lunedì, novembre 30, 2009

Nascita - Beatrice, part 3

L'indole. Qualcosa che ho sempre creduto fosse legata al momento della venuta al mondo, l'inizio. Per un uomo, checchè se ne dica, è quello l'inizio del tempo.

Io so che può essere discutibile, alcuni dicono che l'esistenza sia sparsa nel tempo per la durata dell'eternità, al centro di un pensiero divino. Che è poi anche il modo di credere di chi pensa Dio come un non essere, e affida tutto il caso: ma non è forse il Caso a generare le coincidenze più pensate?

Ecco, penso alla nascita, all'inizio del mio tempo. La paragono a quella di Beatrice, la confronto anche se di lei piccina, com'ho detto, non so molto. Eppure la immagino, mentre la confronto con la mia.

Mia madre mi ha sempre detto che c'era tanta neve, quando sono nato. Che faceva freddo e che non si vedeva così tanta neve da anni, molti anni. Nella nostra stanza c'era anche un'altra mamma, anche se non ricordo di dove. Mio padre non assistette al parto, se non ricordo male, ma fu la prima persona a prendermi in braccio dopo l'ostetrica. Dice che mi fece un bagno, per togliermi di dosso quella roba che ti rimane addosso quando nasci.

Ecco, lì è cominciato il mio tempo. Fra il freddo di Torino, la neve come non ce ne sarà mai più così tanta, fra pantaloni a vita alta e sogni di fine guerra fredda.

Non so perché il Caso, o il Pensiero Divino, abbia voluto così: però capisco che forse, già da allora, qualcosa era scritto.

Io non so nulla della nascita di Beatrice: però posso immaginarla, nascere in un giorno d'autunno di fronte al mare. Quando l'aria si raffresca ma il sole può ancora scaldare, e la pioggia al sud arriva a sprazzi. Nascere da una madre con la carnagione colorata da quel sole tiepido, tenuta in braccio da un padre con i capelli che, inpercettibilmente, perdono colore proprio in quel momento.

Confronto il freddo della mia nascita e come in fondo, io riesca a fotografare la scena. La rivedo statica, così come quelle di tutte le persone del mondo.

Poi immagino quella di Beatrice e la vedo in movimento, come se nulla riuscisse a fermarsi. Il caldo e il freddo, il mare quieto e le correnti gelate. Il vento e la polvere che sbatte sul vetro dell'ospedale, un tempo che non ha età.


Come se quel tempo che cominciava raccogliesse vigore in quell'attimo, come fosse un respiro prima dell'inizio della corsa. Prima che cominciasse a correre insieme a Beatrice.

venerdì, novembre 27, 2009

Primi passi- Beatrice part 2

Se racconti la storia di qualcuno, non puoi tralasciare quello che è stata la sua infanzia. E, se lo fai, forse perché l'infanzia che ha passato è stata banale e raccontarla non ne valeva tanto la pena.

Nel caso di Beatrice, non è stata nè una cosa nè l'altra. Io l'ho sentita parlare poco di ciò che venne prima degli anni della scuola, dell'università, e del resto che venne. Sapeva solo dire che era un tempo lontano e quello bastava. Che rimanere ovattati nell'infanzia era qualcosa che l'aveva fatta rabbrividire dal momento in cui aveva scoperto che fuori c'era qualcos'altro. Anche se, talvolta, qualche ricordo saltava fuori.

Diceva, Beatrice, che da bambina guardava il mondo fuori e si risentiva con la mamma, perché avrebbe voluto conoscerlo di più. Voleva sapere più cose di quelle che già sapeva, molte di più. Anche quando era all'asilo, quando cominciò a uscire dal proprio salotto per spostarsi a giocare nel salone di 22 metri quadri della piccola scuola materna a 200 metri da casa.

Beatrice indossava un grembiule rosa a quadrettini, e aveva uno zainetto azzurro chiaro. le scarpette da ginnastica "con lo strap", come si diceva allora, che il papà aveva comprato il giorno prima per "fare bella figura". Il caschetto biondo, ormai scurito in un castano lucido, gli occhi svegli, il sorriso che mostrava, a uno sguardo attento, un dentino da latte spaccato in due, per una caduta.

Il suo papà la fotografò, quel giorno. Quella foto l'ho vista per puro caso, e non gliel'ho mai detto, perché di quel giorno lei ricorda solo una cosa: il fatto che non volesse andare all'asilo.

Ma non per stare a casa, no. Per andare in un altro posto, ossia nel bosco che stava pochi metri più in là. Perché? Io sinceramente non l'ho mai capito, lei ricorda che era così. Ricorda solo questo, che non voleva andare all'asilo ma nel bosco.

Beatrice. Già allora così tenace, testarda. Eppure alla fine all'asilo la portarono, sì sì. Un po' con la scusa di suo fratello, che aveva qualche anno in più e andava nella scuola che stava nello stesso stabile. E poi con il miraggio di qualche gioco da imparare. Perché il bosco l'attirava, certo. Ma anche lo scoprire qualche altro modo di far passare il tempo.

Perché già allora Beatrice voleva capire i segreti del tempo. Certo, quando aveva 3 anni non poteva saperlo che era così, a lei importava solo che gl'attimi fossero allegri.

Ma si sa, l'indole che si ha, si ha da quando si nasce.

giovedì, novembre 26, 2009

Incipit - Beatrice, part 1

Eccomi qui. Cosa mi serve? Beh, lo spazio ce l'ho. Le parole... anche. Ora non mi serve altro che tempo. Per raccontarvi una storia, una bella storia, che ho avuto il piacere di conoscere un giorno in cui, preso dalla curiosità, mi sono sospinto a guardare oltre le storie che mi circondavano e là, dove pensavo non ci sarebbe stato altro che il vuoto, ho trovato quella che m'appresto a raccontare.

Ogni nuova storia comincia con un incipit. Le parole tagliano la linea fra il non detto e il raccontato: ciò che valeva la pena di sentire, ha preso inizio.

Io, da osservatore, non posso che cominciare da un grande spazio bianco. Su cui, con matite e colori, lascerei il segno di dolcezza e lacrime amare, quelle che in un mondo dove il tempo passa senza poter essere arrestato segnano inevitabilmente il commiato. Un dolce commiato, appunto.

Si, un dolce commiato. Che ha separato una vita declinata in un modo, il modo Alfa, chiamiamolo, al modo Omega. Ecco, non ci sono simboli più inflazionati di quelli, ma pazienza. In fondo io sono solo un osservatore e il mio compito à raccontare.

