domenica, dicembre 06, 2009

Indugiare - Beatrice part 5

Certo è che prima d'una corsa ci si ferma sempre un po' a pensare. Non tanto per capire se sarà faticoso, questo si sa da prima.

Ma per capire se ce la si farà, perché se si parte e non s'arriva allora la faccenda si fa oscura. Beatrice ha indugiato, certo, come tutti. Aprirsi verso il resto del mondo fu per lei uno sforzo.

L'ho intuito tutte le volte che l'ho vista provare a uscire dal suo mondo per entrare nell'altro, quello fatto d'aria e vento e acqua e smog e persone e odio e ricerca.

Il suo mondo, quello che per certi versi è anche il mio e il vostro, è il tetto e i muri che mettiamo a mò di copertura, di protezione, per preservare il nostro essere da ciò che sta fuori.
Beh, lei cominciò a raccontarmi una giornata di freddo, ma non ha raccontato solo lì.

La sua fu una storia che percorse attimi lunghi quanto una corsa che, senza pause, avvolse a tratti il mondo intero.


Beatrice è un'attrice. Scoprì quella vocazione più tardi rispetto a quelli che gli attori lo fanno per mestiere. E nonostante abbia raccolto tanti successi, il suo fu un passaggio complesso fino al raggiungimento di quello status che ne fa, oggi, una delle "realtà più interessanti del panorama teatrale", per citare una recensione che ho letto su di lei.

Non ci sono banalità, in questo. Lei è veramente una persona che muove le storie. E pensare che quando ha incominciato, dice che nessuno le aveva saputo affermare con convinzione che quella era la sua strada. Aveva indugiato tanto, Beatrice, prima di convincersi che quello era ciò che doveva fare, intanto per sè stessa.

Aveva indugiato, questa era sicuro. Poi, però, s'era messa a correre, forte, convinta, in mezzo alla gente, in mezzo al pasticcio. Aveva aperto le porte che chiudevano mura e tetto e silenzio e s'era buttata nel mezzo.

Posso persino immaginarla, come in una scena che mi aveva descritto, un giorno che mi parlò di una storia che voleva raccontare in uno dei suoi spettacoli: correre in mezzo alla gente, capelli al vento, il sole, la città, e il sorriso stampato in faccia. Le avevo fatto notare che non era una scena così originale. Lei però mi aveva risposto che l'originalità non sta nel fatto che uno corra in mezzo alla gente, in fondo al cinema di scene così se ne sono viste tante.

"E perché, allora, dici che è originale?" le avevo chiesto.

"Perché in quel momento riderei per il dolore" mi aveva risposto lei. Già. Beatrice immaginava come l'inizio di una corsa il momento del distacco da quel mondo che s'era creata, per proteggersi.

E, nonostante il dolore che si prova a scappare da un senso di protezione per affrontare il mondo, non riusciva a pensare a quel momento come a un qualcosa cui guardare con rabbia, bensì con il sorriso.

Beatrice diceva che guardare al mondo con il piglio di chi vuole vivere, vuole diventare grande, dev'essere un qualcosa che facciamo con il sorriso sulle labbra.

"Però indugi tanto sulla soglia, prima" le avevo fatto notare.

"Come si sente uno che si butta con il paracadute da 100000 metri d'altezza per la prima volta, secondo te?" mi aveva risposto lei.

In effetti non c'avevo mai pensato. Sentire quella voglia di rimanere dove sei, non l'avevo mai focalizzata.


Poi, cedere in un secondo, una frazione che ti porta a dire: "Non ho nulla da perdere", anche se in gioco c'è tutto. Nel momento in cui tendi i muscoli e spicchi il salto, l'aereo non è più il tuo punto d'appoggio. Quello è il momento. In cui non conta più, sai solo che non si può più tornare indietro.

L'esempio del paracadute era quello che Beatrice faceva di più, per spiegare il suo punto di vista sull'indugiare.

Perché, diceva, non c'è niente che vale la pena di vedere come il mondo in volo. Per capirlo, aveva anche provato il paracadutismo.

Diceva che era stato come il giorno in cui aveva smesso d'indugiare.

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