un modo per far confrontare il mondo con la dolcezza d'una espressione dell'essere, quello dei bambini appunto, che non chiede altro che perfezione d'Amore e grandezza di spirito, che poi sarebbe la felicità di cantare con il papà, di ascoltare la musica e meravigliarsi alla bellezza di un rock'n'roll, di rincorrere un cagnolino e, meraviglia, riuscire anche a parlarci.

Un mondo perfetto che racchiude la sua sintesi, talvolta, in due tratti di matita tirati a caso, che non saranno perfetti dal punto di vista stilistico ma che racchiudono tutta la sintesi della semplicità.

So di non dire nulla d'eccezionale o d'originale, ma so anche che non ci si può arrendere a tanta meraviglia, dandola per scontata. Anche perché se ognuno facesse propria la bellezza di meravigliarsi, appunto, che porta un bimbo a disegnare un treno su una cartolina e a considerare quel disegno un magnifico regalo, tanta necessità di rifugiarsi nell'effimero non si troverebbe con tanta facilità nel mondo che ci circonda.

E' stupore sempre nuovo, quella che mi sento addosso quando mi soffermo sulla curiosità di mio fratello a ricercare il rigo più adatto a descrivere graficamente un drago, un auto o mio padre.

Stupore misto a commozione di felicità.

Non mi stuferò mai di guardare quei disegni, forse perché è lì l'essenza delle cose. Curiosità e amore per le cose intorno a noi, cose che ricerchiamo per tutta la vita, se ci si sofferma a pensare un po'.

giovedì, ottobre 08, 2009

Il tempo di tornare indietro - Life in technicolor part 71

Ciò che fa paura d'una partenza non è tanto il cosa capiterà all'arrivo, quanto il fatto che ciò che ti attende non sia come ciò che lasci.

Se scappi da un qualcosa, la partenza denota una svolta che può apparire decisiva. Attesa come la svolta che ci si aspettava per finalmente tornare a sorridere. Tornare a dire che sì, quella vita che m'aspetta è quella che voglio, e pazienza se lascio qualcosa che m'ha accompagnato fino ad oggi.

Non ci sono grossi dubbi. Sia che questo porterà a un esito, sia sul fatto che qualsiasi esso sia in qualche modo potrebbe risultare definitivo sugli esiti delle cose.

Fa paura, credo. Credo perché non ho mai preso una strada definitiva che comportasse un lasciare il mio mondo per un altro. L'ho letto nei modi e nel tono di chi l'ha fatto per me, negli anni passati: amici, stretti o meno, che partivano per lasciarsi dietro qualcosa, per poi dire: "Sai, partire è servito", e quel "servito" non aveva per forza accezioni positive.

Talvolta si parte consapevoli che sia una scelta difficile da fare. Talvolta, si sa a priori che non è una scelta totalmente giusta. Che porterà conseguenze non giuste, non desiderate. Che faranno soffrire.

Si può soltanto provare a rimediare sfruttando lo spazio che intercorre fra il movimento rotatorio della testa e il primo passo: quando ti stai per voltare indietro per l'ultima volta, per dire "Vado", prima di spiccare il volo.

Puoi scegliere di non compiere il passo dell'addio, ma solo di arrivederci. Di compiere un passo verso il futuro, consapevole che ciò che lasci non è solo marcio. Che qualcosa, nella tua Danimarca, per cui vale la pena tornare.

Quella frazione di tempo diventerà il tempo che ti resta da vivere. Diverrà il primo attimo del resto della tua vita. Diventerà, in un modo o nell'altro, la scelta che hai compiuto.

Altrimenti, tutto brucerà. E quello che lasci rimarrà sospeso: lì, a quel punto, non potrai tornare.

mercoledì, ottobre 07, 2009

Semplicemente - Life in technicolor part 71

Non ho la minima idea di cosa sia la felicità, intesa come forma. So cosa si prova ad essere felici, ma non saprei dare un aspetto a ciò che è la felicità.

Un corpo. Uno spazio. Un suono. Un sapore. Uno sguardo. Una sensazione. Felicità è tutto questo e, contemporaneamente, non assimilabile solo a questo.

Vincolo, da sempre, la felicità alla semplicità delle cose. Alla semplicità, anzi. Intesa come sistema di interazione, di movimenti, di percezione.

Ciò che è semplice non può essere difficile o incomprensibile. E' per tutti, senza distinzione. Senza eccezioni.

Una felicità pura è, per definizione, semplice. Immagino una sensazione, come mia sorella che mi accoglie in casa o mio nonno che beve un bicchiere di vino con me. Sento di poter contenere ciò che provo: ed è strano sapere che, seppur quel senso di soddisfazione sia incontenibile, esso è generato da un qualcosa di semplice.

Anche un tratto di matita lo è: non è complesso nè articolato, eppure è da esso che viene generata l'armonia del dipinto. Con il carboncino della mina, con linee facilmente cancellabili, quasi indifese, nasce la straordinaria potenza del colore, delle forme, delle sagome. Ogni volta che si guarda un quadro, si rimane abbagliati dal risultato finale, quando in realtà quel risultato è esso stesso frutto di un'interazione di semplicità.