Meno banalmente? Ok. Allora diciamo che il modo in cui la vita che voglio raccontarvi si declinava è passata da A a B. No eh? Allora diciamo dall'adolescenza all'età adulta. Neppure.

Tutto è banale. E tutto non basta a dire cos'è capitato.

Perché io voglio raccontarvi come Beatrice è diventata Beatrice. Qualcosa che anche adesso, che parlo, non comprendo fino in fondo. Perché Beatrice era lei anche prima. Però qualcosa è cambiato, nel tempo della storia. E in un incipit non ci può stare tutto. L'incipit serve solo a tagliare lo spazio del non detto con ciò che vale la pena raccontare: il bello viene dopo.

martedì, novembre 24, 2009

Ready?

Ebbene sì, ci sto lavorando.

Sto lavorando al prossimo concept, e anche se un'amica mi dice che ci sono persone che l'attendono, personalmente ritengo che l'unico ad attenderlo veramente sia io.

Ci sta. Non sono uno scrittore di fama e presumibilmente non lo sarò mai. Ma tant'è, ognuno ha le sue e non ho mai nascosto che questa sia la mia condanna.

Un concept. Che sia anche storia, ben definita.

Ho un'idea, Viola la sa già. Anche perché è un po' sua, e lei sa il perché.

Però, quest'idea nasce da un qualcosa che sentivo frullarmi già in mente da un po'.
Dal dislivello che s'apre fra prima e dopo. Dal conflitto che c'è in ogni storia. Da quella battaglia che in ogni narrazione si sviluppa, a prescindere da chi recita in quella scena.

Il prima e il dopo, dicevamo. Che, nel mio caso, è un prima "adolescente" e un dopo "adulto".

E' la riscoperta del sè nei tempi diversi dell'età. Con quella ricerca che è sullo sfondo, tacita, in ogni attimo che scorre, della vita che è già passata.

Di gesti ormai lasciati indietro. Di persone che pian piano sono cambiate. Del proprio io che è cambiato.

Un conflitto che non può che avere un esito. L'accettarsi.

Ci sto lavorando. Vorrei fosse la storia che ho voluto scrivere. Vorrei non abbandonarla come è capitato ad Oscar, e i vecchi lettori del Diario sanno a cosa mi riferisco, anche se un po' da quel materiale attingerò.

Un concept nuovo, una storia. Partirà, presto. Per me, in particolare, per voi, se vorrete.

lunedì, novembre 23, 2009

Una finestra sull'immaginazione

Quando qualcosa finisce, si ha sempre paura di ripartire. Un po' perché ci si crogiola sul fatto che quel qualcosa possa essere riuscito. Un po' perché il domani è ignoto e l'oggi tutto sommato piace.

Io sto qui, e guardo fuori. Guardo un po' cosa offre ora, la mia immaginazione. Ci sono tante, tante storie intorno a me, l'ho sempre pensato. Ora, dopo Life in Technicolor e le sue 100 parti, è ora di focalizzarne una e cominciare a raccontarla.

Da dove partire? Beh, in realtà non lo so.

Un po' perché ho l'imbarazzo della scelta. Un po' perché tutto merita d'esser raccontato. Tutto, proprio tutto, nessuna esclusione. E quindi, in fondo, non so da dove partire.

Guardandomi intorno, c'è una cosa che mi colpisce. Che le storie non devono per forza cominciare con qualche episodio palesemente grandioso, no. Basta che si rompa un equilibrio, un qualcosa che crei un'instabilità, che si crei la necessità che i fatti si mettano in moto.

Che qualche personaggio esca allo scoperto, e muova i fili degli eventi.

In questi giorni, ho riflettuto. E ho cominciato intanto a pensare a quel personaggio. A cosa farà, dove lo farò muovere. Perché, e soprattutto per chi.

Quel chi mi ha attratto. Perché inevitabilmente sarà determinante nella riuscita del prossimo concept. Che sarà costruito un po' come Life in Technicolor, un po' no.

Questo è quello che ho visto, guardando dalla mia piccola finestra sull'immaginazione. Alla ricerca di una storia che possa essere semplice, come piace a me. Bella, come piace a me. Un po' triste anche, se volete e mi permettete.

venerdì, novembre 20, 2009

Titoli di coda - Life in Technicolor part 100

Tutto cominciò così. Un giugno fa. Ascoltavo i Coldplay, ovviamente. Precisamente, ascoltavo Lovers in Japan. E cominciai a scrivere, come faccio di solito, di getto, non badando agli errori. Solo con l'idea fissa di quello che mi passava nella mente.

Da allora, credo d'averli riascoltati 2 volte, i Coldplay. Perché ricordano un sacco di cose, certo. Ma anche perché era rimasto con me quel ritmo, un po' da storia cinematografica, documento verità, rock senza fronzoli ma molto, molto melodico.

Avevo scelto, senza saperlo, di isolare una porzione della mia vita. Dall'inizio dell'estate alla fine dell'autunno. In uno degli anni che è trascorso più veloce, il 2009. Una specie di film che vai a vedere le sere che non hai nulla da fare e che, per assurdo, diventano le pellicole che ricordi tutta la vita.

Quante cose sono capitate. Tante, troppe. Ho conosciuto Frida e Fantasia. Ho scritto il 300esimo post del Diario. E ancora: sono andato e tornato da una Puglia affascinante e desolata dalla propria incuria, per delle ferie al sapore di ricordo. Ho vissuto la quotidianità, quella del venerdì e della domenica. Ho fondato il giorno metafora. Ho rincontrato Clarissa. Ho ricordato. Forse sono diventato famoso.E ho percorso strade. E tanto, tanto altro, che non sono riuscito a scrivere, a descrivere con le parole ma che è rimasto in me. In particolare, qualcosa che non sono riuscito a scrivere per quanto fosse doloroso e importante ma che, di riflesso, ha avvolto tutto il resto.

A dimostrazione che la vita è veramente una storia che non si sa mai che verso prende. Ci sono fatti che non capiamo, perché fanno star male. Altri, che apprezziamo perché ci sollevano.

In questi mesi, le uniche cose che sono state veramente sollievo sono state un nuovo mondo, anche se già conosciuto in altra forma, e questa storia. La mia storia, che potrà non piacere per come è stata scritta ma che, nel mio intimo, ho provato a mettere a nudo. Descrivendola, guardando, come consiglia Cerami in un suo manuale di scrittura, il tutto da fuori. Fuori da ciò che mi capitava, provando a osservare i fatti come se fossi uno spettatore. E fossi, contemporaneamente, il protagonista.

