venerdì, dicembre 25, 2009

Mondi - Beatrice part 12

Perché il proprio mondo a volte risulta essere troppo grande, o troppo piccolo. Inadatto per noi stessi, prima che per gli altri.

Così come è stato per Beatrice, credo che sia stato per tutti. Il desiderio della fuga, l'invocazione di una fine, più o meno definitiva. La consapevolezza che la fuga dal mondo che ci sovrasta passa inevitabilmente per la propria elegia.

Il mio mondo si lega a cose che io stesso non concepisco, ad esempio. Da dolori e segni, che mi segnano. Che mi fanno capire come il mondo non s'esaurisca alla mia voglia di cambiarlo, ma sia in qualche modo da plasmare nel mio desiderio di viverlo fino in fondo.

Ho un libro, che lo spiega. E non è un libro dal tema "Io e il resto dell'universo", ma che parla di tutt'altro. Quando ne ho parlato a Beatrice, lei sorride e mi dice che in fondo la sua voglia di scappare da quella dimensione in cui s'era trovata, scimmiottando un rocker o sognando di recitare, era come quel libro.

S'intitola "Manuale del giornalista", e l'ha scritto un signore che si chiama Papuzzi, Alberto Papuzzi. A me lo regalarono una coppia di amici di mio padre, quando andavo ancora alla scuola superiore.

Non facevo un liceo, eppure quella voglia di scrivere l'avevo sempre avuta. E scrivere era anche ciò che dicevo mi sarebbe piaciuto fare sul serio, nella vita.

Ora, quel giorno quella coppia d'amici di mio padre si presentarono a pranzo, con i loro figli. E mi diedero quel libro, in regalo. Lo tenni da parte, dicendomi che l'avrei letto, un giorno. Lo cominciai, ma non lo finii. Credevo che tanto non mi sarebbe servito perché il mio mondo non mi avrebbe permesso di sfruttare ciò che c'era scritto. Che non sarei mai riuscito ad uscire fuori da quella dimensione.

Passò il tempo, e venne il momento di scegliere cosa fare dopo la scuola superiore. Non sapevo, tranne il fatto che ciò che era non mi andava. Poi decisi di provare a cambiare strada e buttarmi su Lettere e Filosofia. Badate bene, fu decisiva questa scelta anche perché fu lì, all'università, che conobbi Beatrice. Scelsi consapevole che non sarebbe stato facile, e in effetti non lo fu. Ma non è tanto questo.

Il punto che m'interessa è un altro.

E' che il terzo o quarto esame che mi capitò fu giornalismo. E il libro che portai come programma d'esame, fu quel "Manuale di giornalismo" che non avevo mai voluto finire di leggere.

La cosa curiosa fu che le persone che mi regalarono quel libro, le ho rincontrate da quel giorno 9 anni dopo. Quando quel libro, e il mondo che si portava dietro, era già diventato parte di me e della mia storia.

A loro non ho raccontato questa storia, ma a Beatrice sì. Come lei mi ha raccontato del suo mondo.

Come me, anche lei aveva cominciato a sognare un altra vita: l'aveva sognata fin da piccola, immaginandosi su un palco, scimmiottando un rocker o imitando le ballerine e le attrici di teatro. E come me, anche lei alle prime pagine s'era fermata, ma non per scarsa volontà.

Fu altro a far credere a Beatrice che quel mondo non si potesse trasformare.

- Questo post è dedicato a Marina e alla sua famiglia -

martedì, dicembre 22, 2009

Pegno - Beatrice part 11

Il tempo passò.

Beatrice rimase lì 13 anni.

Era cominciato tutto quel mattino, ma lei non poteva saperlo.

Come non poteva sapere che quel risveglio, e soprattutto l'odore di caffelatte, le furono consegnati come pegno della memoria.

Da allora, Beatrice la colazione la fa con il thé.

Fu una scelta che razionalizzò qualche anno dopo, quando una mattina prima d'andare a scuola, disse a sua nonna che voleva qualcosa di diverso per cominciare la giornata.


