martedì, ottobre 06, 2009

Il giorno più bello - Life in technicolor part 70

I giorni, rispetto ai ricordi, sono come tante foto incastonate in uno speciale scaffale della memoria. Si guardano le immagini, e se si vogliono rivivere quelle sensazioni, ti prende la foto.

Magicamente, quella foto acquisterà movimento e tutto acquisirà il sapore dell'amarcord.
E' così che, forse per caso, mi capita di ripensare a un momento della mia vita, credo fosse quarta elementare, per la precisione una pausa pranzo di un giorno di mezza primavera.

Dopo aver mangiato in refettorio, si andava tutti insieme nel terrazzo del mio vecchio istituto.
Tutte le classi, con maestre, bidelle ed educatrici al seguito.
Fu così che, quel giorno, mi ritrovai solo in quel cortile.

La partita a calcio era già al completo, mentre la partita a pallavolo non m'attraeva. Provai a giocare un po' a nascondino con i ragazzi di quinta ma mi cacciarono.

M'avvicinai alle bimbe della mia classe per giocar con loro a bambole ma, appurato che senza Barbie personale non mi sarei divertito, lasciai perdere. Finché notai, in un angolo del cortile, Marco.
Seduto, con il suo pallone, che per avidità infantile (quella, per intenderci del: "E' mio e non voglio che ci giochi") aveva tenuto fra le gambe, guardava gli altri bambini giocare. Imbronciato, come al solito.

Gli andai vicino e gli dissi: "Ti va di giocare un po' con me?".
Lui mi guardò sospettoso, poi mi disse: "Dai, facciamo un po' di tiri in porta".

Prendemmo come pali due rialzi in cemento che spuntavano nella terrazza: poi, mentre intorno a noi tutti continuavano a giocare come se niente fosse, cominciammo a giocare a "rigori". Il primo che segnava andava in porta, e dato che io non ero forte e lui neppure, il più delle volte finivamo in porta solo perché a parare eravamo ancora più scarsi che a calciare.

Passamo un'ora, forse più, così. E ricordo ancora oggi che, fra un tiro e l'altro, dissi: "Questo è il giorno più bello della mia vita". Non ricordo se lui rispose "Anche per me", ma mi pare di sì.
I giorni entrano nei ricordi come cartoline.

Isoliamo un'immagine, un suono, e li lasciamo poggiati su uno scaffale immaginario per darci modo di raccoglierli a nostro uso e consumo.
Stamattina ho scelto di prendere quella cartolina e di guardarla, mentre in ufficio vivevo un'altra giornata da distacco.

Ricordo quella frase e soprattutto come sono arrivato a formularla, da bimbo senza esperienza, con 9 anni di ingenuità più che vita vissuta.
Sono certo che oggi non riuscirei a riprovare i brividi di quella spensieratezza, ma so, anzi ne sono certo, che la ricerca di un momento che possa farmi ripetere quella frase è una delle ragioni di vita che porto nel cuore.

Ogni giorno passo davanti alla mia scuola elementare. Ora è diventata un centro estetico di proprietà della famiglia di un mio vecchio compagno di scuola. Lo sguardo ogni tanto capita sul terrazzo, che è diventato un parcheggio.

Grazie alle mie "cartoline", quel momento non è passato. Sta lì, a motivarmi. A far sì che un giorno, in un modo o nell'altro, riesca a ricreare l'occasione di poter dire quelle parole.

Magari non accontentandomi di una partita a rigori, questa volta, anche se ancora oggi il calcio mi piace da matti.

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