N'è uscita questa: una serie di 100 post, apparentemente senza continuità a parte il titolo. In realtà, una serie di 100 fotografie, 100 giorni di quest'anno meraviglioso per intensità. In cui ho imparato tanto, tantissimo. Vissuto sentendo che giorno dopo giorno apprendevo qualcosa. Nelle mie stronzate. Ma anche in ciò che ho azzeccato, e di cui non ho mai scritto.

Tutto questo è stato fatto per me, oltre che per voi. Voi, che avete letto, alcuni hanno apprezzato, altri meno. Ma che avete speso qualche minuto per sentirmi dire la mia. Su ciò che è la realtà delle cose. Su come dovrebbero essere, come vorrei che fossero.

Life in Technicolor finisce qui. Raggiunge il suo apice e si chiude.
E' stato un viaggio intanto per riscoprire me. Ne è uscito questo, e in fondo non è andata poi tanto male. Spero che qualcuno, con me, abbia potuto riscoprirsi.

Il Diario però non finisce. Quello no. Ripartirà, nel bene e nel male. Questa è però, come mi piace citare, un'altra storia.

Questo film, ora, vedrà i suoi titoli di coda.
Fatemi solo un favore: mentre uscite, alla gente in coda per entrare, dite che v'è piaciuto.

giovedì, novembre 19, 2009

Tempo? - Life in Technicolor part 99

"Tempo al tempo". Sembra chiederselo ogni persona che, guardando fuori dalla finestra, capisce che i giorni scorrono a prescindere.

Lo faccio spesso. Invoco spazio. Parlo a tanti, in realtà a uno. Il tempo, gli altri. lei, chi per lei. Perché in fondo, chi è "lei"? Eppure, le parlerei, oggi. Quasi urlando.

Le chiederei attimi in più, spiccioli. Sarebbe quasi un ordine. Perentorio.

Dammi ancora tempo! Tempo di sognare il futuro, prima che arrivi. Tempo per prepararmi, come se fossi una donna e debbano passarmi a prendere. Fammi aspettare, ancora.


Ho criticato l'attesa, lo so. Tante volte. E' che quando arriva il tempo di tirare le somme, non si ha il coraggio di finire. Di tirare la riga sotto i numeri, se la vita fosse un'addizione.

Provo a mettere il "repeat". Ascolto la canzone del momento tante volte, voglio che si fermi qui. Voglio ripetere il ritmo all'infinito. Prenditela comoda, domani, lasciami qui a sperare in qualcosa di meglio. Lasciami guardare il film che è passato fino ad oggi, voglio rigustarmelo. Capire dove ho sbagliato. Voglio capire dove ho scelto male. Voglio ritrovare le scelte giuste.

Tempo al tempo.
Lo so, non vale ribellarsi. Oggi non vale. E non varrà domani, certo. Ma fammi sperare, cazzo, almeno uno spazio, solo uno. Fammi credere che il domani non sarà così.

La chiamano illusione, io da sempre la chiamo speranza.

Rallenta i momenti, fammi guardare scorrere i frammenti di questa pellicola. Guardali con me. Il tempo, in fondo, non ha che un'unica grande linea. In lui, ho ritrovato spunti per gustarmi tutto questo. Anche il dolore, anche il rimpianto. Rimpianto, ecco la parola che mancava.

Rimpianto di non aver capito. Che il tempo scorre, che per arginarlo non basta morire. Scorrerà comunque, l'unica cosa che si può fare è continuare a guardarlo.

Scorrerà. E invocarne altro non serve a granché. Devo solo imparare a viverlo.

mercoledì, novembre 18, 2009

Pensieri a metà - Life in Technicolor part 98

Mi piace la quotidianità, anche se vissuta in periodi di malessere diviene uno stiliccidio. Limitandomi al momento, all'attimo presente, direi che essa, oggi, è fatta solo di automatismi e di pensieri lasciati a metà.

Ne sta giovando solo il mio tabacchino. Perché anche io, di tutte queste immagini strappate in due, sono un po' stufo. Non per niente scatta ogni 3x2 un momento partenza. Rigorosamente con sigaretta al seguito.

Cos'è, esattamente, un pensiero a metà?

E' un qualcosa che ti viene e che o scordi o che lasci volutamente indietro, per permetterti di vivere serenamente. Il problema è che, quando hai lasciato dietro l'ennesimo pezzo di neurone a forma di riflesso, se ne ripresenta un altro e un altro e un altro e.

Fino a che, con tutte le immagini a metà, non ti trovi con la mente piena e l'accumulo dell'indecisione. O dell'amara contestazione che la tua solitudine è per metà immotivata, per metà esplicitata. Una solitudine che non smette di lasciarti.

Perché solo chi si sente solo, ne sono convinto, riesce a formulare quest'antipatica forma di eculubrazione.

Mi sforzo quindi di prendere il mio oggi e di rileggerlo con l'occhio di chi vuole vivere tutto insieme almeno un pensiero.

Mi specchio in me. E anche questa volta, in fondo, non mi sento di concludere ciò che ho cominciato.

Questo pensiero lo lascio a metà, sperando che domani trovi la forza, o la voglia, di concluderlo.

martedì, novembre 17, 2009

Scendere - Life in Technicolor part 97

Dire "grazie" pesa. Anche se è più facile che dire "ti amo".

Però pesa, di più che dire "mi stai sul cazzo", "vaffanculo" o "quello è uno stronzo". Parole che si sentono dire in giro più che "scusa". Il mondo non perdona, dicono.

La gente ha per grazia ricevuta. Per un Lodo promulgato con una massa di burattini, o più normalmente per le scale gerarchiche che ti pongono sempre sotto qualcuno e sopra qualcun'altro.

Poi c'è un fatto. Che qualcuno rompe la catena e si chiama fuori. Dice "fatemi scendere", e si ritrova a guardare gli altri roteare. E mentre il resto gira, e gira, e gira, lui sta fuori a guardarsi lo spettacolo. Respira, respira. E si sente meglio.

Provo anche io. Provo a mettermi per un attimo fuori, mi chiamo fuori. Dagli amici che tradirebbero per un partito in cui credono ciecamente, che per una ragazza dimenticano che tu ci sei stato sempre. Accetto di stare fuori dai giochi, guardo e vedo solo confusione. Guardo e non faccio altro che avere domande.

Non lo ricordate il piacere d'amare? Quel sapore di soddisfazione che c'è quando si ringrazia? Come fate? Come? Il mondo non perdona, dicono. La gente ha per grazia ricevuta. Ora parlo a te, direttamente. Prova, come ho fatto io. Per molto meno hai sentito amarezza, avresti voluto buttare giù quel senso di malessere che c'è nel grande giro.