Erano passati 5 o 6 anni, e ogni giorno era stato uguale all'altro, tranne che per la percezione della solitudine che, in fondo in fondo, era sempre l'unica sensazione pura che le era rimasta.


Solitudine che rimaneva ovattata in fondo al proprio essere, e che per assurdo si manifestava, ogni mattina, ogni pomeriggio e ogni notte, in una forma diversa.

Con la paura della neve, ad esempio. Con la necessita' di non giocare, quando i momenti le venivano a noia, preferendo il volteggiare nella stanza che i nonni le avevano assegnato immaginando d'esser una ballerina.

Niente bambole o cucine per bambini, ma un piccolo mangianastri e qualche musicassetta. Niente chiacchericcio con i pochi fanciulli del circondario, ma lunghi silenzi o letture ad alta voce.

L'unica cosa che intrigava quel frugoletto di bambina, o almeno lei racconta così, era il fantasticare la sua figura su un palco. Un giorno ballerina, un giorno attrice, un giorno trasformista o ginnasta.


Beatrice mi raccontò che un mattino era a casa da scuola e accese la radio: sentì una chitarra elettrica e cominciò a ballare come non aveva mai fatto, saltando, mimando il gesto di suonare una chitarra come fosse un rocker scafato. Continuò finché la nonna non la vide. Smise tutto d'un botto, forse per l'imbarazzo, mentre la nonna le sorrideva divertita.

Faceva le medie e quelli erano gli inizi degli anni '90.


Credo fosse un brano dei Nirvana, ma lei non lo ricorda; almeno, dice di non ricordarlo, perché secondo me ha ben chiaro che canzone fosse. Però per lei credo non sia tanto importante quello, quanto il fatto che stesse ballando e cantando qualcosa che non appartenesse al suo mondo.

domenica, dicembre 20, 2009

Sogni di solitudine - Beatrice part 10

Di quei frammenti, Beatrice conserva gelosamente solo una cosa, a parte i ricordi. Tutto s'è disperso, durante gli anni, tranne quel senso di vuoto che al risveglio, non ci sia nessuno.

I suoi ricordi, tutti, riconducono lì. Ai primi raggi di sole e all'odore di caffelatte, il rumore del fuoco incendiato dal metano di una stufetta stipata all'ingresso di una casa lontana tanto, troppo, dal proprio mondo. Il letto troppo grande per esser solo per lei. Beatrice ricorda con precisione come, quando aprì gli occhi appicicosi delle lacrime della notte, la sua mano tastò il materasso invece della propria mamma. E mentre la mano cercava il calore del corpo materno, il naso odorava il profumo della colazione.

Sulla soglia comparve la nonna. Che le sorrise, dicendole solamente "Ora starai con noi, Beatrice".

Bea non seppe rispondere. Sfregò i piedi sotto le coperte, come a scaldarli. Sapeva che lì era cominciato un nuovo cammino, forse. Lo immagina, per lo meno.

Sapete, quando ripenso a quel racconto ripenso soprattutto al fatto che mentre Beatrice mi parlava, teneva gli occhi socchiusi. Era come se fosse ancora lì, e fosse tornata bambina.

Non posso sapere cosa abbia provato, eppure posso provare a capire i suoi occhi socchiusi, la sua voce che tornava a quei momenti in cui la madre le annunciava una grande rivoluzione, le sue mani che seguivano le parole.

La rivedo bambina: mentre la sua mente fotografava i particolari, forse il suo cuore disegnava il futuro, provava a immaginarlo. Sentiva che tutto stava cambiando, eppure s'attaccava alla piccolezza della polvere negli angoli per trovare appigli a una realtà che, mentre il tempo scorreva, si trasformava.

Mi fa pensare, tutto questo. A come quando ci si ritrova, all'improvviso, soli. A me capita spesso la domenica pomeriggio, anche in mezzo alla calca del centro città o dei centri commerciali. Anzi, più gente c'è, più sento d'essere nel posto sbagliato. Beatrice dice che è una delle cose più banali che ci siano, e che in fondo tutti lì in mezzo si sentono soli, solo che non sanno dove andare per cercare compagnia.

