lunedì, ottobre 05, 2009

Le strade (un monologo) - Life in technicolor part 69

Un rumore che si ripete all'infinito può essere fastidioso. Pensa ai file del pc (mai del mac) che si impiantano e che suonano incessatamente la stessa nota, come in un loop maledetto. Ecco, ci stai pensando?

Sembra quasi facciano male le orecchie, vero?.

Ora pensa a quel fastidio, rielaboralo all'altezza del cuore. Della testa e della gola, che senti riempirsi prima di piangere. Che senti nel diaframma mentre trattieni un singhiozzo, magari in bagno con la porta chiusa, nascosto dai colleghi e agli amici, perché ti vergogni di farti vedere così.

Ascolti in testa quel brano lì, che avevi ascoltato in un altro momento, altre felicità, altri tempi: e quel fastidio ti rimbomba addosso, non riesci a levartelo di torno manco con un iPod, un chewing gum o un'arma da taglio.

Quante volte è stato così? Quante volte?

E' qualcosa che non sapresti dire. Così come io non saprei dire, sai? Non lo so, veramente. So solo che è palese, oggi, quella sensazione intensa e coesa, in ogni risvolto. Nei momenti, nell'aria, nell'orizzonte che non c'è. Nel cibo, nelle serate. Nelle mie parole, nelle parole tue, degli altri.

Ma soprattutto, quel fastidio sta nel silenzio. Nel silenzio consumato, passo dopo passo, verso una death line dalla forma di saluto di commiato, che non si sa bene sarà addio, arrivederci o chissà.

Sai cosa ci accomuna? Il fatto che sia io che tu, certamente anche tu, ogni volta sai qual è la strada da prendere. E' solo che quella strada non è quella che vuoi, è solo la più giusta. Non è quella che desideri, per questo non vuoi prenderla. E anche se è quello che dovremmo fare, sia io che te, sappiamo che scegliere quella direzione è più difficile d'accettar quello che comporterà il non prenderla. La sofferenza che ne seguirà. L'amor proprio che svanirà. Il futuro che, in un modo o nell'altro, sarà certamente un po' meno sereno. Le nostre autodifese che crollano. L'esser alla mercé. Semplicemente, soffrire.

Provo a veder le cose più compatte. Le provo a guardare meno a comparti stagni. Forse... forse c'è una possibilità. Quella di andare oltre le cose, non credi? Perché ogni strada porta a qualcosa. E quel qualcosa, è comunque solo un punto intermediario. C'è sempre qualcos'altro, oltre la fine di una strada. Un'altra strada.

Anche quella sofferenza che ci frena. L'immobilismo di non voler compiere scelte. Provo a guardarlo come una fase di crescita. Prova a guardarla anche tu così. Una fase, momentanea. Che ha avuto un inizio, avrà una fine. Una fine forse condita da quel fastidio di prima, ma potenziato cento, mille volte. Ma che, lo vogliamo oppure no, ci spingerà verso la strada più giusta.

E che, proprio perché è la più giusta, sarà per entrambi la giusta direzione.

Ci spero. Lo voglio. E so che anche tu lo desideri.

Perché ciò che è giusto, non può deludere, me, te, nessuno.
Devo crederci. Credici, insieme a me.

3 commenti:

Viola ha detto...

Adoro quello che scrivi..adoro come lo scrivi...Hai mai pensato di scrivere per il teatro? Mi piacerebbe interpretare qulcosa di tuo...

°_Fede_° ha detto...

splendido post. queste sensazioni le comprendo benissimo..

Anonimo ha detto...

Mi ritrovo in quello che scrivi, é bellissimo come lo scrivi.
Grazie
Ste