C'è chi l'ha dipinta come una giostra, chi come una trottola che ti frulla, chi dice che la Vita faccia cacare per colpa di questo difetto generale nel non sapere che ci sono anche gli altri.

Prova a scendere anche tu, a farti qualche domanda.

Ne vale la pena? E' una domanda legittima. Sono io, o sono gli altri? Anche questa lo è. E' un problema d'autostima? Questa forse un po' meno.

Come quando ami una, o uno, e non sei corrisposto/a. O sei corrisposto/a in tutto tranne in ciò che vuoi.

Ora ti dico la mia: no, non puoi essere tu. Sei già sceso, sei già scesa. Sono gli altri che stanno su, sono loro il problema. Che continuano a dire cose leggere, lasciando cadere quello che pesa.

Io sono sceso, e se hai provato anche tu, allora non puoi darmi torto. Quelle parole che pesano.

Un "grazie", come un impossibile "ti amo". Hanno lasciato cadere tutto, e presto o tardi si fermeranno, perché non avranno più nulla. Capiterà senza che se ne rendano conto: in tutto quel gran casino, insieme a tutte le cose di valore che hanno perso, ci sei anche tu.

domenica, novembre 15, 2009

Vita d'un giorno qualsiasi - Life in Technicolor part 96

Una mattina ti svegli e pensi che sia il giorno per cambiare.

Ripensi a quello che ti è capitato ieri, e pensi a ciò che t'aspetta domani. Una musica, una canzone, ti frulla in testa. Sempre la stessa.

Sì, ti dici, è ora di cambiare.

C'è qualcosa che non va, ed è ora di dire basta. Ti alzi, ti vesti, ti lavi, vai a lavorare, aiutato da quella canzone che ti accompagna da quando hai aperto gli occhi.

Perché riprende il ritmo della tua adolescenza. Ti ci ritrovi dentro perché sembra che, mentre lavori, parli, pensi, tu stia ancora vivendo quegli anni. E cambiare, ti sembra più facile. Cambiare il ritmo della tua vita, troppo diverso da come sei davvero, da come vorresti essere. Togli i freni inibitori e ti dici: ora basta.

T'aiuti con quella canzone, mentre pranzi e senti di più il sapore del cibo. Il giorno scorre, con te e i tuoi pensieri e il ritmo della tua adolescenza, e la tua voglia di cambiare quello che non va. E ciò che non era sopportabile, prima, mentre ascolti per la millesima volta quella canzone che ha scelto per te la fase REM e che ti ha lasciato in eredità dei sogni.

Mentre i fatti della vita scorrono, senti che sei cambiato. Che è già cominciato. Che quello che non andava sta veramente andando 'affanculo. Che non serve l'aiuto degli altri, ora sei solo e questo basta.

Mentre torni in casa, quella canzone la spari a tutto volume in macchina. La canti a squarciagola, sei così contento che ti fermeresti in un prato a urlare talmente forte da farti male. E, quando arrivi, sei contento di te.

Fino a che. Che ti rendi conto che tutta quella voglia di cambiare, in realtà è rimasta lì. Che non è cambiato niente. Che sentivi il cambiamento arrivare, che avevi scelto di farlo: ma quei tuoi pensieri che ti facevano soffrire, anche se accompagnati dal ritmo dei tuoi anni, sono ancora intatti. Che quello che volevi lasciarti alle spalle, non è per niente indietro.

E, mentre la giornata finisce, vai a letto, con la paura di svegliarti e non aver la forza.

Beh, non spaventarti.

Non è vero che non è cambiato nulla. E' cambiato che ora sai quale sia il problema. Sai dove colpire. Non aver paura. Perché il cambiamento, arriva in un giorno che sembra qualsiasi. E, in questi casi è proprio il caso di dirlo, nulla sarà più come prima.

Il punto è che dipende solo da te.

Scegli. Poi vivi.

giovedì, novembre 12, 2009

Il salotto di Pietro - Life in Technicolor part 95

Quante volte ho parlato di lui? Non abbastanza. Eppure oggi non è il suo turno. O meglio, non direttamente.

Fra le mille storie che non ho scritto e che presumibilmente non scriverò mai, c'è quella intitolata "Il salotto di Pietro".
Una storia che parla di amici, com'è ovvio che sia. Ma che racconta forse più d'ogni altra cosa, come una persona sia più vicina a sè stessa in determinate condizioni.

Nel mio caso, e ora come ora non ricordo d'averne mai parlato, ci sono due o tre posti, fra cui quel salottino. Un posto che conosco da quasi 10 anni, dove sono abbondate le partite alla Playstation, le mangiate di pastasciutta al pomodoro o alla carbonara, i Vetiver e James Iha, gli ammazzacaffè con il rum, le birre moretti, le discussioni di politica, le suonate (sì sì, anche quelle) con chitarra e tastiera, l'ascolto di grandi canzoni, i reading, la nascita di Siebel_boy, Joshua e Ibrid, l'elenco delle speranze e dei rimorsi, tante ragazze che non hanno mai saputo di passarci se non nei nostri discorsi.

E una vista, che ho trovato meravigliosa dal primo momento che l'ho vista, nel 2000, in un pranzo dopo lezione di informatica. Un piccolo angolo di Torino che di Torino è la magnifica sintesi.

Nel salotto di Pietro mi sento vicino a ciò che è più essere me stesso. E non solo perché c'è Pietro, un amico come pochi. Ma perché lì, per un attimo, io sono stato veramente uno scrittore e lui una personalità come Minoli. Nei nostri discorsi, seduti io sulla sedia vicino alla finestra a fumare e lui sul divano, di fronte a me, trovavamo sempre la serenità, la soddisfazione.

Non esisteva più il problema. C'era sempre la soluzione.

Mi venne in mente di raccontare questa storia per rendere conto di quante persone, nel suo salotto, hanno vissuto la stessa sensazione. La stessa, magnifica sensazione, d'essere nel posto giusto. Una sensazione che, sono sicuro, tutti hanno già vissuto, in un posto o nell'altro, e che a me sarebbe piaciuto raccogliere in un unico tomo.

Boh, non so se ce la farò, a scrivere sul serio "Il salotto di Pietro". Per ora, mi basta esserci stato, andarci, quella vista dalla finestra, le pacche sulle spalle, le cene con Rai Storia in visione continua e diretta, le parole che non bastano mai e la certezza d'un amicizia sincera. Continuando a sentirsi vicini a sè stessi, in un modo che non ha eguali se non in una paio di posti appena.