Ecco, il sentirsi soli. Credo che Bea abbia solamente percepito che quella notte, per la prima volta, si stava trovando da sola. Certo, non poteva sapere che proprio sola non era, ma il futuro il suo cuore poteva solo immaginarlo. La sua mente guardava i particolari di una stanza conosciuta, li metteva in un cassettino della memoria, e non sapeva far altro che cominciare a riempirsi di dubbi.

Ansia. Tremore. Smarrimento. Il panico viene così, a tutti. Senti che il pavimento crolla e tutto si sminuzza. Se sei bambino, cominci a temere di non aver la forza di crescere. Se sei grande invece senti semplicemente il tempo che passa.

Lei credo percepì tutto questo. Oltre che una grande solitudine che, senza esser invitata, s'insinuava fra le pieghe di un letto che improvvisamente era diventato sterminato, mentre l'odore della colazione tentava di rincuorarla.

giovedì, dicembre 17, 2009

Sagome di vento - Beatrice part 9

Una storia, che poi io mi rendo conto di raccontare a sprazzi. Senza costrutto, ma d'altronde, anche questi avvenimenti sono stati presi e buttati lì, nel caos.

Tutto è per caso. Come questa storia, come tutte le storie. Tutto nasce, vive, e muore, e tranne il fatto che si viva, tutto è frutto del caso. Che poi, non è mai, caso.

Ma crediamoci lo stesso.

E crediamo che tutto avvenga come se fosse vento. E che le forme della vita siano sostanzialmente forgiate dal fatto che un giorno ci sei, e un giorno no.

Mettici una come Beatrice, allora. Lei è completa, lei ora sta aprendosi al mondo. Ma quegli attacchi di panico, quel mondo che l'ha spinta a chiudersi in sè, per poi rilanciarsi... Ecco, quel mondo è fatto di caso?

Tutto è cominciato quando lei era piccola. Quando fu lasciata sola, dai suoi, una sera. I suoi ricordi si confondono, mentre lo racconta sembra quando si sta guardando fuori mentre piove, oltre un vetro pieno di gocce d'acqua e di condensa. Da fuori, però, non dal caldo della stanza.

Lei ricorda solo una coperta, ricorda solo un viaggio lontano da casa, fra i monti dove vivevano i nonni. Ricorda sua madre che le dice frammenti, ricorda che presto o tardi tutto cambierà. Quando me lo raccontò, rimase sospesa in quei frammenti, l'odore delle coperte polverose, che si mettono nonostante sia estate perché si è in montagna, il pigiama di sua madre, i capelli sul cuscino e il prurito che ti danno quando ti rigiri sulla federa, e poi il silenzio, tanto, troppo, disseminato fra le parole e il respiro.

Bea racconta quegli attimi, e si sofferma sulle cose piccole. Quasi come se il grosso, ciò che sta fuori, il fatto che capita, non volesse vederlo. O forse lo rivede ogni volta che tutto questo lo racconta.

Quella notte in cui tutto si è fermato corrisponde al suo primo attacco di panico. Aveva 8 anni e suo padre non c'era più, scappato chissà dove. Di lei e sua madre, delle parole e delle lacrime, Beatrice ricorda poco. Ripensa alla tappezzeria di quella stanza e a come non le piacesse. Ripensa al fatto che era lontana da casa. Ripensa senza riflettere che quell'attacco di panico le era preso senza che, appunto, riuscisse a capire cosa stava capitando.

Qualche tempo dopo, mi disse che gli attacchi di panico ti fanno sentire come una sagoma di vento. Che si monta e si smonta nel caso, inconsistente dentro e labile intorno.

Come se il vento scolpisse realtà, invece d'avvolgerle.

