lunedì, novembre 09, 2009

Clarissa - Life in Technicolor part 92

Una domenica di pioggia, ci voleva quello forse.

Una domenica in cui invece di sbattermi a stirare, leggere, ascoltare le partite, ho fatto una cosa che non facevo da un po'. Ho ripreso in mano Clarissa.

La mia chitarrina. E ho cominciato a strimpellare, a caso.

Ho risuonato qualche brano che ancora ricordavo, poi così, a caso, per il gusto di farlo.

Non sono mai stato bravo con la chitarra, anzi, direi che sono sempre stato abbastanza scarso. Scarso talento, scarsa applicazione, scarsa voglia di impegnarmi. Guardavo con ammirazione chi era più bravo di me, ma di eguagliarlo, oltre che la forza e il talento, forse non avevo voglia.

Però Clarissa, in qualche modo, è stata una specie di bella ragazza. L'ho chiamata così 10 anni fa, quando mio padre me la regalò, perché non conoscevo nessuna che si chiamasse Clarissa. Mi dava idea che fosse un nome di nobile, e poi mio cugino aveva una chitarra che si chiamava Rebecca: e siccome in quel periodo con mio cugino ci uscivo spesso, e prendevo pure lezioni da lui che di talento ne ha eccome, pensavo che Clarissa e Rebecca insieme, avrebbero fatto un figurone.

E, in effetti, Clarissa faceva sempre una bella figura. Perché aveva le corde in metallo, la cassa grande e poi le avevo appiccicato sopra una bella foto di Billy Corgan, il cantante del mio gruppo preferito, che faceva molto musicista alternativo, per intenderci di quelli che ascolta buona musica. Quando avevo 18 anni, non so se i ggiovani d'oggi la pensano ancora così, la musica era una discriminante importante, molto, per capire chi avevi davanti. E anche per sceglierti gli amici e la ragazza, ma questa è un'altra storia.

Le ho scritto il nome sulla cassa e sul manico. E anche una frase, sull'angolo alto: "It's better to rise than fade away", che poi è una frase di Courtney Love in un brano di Celebrity Skin delle Hole, "Reasons to be beautiful".

Clarissa mi ha seguito un po' dappertutto.

Con lei ho suonato a Tor Vergata, durante il Giubileo del 2000. L'ho portata con me a Mentone, sempre lo stesso anno. Avrà visto il mare una ventina di volte, mi ha accompagnato una notte d'estate proprio sul mar Ligure in un personalissimo umplugged suonato da solo con una Moretti.

Ha girato tanto.

Per prati, per giardini, per strade e per panchine. Talvolta partivo e andavo a suonare con il mio amico Ale, quello per inciso che mi ha insegnato a suonare sul serio, in giro per la provincia. E lei, come un'amica e confidente speciale, era sempre con me.

Una volta le si è rotto il manico: per la rabbia ho spaccato una porta di casa mia con un pugno. Un ricordo che ancora oggi mia madre serba con fastidio.

Però l'ho aggiustata, e Clarissa è tornata a suonare. Ha suonato in chiesa, durante la messa.
Ha suonato in alta montagna. Con lei sono pure riuscito a scrivere una canzone, per una ragazza. Se non ricordo male, credo che non fosse neppure riuscita male, sempre grazie al lavoro d'arrangiamento di mio cugino, ovviamente. Con la ragazza, invece, non se ne fece nulla, ma non per la canzone, ma perché sono io un cazzone.

Con lei ho provato a suonare Dimmu Borgir, Darkthrone, Marduk, Burzum e Kovenant, sempre senza riuscirci, un po' per i miei limiti, un po' perché il metal non le andava a genio. Con lei riuscivano meglio i Nirvana, per intenderci.

Infatti ieri pomeriggio, magicamente, grazie a lei ho anche ricominciato ad ascoltare Kurt Cobain, ed erano anni che non lo facevo con tanto trasporto. Perché Clarissa è uno di quegli oggetti che vogliono dire giovinezza. Quegli oggetti che tieni lì, che magari non usi per anni, che tiri fuori in un pomeriggio di pioggia, e ti sembra di non aver mai abbandonato.

Anche se non sei bravo, anche se il talento non ce l'hai. Oggi ne scrivo e un po' mi rammarico di non averle dato un musicista migliore. Non dubito però, che lei un po' mi voglia bene lo stesso.

1 commento:

Diletta ha detto...

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