La trama nel dettaglio però, non voglio dirla. Metti che poi la storia la scrivo sul serio.

mercoledì, novembre 11, 2009

La persona sbagliata - Life in Technicolor part 94

Le persone si incontrano per puro caso, se ci pensate. A parte padre e madre, ogni persona che si incrocia nella propria vita si trova per caso. Non c'è un vincolo, non c'è regola. C'è solo il fatto che si girovaga e, conseguentemente, si incontrano tante persone diverse.

Fra le tante, si tende a distinguere fra "giuste" e "sbagliate".
Con che criterio?

Io di solito mi limito al dolore che una persona può procurare. Ma essendo il dolore un aspetto soggettivo, e di molte e variegate forme, ecco che allora una persona non può essere sempre definita "giusta" o "sbagliata", perché un giorno potrà, in qualche modo, procurare dolore (in appunto tante e svariate forme e intensità) così come arrecare piacere o vantaggio, a dir si voglia.

Non ci sono persone sbagliate. Nè persone giuste. Credo ci siano persone che vanno bene per un tempo e persone che vadano bene per un altro. Persone che apprezzi quando sei ragazzino e persone che apprezzi solo quando hai 90 anni.

Questo è un intro, in realtà. Perché io una persona che è "sbagliata" l'ho conosciuta. E' una persona che ha saputo tirare fuori il meglio di me e il peggio, anche. Che mi ha saputo far star bene e che mi ha tenuto sveglio le notti. Una persona con cui discuto tutti i giorni, e che talvolta mi dà torto a prescindere. Irritante con i suoi atteggiamenti orgogliosi, eppure che talvolta invidio perché riesce a tirare fuori energie che non m'aspettavo quando pensavo che non ne avesse più. La considero "sbagliata" perché, anche se con lei ho saputo vivere esperienze indimenticabili, ogni giorno mi dà l'idea che non capisca come imparare dai suoi errori. E fatalmente, essendo una persona che su di me ha un forte ascendente, quel suo perseverare diabolicamente nelle stesse stronzate mi porta a sbagliare con lui. E quegli sbagli che commettiamo, risultano essere tali che in un modo o nell'altro segna il domani di tutti e due.

Chi è?

E io che pensavo d'aver adottato una tecnica narrativa super-sfruttata tanto da risultare banale.
Sono io, quella persona.

martedì, novembre 10, 2009

Pall Mall, pomeriggi e un sogno - L.i.T. part 93

Oggi è stato un giorno pieno. E, quando le cose si sono calmate, senza che l'avessi chiamato, è scattato un momento partenza.

Così, sono uscito sulla terrazza e mi sono fumato un sigaretta, dato che ho ricominciato. L'ho accesa con lo zippo che mi ha regalato un caro amico, che ammiro tanto: Dario Voltolini, che è un po' come sentirlo raccontare, una cosa che a me piace molto.

Ho cominciato a immaginare.

L'aria fresca, con il cielo di Torino che c'era oggi. Alta velocità, in auto. Una strada speciale per me, quella che collega Ulzio alla Spagna, che passa fra le Alpi, fino a Gap, gira per Montpellier e via, fino ai Pirenei, al casello con la Piramide sulla sinistra.

Quelle giornate che sembra che tu sei uno dei due principi e l'altro suona dall'autoradio. I soldi che non mancano, le vacanze che sono appena iniziate. Ecco, quelle sensazioni che a novembre sono lontane, molto lontane, come l'orale all'esame di maturità se tu di cognome fai G e hanno estratto dall'urna l'H. E, in mano, mentre l'altra tiene il volante a 150 km/h, una Pall Mall Light, o Pall Mall blu.

Quando ho buttato il mozzicone, il momento partenza era finito ed era ora di tornare alle 1000 cose che m'aspettavano.

Non so se fosse desiderio di andare, andare proprio via. Anche perché il mio lavoro mi piace e oggi come oggi non posso lamentarmi. Anche se qualcosa da cambiare ci sarebbe, o meglio, qualcosa che vorrei allontanare c'è. Forse era solo voglia di partire, per un attimo, per sentirmi libero.

Certo è che quando mi prendo il momento partenza, avere una sigaretta fa sempre comodo. Perché se è vero che fumare fa male, è anche una delle cose che faccio con piacere da quando ho 15 anni, purtroppo solo 15 anni.

Lascia un senso di pienezza, e poi, come ho detto a un'amica oggi mentre in congedavo, quando fumi ti senti autorizzato a sentirti anche più poetico.

E accompagnare un momento partenza a una sigaretta risulta sempre essere congruo: perché in base alla durata della sigaretta ti lasci andare al sogno, e sai quando è ora di tornare a "casa".

Così è stato anche oggi pomeriggio, come quasi tutti i pomeriggi. Anche se, a dirla tutta, a sogni in cui ti senti così libero, non diresti mai di no.

lunedì, novembre 09, 2009

Clarissa - Life in Technicolor part 92

Una domenica di pioggia, ci voleva quello forse.

Una domenica in cui invece di sbattermi a stirare, leggere, ascoltare le partite, ho fatto una cosa che non facevo da un po'. Ho ripreso in mano Clarissa.

La mia chitarrina. E ho cominciato a strimpellare, a caso.

Ho risuonato qualche brano che ancora ricordavo, poi così, a caso, per il gusto di farlo.

Non sono mai stato bravo con la chitarra, anzi, direi che sono sempre stato abbastanza scarso. Scarso talento, scarsa applicazione, scarsa voglia di impegnarmi. Guardavo con ammirazione chi era più bravo di me, ma di eguagliarlo, oltre che la forza e il talento, forse non avevo voglia.

Però Clarissa, in qualche modo, è stata una specie di bella ragazza. L'ho chiamata così 10 anni fa, quando mio padre me la regalò, perché non conoscevo nessuna che si chiamasse Clarissa. Mi dava idea che fosse un nome di nobile, e poi mio cugino aveva una chitarra che si chiamava Rebecca: e siccome in quel periodo con mio cugino ci uscivo spesso, e prendevo pure lezioni da lui che di talento ne ha eccome, pensavo che Clarissa e Rebecca insieme, avrebbero fatto un figurone.

E, in effetti, Clarissa faceva sempre una bella figura. Perché aveva le corde in metallo, la cassa grande e poi le avevo appiccicato sopra una bella foto di Billy Corgan, il cantante del mio gruppo preferito, che faceva molto musicista alternativo, per intenderci di quelli che ascolta buona musica. Quando avevo 18 anni, non so se i ggiovani d'oggi la pensano ancora così, la musica era una discriminante importante, molto, per capire chi avevi davanti. E anche per sceglierti gli amici e la ragazza, ma questa è un'altra storia.