Io non lo so, come sia. Però, guardo Beatrice mentre parla di quei particolari, della stanza dove ha dormito la notte che suo padre smise d'esserci. La guardo descrivermi la lampada del comodino, e poi raccogliere i frammenti sulle sensazioni che le rimangono mentre cita sua madre, che le parla, nel buio. La mano sul pizzo del lenzuolo, qualche sprazzo qua e là del pavimento legnoso che si contrae, dall'umidità e dai passi in altre stanze. Una carezza data su un taglio, e il fastidio, il bruciore. Poi parole, ancora parole. E quel senso di vuoto, e d'abbandono, e di paura, che non si può ricostruire, se non a frammenti.

lunedì, dicembre 14, 2009

Solo per me - Beatrice part 8

C'è però un senso, nel dire "solo per me". Uno solo, quello di credere che una persona t'appartenga, come diceva quella pubblicità della Fiat, che sosteneva che la fabbrica "appartiene a tutti noi".

Però le persone non sono industrie d'automobili, e, per quanto siano povere in spirito e sostanza, valgono di più.

Io non so se sia solo un'illusione, perché personalmente non l'ho mai veramente avvertita; eppure, ci credo. Sentire che qualcuno t'appartenga, sempre. In ogni momento della giornata, della notte. Sentirla stringersi attorno al proprio Io prima che al proprio corpo.

In una specie d'abbraccio ideale. In mezzo alle folle, in mezzo al tempo. Senza che vi sia scorribanda fra ipocrisia e falsità, coerente solo con un promessa, quella appunto dell'appartenenza.

Può un sorriso, una parola, essere quell'accettazione? Nel caso di Beatrice lo è stata. So cosa vi state chiedendo, se ho amato Beatrice. La risposta è sì, ovvio. L'ho amata e l'amo tutt'ora. Ma non è questo il punto. Perché amare una persona risulta semplice. E' il rendere quell'appartenenza una realtà, che risulta ai più difficile, se non impossibile.

Si desiderano gli altri sempre quando non ci sono, lo penso da sempre. E io che Beatrice l'ho conosciuta, l'ho amata, l'ho vista scappare quando avvenne quello che questo racconto ha generato, l'ho vista tornare, l'ho osservata mentra amava altri e non me, quando l'ho chiamata per nome e quando ho smesso di sentirla vicino, l'ho odiata, l'ho resa parte di un insieme, ho voluto essere indifferente, ne sono stato geloso... Tutto questo non è stato sentirla mia?

Ho raccontato di come la chiamo per nome. E di come per me sia semplicemente "Bea", e lei di questo non si stupisca. Vedete, io so che tutto questo è una goccia nel mare: che di storie, di grandi storie, il mondo è pieno e che in fondo anche questo non sia che un modo come un altro per raccontare, oltre che lei, me.

Però quando ami una persona, in fondo, ami il modo che hai di amarla. Sì, è un gioco di parole assurdo. Ma è anche la realtà. Ami il fatto che ti senti pieno, pieno di quel senso di pienezza, e scusate nuovamente il gioco di parole. Trovo affascinante questa cosa, tanto da considerarla la Storia. Il centro d'ogni storia.

Senti che non basterebbe niente per soddisfare quella voglia, e non di sesso, ma di sentire quella prepotenza affettiva che ti fa arrivare a dire: "Sei solo mia". E vedere che, nell'altro, o nell'altra, non ci sia sguardo d'insoddisfazione, ma di serenità. Perché quell'appartenenza diventa difesa, scudo, diventa solo ed esclusivamente protezione.

Proteggere lei, è proteggere te. Amare lei, è amare anche te.

Amare, solo amare, sto fottutissimo senso d'amore. Beatrice ha saputo strapparmelo da dentro, come nessuno aveva mai fatto. Ho invidiato Oscar quando l'ho visto nascondere il loro amore: l'ho invidiato tanto, perché vedevo bello lui, e bellissima lei. Sembravano due elfi, cazzo, due elfi. Che si nascondevano, gelosi di loro stessi, per far sì che nessuno invadesse quel loro spazio. E io, dal di fuori, che invidiavo quella loro complicità.

Ma Oscar quel senso di protezione non l'ha mai provato, ne sono sicuro. Lui era quasi prepotente, era come un dominio il suo. Una dittatura, data dalla consapevolezza di essere con un ragazza che, nella sua debolezza, nascondeva una dolcezza fuori dal comune, e una forza senza pari.

