giovedì, ottobre 08, 2009

Il tempo di tornare indietro - Life in technicolor part 71

Ciò che fa paura d'una partenza non è tanto il cosa capiterà all'arrivo, quanto il fatto che ciò che ti attende non sia come ciò che lasci.

Se scappi da un qualcosa, la partenza denota una svolta che può apparire decisiva. Attesa come la svolta che ci si aspettava per finalmente tornare a sorridere. Tornare a dire che sì, quella vita che m'aspetta è quella che voglio, e pazienza se lascio qualcosa che m'ha accompagnato fino ad oggi.

Non ci sono grossi dubbi. Sia che questo porterà a un esito, sia sul fatto che qualsiasi esso sia in qualche modo potrebbe risultare definitivo sugli esiti delle cose.

Fa paura, credo. Credo perché non ho mai preso una strada definitiva che comportasse un lasciare il mio mondo per un altro. L'ho letto nei modi e nel tono di chi l'ha fatto per me, negli anni passati: amici, stretti o meno, che partivano per lasciarsi dietro qualcosa, per poi dire: "Sai, partire è servito", e quel "servito" non aveva per forza accezioni positive.

Talvolta si parte consapevoli che sia una scelta difficile da fare. Talvolta, si sa a priori che non è una scelta totalmente giusta. Che porterà conseguenze non giuste, non desiderate. Che faranno soffrire.

Si può soltanto provare a rimediare sfruttando lo spazio che intercorre fra il movimento rotatorio della testa e il primo passo: quando ti stai per voltare indietro per l'ultima volta, per dire "Vado", prima di spiccare il volo.

Puoi scegliere di non compiere il passo dell'addio, ma solo di arrivederci. Di compiere un passo verso il futuro, consapevole che ciò che lasci non è solo marcio. Che qualcosa, nella tua Danimarca, per cui vale la pena tornare.

Quella frazione di tempo diventerà il tempo che ti resta da vivere. Diverrà il primo attimo del resto della tua vita. Diventerà, in un modo o nell'altro, la scelta che hai compiuto.

Altrimenti, tutto brucerà. E quello che lasci rimarrà sospeso: lì, a quel punto, non potrai tornare.

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