Le ho scritto il nome sulla cassa e sul manico. E anche una frase, sull'angolo alto: "It's better to rise than fade away", che poi è una frase di Courtney Love in un brano di Celebrity Skin delle Hole, "Reasons to be beautiful".

Clarissa mi ha seguito un po' dappertutto.

Con lei ho suonato a Tor Vergata, durante il Giubileo del 2000. L'ho portata con me a Mentone, sempre lo stesso anno. Avrà visto il mare una ventina di volte, mi ha accompagnato una notte d'estate proprio sul mar Ligure in un personalissimo umplugged suonato da solo con una Moretti.

Ha girato tanto.

Per prati, per giardini, per strade e per panchine. Talvolta partivo e andavo a suonare con il mio amico Ale, quello per inciso che mi ha insegnato a suonare sul serio, in giro per la provincia. E lei, come un'amica e confidente speciale, era sempre con me.

Una volta le si è rotto il manico: per la rabbia ho spaccato una porta di casa mia con un pugno. Un ricordo che ancora oggi mia madre serba con fastidio.

Però l'ho aggiustata, e Clarissa è tornata a suonare. Ha suonato in chiesa, durante la messa.
Ha suonato in alta montagna. Con lei sono pure riuscito a scrivere una canzone, per una ragazza. Se non ricordo male, credo che non fosse neppure riuscita male, sempre grazie al lavoro d'arrangiamento di mio cugino, ovviamente. Con la ragazza, invece, non se ne fece nulla, ma non per la canzone, ma perché sono io un cazzone.

Con lei ho provato a suonare Dimmu Borgir, Darkthrone, Marduk, Burzum e Kovenant, sempre senza riuscirci, un po' per i miei limiti, un po' perché il metal non le andava a genio. Con lei riuscivano meglio i Nirvana, per intenderci.

Infatti ieri pomeriggio, magicamente, grazie a lei ho anche ricominciato ad ascoltare Kurt Cobain, ed erano anni che non lo facevo con tanto trasporto. Perché Clarissa è uno di quegli oggetti che vogliono dire giovinezza. Quegli oggetti che tieni lì, che magari non usi per anni, che tiri fuori in un pomeriggio di pioggia, e ti sembra di non aver mai abbandonato.

Anche se non sei bravo, anche se il talento non ce l'hai. Oggi ne scrivo e un po' mi rammarico di non averle dato un musicista migliore. Non dubito però, che lei un po' mi voglia bene lo stesso.

domenica, novembre 08, 2009

Ripartire, a Torino - Life in Technicolor part 91


Invidio Culicchia. Perché fra tutti i libri che ha scritto, uno che ho amato particolarmente, che amo particolarmente, è "Torino è casa mia". Un titolo che faccio rientrare appieno nell'elenco "Le parole ch'avrei voluto scrivere io". Ringrazio pubblicamente l'amica che me l'ha prestato.

"Torino è casa mia": l'ho divorato in pochi giorni, solo perché in mezzo alla lettura ho dovuto anche andare a lavorare, uscire, socializzare, piangermi addosso, etc. etc. : altrimenti, l'avrei finito in mezza giornata, un po' come avevo fatto con "Tutti giù per terra".

Il tema è ovviamente il capoluogo piemontese, cui tempo fa avevo dedicato una poesiola, incastonata in un commento del blog d'un caro amico. Mi perdoni Culicchia, ma il suo libro l'avrei voluto scrivere io: non tanto per come è scritto (anche perché non credo sarei così bravo) ma per il tema. Perché celebrare Torino, per me sarebbe un onore.

Non per niente in quella poesiola che ho citato, apro e chiudo ripetendo il titolo.

Ieri sera pioveva, qui.

Siamo usciti di sera, passeggiando senza ombrello per un centro città svuotato dal freddo. Non ho potuto non fermarmi, nelle difficoltà del caso, a scattare qualche foto con la mia macchinetta portatile. Una città che sembrava ascoltare i discorsi che, fra un cinema e una birra, io e la persona che era con me facevamo.

Una città che voleva motivarci, forse, dato che il tema portante della discussione era il "ripartire". Ieri sera, nonostante il freddo e la pioggia, Torino era il posto ideale dove parlare di "ripartenze". Non dalla città, ovviamente.

Sembrava che, fra luci d'artista e colori e gocce di pioggia e gruppi d'amici che tornano a casa, Torino volesse mostrarsi bella e composta, accogliente e ospitale, rimanendo un po' sullo sfondo, offrendo sempre una specie di monito, riassumibile in un concetto solamente: "Sei a Torino, cosa vuoi di più?".

Mi sono tornate a mente le parole di Culicchia. Non ho potuto non pensare che, in tutto e per tutto, avesse ragione. E che questa città, con limiti e pregi, sia anche casa mia.

venerdì, novembre 06, 2009

Simboli - Life in technicolor part 90

Ponte Isabella è Ponte Isabella. Non sarà mai ponte Milvio. Lo so io, così come lo sanno anche gli innamorati di Torino.

Stamattina, quindi, non potevo non fermarmi a guardare il lampione e, piccola sullo sfondo, la Mole.

Il problema non è il ponte, ovvio. Ponte Isabella è perfetto già così. Così come è perfetto quello che sta a sud come quello che sta a nord.

La questione sono le idee: perché se è necessario che anche qui gli innamorati si mettano a gettare chiavi nel Po per dire a tutti che si amano, dopo aver appesantito fino allo sfinimento i lampioni, allora tanto vale che venga edificato un ponte apposito, lo si chiami "Ponte Lucchetto", "Ponte Scamarcio", "Ponte 3MSC", "Ponte Moccia", lo si doti di un unico grande lampione e si mandino lì tutti i fans della saga italica.

Passatemi l'ironia. E' che ho troppa stima dell'Amore e dell'innamorarsi in generale per ridurre una fase del corteggiamento a millantare un film o un libro, che per di più vede già molti che lo fanno. Se ad esempio qualcuno mi dicesse: "Ho chiesto alla mia ragazza di sposarmi obbligandola a baciarmi" (Via col vento), piuttosto che "Al mio matrimonio in onore di mia moglie ho cantato in elfico" ("LOTR - Il ritorno del Re"), oppure "Sai, ho litigato con la mia ragazza mentre insultavo quello che stava in coda dietro di me al cinema e citava fuori luogo McLuhan" (Io e Annie), ecco che la cosa cambierebbe.

Intanto perché i momenti sono diversi.