Tante volte ho fantasticato di cosa avrei voluto dirle. Ebbene, avrei fermato il tempo, dicendole "Sei qui, per me, soltanto per me."

Probabilmente non capiterà mai.

Ma in fondo, forse è stato meglio così. Anche perché, se fosse successo, oggi non sarei qui, a raccontare questa storia.

sabato, dicembre 12, 2009

Diminutivi - Beatrice part 7

Lei però non è così d'accordo. Cioè, per lei, lei è Beatrice e basta. Bea non le piace, dice che non le sta bene. Io la chiamo così un po' per farla arrabbiare, un po' perché secondo me è proprio bello.

L'avevo scoperto, che i diminutivi e i soprannomi non erano di suo gusto, un giorno che le scrissi un sms per chiederle una stupidaggine. Niente d'importante, ma ricordo che per risparmiare spazi conclusi il testo con un "Bea".

Ed ecco che la sua risposta fu soltanto: "Bea?". Non disse nulla rispetto a ciò che le avevo chiesto, lei s'era fermata a quel nomignolo che, pensavo fosse scontanto per il suo nome: un nome che peraltro io trovo bellissimo, comunque.

Così anche se a me viene naturale chiamarla "Bea", mi sforzo sempre di chiamarla "Beatrice" per esteso. Eppure, ci sono delle volte dove me lo lascia fare, o meglio, fa finta di non sentire, sorride, e lascia perdere.

In realtà, è capitato poche volte. Quando dovevo salutarla, prima che partisse per un viaggio, e quel modo di chiamarla veniva come una sorta di vezzeggiativo, per farle capire che mi spiaceva non vederla per un po'. Era quasi come sentirla più vicina.

O quando facevamo discorsi di poco conto, tipo quando parlavamo di musica o di film. O quando commentavamo la sua ultima fatica sul palcoscenico, e lei mi chiedeva se m'ero accorto quando aveva incespicato un po' su una battuta. Ecco, in quei casi ogni tanto mi scappava un "Certo che, Bea...", piuttosto che un "Ma dai, Bea...", o un "Bea, ma secondo te..." eccettera eccettera.

E lei mi guardava con quell'espressione che, nell'ordine, metteva stupore, fastidio, poi comprensione. Ed era come se dicesse che quella concessione era solo perché frutto di un senso di vicinanza.

Beatrice per me, solo per me, è anche Bea. Magari anche per altri, e io non lo so. Ma, sono sicuro, solo a me riserva quell'espressione. Un sorriso che sembra dire: "Va bene, ma solo per questa volta".

mercoledì, dicembre 09, 2009

Bivi - Beatrice part 6

L'aria, il volo. E lo spettacolo di un mondo che per pochi attimi rimane sotto di te ed alla tua portata.

Beatrice mi disse una volta che dall'alto la cosa che la impressionavano di più erano gli incroci. Perché quando voli verso il basso e il paracadute ancora non è aperto, ecco... un po' proiettile ti senti. E, in quella frazione di secondo, uno dei mille pensieri che nascevano e morivano era quello di essere una freccetta.

Gli incroci, quindi. Che per Beatrice, o forse per tutti, sono bivi. Visti dal basso, s'intende.

Io per dire non ho mai fatto un salto da 10000 metri. Eppure l'idea che mi sono fatto è che Beatrice abbia ragione: che dall'alto i bivi sono in realtà grossi bersagli, ma dal basso sono solo un gran casino.

E tu, puoi fare solo la freccetta o la pallina impazzita. Tanto il risultato è che, se sbagli a scegliere strada, in qualche modo la paghi. Certo, non è come spiaccicarsi a terra da altezze siderali, però fa male uguale.

Prendi una frase sbagliata. Detta nel momento sbagliato e pensata nell'attimo peggiore. Suona un po' come ammissione di colpa, un poco come sentenza. In fondo non è altro che una scelta sbagliata, o, se preferite, un bivio che è stato inforcato male.