Ho sempre pensato che la semplicità delle cose fosse più affascinante della complessità dei massimi sistemi. Se non altro, perché in essa ho ritrovato quella giusta dose d'umanità che avvicina il mondo a ognuno. A differenza della spocchia della ricerca angosciosa in ogni anfratto, di complesse relazioni, sociali, sentimentali, morali, che portassero un innalzamento di tutto ciò ch'era complemento di vita.

Anche nella scrittura, s'intende. Ma per essa, c'è una storia a sè. Lì la semplicità non sta nella forma, quanto nella sostanza. E di strada da fare, ne ho ancora tantissima da fare.

Oggi sento voglia di semplicità. Di sentirmi semplice. Da sempre è così, però oggi di più.

Però non mi pongo domande: troppo complesso. Preferisco godermi il momento.

martedì, ottobre 06, 2009

Il giorno più bello - Life in technicolor part 70

I giorni, rispetto ai ricordi, sono come tante foto incastonate in uno speciale scaffale della memoria. Si guardano le immagini, e se si vogliono rivivere quelle sensazioni, ti prende la foto.

Magicamente, quella foto acquisterà movimento e tutto acquisirà il sapore dell'amarcord.
E' così che, forse per caso, mi capita di ripensare a un momento della mia vita, credo fosse quarta elementare, per la precisione una pausa pranzo di un giorno di mezza primavera.

Dopo aver mangiato in refettorio, si andava tutti insieme nel terrazzo del mio vecchio istituto.
Tutte le classi, con maestre, bidelle ed educatrici al seguito.
Fu così che, quel giorno, mi ritrovai solo in quel cortile.

La partita a calcio era già al completo, mentre la partita a pallavolo non m'attraeva. Provai a giocare un po' a nascondino con i ragazzi di quinta ma mi cacciarono.

M'avvicinai alle bimbe della mia classe per giocar con loro a bambole ma, appurato che senza Barbie personale non mi sarei divertito, lasciai perdere. Finché notai, in un angolo del cortile, Marco.
Seduto, con il suo pallone, che per avidità infantile (quella, per intenderci del: "E' mio e non voglio che ci giochi") aveva tenuto fra le gambe, guardava gli altri bambini giocare. Imbronciato, come al solito.

Gli andai vicino e gli dissi: "Ti va di giocare un po' con me?".
Lui mi guardò sospettoso, poi mi disse: "Dai, facciamo un po' di tiri in porta".

Prendemmo come pali due rialzi in cemento che spuntavano nella terrazza: poi, mentre intorno a noi tutti continuavano a giocare come se niente fosse, cominciammo a giocare a "rigori". Il primo che segnava andava in porta, e dato che io non ero forte e lui neppure, il più delle volte finivamo in porta solo perché a parare eravamo ancora più scarsi che a calciare.

Passamo un'ora, forse più, così. E ricordo ancora oggi che, fra un tiro e l'altro, dissi: "Questo è il giorno più bello della mia vita". Non ricordo se lui rispose "Anche per me", ma mi pare di sì.
I giorni entrano nei ricordi come cartoline.

Isoliamo un'immagine, un suono, e li lasciamo poggiati su uno scaffale immaginario per darci modo di raccoglierli a nostro uso e consumo.
Stamattina ho scelto di prendere quella cartolina e di guardarla, mentre in ufficio vivevo un'altra giornata da distacco.

Ricordo quella frase e soprattutto come sono arrivato a formularla, da bimbo senza esperienza, con 9 anni di ingenuità più che vita vissuta.
Sono certo che oggi non riuscirei a riprovare i brividi di quella spensieratezza, ma so, anzi ne sono certo, che la ricerca di un momento che possa farmi ripetere quella frase è una delle ragioni di vita che porto nel cuore.

Ogni giorno passo davanti alla mia scuola elementare. Ora è diventata un centro estetico di proprietà della famiglia di un mio vecchio compagno di scuola. Lo sguardo ogni tanto capita sul terrazzo, che è diventato un parcheggio.

Grazie alle mie "cartoline", quel momento non è passato. Sta lì, a motivarmi. A far sì che un giorno, in un modo o nell'altro, riesca a ricreare l'occasione di poter dire quelle parole.

Magari non accontentandomi di una partita a rigori, questa volta, anche se ancora oggi il calcio mi piace da matti.

lunedì, ottobre 05, 2009

Le strade (un monologo) - Life in technicolor part 69

Un rumore che si ripete all'infinito può essere fastidioso. Pensa ai file del pc (mai del mac) che si impiantano e che suonano incessatamente la stessa nota, come in un loop maledetto. Ecco, ci stai pensando?

Sembra quasi facciano male le orecchie, vero?.