E poi perché sarebbe una variazione sul tema. Una citazione amorosa potente non solo perché da fonte indiscutibile (come
3MSC, per carità) ma anche perché originale e imprevedibile. E, proprio perché non molto ripetuta, a quel punto assunta a tratto indistinguibile di chi la compie (la citazione, appunto).

Stamane, mentre passeggiavo su Ponte Isabella per andare in ufficio, pensavo che su un ponte così bello non servirebbe neanche citare qualcuno, per dire "Ti amo" o "Sposami" o "Baciami" o "Staremo insieme per sempre" o "Sei un sogno" o "Sei la mia vita" o altre frasi da innamorati. Perchè tutto ciò è di per sè già originale.

D'altronde, a me basta sognare un intreccio di mani per emozionarmi, e non credo d'esser l'unico.

E poi, a nord e sud c'è Torino. Che in quel tratto è vestita del verde della collina e dell'oscurità del Po, il tutto incastonato, in giornate come questa, in una cornice azzurra intensa interrotta solo da montagne all'orizzonte.

Già. Su Ponte Isabella tutto è originale. Anche appendere un lucchetto a un lampione, alla fin fine.

giovedì, novembre 05, 2009

Attese - Life in Technicolor part 89

Ne avevo scritto, in passato, qui e qui. In fondo, ciclicamente, torna il momento di confrontarsi con le assonanze della vita, e l'attendere è una di esse.

I momenti d'attesa sono, per certi versi, quelli più antipatici. Io stesso non ho avuto il coraggio di rileggere lo spirito che mi aveva mosso, a fermarmi un momento a riflettere su quella sensazione d'incompiutezza, mentre linkavo quei post.

Tu mi guardi da là. Ormai è chiaro, che, in questo concept che continua da un po', quello che ho battezzato Life in Techinicolor, io parlo con te e non solo fra me e quelli che passano di qui.

Tu attendi di capire, forse non attendi niente, ma sicuramente sai, o meglio è emerso, che tutto questo ha un senso. Il senso di una ricerca che, per certi aspetti, non è altro che un'attesa indaffarata.

Io parlo con te ma tu non rispondi. Sei lì, e mi lasci parlare. Come quando mandi un sms e la risposta non arriva. E aspetti, aspetti, aspetti, ma tanto sai che la risposta non arriverà mai. E dal momento che hai pigiato invio, sai che ciò che ne seguirà sarà attesa fino alla prossima volta che ti rimetterai in gioco.

L'attesa fa parte di una vita, è un po' il secondo atto della storia, quello dove si prepara il colpo a sorpresa e la conclusione di tutto. Talvolta, mi stupisco che tutti vivano in attesa senza rendersene conto.

Non ho molti altri mezzi, per resistere. Per combattere quello che appare, un continuo guardare ciò che sta fra il presente e il futuro, sperando che sia meglio del presente e basta. Forse basterebbe concentrarsi sul presente, anche se, mi tocca dirtelo, se guardo solo il presente vedo te in cammino e io, da qui, che ti attendo, fermo.

Il problema, quindi, è soltanto trovare la forza d'alzarsi.

mercoledì, novembre 04, 2009

Mani nelle mani - Life in Technicolor part 88


Stanotte ho sognato che ti stringevo le mani. La cosa strana, se così si può dire, è che non ti vedevo il volto. E il sogno, non aveva nè inizio nè fine, era tutto lì, in quell'immagine.

Stamattina, svegliandomi, ho ripensato a quelle mani. Alle braccia, poggiate su un tavolino. Era come se sentissi le tue nelle mie, la pressione, il calore, la pelle. E' stato un istante, poi, come capita spesso, il sogno s'è isolato in un'immagine sola.

Eppure, stanotte ho sognato tanto, ne sono sicuro. Però ricordo solo quell'immagine.

E ci ho ripensato tutto il giorno. Al fatto che le mani si stringano, fra i banchi delle chiese, nelle presentazioni, alle riunioni, ma che quando due mani si incontrano, e non per formalità ma perché si sono cercate, tutto si ferma.

Ho ripensato al mio sogno e a quando mi è capitato. Le sensazioni, ciò che provavo. Come sentivo i muscoli contrarsi. Come le mani non si stringano, ma quasi si sfiorino. Puoi sentire la pelle passo dopo passo e definirne i contorni. Quando le dita camminano sul palmo, potresti anche fermarti lì. Perchè, pur essendo un gesto che viene compiuto con disinvoltura, dentro ti senti esplodere. Oltre quel piccolo contatto, c'è ciò che s'è sognato fino a quel momento.

Nel mio sogno gli anelli non mi davano fastidio. I polsi si piegavano, coordinati. E, dal tavolo, le due mani intrecciate s'alzavano, verso l'alto, all'altezza della testa. L'ultima cosa che ricordo è il contatto del dorso della tua mano sulla mia guancia.

Poi il buio. Il sogno finisce.

Immagino la continuazione. Che il dialogo continui, che ciò di cui parlavamo fosse come prima. Solo, con le nostre mani, unite. Il sorriso sornione di chi capisce che qualcosa è cambiato. La gioia, e un desiderio che tutto rimanga lì, per sempre. Che tu viva quell'attimo come lo vivo io.

Non so se il mio sogno finisce effettivamente lì, se è una premonizione, o se effettivamente è solo un'illusione. E' probabile, ma non impossibile.

Perché nel momento in cui mi sono svegliato, mi sono reso conto di una sola cosa: che le nostre mani non s'erano disunite.

E già questo mi basta. Per ora.

martedì, novembre 03, 2009

Silenzio. Ora non ne ho più - Life in Technicolor part 87

Ti starai chiedendo perché sono sparito. Non mi vedi più. Perché, dove ero prima, ora non sono più.

Beh, devi sapere che io non sono sparito. Sono dove sono sempre stato. Il problema non sono io, non sei tu, non è quello che è intorno a noi.

Il problema è che sono finite la parole. Le hanno già dette tutte gli altri. Hanno già scritto tutto su Torino, hanno già scritto tutto sull'Amore, e io, come uno che arriva tardi, ti ho già detto tutto. Hai già sentito tutto ciò che volevi sentirti dire. Mi hai scoperto tante di quelle volte che in confronto tutte le Pall Mall che mi sono fumato in una vita valgono un raudo sparato a capodanno. E' ovvio che oggi, guardandoci, tu non possa che pensare all'ennesima puntata dell'ispettore Colombo.