Beatrice cita sempre quella volta che sul palco scelse di non seguire l'istinto e disse una battuta prima di quando doveva essere detta. Calò il gelo e il pubblico applaudì. Voi direte: "E' andata bene così". E invece no, perché dentro lei sentì di aver sbagliato. E, come un vaso comunicante, la consapevolezza dell'errore diventò senso di colpa, e insicurezza.

Forse esagera, forse no. Sta di fatto che quando parla di quello spettacolo a Beatrice vengono ancora le lacrime agli occhi. Perché pensa a una scelta sbagliata, al fatto che se non sei sicuro di te, gli sbagli li paghi doppio.

Il bivio l'affascina e la spaventa. Eppure non c'è niente di male a sbagliare.

Beatrice dice che il bivio dove certamente ha sbagliato a scegliere è stato quando decise di stare con Oscar. Oscar era il suo fidanzato, o qualcosa del genere. Beh, lei dice che quando pensa a lui pensa solo che avrebbe dovuto lasciarlo prima, anche se "prima" non so quando fosse.

Io non so se sia vero, però lo dice spesso. E la cosa bella, è che sa anche perché non lasciarlo fu sbagliato. Perché rimaneva davanti al bivio, ferma. Lo faceva per l'insicurezza, non per il cuore. Perché aveva paura di star sola, di dover combattere per riconquistare un altro pezzo d'affetto, altrove.
E guardava le due strade di fronte a sè.

Poi però scelse.

Io mi ci ricevo molto in tutto questo. Anche io ho paura di stare solo. Tutti hanno paura di stare soli. Lei non ha avuto però, ad un certo punto. E per questo, io la invidio un po'. Forse perché io ancora oggi ne ho ancora, e anche tanta.

Ma questa è un'altra storia, quella di Bea. Ah non ve l'avevo detto? Bea è il suo soprannome.Banale? Sì. Però le sta benissimo.

domenica, dicembre 06, 2009

Indugiare - Beatrice part 5

Certo è che prima d'una corsa ci si ferma sempre un po' a pensare. Non tanto per capire se sarà faticoso, questo si sa da prima.

Ma per capire se ce la si farà, perché se si parte e non s'arriva allora la faccenda si fa oscura. Beatrice ha indugiato, certo, come tutti. Aprirsi verso il resto del mondo fu per lei uno sforzo.

L'ho intuito tutte le volte che l'ho vista provare a uscire dal suo mondo per entrare nell'altro, quello fatto d'aria e vento e acqua e smog e persone e odio e ricerca.

Il suo mondo, quello che per certi versi è anche il mio e il vostro, è il tetto e i muri che mettiamo a mò di copertura, di protezione, per preservare il nostro essere da ciò che sta fuori.
Beh, lei cominciò a raccontarmi una giornata di freddo, ma non ha raccontato solo lì.

La sua fu una storia che percorse attimi lunghi quanto una corsa che, senza pause, avvolse a tratti il mondo intero.


Beatrice è un'attrice. Scoprì quella vocazione più tardi rispetto a quelli che gli attori lo fanno per mestiere. E nonostante abbia raccolto tanti successi, il suo fu un passaggio complesso fino al raggiungimento di quello status che ne fa, oggi, una delle "realtà più interessanti del panorama teatrale", per citare una recensione che ho letto su di lei.

Non ci sono banalità, in questo. Lei è veramente una persona che muove le storie. E pensare che quando ha incominciato, dice che nessuno le aveva saputo affermare con convinzione che quella era la sua strada. Aveva indugiato tanto, Beatrice, prima di convincersi che quello era ciò che doveva fare, intanto per sè stessa.

Aveva indugiato, questa era sicuro. Poi, però, s'era messa a correre, forte, convinta, in mezzo alla gente, in mezzo al pasticcio. Aveva aperto le porte che chiudevano mura e tetto e silenzio e s'era buttata nel mezzo.

