venerdì, dicembre 25, 2009

Mondi - Beatrice part 12

Perché il proprio mondo a volte risulta essere troppo grande, o troppo piccolo. Inadatto per noi stessi, prima che per gli altri.

Così come è stato per Beatrice, credo che sia stato per tutti. Il desiderio della fuga, l'invocazione di una fine, più o meno definitiva. La consapevolezza che la fuga dal mondo che ci sovrasta passa inevitabilmente per la propria elegia.

Il mio mondo si lega a cose che io stesso non concepisco, ad esempio. Da dolori e segni, che mi segnano. Che mi fanno capire come il mondo non s'esaurisca alla mia voglia di cambiarlo, ma sia in qualche modo da plasmare nel mio desiderio di viverlo fino in fondo.

Ho un libro, che lo spiega. E non è un libro dal tema "Io e il resto dell'universo", ma che parla di tutt'altro. Quando ne ho parlato a Beatrice, lei sorride e mi dice che in fondo la sua voglia di scappare da quella dimensione in cui s'era trovata, scimmiottando un rocker o sognando di recitare, era come quel libro.

S'intitola "Manuale del giornalista", e l'ha scritto un signore che si chiama Papuzzi, Alberto Papuzzi. A me lo regalarono una coppia di amici di mio padre, quando andavo ancora alla scuola superiore.

Non facevo un liceo, eppure quella voglia di scrivere l'avevo sempre avuta. E scrivere era anche ciò che dicevo mi sarebbe piaciuto fare sul serio, nella vita.

Ora, quel giorno quella coppia d'amici di mio padre si presentarono a pranzo, con i loro figli. E mi diedero quel libro, in regalo. Lo tenni da parte, dicendomi che l'avrei letto, un giorno. Lo cominciai, ma non lo finii. Credevo che tanto non mi sarebbe servito perché il mio mondo non mi avrebbe permesso di sfruttare ciò che c'era scritto. Che non sarei mai riuscito ad uscire fuori da quella dimensione.

Passò il tempo, e venne il momento di scegliere cosa fare dopo la scuola superiore. Non sapevo, tranne il fatto che ciò che era non mi andava. Poi decisi di provare a cambiare strada e buttarmi su Lettere e Filosofia. Badate bene, fu decisiva questa scelta anche perché fu lì, all'università, che conobbi Beatrice. Scelsi consapevole che non sarebbe stato facile, e in effetti non lo fu. Ma non è tanto questo.

Il punto che m'interessa è un altro.

E' che il terzo o quarto esame che mi capitò fu giornalismo. E il libro che portai come programma d'esame, fu quel "Manuale di giornalismo" che non avevo mai voluto finire di leggere.

La cosa curiosa fu che le persone che mi regalarono quel libro, le ho rincontrate da quel giorno 9 anni dopo. Quando quel libro, e il mondo che si portava dietro, era già diventato parte di me e della mia storia.

A loro non ho raccontato questa storia, ma a Beatrice sì. Come lei mi ha raccontato del suo mondo.

Come me, anche lei aveva cominciato a sognare un altra vita: l'aveva sognata fin da piccola, immaginandosi su un palco, scimmiottando un rocker o imitando le ballerine e le attrici di teatro. E come me, anche lei alle prime pagine s'era fermata, ma non per scarsa volontà.

Fu altro a far credere a Beatrice che quel mondo non si potesse trasformare.

- Questo post è dedicato a Marina e alla sua famiglia -

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