Eppure, c'è un perché. O meglio, c'è il classico "ma". Che io, per quanto sia poco da scoprire, mi sento vero. Come quando guardo una finestra, la mattina, al lavoro, guardo oltre e vorrei essere fuori. Guardo gli orizzonti, anche quando mancano. E mi dimentico, forse un po' stupidamente, che quando sono fuori la prima domanda che mi faccio è: "Ora che sono libero, che faccio?". E forse quel grande problema che tutti chiamiamo "Sensodellavita", con la S maiuscola, non è altro che il fatto se ci sentiamo, o meno, veri.

Beh, io vero mi sento eccome. Il mio problema è, per l'appunto, il fatto che non abbia più parole per essere originale con te. Perché ti ho dato tutto, ti ho raccontato tutto.

E oggi, non ho più storie per me.

Per questo sono sparito. Per questo, oggi ti chiedi dove sia finito. Perché ci sono repliche che vale la pena rivedere. Film che non scordi mai e che rivedresti tutta la vita. Anche se hanno qualche errore, di regia, di montaggio, di pronuncia. Anche Kubrick faceva errori, lo sai? Eppure Shining, Full Metal Jacket, Barry Lindon, li rivedresti tutta la vita.

Ti stai chiedendo dove sono? Beh, eccomi qui. Sono qui. Nelle mie domande, nel fatto che non abbia le parole, più. Nella fatica di stare senza, di pensarmi senza. Di vedermi come se non fosse successo nulla, di ripensarmi come se tutto fosse finito.

Mi trovi qui, nel mio mondo fatto di Speranza, fatto di domande e di storie raccontate mille e mille volte. Di risposte non date, e di pianti, nascosto nei posti pieni di gente.

Il mio silenzio. Ora voglio silenzio. Perché sono stanco, troppo tempo ho passato, cercando altre storie. Quando in realtà, la più bella storia che stavo raccontando era quella che stavano scrivendo insieme.

Non ne ho più. Ti aspetterò qui, guardandoti da lontano. In silenzio.

E se mi troverai, allora vorrà dire che sarò una di quelle repliche non ti stuferai mai di riguardare.

lunedì, novembre 02, 2009

Sole - Life in Technicolor part 86


Credo che nostro Signore abbia un'immensa Fantasia. E che, quando ha creato il brutto tempo, si sia anche posto la domanda che questo potesse, nell'utilità pratica della pioggia e del refrigerio delle basse temperature, essere d'aiuto all'uomo.

Così, dentro il suo immenso talento nel pensare le cose, si sarà detto: "Dopo il brutto, quando viene il bello, un uomo deve poter sentire la luce che gli entra dentro". E via, a creare un qualcosa di perfetto e impossibile da migliorare come un temporale che finisce e la luce che riemerge da dietro le nuvole.
Quando finì il lavoro, credo che nostro Signore si sia detto: "Ecco, se l'uomo dal brutto trova il bello, allora nascerà quel qualcosa che lo spinge a guardare oltre. La chiamerò Speranza, e sarà quando qualcuno troverà il modo di vedere il bello oltre ciò che è brutto e appare interminabile".

Non esiste questo mito, l'ho inventato. Dio sicuramente non s'offenderà se provo a immaginarmi quando ha fatto germogliare la Speranza, nel mondo. E sicuramente non si adirerà se provo a pensare tutto questo come una preghiera.

Perché oggi, più che mai, auguro a me, sì sì, a me, di poter vedere oltre. Oltre il Vuoto. Oltre il crollo del Mondo di cui parlavo ieri.

E mi scuserete, voi che passate da qui, se mi soffermo su questo. Chiedo scusa se posso mostrare solo questo aspetto della vicenda, della Vita che con il Diario vorrei raccontare. E' solo che ogni giorno che passa sento il peso della Speranza che si spegne e dell'Amore che svanisce. Però l'aspirazione più grande di una Vita è la realizzazione di un Progetto, con la P maiuscola, e sicuramente nella mia mente il Progetto più grande si chiamava, si chiama, Amore.

Oggi celebro il ritorno a un tentativo di ricostruzione. Guardando il Sole, chiedo, prego, che la Speranza torni. Che possa trovare la Forza di ricostruire. Lo auguro anche a Voi, se di Speranza, di Progetti, sentite la necessità. E se così non fosse, beh, avete la mia stima e, perché no, un po' d'invidia.

domenica, novembre 01, 2009

Mondo, il Nostro - Life in Technicolor part 85

"Questo non è il nostro Mondo, e il nostro, forse non esiste neanche".

Il mio amico Marco, oltre a essere comunista, è anche acuto.
Sa cogliere le sfumature giuste. E talvolta, dice frasi che mi sarebbe piaciuto pronunciare per primo.
Ieri sera è stato così. Seduti di fronte a un locale di tendenza, con i palestrati e le ragazze che sono fighe a prescindere, con la musica e i cocktail e tutto il resto, pensavamo che non eravamo felici.

In quel dato momento, beninteso.

E che ogni sfumatura della serata assumeva i contorni dei massimi sistemi. E quel "nostro", sintetizzava come sia io che lui abbiamo visto, ultimamente, andare male alcuni portanti del Mondo che stavamo edificando.


Locali come quello ci sarebbero piaciuti, in altri momenti. Era il Mondo che c'era dentro, che non andava. E non per le fighe o per i cocktail o per la musica (i palestrati li lascio alle signore).
Per il concetto di felicità. Per ciò che è stare bene: che per me, ed evidentemente per il mio amico Marco, non è l'euforia fine a sé stessa. Non è esaltazione, ma soddisfazione. Io di questi tempi non sono soddisfatto.

Lo vedono quelli che vivono giorno per giorno con me. Lo vedo io, nello specchio, in ciò che ieri mi faceva sentire completo e oggi non mi basta, anzi mi preme.
Il problema è sempre quello. Che la soddisfazione è comunque legata a una serenità, che è figlia della Felicità. Che non è legata a nulla, se non al proprio Mondo. Un Mondo che va oltre il limite fisico, ai locali, all'euforia di una serata o della giovinezza che sembra essere immortale.

Il Mondo è da costruire. Lo si costruisce nel proprio quotidiano. Con fatica, ma anche con tenacia.
Ieri sera il mio amico Marco ha sintetizzato bene ciò che pensavo.

Avevo focalizzato un Mondo, e per varie ragioni, negli ultimi giorni è svanito.
Mi trovo senza progetto, o meglio, vedo il mio progetto demolito, e forse per quello sento solo il Vuoto intorno a me.

No, Marco, il Mondo che vorremmo, come dice Vasco, è un Mondo che in realtà esiste. Il problema è che, per ora, non ho ancora la forza per ricominciare a costruirlo.