Posso persino immaginarla, come in una scena che mi aveva descritto, un giorno che mi parlò di una storia che voleva raccontare in uno dei suoi spettacoli: correre in mezzo alla gente, capelli al vento, il sole, la città, e il sorriso stampato in faccia. Le avevo fatto notare che non era una scena così originale. Lei però mi aveva risposto che l'originalità non sta nel fatto che uno corra in mezzo alla gente, in fondo al cinema di scene così se ne sono viste tante.

"E perché, allora, dici che è originale?" le avevo chiesto.

"Perché in quel momento riderei per il dolore" mi aveva risposto lei. Già. Beatrice immaginava come l'inizio di una corsa il momento del distacco da quel mondo che s'era creata, per proteggersi.

E, nonostante il dolore che si prova a scappare da un senso di protezione per affrontare il mondo, non riusciva a pensare a quel momento come a un qualcosa cui guardare con rabbia, bensì con il sorriso.

Beatrice diceva che guardare al mondo con il piglio di chi vuole vivere, vuole diventare grande, dev'essere un qualcosa che facciamo con il sorriso sulle labbra.

"Però indugi tanto sulla soglia, prima" le avevo fatto notare.

"Come si sente uno che si butta con il paracadute da 100000 metri d'altezza per la prima volta, secondo te?" mi aveva risposto lei.

In effetti non c'avevo mai pensato. Sentire quella voglia di rimanere dove sei, non l'avevo mai focalizzata.


Poi, cedere in un secondo, una frazione che ti porta a dire: "Non ho nulla da perdere", anche se in gioco c'è tutto. Nel momento in cui tendi i muscoli e spicchi il salto, l'aereo non è più il tuo punto d'appoggio. Quello è il momento. In cui non conta più, sai solo che non si può più tornare indietro.

L'esempio del paracadute era quello che Beatrice faceva di più, per spiegare il suo punto di vista sull'indugiare.

Perché, diceva, non c'è niente che vale la pena di vedere come il mondo in volo. Per capirlo, aveva anche provato il paracadutismo.

Diceva che era stato come il giorno in cui aveva smesso d'indugiare.

mercoledì, dicembre 02, 2009

Correre - Beatrice part 4

Ed è il moto perpetuo della corsa, quello che ho immaginato per lei.

Quella al massimo della velocità, che ricorda l'incidere di un bambino sugli attimi vissuti dai grandi, che li osservano giocare e da quella corsa sono attratti per la spensieratezza e la semplicità.

E, per quello, si mettono a correre con loro.

Fu Beatrice a parlarmi di questo, quando cominciò a raccontarmi quello che era stato lo scoprirsi "grande". Perché lei, Beatrice, la sua storia, non è altro che un respiro lungo una corsa.

Come dite? Non capite che significa? Neanche io l'avevo capito. Fino a quando, un giorno Beatrice non cominciò a raccontarmi. Come sto facendo io con voi, anche se le cose, raccontate da lei, sono tutta un'altra cosa.

Quand'è che si diventa grandi? Quando ci si scopre adulti? Quando si riesce a contenere quella corsa. Così mi disse, Beatrice. Quando quel mondo incontenibile che porta a immaginarti diverso da quello che sei, riesce a rimanere chiuso in te. E la forza scatenante di un moto perpetuo, diventa solo nervoso e cumulo di domande.

E, piano piano, senza accorgersene, ci si scopre troppo vecchi per correre. Non ci si immagina più. Le storie finiscono. I sogni s'ingrigiscono.

Quel giorno che Beatrice cominciò a raccontarmi, c'era il sole ma faceva freddo. La ricordo come incastonata fra cielo e terra, senza alcun vezzo diverso dalla sua naturale bellezza. O, come direbbe un cavaliere, beltà.

Era semplice e diversa. E mi parlò di lei, senza che io riuscissi a farle domande. Cominciando a raccontarmi come era arrivata lei a capire. Correndo con le frasi, come correva nei pensieri e nei ricordi. Nei suoi, e anche nei miei.

Non sarei mai riuscito a fermarla, neanche volendo.
Perché quel racconto era riscoprire la voglia di correre, dopo anni che non ricordavo d'avere le gambe.