Ora pensa a quel fastidio, rielaboralo all'altezza del cuore. Della testa e della gola, che senti riempirsi prima di piangere. Che senti nel diaframma mentre trattieni un singhiozzo, magari in bagno con la porta chiusa, nascosto dai colleghi e agli amici, perché ti vergogni di farti vedere così.

Ascolti in testa quel brano lì, che avevi ascoltato in un altro momento, altre felicità, altri tempi: e quel fastidio ti rimbomba addosso, non riesci a levartelo di torno manco con un iPod, un chewing gum o un'arma da taglio.

Quante volte è stato così? Quante volte?

E' qualcosa che non sapresti dire. Così come io non saprei dire, sai? Non lo so, veramente. So solo che è palese, oggi, quella sensazione intensa e coesa, in ogni risvolto. Nei momenti, nell'aria, nell'orizzonte che non c'è. Nel cibo, nelle serate. Nelle mie parole, nelle parole tue, degli altri.

Ma soprattutto, quel fastidio sta nel silenzio. Nel silenzio consumato, passo dopo passo, verso una death line dalla forma di saluto di commiato, che non si sa bene sarà addio, arrivederci o chissà.

Sai cosa ci accomuna? Il fatto che sia io che tu, certamente anche tu, ogni volta sai qual è la strada da prendere. E' solo che quella strada non è quella che vuoi, è solo la più giusta. Non è quella che desideri, per questo non vuoi prenderla. E anche se è quello che dovremmo fare, sia io che te, sappiamo che scegliere quella direzione è più difficile d'accettar quello che comporterà il non prenderla. La sofferenza che ne seguirà. L'amor proprio che svanirà. Il futuro che, in un modo o nell'altro, sarà certamente un po' meno sereno. Le nostre autodifese che crollano. L'esser alla mercé. Semplicemente, soffrire.

Provo a veder le cose più compatte. Le provo a guardare meno a comparti stagni. Forse... forse c'è una possibilità. Quella di andare oltre le cose, non credi? Perché ogni strada porta a qualcosa. E quel qualcosa, è comunque solo un punto intermediario. C'è sempre qualcos'altro, oltre la fine di una strada. Un'altra strada.

Anche quella sofferenza che ci frena. L'immobilismo di non voler compiere scelte. Provo a guardarlo come una fase di crescita. Prova a guardarla anche tu così. Una fase, momentanea. Che ha avuto un inizio, avrà una fine. Una fine forse condita da quel fastidio di prima, ma potenziato cento, mille volte. Ma che, lo vogliamo oppure no, ci spingerà verso la strada più giusta.

E che, proprio perché è la più giusta, sarà per entrambi la giusta direzione.

Ci spero. Lo voglio. E so che anche tu lo desideri.

Perché ciò che è giusto, non può deludere, me, te, nessuno.
Devo crederci. Credici, insieme a me.

venerdì, ottobre 02, 2009

Separazioni - Life in technicolor part 68

Le ferite sono una divisione. Fra due lembi di carne che prima di un trauma erano un tutt'uno. Sono come le crepe, le fessure.
Qualcosa si lacera, si taglia, si destruttura. E dove prima era c'era uno, ci sono due.

La stessa cosa accade nella fissione nucleare. Un bombardamento artificiale sulla massa di materiale fissile fraziona il corpo in due. Genera radiazioni e separa qualcosa che pur infinitamente piccolo, può generare un'energia pazzesca.

Solitamente, ciò che viene separato non potrà congiungersi nuovamente in maniera a uguale a prima. Può ristrutturarsi, può essere con un intervento congiunto in maniera anche precisa. Ma non sarà mai come quando un fattore esterno ha separato le cose.

Certo, può essere meglio. Può durare più a lungo. Ma l'intervento dev'essere mirato, preciso, deciso. Non dev'esser portato da mani tremanti e da occhi affetti da cataratta. Ci dev'essere, al contempo, solerzia del particolare e forza di congiunzione.

Raramente ho potuto osservare come la causa della separazione fosse anche il fattore ricongiungitore. Raramente ho potuto constatare una saldatura di ciò ch'era rotto per mano del fautore.

Sarebbe controproducende, forse non nell'ordine delle cose. Delle ferite, della fissione nucleare, della separazione. Non ci sarebbe ordine se chi spezzasse fosse anche colui il quale unisce.

E invece no. Perché le ferite possono essere provocate da unghie o da lame poggiate incautamente dalla propria mano, e saranno sanate dalle piastrine del sangue. Perché la fissione nucleare non è potente quanto la fusione nucleare. Perché se una strada è separata da un corso d'acqua, da quel corso d'acqua emergerà presto o tardi un guado che permetta d'attraversare anche senza ponte.

Forse è solo questione di tempo, vedere le separazioni sanarsi. Forse non dipende neanche dal tempo, ma dalle energie, dalle risorse, che ognuno mette in campo per veder sanato ciò che è stato separato.

Io non lo so, da cosa dipenda. Ho solo la volontà di unire, quella sì.